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Storie del tempo

Storie del tempo
Storie del tempo
con ill.
Edizione: 20193
Collana: Storia e Società
ISBN: 9788842082644
Argomenti: Scienze: storia e saggi, Storia: opere generali

In breve

Tempi legali, di trasporto, di scadenza, tempo libero, tempi morti. La nostra vita quotidiana è governata da un convulso conto alla rovescia; intratteniamo con gli orologi un rapporto di conflittualità difensiva. Già nel 1865 il matematico Lewis Carroll faceva dire al Cappellaio Matto del suo Paese delle Meraviglie: «Se tu conoscessi il Tempo come lo conosco io, non ne parleresti con tanta confidenza. Non gli va di essere battuto. Se invece ti fossi mantenuta in buoni rapporti con lui, lui farebbe fare al tuo orologio tutto quello che vuoi tu». La frenetica idea del tempo come un oggetto naturale che ci sfugge è il risultato dell’intrecciarsi di una molteplicità di storie, da quella religiosa a quella delle invenzioni tecniche, dal corso dell’astronomia a quello della fisica, della biologia e della psicologia. In pagine dal ritmo trascinante, Pietro Redondi ripercorre il concetto di tempo, della sua misurazione e raffigurazione nella storia della cultura, dell’arte e della letteratura occidentali.

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Siamo concreti: quando ci capita di pensare al tempo pensiamo un qualcosa nell’ordine delle cose, che scorre fuori di noi dal futuro al passato. Un fluire costante che del tempo è la prerogativa assoluta: forma fluens, come dicevano i filosofi scolastici.Quest’idea di un’invisibile entità immateriale che chiamiamo «tempo» è però a sua volta, al pari di tutte le cose, il prodotto di una storia che continua a far parte del nostro presente. Non però una storia che si possa raccontare soltanto a colpi di scoperte e di invenzioni. Perché quella del tempo è una trama intricata di percorsi, di va-e-vieni meticolosi e dilemmi irrisolti: come in uno di quei classici labirinti di cui sembra impossibile riuscire a collegare tra loro le due porte. Delle due porte che danno accesso al tempo, l’una si affaccia sull’oggettivo succedersi di eventi naturali o artificiali fuori di noi, l’altra dà sulla coscienza che di durate e intervalli abbiamo in noi.La multiforme storia del tempo si inscrive in questa separazione tra esteriorità e interiorità, tra oggettività e soggettività. Ma prim’ancora che una questione di psicologia o di filosofia, si tratta appunto di un problema di storia, di un processo di costruzione elaboratosi attraverso le epoche del passato e che continua a fare silenziosamente parte del nostro presente.Più di tutte le altre civiltà del passato, è infatti toccato alla nostra moderna civiltà occidentale di investirsi nella conoscenza matematicamente controllata del tempo e nel suo sistematico impiego applicato alla nostra società e alla nostra vita personale. Essa ha talmente scommesso sulla propria padronanza del tempo che se oggi gli orologi decidessero di smettere di funzionare tutto si fermerebbe e per il nostro opulento mondo industrializzato sarebbe davvero l’apocalisse. Il nostro sistema industriale di vita potrebbe sopravvivere più facilmente perfino senza petrolio, che senza l’orologio. Senza arrivare a tali paradossi, basti pensare semplicemente a un qualsiasi abitante delle nostre metropoli: senza orologio è spacciato.Nondimeno, tra noi e gli orologi corrono oggi dei rapporti che non saprei dire se di sofferenza o di insofferenza. Diciamo rapporti di conflittualità difensiva. È come se il tempo fosse un demone al quale ci sentiamo immolati e che ci fa ripetere a ogni piè sospinto formule apparentemente irrazionali del tipo: «quando avrò tempo», «quando avrò un minuto». Ciò che queste espressioni rivelano è chiaramente una confusione tra il tempo collettivo misurato dall’orologio e il nostro tempo personale. Per molte persone il tempo non è più la dimensione della libertà, dei progetti e di un proprio futuro da costruire, ma un puro conto alla rovescia ineluttabilmente scandito dall’orologio e dal calendario.La sensazione di mancanza di tempo rispecchia effettivamente, oggi, un’invasione senza precedenti del tempo personale da parte di quello collettivo. Ciò non dipende solo dai ritmi di lavoro e di vita tipici delle società industriali. La privazione del tempo è divenuta molto più forte di recente, da quando l’industria dell’informazione e della comunicazione si è installata in ogni atomo di tempo libero dell’individuo, all’insegna del nostro dogma della «connessione ovunque, sempre». L’impressione di scarsità di tempo è cresciuta così in maniera direttamente proporzionale alle possibilità che ci sono offerte di ridurre o annullare il tempo: telefoni cellulari collegabili alla rete, computer portatili, posta elettronica, fax ci corteggiano e ci inseguono, facendo di tutto affinché neppure una briciola del nostro tempo sia tolta a quella sorta di comunione sociale della comunicazione, della redditività e del consumo. Tanto più ci vengono richieste ad ogni istante e per ogni giorno della nostra vita reperibilità, puntualità e flessibilità, tanto meno è chiara la distinzione tra il tempo collettivo e quello personale.Riflettere sulla storia del tempo e della sua misurazione non è dunque una curiosità da collezionisti di orologi, ma riguarda da vicino una cultura «cronodipendente» com’è la nostra, che ci fa vivere circondati da sistemi di mobilità e comunicazione per guadagnare tempo e dove il tempo così risparmiato non è mai sufficiente. Proprio come i soldi, di cui parliamo solo per rassicurarci di non averne abbastanza. Con la differenza, però, che mentre sappiamo tutti (o quasi tutti) distinguere la nostra personale conduzione economica da quella pubblica, non differenziamo invece il nostro tempo personale da quello degli orologi, mettendoli in emulazione come se appartenessero a una stessa dimensione.

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