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Benedetto Croce Giovanni Laterza

Benedetto Croce Giovanni Laterza
Carteggio 1931-1943
a cura di A. Pompilio
con ill.
Edizione: 2009
Collana: Collezione Storica
ISBN: 9788842089995
Argomenti: Storia del libro e delle biblioteche

In breve

Benedetto Croce e Giovanni Laterza costituiscono un binomio esemplare nella storia della cultura italiana, punto di riferimento per chiunque voglia approfondire la comprensione dell’epoca in cui vissero. Questo carteggio, il quarto della serie, conclude l’edizione integrale del corpus della corrispondenza tra loro intercorsa e offre sulla vicenda una prospettiva privilegiata e di inestimabile valore documentario. Il periodo interessato – dal 1931 all’agosto del 1943, data di morte dell’editore – riveste straordinaria importanza e densità per i drammatici avvenimenti che segnano l’evoluzione politica e culturale della nazione, l’eco dei quali affiora in modo esplicito nelle lettere dei due protagonisti. In un’Italia che vede il regime fascista al culmine della propria parabola, il carteggio testimonia le misure restrittive e i condizionamenti imposti all’attività intellettuale, alla sua produzione e diffusione attraverso l’editoria e la stampa. Un minaccioso susseguirsi di episodi lascia intendere come e quanto la casa editrice sia ormai, principalmente a causa del legame con l’‘oppositore’ Croce, nel mirino delle autorità. Eppure il rapporto di reciproca fedeltà e amicizia, ormai quarantennale, tra il filosofo e il suo editore non ne risulta minimamente offuscato, anzi il legame che li unisce si manifesta semmai in modo più intenso lungo le aspre vicissitudini degli anni della guerra.

Guarda i video della presentazione del Carteggio Croce Laterza presso la sede romana della Casa editrice Laterza, martedì 15 giugno 2010, alla presenza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano:

Indice

Avvertenza - CARTEGGIO - TOMO I: 1931 - 1932 - 1933 - 1934 - 1935 - 1936 - 1937 - TOMO II: 1938 - 1939 - 1940 - 1941 - 1942 - 1943 - Proemio alla «Critica» nel suo XLII anno e commemorazione di Giovanni Laterza - Scritti di Benedetto Croce citati nel volume - Indice dei nomi

Recensioni

Giuseppe Galasso su: Il Corriere della Sera (04/01/2010)


Croce-Laterza: i due tomi del nuovo volume (per inciso, è stato significativo scorgerli sulla scrivania del presidente Napolitano durante il messaggio di fine d'anno) confermano tutto l'interesse di un rapporto epistolare quasi senza uguali, e non solo in Italia (Istituto italiano per gli studi storici, Benedetto Croce - Giovanni Laterza, Carteggio. 1931-1943, a cura di Antonella Pompilio, Laterza).

Qui si legge la corrispondenza degli anni di più trionfante regime fascista. I segni ne sono molteplici. Gentile, irritato da critiche di Croce a una sua iniziativa per l'Istituto di cultura fascista, maltratta De Ruggiero («s'è imbestialito peggio di un elefante, e s'è sfogato su De Ruggiero», Laterza, 21 febbraio 1931). Croce crede (24 febbraio 1931) che la Mondadori, «dopo averlo composto e impaginato, non pubblichi uno scritto di Alfredo Frassati, già proprietario de «La Stampa» e noto liberale giolittiano, perché «impaurita del nome dell'autore». E «la paura è di moda», continuava, ma notava pure la nomina del Frassati «a capo di una grande società industriale, il che vuol dire col consenso del governo». Così, per la traduzione del libro di H. J. Laski, Liberty in the Modern State, da lui ritenuto «eccellente» e di «molto onore» per l'editore, Croce consiglia (6 aprile 1931) di «togliere cinque o sei piccole e incidentali citazioni di cose italiane presenti»: «Mettendomi nei vostri panni, voglio abbondare in prudenza».

Questo solo nelle prime 30 delle oltre 1.500 pagine del volume, sicché non si finirebbe più di citare. Vale la pena, però, di ricordare una risposta (30 ottobre 1935) di Laterza ad Arnoldo Mondadori, che gli chiedeva a che cosa attribuire «la decadenza letteraria nostra e la poca vendita» di libri. «La cosa - scriveva - non deve meravigliare, dal momento che anche gli uomini di pensiero ora, per la propria incolumità, sieno essi scrittori o lettori, debbono tenere una maschera a portata di mano.» Si riferiva perciò ai «giardini zoologici», dove gli animali privati della libertà, anche se bene alloggiati e nutriti, intristiscono, «non si riproducono o danno elementi sempre scadenti e scemi». E Croce, avutane copia, gli diceva (2 novembre) di aver «letto con piacere la giusta e arguta risposta al Mondadori».

Né c'era solo il fascismo. La Storia d'Europa nel secolo decimonono, appena apparsa, fu messa all'Indice dal Sant'Uffizio. Croce ne scriveva a Laterza ricordando (16 luglio 1932) che erano stati messi anche Dante e Machiavelli («consolatevi pensando che lo stesso vi sarebbe intervenuto se Dante o Machiavelli vi avessero scelto per loro editore»). Ma per Laterza (18 luglio) era una notizia come le altre «di cronaca», e non vi avrebbe pensato se non per «la gente che viene a congratularsi ed un certo risveglio nelle richieste del libro». Editore com'era anche di Dante e Machiavelli, il suo «maggiore orgoglio» era di «essere l'editore di Benedetto Croce».

Si sarebbe poi giunti nel 1939 al sequestro di volumi di autori ebrei (anche del Cinquecento!), della stessa rivista («La Critica») che Croce pubblicava col suo editore dal 1902, e poi alle minacce per le storie d'Italia e d'Europa di Croce, alle angosce per la guerra, alla caduta di Mussolini (Laterza a Croce, 28 luglio 1943: «Ella è presente quanto mai nel pensiero di tutti i componenti Casa Laterza. Sia lodato Iddio!»).

Innumerevoli motivi di interesse, dunque. La cifra propria del carteggio è, però, sempre quella culturale. È la cultura europea e italiana di allora che passa sotto i nostri occhi, nel segno di un estremo rigore di critica e di stile. Croce lo praticava anche verso i suoi amici più cari, come con Fausto Nicolini per la non puntualità e il disordine nel lavoro (10 febbraio, 12 giugno e 6 ottobre 1938) e per le sue errate polemiche manzoniane (8 novembre 1937), ma Laterza non gli era in ciò da meno.

