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La creatività a più voci

La creatività a più voci
La creatività a più voci
Edizione: 2005
Collana: i Robinson / Letture
ISBN: 9788842077039
Argomenti: Attualità culturale e di costume, Scienze della comunicazione
  • Pagine 250
  • 12,00 Euro
  • Al momento non disponibile presso il nostro magazzino

In breve

Come vengono le buone idee, e quali caratteristiche ha una ‘buona idea’? La creatività è una dote innata o è qualcosa che si può imparare? In che modo e in quali ambienti se ne può favorire lo sviluppo? Quanto conta nelle arti e nella scienza? È più facile essere creativi da soli o in gruppo? Annamaria Testa orchestra una riflessione a più voci alla scoperta della creatività e dei suoi fondamenti, coinvolgendo intellettuali e ricercatori che ne indagano gli effetti nei campi più diversi, dalla linguistica all’economia, alla storia, alla pedagogia, al cinema, alle biotecnologie, ai mass media, al web, alla moda, alla letteratura.

Indice

Introduzione – Parte prima, Le idee – 1. Le origini – 2. L’individuo – 3. Le condizioni – 4. I contesti – 5. Avere ed essere – Parte seconda, Le pratiche – 6. La dimensione progettuale: architettura e design – 7. La dimensione sperimentale: biotecnologie e medicina – 8. La dimensione collettiva: media e comunicazione, arti visive, moda – 9. La dimensione interconnettiva: web, musica – 10. La dimensione narrativa: cinema e letteratura – Appendice, La creatività in Italia

Leggi un brano

La creatività in sé ha qualcosa di magico e insieme di quotidiano. Non si possono ignorare né la singolarità di chi ragiona in modo creativo né la singolarità del ragionamento né quella del risultato. Questo non vuol dire che si tratti di qualcosa che sta tra l’imperscrutabile, il bizzarro e il meccanico. Se ci si lascia incantare dalla magia si finisce per ingarbugliarsi tra parole come mistero, vocazione, genio, straordinario, destino, per poi rinunciare a spiegare l’inspiegabile.

Se si prova a considerare la creatività in termini di cause ed effetti, premesse e conseguenze, tutto si riduce a meccanismi da attivare o disattivare e alla ricerca impossibile dell’interruttore giusto.

Se si pensa che il succo della magia stia nei risultati sorprendenti, tutto diventa un gioco di prestigio della mente. Allora la creatività appare come nient’altro che il frutto di qualche strano trucco del pensiero.

Si può provare a smontare il processo della creatività: Graham Wallas nel 1921 l’ha segmentato in quattro fasi (preparazione, incubazione, illuminazione o insight, verifiche) ottenendo una sequenza plausibile, fondata sull’alternanza tra pensiero logico e pensiero analogico. Chiedono ragionamenti logici e strutturati la prima fase, che comprende l’individuazione e l’esame di un problema alla luce delle necessarie competenze preliminari, e l’ultima, che prevede la formalizzazione della scoperta o dell’invenzione e la sua comunicazione. Chiedono pensiero analogico la seconda fase, che consiste in un lavoro (anche inconscio) sui dati acquisiti, e la terza: il raggiungimento, spesso istantaneo e inaspettato, di una sintesi nuova. Molti altri (tra questi J.E. Eindhoven e W.E. Vinacke nel 1952, D.M. Johnson nel 1955) hanno ipotizzato l’esistenza di fasi supplementari. Non risulta però chiarita la dinamica del processo, cioè che cosa aiuti – o meno – a procedere da una fase all’altra. In sostanza, tutto sembra risolversi in una descrizione più o meno dettagliata di quanto accade prima e dopo l’insight, la cui natura non viene descritta.

Se infine si considera la creatività come un’esperienza individuale, ci si trova di fronte a innumerevoli storie personali, tutte diverse: Mozart e Coco Chanel, Matisse e Newton, Fleming (quello che scopre la penicillina) e Fleming (quello che scrive i romanzi di James Bond).

