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Malìa Bahia

Malìa Bahia
Malìa Bahia
- disponibile anche in ebook
Edizione: 2007
Collana: Contromano
ISBN: 9788842079736
Argomenti: Narrazioni contemporanee, Viaggi, turismo e sport

In breve

«La malìa è trappola e incanto, e di trappola e incanto la città sembra voler raccontare a chi se ne appassiona. È una innamorata solo in apparenza infedele e libertina, e invece serissima. Una illusione faticosa, foriera di grandi dispiaceri, ma capace di rinnovarsi ogni volta che la si vorrebbe abbandonare. Un mondo che canta e balla quando vorrebbe piangere. Che sa ridere beffardo come trainasse sempre dietro di sé un gigantesco carro di carnevale. Una malìa. Pericolosa, meravigliosa, insidiosa.»

Leggi un brano

«La più bella città dell’America del Sud» dice il testo di una canzone che Caetano Veloso ha scritto per sua sorella Maria Bethânia. Qui gli occhi trovano piacere, e tutto sommato riposo, perché, sempre, ai pieni si alternano i vuoti. Piazze e viali stipati di persone scolorano in larghe macchie di verde – verde tropicale, squillante. Disseminati qua e là, giganteschi Shopping (omaggio evidente agli Stati Uniti: centri commerciali multipiani dove sei giorni e mezzo alla settimana centinaia di persone si riversano per fare acquisti, andare al cinema, mangiare, guardare vetrine).

Tutto vive, qui. Vive e convive. Convive la felicità con la miseria. Anche nelle «basse» stagioni, quelle che precedono l’estate e il suo culmine, il carnevale. La scansione del tempo nell’arco dei dodici mesi ripete il contrasto di pieno e vuoto. Pazienti si aspetta la febbre estiva, l’esplosione dell’allegria, intanto sforzandosi di non cadere nell’abbattimento durante i lunghi mesi delle piogge. Là dove il clima di festa non vela la realtà, sfumandola in una generica cortina di gioia e solleone, il panorama che si delinea non è certo facile, né felice. Tanto per scardinare un noto luogo comune, «la Bahia» nei mesi lontani dall’estate non è propriamente «la capitale dell’allegria». Il degrado di molte zone della città, la scarsità di lavoro e di risorse, specie quando il cielo è grigio e gonfio di pioggia, stringono il cuore ai limiti del sopportabile. Bisogna avere conosciuto quella stretta per apprezzare meglio gli eccessi dei periodi caldi. E preparati all’impatto con quel poco, ogni giorno si può tornare a tuffarsi nella folla, nella vita pulsante delle strade. Allora, bardati contro la malinconia del vuoto, si reggerà la forza d’impatto del pieno, l’onda alta ma non ugualmente sempre allegra, spesso anzi sfasciata, distruttiva, con qualcosa di troppo disordinato ed esagerato per non mettere noi «stranieri», noi gringos, in uno stato di leggero allarme.

Gringos sono i forestieri bianchi. Le dominazioni bianche a Salvador de Bahia sono state molte: portoghese anzitutto, e poi spagnola, olandese, inglese e francese. La città registra (il dato è della fine del 2005) un 82% di popolazione afrodiscendente, quindi nera. (La minoranza bianca, non disoccupata e piuttosto benestante, vive una sorta di vita parallela.) È la più grande città africana fuori dall’Africa. È un posto che io trovo fantastico, ma che possiede tra le sue caratteristiche quella di metterti di fronte a un senso di profonda diversità (tua rispetto a chi ci vive, ma anche diversità di quelli che ci vivono). Quindi, per vie traverse ma che si delineano chiare, Salvador de Bahia è un posto che ti pone di fronte a te stesso. Quindi, come avviene con se stessi, è una città che si ama ma anche si detesta. La si cerca nel pensiero e la si rimpiange quando si è lontani, ma nel momento in cui ci si sta può succedere anche di litigarci e non solo dentro di sé. Spesso scenario di un momento di svolta, o di riavvicinamento a se stessi, o di riappropriazione, oblio, memoria: comunque liberazione. Provare a raccontare un posto del genere è una sfida difficile, quando non un’impresa che ha dell’impossibile. Se accetto la scommessa è per un debito che sento, nei confronti della cultura, degli insegnamenti, delle emozioni e della grande forza vitale che questa città mi ha regalato, e continua a regalarmi.

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