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Il mio nome non è Wendy

Il mio nome non è Wendy
Il mio nome non è Wendy
- disponibile anche in ebook
Edizione: 2007
Collana: Contromano
ISBN: 9788842079743
Argomenti: Attualità culturale e di costume, Biografie, autobiografie

In breve

«Scrivere questo libro mi ha permesso di raccontare la mia storia e dunque di fare un po’ di ordine, o forse di ricreare un necessario disordine. La mia intenzione era di far conoscere ad altri, che non sanno, come succedono certe cose, come si comprano e si vendono le persone, e far vedere che c’è un altro modo, per chi arriva da solo in un paese straniero, di guadagnare. Non c’è solo la prostituzione. E poi, anche se quello che mi è successo mi ha provocato un danno enorme, mi piace poter pensare e dire che ne ho tratto anche forza e che ho imparato moltissimo. Finora ho dovuto sempre nascondere tutto. Ora capisco invece che raccontare è anche una liberazione.»

Questa è la storia di una giovane africana che, come migliaia di altre, si è trovata persa in un paese straniero. È una storia particolare, ma del resto lo sono tutte le storie.

Ascolta l'intervista a Fahrenheit

Leggi un brano

Sono nata a Omokobe, un piccolo paese di campagna a pochi chilometri dalla capitale del mio Stato, l’Abia State. Qui si parla l’antica lingua degli Igbo, una delle etnie più importanti della Nigeria, che sta nella parte sud-orientale del paese. Gli Igbo, di solito, non sono molto alti e hanno il viso piccolo. Per lo più sono contadini. Intorno al mio paese ci sono ettari ed ettari di terra fertile da coltivare e c’è ancora il fascino dei luoghi incontaminati in cui i profumi della natura la fanno da padrone. Non abbiamo il mare, ma la montagna; due bellissimi fiumi, e uno di questi si raggiunge attraversando la collina. Solo la strada principale, che porta direttamente fino al confine con il vicino Camerun è asfaltata, ma malamente. Le altre strade sono in terra battuta e durante il periodo delle piogge si trasformano in trappole micidiali perché le ruote delle macchine spesso rimangono impantanate bloccando la circolazione.Dalle mie parti i bordi delle strade sono sempre pieni di gente che cammina: bambini, vecchi, donne e uomini. C’è chi si muove con la carriola, chi porta sulla testa o sulle spalle gli attrezzi per coltivare, chi porta dei cesti, chi dei bambini piccoli. Tutti si muovono a piedi. Di solito però si preferisce prendere le scorciatoie sterrate, i sentieri. I colori predominanti del paesaggio sono il rosso della terra e il verde della vegetazione. È un vero spettacolo per chi è abituato a vivere tra il nero dell’asfalto e il grigio delle città.Ci sono tanti villaggi vicini, e ognuno ha un mercato. Di solito si va a piedi ai mercati degli altri paesi per trovare cose che costano meno o per vendere qualcosa che non si riesce a vendere bene vicino casa. Al mattino si va nei campi e di sabato, quando ci sono anche i bambini che danno una mano, le donne arrivano a una certa ora con la roba da mangiare.Sulla strada le persone si incontrano, si fermano a parlare e si affidano l’un l’altro messaggi passaparola, per esempio: «Di’ a tua mamma che domani passo da te», oppure: «Stasera fammi portare quella cosa là». A Omokobe, infatti, non si usano i telefoni. O almeno, non si usavano quando ci abitavo io.Quando piove, le auto e i camion, passando, spruzzano fango dappertutto perché le strade sono piene di buche; se invece non piove, come di solito, sollevano una nuvola di polvere tremenda, e tanti urlano contro i conducenti. I polveroni coprono la testa di chi è appena uscito dall’orto, dai campi, e allora tutte le persone che stanno andando con gli attrezzi, o che hanno la manioca in testa, o altre cose, insultano quelli in auto e gridano di andare piano. Le macchine cercano di prendere sempre queste strade invece della strada grande per evitare la polizia, cioè per non pagare i poliziotti corrotti. Infatti i poliziotti sono pagati poco dalle mie parti e allora, quando controllano i documenti di chi guida, si fanno dare dei soldi.Omokobe non è un villaggio come lo si può immaginare. Assomiglia, secondo me, a un paese italiano degli anni Cinquanta, quando le case non erano belle e rifinite come ora. Non sono capanne, ma costruzioni di mattoni con i tetti fatti di lamiera, foderati all’interno con un cartone isolante che resiste all’acqua e, un po’, anche al caldo. Quando piove si sente ticchettare forte forte e il rumore sulla testa è assordante. Le case sono costruite con semplicità e dentro non c’è alcunché. Non hanno fognature. Per ora sono ancora tutte così; solo un avvocato ha costruito una casa veramente grande e con un tetto resistente.Sono costruzioni di un solo piano, con un piccolo cortile da cui si entra. Sono una attaccata all’altra e dall’interno si sentono molto i rumori dei vicini. Se si litiga, lo sanno tutti intorno, e tutti sanno sempre che cosa sta succedendo. Una cosa bella, però, è che ogni casa ha un colore diverso e quindi ci sono molti colori vivaci in giro per il paese.

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