In effetti, il filosofo e l'editore potevano dirsi tutto. Partecipavano entrambi delle loro vicende familiari. Laterza accompagna Croce a un congresso letterario a Budapest nel 1931, si preoccupa per le sue proprietà in Puglia, solidarizza con le sue idee, non gli nasconde nessuna obiezione a cui pensi, anche se non fa nulla senza ascoltarne il consiglio e, quasi sempre, seguirlo, grato della floridezza e del prestigio che veniva alla sua azienda dalla bontà delle idee e dei consigli di Croce. Un'amicizia personale e familiare, editoriale e culturale perfetta? È imprudente, ma in questo caso si è proprio tentati di rispondere sì.

Tullio Gregory su: Il Sole - 24 ore (10/01/2010)


«Attraverso la collaborazione di Giovanni Laterza [Croce] difende un patrimonio di cultura; conserva aperta una circolazione di idee; forma su una linea precisa un fronte di resistenza intellettuale; offre alle scuole e agli educatori libri senza menzogne, serii, validi... Sui libri che fece leggere agli italiani, con la collaborazione di Giovanni Laterza, si formarono così liberali come socialisti e comunisti, così idealisti come materialisti. E di questo debito deve rendere atto anche chi oggi veda i limiti di una pur grande opera».

Queste parole di Eugenio Garin ci sono tornate in mente leggendo i due tomi che concludono la corrispondenza fra Benedetto Croce e Giuseppe Laterza*, negli anni 1931-1943; sono gli anni del "consenso", della legislazione razziale, della guerra, della fine del fascismo. Vi si legge non più solo in filigrana ― come sfogliando i cataloghi dell'editore pugliese ― ma in diretta, la quotidiana tessitura di una rete di rapporti e di scelte editoriali che fecero di Laterza, in un clima sempre più cupo di controlli e censure, il punto di incontro e di riferimento per quanti avevano ancora fiducia nei compiti della ragione e nei valori delle libertà civili.

Come è noto, i rapporti fra Benedetto Croce e Giuseppe Laterza erano iniziati nel 1901 e già allo scoppio della Prima guerra mondiale dal sodalizio fra il filosofo napoletano e il giovane editore pugliese era nata una realtà nuova, si era definita e affermata la biblioteca della nuova Italia, secondo scelte e prospettive che eserciteranno un'influenza decisiva sulla cultura italiana per molti decenni, ben oltre il "pontificato" di Benedetto Croce. Dopo la crisi postbellica, con l'avvento del fascismo e la contrapposizione (1925) dei due "manifesti", quello degli intellettuali fascisti promosso da Gentile e la risposta di Croce, la resistenza culturale e morale al regime troverà in Laterza il veicolo privilegiato se non esclusivo.

Sono gli anni nei quali più impegnata diveniva la meditazione di Croce sui rapporti fra etica e politica, fra storiografia e vita morale: si affermava sempre più nettamente una concezione della storia come storia della libertà. La «religione della libertà» costituirà il capitolo introduttivo ― quasi un manifesto ― della sua Storia d'Europa nel secolo decimonono (1932) cui seguirà La storia come pensiero e come azione (1938): due libri fondamentali di un crocianesimo civile nel quale si riconoscevano uomini di formazione culturale e di idee politiche diverse, ma tutti impegnati in quella che Croce stesso definiva «guerra di religione» tra libertà e totalitarismo, tra ragione e fanatismo. Non a caso la Storia d'Europa pubblicata ai primi di febbraio del '32 andò subito esaurita. Giuseppe Laterza, che il 5 febbraio aveva telegrafato a Croce: «Orgoglioso annunzio messa in luce Storia Europa», il 15 scrive: «La prima edizione di 3.000 copie si è esaurita in otto giorni» e gia propone una nuova edizione. Ma quando nel '38 comparve La storia come pensiero e come azione, la Questura di Napoli ― forte di nuove disposizioni in materia di stampa e di censura ― ne bloccava la distribuzione insieme al contemporaneo volume di Antonio Labriola La concezione materialistica della storia. La ferma reazione di Croce ― che suggeriva a Laterza come protestare presso il ministero della Cultura Popolare (ma gli appunti stessi di Croce avevano ampia circolazione) ― provoca l'intervento di Mussolini che fa concedere il nulla osta. Così per La critica, soppressa (1940) poi autorizzata per l'intervento del Duce: «Mussolini, scrive il ministro Alessandro Pavolini a Laterza, non vuole propinare al filosofo nessuna coppa di cicuta». Ma il 26 febbraio 1942 Giuseppe Laterza avverte Croce: «La Questura ha comunicato che occorre ritirare dal commercio la sua settima edizione della Storia d'Italia». Frattanto anche le leggi razziali e la "bonifica libraria" del regime avevano provocato nel 1939 il sequestro di 22 libri di autori ebrei o sull'ebraismo: da Leone Ebreo a Freud, da Leonardo Olschki a Paolo Treves, da Giorgio Foot Moore ad Attilio Momigliano.

I controlli su Laterza si infittiscono e sono ampiamente testimoniati nelle lettere degli anni della guerra; i rapporti di polizia insistono: la casa editrice Laterza è «da tempo ricettacolo di fermenti intellettuali antifascisti» animati dal «noto oppositore, senatore Benedetto Croce». Di qui perquisizioni e arresti: «Ieri, scrive Giuseppe Laterza ad Adele Croce (26 marzo 1942), mentre io col piccolo Giovanni ero nel pollaio, si presentarono in villa tre galantuomini, che poi seppi essere agenti della R. Questura, venuti a perquisire la casa, come infatti fecero, mentre era pronta la colazione; nello stesso tempo fummo avvisati da Lina che contemporaneamente lo stesso avveniva negli uffici della libreria, della cartoleria, a casa di Pasquale, dell'ingegnere, di mia cognata, il cui figlio è al fronte, e nello stabilimento. Insomma tutta la R. Questura di Bari era stata mobilitata per casa Laterza e continua ancora oggi a esaminare in Questura anni di corrispondenza di autori e del Senatore».

Finalmente il 25 luglio 1943 sembra costituire la fine di un incubo e apre nuove speranze: Giuseppe Laterza, malato (morirà il 21 agosto), fa scrivere sulle lettere in partenza «sia lodato Dio» e invia a Croce un telegramma: «In questa ora solenne rivolgo commosso affettuoso pensiero a Voi padre della nostra libertà».

A chiusura dell'avvincente lettura di questi volumi metteremmo ancora una volta, quale commento, le parole che Croce indirizzava a Giuseppe Laterza il 5 dicembre 1910, dopo il primo decennio della loro collaborazione: «Alla mia morte, chi frugherà tra le mie carte troverà la storia vera dei nostri rapporti, e dovrà inchinarsi».

