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Gli anni dell'incertezza

Gli anni dell'incertezza
Gli anni dell'incertezza
Edizione: 2007
Collana: i Robinson / Letture
ISBN: 9788842082163
Argomenti: Attualità politica ed economica, Economia e finanza, Storia economica

In breve

Lo scoppio violento della bolla della new economy, gli avventurismi politici come la guerra in Iraq, il prezzo raggiunto dal petrolio e da altre materie prime, il difficile avvio dell’euro, le discutibili scelte dei vertici della Federal Reserve americana e della Banca centrale europea, la crisi di produttività del Vecchio continente, l’ascesa dei nuovi giganti asiatici: gravi incognite pesano sul presente e sull’immediato futuro dell’economia mondiale, e l’elenco potrebbe continuare a lungo. Quali sono le cause e quanto durerà questo clamoroso ritorno di instabilità sulla scena mondiale dopo anni di crescita apparentemente illimitata? La penna di Marcello De Cecco non risparmia nessuno. Tantomeno l’Italia.

Indice

Introduzione – Il ritorno dell’incertezza – L’economia in tempo di guerra – Le incertezze dell’Europa – Le incognite italiane – Indice dei nomi

Leggi un brano

Ci sarebbe stata la rivoluzione della new economy se la politica monetaria americana non si fosse mantenuta accomodante per quasi un decennio e se quindi il Nasdaq non avesse ricevuto la liquidità abbondante che lo ha fatto esplodere? Diciamo pure che la fioritura delle cento e cento imprese della new economy aveva bisogno di un mercato in tempo reale e francamente speculativo e volatile come il Nasdaq per verificarsi. Le imprese della new economy americana, infatti, nascono e fioriscono attorno a nuovi prodotti, anziché attorno a nuovi processi o a miglioramenti incrementali di prodotti e processi esistenti, e tali nuovi prodotti hanno come caratteristica principale la caducità tecnologica. Perché sorga l’interesse a produrli, dunque, è necessario che chi lo fa si aspetti una remunerazione enorme e assai rapida per i propri sforzi. Ugualmente accade per coloro che comprano le azioni delle nuove società. Sia gli innovatori che gli investitori fanno vere e proprie scommesse, rischiando molto e aspettandosi un guadagno adeguato al rischio.In paesi ad alta competenza tecnologica come la Germania e il Giappone, il tipo di new economy di cui stiamo parlando non avrebbe potuto addirittura manifestarsi. Il sistema bancario non può prendere decisioni di investimento così rapide e impegnative, e le borse di Tokyo e Francoforte, anche se hanno infine generato mercati per nuove imprese ad alto rischio, in realtà funzionano per convalidare il successo di imprese che quel successo lo hanno già avuto. Addirittura è stato a lungo richiesto un certo numero di anni di risultati positivi perché la quotazione fosse possibile e ciò è chiaramente una contraddizione in termini per il tipo di investimenti dei quali stiamo parlando. La ratio delle regole delle borse tradizionali è la protezione dell’investitore, che parte dal principio che questi non sia bene informato su quel che compra e possa basarsi sulla performance precedente per decidere.La new economy, e le azioni che genera, sono fatte per gente che combatte ad armi pari con chi emette le azioni, con l’atteggiamento del giocatore conscio dei rischi delle sue giocate. Ma se Greenspan non avesse inondato di liquidità i mercati per quasi dieci anni, certo gli intermediari non avrebbero concesso agli operatori le risorse che hanno permesso l’enorme sviluppo delle transazioni di riporto o di deporto, senza cui non sarebbero nati i mercati per le nuove azioni tecnologiche. Lo si è visto quando la Fed ha provato a stringere: le conseguenze per il Nasdaq sono state significative. Ora che la Fed sembra avere ottenuto quel ridimensionamento del Nasdaq, importante ma non disastroso, che era il suo obiettivo, e quel raffreddamento dell’economia reale sufficiente a scongiurare l’inflazione ma non troppo forte da accoppare la gallina dalle uova d’oro, sarà interessante vedere se la new economy continuerà a fiorire in una prospettiva di crescita delle quotazioni molto più ridotta. Se è vero che molte imprese della new economy sono inizialmente finanziate da venture capitalist, la prospettiva per costoro di ricevere un premio al rischio assai inferiore a quelli offerti da un mercato in ebollizione non potrà non condizionarne il comportamento.E se un alto premio al rischio è indispensabile a chi inventa e a chi nelle invenzioni investe, perché un elevato tasso di fallimento in questo tipo di investimenti è naturale, lo sviluppo della new economy dipende in maniera essenziale dall’euforia di borsa.Il successo della new economy dipende dal numero di persone che provano a inventare e da quello di coloro che le appoggiano con i soldi. È un caso lampante di darwinismo puro. Per questo si è verificato in America, e in un periodo senza uguali di politica monetaria generosa. In Europa il sistema finanziario non è fatto per stimolare il darwinismo. I banchieri europei ritengono, a ragione, che il severo controllo delle nascite favorisca l’innovazione di processo, nella quale eccellono le imprese europee. È una innovazione incrementale, che per definizione non può favorire le discontinuità che caratterizzano le grandi svolte tecnologiche, ma che può essere finanziata con rischio limitato.Ora, se Greenspan ha successo nel moderare gli indici di borsa americani, l’euforia dovrebbe trasferirsi in Europa, e in verità qualche fiamma si è accesa anche da queste parti. Ma non dopo il marzo di quest’anno, il che vuol dire probabilmente che si trattava di fenomeni incapaci di essere autonomamente generati in Europa, senza il sostegno essenziale del clima euforico dei mercati americani. Attenuatosi questo, l’antica saggezza dei banchieri europei, secondo la quale la banca degli inventori è sempre fallita (come diceva Brughera, mitico patron del Credito italiano), sembra destinata a prendere il sopravvento.

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