La magia è in ciascuna storia, ma è difficile trovare le costanti fondamentali per raccontare una «storia delle storie» che conservi la straordinarietà e la naturalezza che sembrano proprie di tutto quanto si definisce «creativo». Le persone che sperimentano la condizione di essere creative possono – senza volerlo – alimentare l’equivoco: l’esperienza di una intuizione creativa ha davvero in sé qualcosa di magico e di sorprendente, di tecnico e insieme di naturale. È difficile comunicarla, e pochi ci sono riusciti: fra questi, il matematico francese Henri Poincaré.

Noi sappiamo che la creatività è una forma particolare dell’attività umana. È un modo non comune di ragionare e di fare, che riconosciamo intuitivamente come specifico sia nei procedimenti che negli effetti. Però se la creatività fosse solamente un modo (non comune) di ragionare e di fare, la si potrebbe identificare con qualsiasi modo (non comune) di ragionare e di fare qualsiasi cosa. Anche ciò che è folle o caotico, incomprensibile o criminale può essere definito «non comune ». Ma risulta difficile definirlo «creativo».

Nel 1908 Poincaré formalizza il proprio pensiero sulla creatività in un libro intitolato Scienza e metodo. Scrive: «Un risultato nuovo ha valore, se ne ha, nel caso in cui, stabilendo un legame tra elementi noti da tempo, ma fino ad allora sparsi e in apparenza estranei gli uni agli altri, mette ordine, immediatamente, là dove sembrava regnare il disordine [...]. Inventare consiste proprio nel non costruire le combinazioni inutili e nel costruire unicamente quelle utili, che sono un’esigua minoranza. Inventare è discernere, è scegliere [...] fra tutte le combinazioni che si potranno scegliere, le più feconde saranno quelle formate da elementi tratti da settori molto distanti. Non intendo dire che per inventare sia sufficiente mettere insieme oggetti quanto più possibile disparati: la maggior parte delle combinazioni che si formerebbero in tal modo sarebbero del tutto sterili. Ma alcune di queste, assai rare, sono le più feconde di tutte.

[...] Quel che più lascia colpiti è il fenomeno di queste improvvise illuminazioni, segno manifesto di un lungo lavoro inconscio precedente [...] A proposito delle condizioni in cui avviene il lavoro inconscio, vi è un’altra osservazione da fare: esso è impossibile, e in ogni caso rimane sterile, se non è preceduto e seguito da un periodo di lavoro cosciente.

Le ispirazioni improvvise [...] non avvengono mai se non dopo alcuni giorni di sforzi volontari, che sono sembrati completamente infruttuosi [...] Come vanno le cose, allora? Tra le numerosissime combinazioni che l’io subliminale ha formato alla cieca, quasi tutte sono prive di interesse e senza utilità; ma proprio per questo motivo non esercitano alcuna influenza sulla sensibilità estetica: la coscienza non arriverà mai a conoscerle. Soltanto alcune di esse sono armoniose – utili e belle insieme».

In sintesi, Poincaré parla di creatività come della capacità di unire degli elementi preesistenti in combinazioni nuove, che siano utili, e sottolinea che il criterio empirico, intuitivo per decidere dell’utilità della combinazione nuova, appena individuata, è la sua bellezza. Si tratta di una bellezza la cui valutazione presuppone, a sua volta, sia una competenza specifica che una sorta di sensibilità emozionale: è qualcosa che ha a che fare con l’eleganza, l’armonia, l’economia dei segni, la rispondenza funzionale allo scopo.

La definizione di Poincaré è fertile perché netta e specifica, ma universale: valida per le scienze, per le arti, per la tecnologia. Considera il fenomeno-creatività, lo isola e dice in che cosa consiste (è una «produzione di nuove combinazioni utili») e come lo si ottiene (attraverso un processo che prevede l’«unione di elementi preesistenti»).

È una definizione pregevole per sintesi, ma tale da definire sia i presupposti che le condizioni e i risultati del processo. Chiarisce che niente si crea dal niente (si parte da «elementi preesistenti»: qualcosa che c’è già), individua una specifica capacità (unire elementi) che però può essere applicata a qualsiasi argomento, e la connette con un’altra capacità: quella di selezionare prima, tra tutti i disponibili, gli elementi da combinare.

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