* Qui e ovunque di seguito si intende Giovanni Laterza, fondatore della Casa editrice e corrispondente di Benedetto Croce, come detto correttamente nel primo paragrafo [NdR]

Nello Ajello su: La Repubblica (12/01/2010)


Sobrietà, compostezza, rispetto e affetto reciproco, pacata ironia. Sono le qualità che illustrano un carteggio fra i più significativi della cultura del primo Novecento: quello che intercorse per oltre quarant'anni, dal 1901 al 1943, fra un filosofo, Benedetto Croce e un editore, Giovanni Laterza. La stessa casa editrice ne ha appena pubblicato il quarto e ultimo volume in due tomi (Benedetto Croce, Giovanni Laterza, Carteggio 1931-1943).

Gli interlocutori godevano, quando l'epistolario ebbe inizio, di una notorietà assai diversa. Il ventottenne Giovanni Laterza ― vero fondatore dell'azienda, anche se essa s'intitola a suo padre Giuseppe - ha ventott'anni. E' un provinciale con il gusto degli affari, desideroso di dilatare l'originaria attività di titolare d'una cartolibreria (preceduta, a sua volta, dal mestiere di barbiere, che egli esercitò da giovanissimo durante una breve emigrazione da Bari a Milano). L'altro, il trentacinquenne Croce, ha appena dato alle stampe L'Estetica presso l'editore Sandron di Palermo.

Appena nata, o quasi, la «Gius. Laterza & figli» elesse nella persona di Croce un mentore e un supervisore. La decisione era oculata, ma implicava una dialettica continua fra le ragioni commerciali e quelle attinenti alla cultura. A sostegno di simili esigenze, talora opposte, c'era la personalità dei contraenti.

Potrà chiarire le idee in proposito una lettera datata Napoli 4 giugno 1904. «Caro Laterza, credo che fareste bene ad astenervi dall'accettare romanzi, novelle e letteratura amena», privilegiando, invece, «libri politici, storici, di storia antica, di filosofia». Siate, insomma, «editore di roba grave». Il mittente, Benedetto Croce, aveva sottolineato le ultime due parole: roba grave. Entro i limiti di una comprensibile deferenza, Giovanni Laterza informava a volte Croce di non volersi rassegnare «alla triste realtà di seguirla ciecamente». Sarebbe, spiegava, «come veder sparire la mia personalità».

Conosce momenti gustosi la contesa fra questi due patriarchi, l'editore e il filosofo. Nell'ultima tranche della loro corrispondenza, ora in libreria, l'eco delle antiche schermaglie appare attenuata. Croce rimane un cliente esperto e minuzioso.

Tempesta l'amico editore di richieste di bozze. Suggerisce copertine, frontespizi, impaginazione, caratteri tipografici, qualità di carta. Raccomanda di continuo più «scrupolosa correzione». Illustra appena possibile la sua contrarietà all'uso della linotype in luogo della composizione a mano. Segnala disguidi ed errori. Intima: «Dovete fare a modo mio». Lesina il proprio «si stampi» se l'insieme non lo convince. Respinge ogni scusa: «Non è per me una ragione che i compositori sono distratti». A tutto questo Laterza è abituato: «Disposi per la segnalazione indicatami», risponde con rispettosa concisione.

Con il traino di Croce, intanto, la Laterza ha fatto molta strada. Basta guardare i titoli delle collane in corso: dalla "Biblioteca di cultura moderna" ai " Classici della filosofia", agli "Scrittori d'Italia". Gli intellettuali italiani di maggiore fama si riconoscono nella casa barese. I loro nomi spuntano accanto a note firme internazionali, da Max Weber a Friedrich Nietzsche, fino a Karl Vossler, Georges Sorel, Henri Bergson.

Allievi più o meno giovani del filosofo sono associati alle fortune laterziane, e si chiamano Nicolini, Omodeo, De Ruggiero, Luigi Russo, Leone Ginzburg, Ada Marchesini Gobetti, C. L. Ragghianti, Mario Vinciguerra, Nino Cortese, Alfredo Parente. A loro, da Napoli, il supremo "sponsor" si sforza di assicurare compensi non troppo magri. «Potete largheggiare con il buon Parente», raccomanda all'editore. Oppure: «Trattate Ragghianti con qualche larghezza».

Mentre, negli anni maturi della corrispondenza la contesa fra Croce e Gentile appare quasi archiviata per desuetudine, divampano le difficoltà nei rapporti fra la casa editrice e il fascismo in genere. Quella di sopravvivere al regime fu l'impresa cui si dedicò Giovanni Laterza: intendeva non tanto opporsi a esso ― il che era impossibile ― quanto nel metterlo fra parentesi. Sul frontespizio d'un catalogo Laterza si legge: «Novembre 1938. Anno XXXVIII». Quello espresso in cifre romane non è il numero che indica l'era fascista, come usava allora. Si riferisce ― trasgressione non casuale ― alla casa editrice, nata appunto nel 1901. Questa disarmonia nella "datazione" oggi stupisce.

All' epoca, doveva colpire di più. Erano tempi duri. Vari libri entravano in difficoltà con la censura. «Io noto in Italia una sorta di ebetudine», scriveva Benedetto a Giovanni. «Bisogna avere fiducia nell'avvenire e coraggio nel presente. Passerà».

A Laterza il coraggio non mancava. Né lo humour. Reagendo alla proibizione di pubblicare libri di ebrei, cosi riassumeva, ad uso del filosofo, i propri umori: «Nel latifondo di casa Laterza, senza voler sfidare la volontà del Signore, c'è posto per la sinagoga e per i templi di tutte le religioni». E, in una lettera a un altro corrispondente (23 agosto 1938), osservava: Penso «che l'unico mezzo sicuro per riconoscere gli ebrei sia di accertarsi se sono o no circoncisi. Per noi editori la cosa comincia a diventare preoccupante e credo che da ora in avanti, prima di prendere in esame un qualsiasi manoscritto di persona nuova converrà far subire una verifica de visu et de manu». Il commento di Croce è a volte ispirato a una bonomia apparente. «Ma a che abbiamo arrivato!, diceva un mio amico napoletano». Ma di fronte a una precisa minaccia censoria che riguarda un suo volume, La poesia, inclina al tragico: «Meglio morire!».

Nell' epistolario non si parla solo di libri e di autori. Le famiglie Croce e Laterza sono amiche. La signora Adele, moglie del filosofo, chiede all'editore impegnativi interventi in materia d'affari («un campo così ostico al suo spirito»), soprattutto in relazione a certi interessi fondiari in prossimità di Foggia, di cui il marito non ha né voglia né capacità di occuparsi.

