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Pier

Pier
Pier
Tondelli e la generazione
- disponibile anche in ebook
Edizione: 2005
Collana: Contromano
ISBN: 9788842074854
Argomenti: Letteratura: testi, storia e teoria

In breve

«Pier non è tanto l’oggetto, piuttosto l’interlocutore di queste pagine. Per me, il segnale più convincente dei suoi meriti è quanto, ancora oggi, fa pensare leggerlo.»

Leggi un brano

Negli undici anni in cui ho condiviso con Pier qualche progetto e nei quattordici che sono trascorsi dalla sua morte, il mio modo di pensare a lui e di guardare al suo lavoro si è consolidato. Nel tentare un racconto, piuttosto che una sistemazione critica della sua presenza tra noi, mi sono inevitabilmente trovato in un ambito a metà strada tra quello propriamente letterario e quello della testimonianza. Questa ambiguità è già un primo nodo che ha individuato la nostra generazione in modo preciso, contrapponendola ai fratelli maggiori, più politicizzati di noi, e a quelli più giovani, per i quali il termine politica pare non abbia più avuto nessun significato culturale, ma è servito solo a indicare coloro che si occupano professionalmente dell’amministrazione pubblica. Per chi era più vecchio di noi l’accento cadeva sulla storia, ogni racconto faceva parte di una narrazione più ampia che legava fatti artistici, economici e personali a un’ideologia. I più giovani non hanno quasi mai avuto una visione complessiva della realtà, hanno preferito guardare il mondo attraverso frammenti spezzati, i generi, temendo che una visione più completa potesse soffocare ciò che a loro più interessava.

Non sto ovviamente comparando i giovani di adesso con i sessantenni reduci del ’68, ma i ventenni di ieri con quelli di oggi. La rivoluzione, che teneva unito un impegno concreto e quotidiano a combattere gli aspetti oscurantisti della società per far nascere nuovi comportamenti e nuove idee, che portava a leggere Che Guevara ponendo domande decisive a tutta una generazione, è arretrata nell’utopia e non riesce più a legare la vita individuale a quella collettiva. Rileggere oggi alcuni di quei testi, su aspetti della rivoluzione culturale cinese o su immaginari scenari futuri, può essere imbarazzante. Il ’68 ha lasciato una forte memoria in chi l’ha vissuto e resta un momento molto citato dai protagonisti, ma a rileggerlo oggi non ci si sente sedotti.

Anche su chi come Pier ha avuto un contatto periferico con l’ambiente rivoluzionario, tuttavia, il clima di quelle scelte ha prodotto un effetto profondo. La sensazione che ai grandi sogni di quegli anni siano seguite solo ambizioni professionali ha paradossalmente determinato un orizzonte culturale in cui l’infanzia e l’adolescenza paiono infinite. La nostra generazione è tra queste due aree, e in questo piccolo libro ho provato ad abbozzarne una fisionomia. La linea che ne è venuta fuori non è netta. Sia dal punto di vista del contesto che da quello più prettamente letterario, non ho potuto fare a meno di intrecciare le due tensioni tra cui ci siamo dibattuti: quella storica, ordinatrice, che tenta di descrivere ambiti non personali, e quella letteraria, dove invece le scelte di ogni autore alla fine fanno i conti solo con il nome che firma un libro. Mi sembra però impossibile immaginare una descrizione del mondo che prescinda dal punto di vista del suo estensore e quindi da una prospettiva letteraria, personale. Così come non c’è vera poesia nella cui lingua e nella cui anima non si ritrovino i temi dell’epoca. Siamo nella storia, ma come individui ci siamo irregolarmente, con un senso di disagio e incompletezza che chiede di essere superato attraverso un approfondimento, storico, filosofico, poetico, personale. L’amicizia, lo studio nel suo senso più proprio di amore, sono l’ambito in cui questo allargamento della coscienza è possibile e riusciamo a vedere il movimento che descrive i nostri limiti, che non sono linee scolpite nel marmo ma fiumi che ridisegnano continuamente il proprio corso. Un romanziere alla fin fine non scrive quello che sa, scrive quello che ancora non sa.

Recensioni

Paolo Mauri su: La Repubblica (02/07/2005)

Il nome di Enrico Palandri fa subito scattare nella memoria il suo titolo più fortunato, Boccalone, un romanzo che uscì nel ’79 ed ebbe, come si dice, buona stampa e durevole fortuna, tanto da essere rappresentativo di quegli anni. E proprio a quegli anni Palandri dedica ora un libro, non saprei se più di memorie o di analisi, incentrandolo sulla figura chiave di Pier Vittorio Tondelli. Anzi, semplicemente Pier Tondelli e la generazione (questo il titolo, l’editore è Laterza). Altri libertini di Tondelli esce nel 1980 e Feltrinelli lo ha appena ristampato con la stessa copertina di allora. Rievocando una serata con Pier nella sala della biblioteca di Carpi <>, Palandri osserva: <>.

Su normalità e diversità si discuteva e si sparava, in quegli anni. Basaglia (citato da Palandri) riscattava la diversità dei “matti”. Tutti volevano essere diversi. La generazione di Palandri e Tondelli non volle mai fare gruppo, stilare programmi, dar vita a riflessioni critiche, a differenza della neoavanguardia che a quarant’anni di distanza può ancora “ritrovarsi”. <>, scrive Palandri, <>. In effetti la fortuna postuma di Tondelli la dice lunga sul bisogno di eroi e di miti e il discorso va ben oltre la letteratura. Palandri giudica la contestazione di allora molto simile alla ribellione che abita il mondo del rock. <>. Vero, ma hanno anche corteggiato un po’ troppo la Morte e lì sta il punto, l’handicap di una generazione.

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