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Il cappello a punta

Il cappello a punta
Il cappello a punta
L'ebreo medievale nello specchio dell'arte cristiana
a cura di C. Frugoni
con ill.
Edizione: 2003
Collana: Grandi Opere
ISBN: 9788842069621
Argomenti: Storia dell'arte, Storia delle religioni, Storia medievale
  • Pagine 192
  • 28,00 Euro
  • Al momento non disponibile presso il nostro magazzino

In breve

«Il cappello a punta traccia la storia di un sentimento, l’antisemitismo, a partire dalla sua nascita, al tempo delle crociate, seguendone l’evoluzione lungo tutto il Medioevo: anche i sentimenti hanno una storia. In questo libro le immagini giocano un ruolo fondamentale, adoperate dallo studioso come fonti di peso uguale a quelle scritte, mettendo a frutto un metodo che ancora oggi incontra qualche resistenza, come se gli storici possano solo leggere senza vedere o vedere senza leggere, impossibilitati a penetrare quell’interazione fra testi e immagini che fa parte dell’esperienza di ognuno». Chiara Frugoni

Indice

Prefazione di Chiara Frugoni

Avvertenza

Introduzione. L’arte cristiana: uno specchio del destino ebraico

Note

I. Ritratti e caricature

Note

II. L’iconografia dell’Antico Testamento

Note

III. L’iconografia del Nuovo Testamento

Note

IV. Un messaggio d’amore?

Note

Conclusioni

Referenze iconografiche

Indice iconografico

Leggi un brano

Bernhard Blumenkranz, nato a Vienna il 6 dicembre del 1913 e morto a Parigi il 4 aprile del 1989, è stato uno dei maggiori studiosi di storia ebraica del Medioevo, «directeur d’études» alla sesta sezione dell’École pratique des Hautes Études (dal 1959 al 1968), direttore di ricerca al CNRS, professore all’Università di Parigi III (dal 1970 al 1979), presidente della «Commission française des Archives juives». L’ampiezza delle curiosità e la straordinaria capacità di tradurle in ricerche approfondite, sorrette da una eccezionale cultura, spinsero Bernhard Blumenkranz ad esplorare nella sua intensa carriera scientifica una lunghissima scala temporale, da sant’Agostino a Napoleone.Un uomo schivo, prontissimo nella conversazione, mentre lo sguardo impaziente degli occhi verdi lampeggiava sull’interlocutore: così è rimasto nel mio ricordo. Troppe volte Blumenkranz riteneva che la rapidità delle sue intuizioni, i numerosi progetti avviati non trovassero nei collaboratori e negli editori la desiderata risposta, che avrebbe dovuto avere il piglio netto e sicuro del suo autore. Da qui i numerosi articoli e perfino libri, annunciati di imminente uscita, e invece mai pubblicati. Anch’io sono stata una sua collaboratrice fantasma: Blumenkranz mi aveva proposto di lavorare al volume sulla Synagoga, quel volume indicato nel Cappello a punta come quasi concluso.Passai alcune settimane nella casa parigina stracolma di libri, per familiarizzarmi, come prima tappa, con la difficilissima grafia di Blumenkranz, a trascrivere e a dare ordine a casse di appunti, a volte minuscole striscioline contenenti fulminee osservazioni; giornate monotone ed intense che dovevano superare anche l’austerità del rapidissimo pranzo: l’eterno riso, bollito il lunedì per l’intera settimana. Alla sera però la moglie Noemi (cui Il cappello a punta nell’edizione francese è dedicato attraverso una spiritosa miniatura), mi faceva mettere la testa fuori di casa, accompagnandomi con il suo brio intelligente e garbato.Il volume sulla Synagoga finì per incagliarsi fra le troppe insofferenze di Blumenkranz. Non che egli non fosse un grande realizzatore: basta, a fugare ogni dubbio, scorrere la bibliografia raccolta nelle Mélanges che gli sono state dedicate, dove, accanto a centinaia di articoli, molti dei quali apparsi negli «Archives Juives», la rivista fondata da Blumenkranz, sono elencati volumi di grande impegno, le numerosissime voci per l’Encyclopaedia judaica di cui era il direttore, e opere frutto di convegni organizzati dal medesimo Blumenkranz, come ad esempio l’Histoire des Juifs en France (Toulouse 1972).La mia ammirazione per Bernhard Blumenkranz era nata proprio leggendo l’edizione francese dell’opera che finalmente qui compare in italiano. Un libro uscito nel 1966, per il tempo assolutamente innovatore, ma che ha conservato intatti il suo fascino e la sua importanza. Da allora sono apparsi altri volumi che trattano della percezione dell’ebreo nell’arte medievale cristiana: cito, rapsodicamente, l’ampio catalogo, a cura di Heinz Schreckenberg, della grande mostra del 1996 sugli ebrei nell’arte europea, o i saggi di Wolfgang Seiferth sul rapporto fra sinagoghe e chiese in età medievale, di Sara Lipton sulle figure dell’intolleranza e di Elizabeth Revel-Neher sulla rappresentazione degli ebrei nell’arte di Bisanzio. Pure essendo lavori molto seri e documentati, mi pare però che non uguaglino le qualità, fra di loro strettamente intrecciate, del Cappello a punta: la capacità del suo autore di costruire in poche pagine un panorama vasto ed articolato del rapporto fra ebrei e cristiani nel Medioevo, segnando imparzialmente le dense ombre, ma anche le luci; il tocco leggero con cui tale sintesi è costruita; l’acutezza nel cogliere da un testo o da un’immagine un particolare rivelatore.Il cappello a punta traccia la storia di un sentimento, l’antisemitismo, a partire dalla sua nascita, seguendone l’evoluzione lungo tutto il Medioevo: anche i sentimenti hanno una storia. Le immagini giocano un ruolo fondamentale, adoperate dallo studioso come fonti di peso uguale a quelle scritte, mettendo a frutto un metodo cinquant’anni fa pionieristico, ma che ancora oggi incontra qualche resistenza, come se gli storici possano solo leggere senza vedere o vedere senza leggere, impossibilitati a penetrare quell’interazione fra testi e immagini che fa parte dell’esperienza di ognuno. Blumenkranz è stato invece un grande frequentatore di biblioteche e archivi in tutto il mondo, ma anche di chiese, capitelli, tavole e miniature.

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