Scoppia la guerra. I Croce lasciano Napoli, sconvolta dai bombardamenti, per rifugiarsi a Sorrento, in una villa detta «del Tritone», che il capofamiglia giudica «troppo elegante per le mie abitudini» (ma, aggiunge, «non s'è trovato altro»). Laterza è angosciato per i familiari in armi o prigionieri.

La repressione culturale si fa più recisa. Interrogatori, perquisizioni, pedinamenti, carcere o confino affliggono la casa editrice e gli intellettuali che per essa lavorano: ne sono vittime fra gli altri Ragghianti, Luigi Russo, Ernesto De Martino, Tommaso Fiore.

Vengono presi di mira ― segnala un rapporto di polizia ― quei testi che «per lo stile e la forma del pensiero si ritengono provenienti o quanto meno ispirati dal senatore Benedetto Croce».

L'editore barese e i suoi figli Nino e Franco ricevono dalla Pubblica Sicurezza una «diffida premonitoria» densa di minacce.

Giovanni tenta di scherzarci su: «Così noi, che non ci occupiamo di politica, potremo un giorno essere inscritti nell'albo d'oro della patria, insieme a De Sanctis, Settembrini, Poerio ecc.».

Laterza, malato da tempo, muore il 21 agosto 1943, poco più che settantenne. Croce scomparirà il 20 novembre 1952. Nove anni che segneranno nella vita del filosofo una rinascita nella libertà. Privilegio di cui l'arguto editore non potrà godere.

Corrado Ocone su: Il Mattino (18/01/2010)


I lungo carteggio fra Benedetto Croce e il suo editore Giovanni Laterza, di cui l'editore barese pubblica ora gli ultimi due tomi (che coprono un arco temporale che va dal 1931 al 1943 per la cura di Antonella Pompilio e dell'Istituto Italiano per gli Studi Storici), si presta a vari tipi di riflessioni non solo culturali, ma sociali e politiche.Riflessioni approfondite che sicuramente storici e filosofi svilupperanno compiutamente. Pensando invece alla nostra contemporaneità, può tornare utile considerare solo l'aspetto più generalmente umano dell'epistolario che, facendoci entrare nella psicologia e nelle motivazioni del comportamento di due grandi esponenti della borghesia meridionale, ci fa forse capire anche, in concreto, cosa significhi essere o avere la responsabilità di classe dirigente. E ci fa anche capire, per differenza, la lontananza dell'attuale personale politico e degli attuali operatori culturali (in senso lato) del Mezzogiorno d'Italia dall'ideale comportamentale ivi delineato.Pur nella differenza delle personalità e dei caratteri, Laterza e Croce sono consapevoli di compiere, con il loro lavoro, un'opera che potremmo definire di educazione culturale e civile per l'Italia intera. Un'opera che diventa, negli anni del fascismo, certamente più difficile e complessa (tanto che Croce spesso suggerisce all'amico, che è fatto oggetto di attenzione da parte delle polizie del regime, cautela e «onesta dissimulazione»), ma anche più necessaria e indispensabile per il nostro Paese. E ciò in previsione della rinascita alla democrazia e alla libertà in cui i due, con un encomiabile ottimismo della volontà, continuano a credere nonostante tutto anche nei momenti più bui («passerà!», dice spesso il filosofo a conforto suo e dell'amico).Il primo elemento che contraddistingue una classe dirigente degna del nome è la consapevolezza di servire, con la propria azione, l'interesse generale di una società o di un gruppo umano: di saper guardare oltre l'angusta e corta visuale del proprio tornaconto personale e immediato, il particulare di guicciardiniana memoria. Laterza è consapevole del fatto che, se è diventato un editore importante, da piccolo cartolaio-tipografo barese qual era, è perché ha pubblicato con criterio, secondo un progetto editoriale compiuto e organico teso a costruire la «cultura della nuova Italia», non badando all'effimero successo commerciale del momento. Ed è perché ha trovato, sulla sua strada, un consigliere di eccezione, all'altezza dell'ambizioso progetto, di cui si è sostanzialmente fidato e di cui ha accettato, a volte a malincuore, anche le scelte editoriali che sul momento gli sembravano meno profittevoli. Croce, d'altronde, era consapevole sia della propria statura intellettuale sia del ruolo che con il suo amico si era assunto: quando, raramente, Laterza agisce in autonomia, con molta franchezza non esita a rimproverargli gli errori. E ciò nonostante, e anzi proprio in virtù del fatto, che nel frattempo i due fossero diventati, dopo una lunga comunanza, amici stretti, con un sentimento che, come è documentato nell'epistolario, coinvolgeva anche le rispettive famiglie, a cominciare da mogli e figlie. Un solo esempio: dopo una stroncatura a firma importante di un libro pubblicato nella Biblioteca di cultura moderna, il filosofo napoletano, dopo avergli fatto notare di averlo messo in guardia senza successo dal pubblicarlo («se mi foste stato a sentire»), osserva, nella lettera del 26 novembre 1935, che la stima della casa editrice «è grande, per la severa scelta che si è usata finora». Poi, con una punta di amichevole perfidia, aggiunge: «Ma mi è stato detto da più d'uno che parecchi volumi degli ultimi tempi sono segni di decadenza. Posso affermare che si tratta di volumi non raccomandati da me. Scusate se vi dico, nel vostro interesse che è come il mio stesso, di essere più attenti alle insidie che vi si tendono dai mediocri scrittori. E finché io campo, ricorrete al mio giudizio». E particolarmente significativo è poi anche, dal nostro punto di vista, la massima di insegnamento generale che Croce si sente di poter trarre dal suo modo di vedere la faccenda. «Certo può darsi che un cattivo libro, almeno nei primi tempi, si venda. Ma il vantaggio di questa vendita non compensa lo scredito della collana». E una collana screditata è destinata ad essere presto dimenticata. Seguire l'interesse momentaneo, detto altrimenti, non serve nemmeno allo stesso interesse, se si sa guardare con profondità.C'è in Croce soprattutto, ma anche in Laterza, una sorta di calvinismo, un'ideale di disciplina, sobrietà, rispetto dei tempi lunghi della politica e della storia, che è l'esatto contrario di quanto oggi è dato vedere intorno a noi. Ed anche una prospezione internazionale (si produce e si segue una cultura cosmopolita, come attestano molte di queste lettere), che sembra perdersi negli appelli ai localismi e ai federalismi male intesi delle classi dirigenti dell'oggi. Certo, i tempi sono completamente altri. Ma se solo recuperassimo un po' di questa tonalità passata, le cose per il nostro povero Sud potrebbero cominciare a girare in un altro verso.

Antonio Patuelli su: QN (04/02/2010)


Cent'anni fa, il 26 gennaio 1910, Benedetto Croce venne nominato Senatore (allora erano tutti a vita) su proposta del Governo Sonnino. Fra i documenti che "don Benedetto" (così era laicamente definito per rispetto) presentò al Senato per la "verificazione dei titoli dei nuovi Senatori" vi erano anche i "certificati di agenzie delle imposte e bollette esattoriali per comprovare le somme pagate per imposte dirette". La "convalidazione dei titoli a senatore" (allora occorreva per l'efficacia della nomina) avvenne con 84 senatori favorevoli e 9 contrari.

Quasi in concomitanza con questo centenario sono stati pubblicati i due ponderosi tomi dell'ultimo volume del monumentale carteggio che intercorse fra Benedetto Croce ed il suo editore Giovanni Laterza dal 1901 al 1943 per un totale di oltre cinquemila lettere. I due ultimi tomi (a cura di Antonella Pompilio, Laterza editori) riguardano gli anni 1931-1943, i più difficili per la libertà delle attività di Croce e Laterza. Per la casa editrice barese "don Benedetto" non era soltanto il più illustre autore, ma la guida morale e culturale operativa che selezionava e controllava i testi da pubblicare.

Il carteggio è anche una specie di diario dal quale emergono il fervore di laboriosità culturali ed i viaggi di Croce e Laterza. In quegli anni le Poste erano molto celeri: in uno o due giorni le lettere ed i plichi con le tantissime bozze di stampa circolavano da Bari a Napoli, dove viveva Croce, al Piemonte dove si trasferiva per la villeggiatura ad Arcore, vicino a Milano, nella grande villa allora di Alessandro Casati, molto amico di "don Benedetto". (Croce andava spesso anche a Foggia dove possedeva l'azienda agricola di famiglia). Solo negli anni della seconda guerra mondiale il servizio postale peggiorò. I treni erano i più rapidi mezzi di trasporto, sicuri ed efficienti, con tempi di viaggio comparabili a quelli odierni (salvo che per le linee ora ad alta velocità).

Fra il 1931 ed il '43 Croce si recò, però, ben poche volte a Roma dove il regime aveva svuotato gran parte delle libertà parlamentari del vecchio Senato che "don Benedetto" aveva attivamente frequentato fino alla fine degli anni Venti, mentre continuò a mantenere rapporti con la Biblioteca di Palazzo Madama come ha documentato Giovanni Spadolini. Il suo ultimo discorso in Senato fu quello del 1929, critico verso i mussoliniani Patti Lateranensi.

Gli anni Trenta furono in particolare caratterizzati dal successo della pubblicazione della "Storia d'Europa nel secolo decimonono" di Croce che venne tradotta nelle altre lingue europee, anche in quelle minori, e negli USA. Le tirature erano di pochissime migliaia di copie, ma le idee circolavano, pur distanti dalle controversie politiche di allora. Progressivamente i testi di Croce e di Casa Laterza subirono le crescenti disposizioni dell'occhiuta censura dei tempi che prevedevano il deposito preventivo dei testi prima alle Procure del Re e poi alle Prefetture, prima di mettere in commercio i volumi. Atti vandalici alla tipografia si alternarono a sequestri di volumi, poi messi in circolazione dopo vari ricorsi, talvolta anche a Mussolini che evidentemente temeva maggiormente i contraccolpi internazionali delle notizie sulla censura a Croce che era un'autorità morale e culturale europea. Ma varie iniziative statali meno appariscenti boicottarono le attività culturali di Croce e Laterza: nel 1933 il governo inviò una circolare a tutti i Presidi per far disdire gli abbonamenti delle biblioteche scolastiche alla Critica, la rivista diretta da Croce che nel 1940 fu anche soppressa (e poi ancora autorizzata). Ma Croce proseguì sempre con decisione nella sue laboriose attività avvalendosi anche della collaborazione della vedova di Piero Gobetti per la traduzione di opere estere.

Nel giugno del '43 la repressione arrivò anche ad incarcerare a Bari otto esponenti al gruppo liberale e laico che gravitava attorno alla casa editrice, fra i quali Nino Laterza e affermati uomini di cultura come Guido De Ruggiero e Guido Calogero. Ma il regime era agli sgoccioli e, caduto il fascismo il 25 luglio, i Laterza scrissero un memorabile telegramma a "don Benedetto": in quell'"ora solenne" inviarono un "commosso affettuoso pensiero a Voi padre della nostra libertà". Si trattava dell'epilogo anche della vita di Giovanni Laterza, non delle attività di Croce che proprio dal 1943 assunse anche impegni istituzionali e politici per imprimere il massimo possibile di principi liberali alla democrazia italiana che stava allora rinascendo.

Giancristiano Desiderio su: Liberal (04/02/2010)


Il sodalizio di cultura e amicizia di Benedetto Croce e il "suo" editore Giovanni Laterza, da cui di fatto nacque e crebbe la Casa editrice Laterza, durò oltre quarant'anni. Dieci lunghi decenni di lavoro e imprese con nel mezzo la prima guerra mondiale ― prima guerra europea, come a volte scrive Benedetto Croce ― il Fascismo e poi, sul calare della sera della vita di Giovanni Laterza, il secondo conflitto mondiale e la fine del Fascismo.

Quando venne la conclusione politica del regime di Benito Mussolini, il 25 luglio del 1943, Laterza era ormai da tempo costretto a letto a combattere il male che di lì a meno di un mese lo avrebbe condotto alla morte. Ma il 26 luglio, quando gli portarono la notizia della caduta di Mussolini, Giovanni Laterza dal letto in cui giaceva dispose che a capo delle lettere e fatture di quella giornata si scrivesse: «Sia lodato Dio». Infatti, il 28 luglio 1943 Laterza scriveva a Croce questa breve ed essenziale comunicazione: «Ella è presente quanto mai nel pensiero di tutti i componenti Casa Laterza. Sia lodato Iddio».

La storia quarantennale ― storia più unica che rara ― del sodalizio tra Laterza e Croce rivive ora nei quattro volumi del Carteggio Croce-Laterza curati da Antonella Pompilio e pubblicati, naturalmente, dalla Laterza insieme all'Istituto Italiano per gli Studi Storici voluto e fondato da Croce nel suo Palazzo Filomarino qualche anno dopo la morte dell'editore delle sue opere e della rivista La Critica.

I primi tre volumi erano stati pubblicati negli anni addietro, mentre ora è uscito l'ultimo libro composto da due tomi che raccolgono le lettere dal 1931 al 1937 e dal 1938 al 1943. Una ricostruzione minuta dell'epistolario tra Croce e Laterza che mostra come i due lavorassero quotidianamente, ognuno nel suo campo e nel suo ruolo ma con profittevoli scambi di idee, e in particolare il lavoro culturale che creavano giorno dopo giorno fosse per loro una religione o un modo di stare al mondo. I due ultimi tomi di questo imponente carteggio ci offrono la possibilità di leggere la corrispondenza negli anni in cui il regime fascista letteralmente trionfava e faceva sentire la sua presenza e i segni della sua censura.

Qualche esempio: Giovanni Gentile, arrabbiato per alcune critiche di Benedetto Croce a un suo lavoro per l'Istituto di cultura fascista, tratta male Guido De Ruggiero e Laterza, allora, scrive a Croce il 21 febbraio del 1931: «S'è imbestialito peggio di un elefante, e s'è sfogato su De Ruggiero». A sua volta Croce ritiene che la casa editrice Mondadori, «dopo averlo composto e impaginato», non stampi più uno scritto di Alfredo Frassati, già proprietario de La Stampa, nonché liberale giolittiano, perché «impaurita del nome dell'autore». «La paura è di moda», scriveva Croce nella lettera del 24 febbraio 1931, eppure notava anche che il Frassati era stato nominato «a capo di una grande società industriale, il che vuol dire col consenso del governo».

A proposito della Mondadori, c'è una risposta di Giovanni Laterza, 30 ottobre 1935, proprio ad Arnoldo Mondadori che gli chiedeva a che cosa attribuire «la decadenza letteraria nostra e la poca vendita di libri» che merita di essere ricordata perché ci fanno capire di che pasta era fatto l'«editore crociano».

Eccola: «La cosa non deve meravigliare, dal momento che anche gli uomini di pensiero ora, per la propria incolumità, sieno essi scrittori o lettori, debbono tenere una maschera a portata di mano».

Quindi aggiungeva che «ai giardini zoologici, là dove ci sono animali privati del movimento e della libertà e pur bene nutriti e sistemati, le povere bestie «non si riproducono o danno elementi sempre più scadenti e scemi». Così Benedetto Croce, dopo aver letto la risposta di Giovanni Laterza ed Arnoldo Mondadori, gli scriveva e diceva di aver «letto con piacere la giusta e arguta risposta al Mondadori».

Nel 1932 Laterza pubblicò la Storia d'Europa nel secolo decimonono. Le opere storiche di Benedetto Croce scritte e pubblicate sotto il Fascismo non hanno solo un valore conoscitivo, ma anche politico e morale (e, va detto, hanno l'un valore perché ne hanno anche l'altro). Quando il libro uscì, la Chiesa pensò bene di metterlo all'Indice e Croce il 16 luglio così scriveva a Laterza: «Leggo sulla Stampa che la Storia d'Europa è stata messa all'Indice. Spero che la cosa non vi turberà. All'Indice sono state messe tutte le opere politiche italiane di qualche importanza a cominciare dalla Monarchia di Dante Alighieri e a continuare col libro del Machiavelli. Cosicché consolatevi pensando che lo stesso vi sarebbe intervenuto se Dante o Machiavelli vi avessero scelto per loro editore».

A questa missiva così rispondeva da Bari il 18 luglio Giovanni Laterza: «Mio caro Amico, appresi la notizia che la sua Storia d'Europa è stata messa all'Indice dalla Congregazione del Santo Uffizio sabato mattina alle sei su La Gazzetta del Mezzogiorno e fu per me come una qualsiasi notizia di cronaca, alla quale non avrei ripensato se non me ne dessero l'occasione la gente che viene a congratularsi ed un certo risveglio nelle richieste del libro».

E continuava: «Ella dice bene che il caso mi sarebbe già accaduto se Dante o Machiavelli mi avessero scelto a loro editore, ma devo però assicurarla che non ho dato importanza, eppoi, dovendo io essere editore anche dei su lodati Signori, per circostanze di fatto a cui Ella mi ha indotto, per molte ragioni di non disprezzabile importanza, il mio maggior orgoglio, intanto, è di essere l'editore di Benedetto Croce! Volevo mettere su La Critica una fascetta con l'indicazione che la Postilla riguarda i Metodi clericali ma non ho voluto speculare, non ho aumentato la tiratura; ho invece tirate 200 copie della Postilla e le ho ben distribuite». Questo era il carattere dell'uomo che faceva motivo di merito esser lui l'editore di Benedetto Croce.

Gianpasquale Santomassimo su: Il Manifesto (14/03/2010)


La grande miniera dei carteggi crociani sta inevitabilmente per estinguersi, ma continua a offrire contributi ed edizioni di grande pregio. È in corso anche la catalogazione informatica dell'intero carteggio, che va dal 1883 al 1952 per una consistenza che supera i centomila documenti (a cura della fondazione «Biblioteca Benedetto Croce», con un lavoro di schedatura per adesso arrivato al 1927, per oltre 51.000 lettere).

Corrado Ricci fu esponente della cultura positivistica da Croce avversata, studioso di arte, letteratura e archeologia ma soprattutto attivo con esiti discussi nelle istituzioni artistiche. Un rapporto con Croce che si snoda attraverso un fitto dialogo erudito, duraturo ma mai profondo, tra il 1890 e il 1925. In realtà il rapporto si era interrotto, da parte di Croce, al momento dell'instaurazione della dittatura fascista e della adesione di Ricci al Manifesto degli intellettuali fascisti promosso da Gentile. Senatore dal 1923, Ricci aveva seguito con zelo che a Croce parve eccessivo l'avventura di Mussolini (da lui «corteggiato e riverito», scriverà nel 1944). Solo dopo la morte di Ricci, nel 1934, Croce scrisse alla vedova per manifestare profonda tristezza, tanto maggiore per il distacco, inevitabile, intervenuto («l'ideale e la passione politica ora infrangono perfino i rapporti personali e privati, e costringono ciascuno a tenersi nel campo che la coscienza gli assegna. È cosa che supera i nostri affetti e le nostre volontà individuali»).

C'è un particolare tristissimo, capace di descrivere bene la miseria del tempo, come la vuotezza dei discorsi ricorrenti sul carattere «blando» del razzismo fascista, che emerge nella informatissima Introduzione di Clotilde Bertoni: la vedova del senatore fascista gli sopravvivrà per undici anni, ma già «discriminata» in quanto ebrea, chiuderà i suoi giorni in una clinica per malattie mentali dove era nascosta per sfuggire ai rastrellamenti e alle deportazioni. Ben altra centralità ha ovviamente, nella vicenda intellettuale di Croce, il carteggio con Giovanni Laterza, di cui esce ora, a cura di Antonella Pompilio, il quarto e conclusivo volume, diviso in due tomi, che abbraccia gli anni dal 1931 al 1943. Il legame con l'editore pugliese fu fondamentale nella «politica culturale» che Croce riuscì ad attuare dall'inizio del secolo con pochi mezzi, senza occupare posizioni di potere politiche o accademiche, ma basandosi su un'autorevolezza crescente e poi stabilmente acquisita. Fu fin dall'inizio il Laterza, su consiglio di Croce, «editore di roba grave», non di romanzi ma di saggi e classici del pensiero e della letteratura, senza per questo rinunciare a una sua autonomia e alla ricerca di un mercato, non necessariamente rispondente all'impronta crociana.

Gli anni in cui si dipana quest'ultima corrispondenza, imponente e minuta, sono segnati dal rapporto con il fascismo e con la sua censura, talvolta occhiuta, in altri casi sprovveduta, dagli aggiustamenti necessari e omissivi (soprattutto nelle traduzioni di autori stranieri che accennano ai fatti italiani). Malgrado questo, prende corpo il disegno coerente di una produzione culturale che sa guardare fuori d'Italia e oltre il fascismo, e che riesce a far convergere due generazioni di una Italia diversa rispetto a quella ufficiale.

Accanto alla censura, è forse più insidiosa la sensazione di isolamento che talvolta sembra prevalere. In una lettera del 30 giugno 1934 Croce scriverà: «Io soffro molto di questo vuoto che si è fatto, non intorno alla mia persona, ma proprio, nel mondo... ». Laterza farà in tempo a gioire per la caduta della dittatura: «Ella è presente quanto mai — scriverà in un telegramma a Croce il 28 luglio 1943 — nel pensiero di tutti i componenti Casa Laterza. Sia lodato Iddio!». E in un lettera, nella stessa giornata: «In questa ora solenne rivolgo affettuoso pensiero a Voi padre della nostra libertà». Si spegnerà poche settimane dopo.

Il senso di quella collaborazione, e in particolare della resistenza culturale condivisa nel ventennio, venne rievocato da Croce l'anno successivo nel quarantaduesimo anno della Critica e nel commemorare l'editore di quella rivista che aveva rappresentato «uno spontaneo legame segreto fra gli oppressi similmente pensanti». Negli anni del fascismo Croce e Laterza si erano attenuti a una linea meditata e sobria, consapevoli della eccezionalità del raggio di azione ad essi riservato: «opposizione che fu fondamentale e radicale, e perciò escludente ogni concessione e transazione, ma procurò tuttavia di serbare costante la calma e la dignità necessarie a imporre rispetto e si guardò dalle intemperanze, sconvenevoli a chi aveva potuto conservare una sua libertà di parola in mezzo a un intero popolo piegato al silenzio».

Rosanna Lampugnani su: Corriere del Mezzogiorno (16/06/2010)

Nell’agosto del 1943 Leone Ginzburg concludeva una lettera a Benedetto Croce: «C’è, tra l’altro, da incivilire la gente». «L’incivilimento – aggiunge oggi la storica Luisa Mengoni – è un compito che sembra debba essere continuamente richiamato e rinnovato». E come farlo se non attraverso la cultura condivisa, se non attraverso il dialogo cui si è spinti dall’attitudine al dubbio? Ecco, questo è il senso profondo delle 5300 lettere che a partire dall’inizio del 1900 e fino al 1943 si scambiarono Croce e Giovanni Laterza, il fondatore della casa editrice, nella cui sede romana ieri pomeriggio si è voluto celebrare – la parola è davvero giusta – il completamento della pubblicazione del carteggio, curato da Antonella Pompilio.

Nella villetta dei Parioli, sotto un cielo grigio che minacciava pioggia, ad ascoltare Mangoni, lo storico Paolo Craveri e il presidente dell’Istituto italiano di studi storici Natalino Irti, c’erano molti uomini e donne con quell’attitudine richiamata nel commiato dal presidente della Laterza, Pepe: Giuliano Amato e Miriam Mafai, Paolo Garimberti e Simona Colarizi, Stefano Rodotà e Benedetta Craveri, Giovanni Sartori e Silvia Croce, Alessandro Campi e Anna Foa, per citarne solo alcuni. E poi Gianni Letta e soprattutto Giorgio Napolitano, salutato – a nome di tutti – da Alessandro Laterza, ad della casa editrice, con «deferenza e affetto: perché capo dello Stato e perché cultore di Croce e nostro autore».

Sono tra amici, ha sorriso il presidente sedendosi accanto a Paolo Laterza. Perché in quella saletta non si tributava solo un omaggio alle 4000 pagine raccolte in cinque volumi (in copertina fotografie dei due grandi intellettuali, scattate in giro per l’Europa tra il 1919 e il 1931), «al sodalizio tra due grandi uomini impegnati anche nella lotta al fascismo – ha detto Alessandro Laterza – ma si è voluto sottolineare il contributo della casa editrice alla storia dell’editoria e della cultura italiana».

È stata ripercorsa una vicenda di collaborazione proficua e di amicizia vera e quindi inevitabilmente anche turbolenta, tra Croce e Laterza, una storia lunga cinquant’anni che ha lasciato in eredità a Vito e Paolo prima e poi a Pepe e Alessandro Laterza due principi: la religione della libertà («anche di stampa, di critica, di formazione e opinione», ha sottolineato l’amministratore delegato) e il forte rapporto con la tradizione, pur nel cambiamento. E quindi non può sorprendere se l’analisi delle storie parallele e intrecciate di Croce e Laterza sia stata anche una riflessione sull’oggi. L’auspicio, per esempio, che l’Istituto italiano di studi storici non cada sotto la scure della manovra economica governativa cosa altro è se non il prosieguo, in altra forma e in altra epoca, della convinzione espressa da Croce in una lettera del 1911, di voler contribuire, lavorando sodo («ho nel sangue l’adorazione per il lavoro») a rendere l’Italia intellettualmente e culturalmente migliore? A cosa rimanda il riferimento alla «civiltà delle buone maniere» fatto da Paolo Craveri quando ha ricordato che in cinquant’anni di lettere scritte e lette, sfidando la censura fascista e le turbolenze delle guerre, Croce e Laterza usarono sempre il «lei»? «A volte – ha detto quasi in un soffio lo storico – i pronomi possono segnare la storia di un Paese».

Ma attenzione: le due ore accaldate trascorse nel villino dei Parioli non sono state un amarcord tra persone con un certo numero di anni sulle spalle, sul filo di belle, impegnative e importanti letture. Pensarlo significherebbe non comprendere il significato dell’operazione «carteggio» che, invece, è quello di voler fare impresa, partendo dal Sud, in modo intelligente; è mettere a disposizione di un vasto pubblico, soprattutto di giovani e studenti, il contributo di due personalità importanti della cultura italiana. Un’operazione, dunque, portata a termine convintamente e senza timore, mettendo nel conto anche il dissenso.

Croce – ha ricordato Pepe Laterza – sosteneva che una critica sfavorevole non fa male. L’importante è che la si faccia con franchezza e rispetto. Giovanni Laterza insisteva con Croce di non doversi ritenere il vero editore, e il filosofo, che si occupava persino della qualità della carta e dei frontespizi delle pubblicazioni, replicava: «Io desidero vedere tutto dei volumi che portano in fronte il mio nome... Non si risponde così ad una mia richiesta! Mi pare che vogliate scherzare, o stuzzicami e muovermi ad irritazione. Ciò non sta bene». Poi – ha ricordato Mangoni – consci del proprio valore si lasciavano riprendere dall’amicizia «sempre più confidente».

Ernesto Paolozzi su: La Repubblica (17/06/2010)

L’Epistolario Croce Laterza è stato presentato al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in occasione dell’uscita dell’ultimo volume (1931-1943) edito da il Mulino.

L’evento solenne si giustifica pienamente per la ricchezza e l’importanza delle riflessioni pronunciate con la semplicità e la spontaneità tipica dei carteggi. «Bisogna avere fiducia nell’avvenire, coraggio nel presente. Passerà». Così Benedetto Croce a Giovanni Laterza, ad esempio, riferendosi al regime fascista. Le lettere, che si pubblicano a cura di Antonella Pompilio e dell’Istituto italiano per gli studi storici, sono quelle scritte dal 1931 al 1943 e concludono il lungo e fitto carteggio attraverso il quale si è potuta leggere, in filigrana, l’intera storia italiana del Novecento. In questi ultimi anni, anche se il dialogo attorno a temi squisitamente editoriali è centrale, acquistano particolare rilievo le tensioni e le preoccupazioni dovute alle censure, alle minacce e alle persecuzioni dovute al regime fascista. È il filosofo che, di tanto in tanto, invita alla cautela l’amico editore per timore, potremmo dire, che il suo antifascismo potesse arrecare troppi danni alla casa editrice. Entrambi si mostrano sempre amareggiati e inquieti per la sorte dei più giovani collaboratori e amici, da Ragghianti a Parente, da Russo a Tommaso Fiore, per taluni aspetti più indifesi di fronte alle angherie del regime.

Anche il rapporto con la Chiesa cattolica si complicava fino a diventare urto e tensione. Nel 1932, come è noto, la Storia d’Europa del secolo decimonono fu messa all’Indice. Croce trova il modo di mostrarsi ironico, quasi a voler sdrammatizzare quella che rappresentava, in realtà, una tragedia eticopolitica. Il 16 luglio del ’32, si prova a consolare il suo editore e amico: «lo stesso vi sarebbe avvenuto se Dante o Machiavelli vi avessero scelto per loro editore». Laterza, con orgoglio e sicurezza, gli risponde due giorni dopo: non ci avrebbe fatto caso se non per «la gente che viene a congratularsi e per un certo risveglio nelle richieste del libro».

Ma, come si è accennato, anche se è naturale, nella nostra prospettiva, guardare soprattutto alle vicende dell’antifascismo, sono due le cifre autentiche del fitto carteggio che conduce un rapporto nato agli inizi del secolo. Quella dell’amicizia, che non venne mai meno né si affievolì al cospetto di divergenze editoriali, diversità di opinioni circa la conduzione della casa editrice. E, sia detto per inciso, ciò che potrebbe meravigliare sono i numerosi inviti alla prudenza imprenditoria le del filosofo all’imprenditore. Nel che è facile riconoscere la concretezza di Croce, come Einaudi sempre attento e misurato nelle questioni economiche.

Ciò non impedisce, naturalmente, di tanto in tanto, allo studioso di recuperare il suo ruolo e di mettere in guardia l’imprenditore nella preoccupazione che qualche incauta iniziativa editoriale possa danneggiare l’intera fisionomia culturale della Casa editrice: «Ma il vantaggio di questa vendita, lo invita a riflettere, non compensa lo scredito della collana». D’altro canto, anche in questo caso la posizione crociana non è puramente giaculatoria o moralista. Nel difendere il rigore delle scelte scientifiche, si preoccupa di ricordare, con arguzia, che un guadagno momentaneo può rivelarsi, nel futuro, una più grave perdita.

Ma ciò che impressiona è la cifra autentica, quella culturale del carteggio nel suo complesso, a partire dalle primissime lettere. Attraverso l’immenso epistolario si può leggere l’intera storia civile e politica itallana ed europea; si comprende pienamente di  quale portata fu l’impronta culturale che il binomio Croce-Laterza conferì alla nostra cultura e, vorremmo dire, alla nostra civiltà. Fu un’opera di innovazione profonda e, per certi aspetti, rivoluzionaria. Laterza pubblicò i maggiori filosofi e studiosi d’Europa e del mondo, e fece conoscere alla cultura italiana i maggiori filoni del pensiero contemporaneo. Non si comprende come, negli anni passati, a qualcuno sia saltato in mente di poter affermare che Croce influì in modo negativo peggiorando il presunto provincialismo della cultura italiana. Provincialismo che non ci fu se non, come è evidente, durante il periodo fascista, per gli ovvi motivi che tutti possono fa-cilmente intuire.

Un solo esempio può bastare: la pubblicazione di Max Weber, il sociologo tedesco che più degli altri ha influenzato in questa prospettiva gli studi più seri e rigorosi del Novecento. Eppure Croce fu ritenuto da alcuni frettolosi interpreti un acerrimo nemico della nuova disciplina, quella fisica sociale come la definiva Compte, che col tempo si trasformerà in sociologia. La verità è che il filosofo avversò una particolare accezione della sociologia, quella appunto di origine squisitamente positivistica.

Il 28 luglio, l’editore aveva inviato un semplice quanto icastico telegramma al Senatore: «Ella è presente quanto mai nel pensiero di tutti i componenti della Casa Laterza. Sia lodato Iddio». E, in un’opportuna nota, Antonella Pompilio sottolinea che, nei Taccuini (una sorta di stringatissimo diario), Croce scrive di Laterza: «Il 26 luglio, resogli annuncio della caduta del fascismo, dispose dal letto in cui giaceva che a capo delle lettere e fatture della giornata si scrivesse: Sia lodato Dio».

In quello stesso anno, il 1943, l’editore si spegneva. Il fascismo era crollato da un mese.

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