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Cosmopolitismo

Cosmopolitismo
Cosmopolitismo
L'etica in un mondo di estranei
trad. di S. Liberatore
Edizione: 2007
Collana: i Robinson / Letture
ISBN: 9788842081296
Argomenti: Attualità culturale e di costume, Filosofia politica: storia e saggi, Saggistica politica
  • Pagine 222
  • 15,00 Euro
  • Al momento non disponibile presso il nostro magazzino

In breve

«Sono reali, i valori? E come? Che cosa intendiamo, quando parliamo di differenza? Fortifi cati da un comune linguaggio di valori, possiamo spesso guidarci l’un l’altro, nello spirito cosmopolita, verso risposte condivise. E quando non è possibile raggiungere un’intesa, la comprensione che le nostre risposte siano espresse grazie a parole dello stesso vocabolario può aiutarci a essere d’accordo nel disaccordo.» A dispetto di fedi e culture in conflitto, una cosa è certa: il dialogo tra persone di paesi diversi può essere piacevole o carico di tensione, a seconda delle circostanze, ma è comunque inevitabile. Kwame Anthony Appiah affronta questioni di spinosa attualità e tratteggia un cosmopolitismo contemporaneo, un approccio etico globale.

Indice

Introduzione. Fare conversazione

Ringraziamenti

I. Lo specchio infranto

Il racconto di un viaggiatore - Oltre lo specchio

II. La fuga dal positivismo

Relativismo professionale - L’esilio dei valori - Problemi positivisti - Valori rivendicati

III. Fatti locali

Vivere con gli spiriti - Una discussione con Akosua - La scoperta di Duhem

IV. Divergenze sulla morale

Tra forte e debole - Valori familiari - Il mercoledì, niente peperoni rossi - Argomenti disgustosi - I termini del contendere - L’oro degli sciocchi - Quali valori contano di più? - Discussioni con gli estranei

V. Il primato della pratica

Accordi locali - Cambiare idea - Lottare per il bene - Vincitori e vinti
VI. Estranei immaginari: Aspettando il re - Tornando a casa - Abbiamo bisogno di concetti universali?

VII. Contaminazione cosmopolita

Villaggi globali - Non cambiate mai - La questione dell’«imperialismo culturale» - Elogio della contaminazione

VIII. Comunque, di chi è la cultura?

Spoglie di guerra - Un patrimonio complicato - Gli insegnamenti di una esperienza negativa - Vivere con l’arte - CulturaTM - L’interesse umano - Collegamenti ideali

IX. Gli anticosmopoliti

Credenti senza confini - Universalità in concorrenza - La festa di Eid al-Fitr con la famiglia Safi - Piccole squadre

X. Benevolenza verso gli estranei

Uccidere il mandarino - Il bambino nello stagno - Bisogni fondamentali - Decisioni, decisioni

Note

Indice analitico

Leggi un brano

La rete mondiale di informazioni – radio, televisione, telefono, internet – non implica soltanto la possibilità di influire sulla vita degli altri, ovunque essi si trovino, ma anche quella di imparare dal loro modo di vivere. Ogni individuo di cui sappiamo qualcosa e su cui possiamo avere una qualche influenza è una persona di cui dobbiamo sentirci responsabili: dire questo significa riaffermare l’idea stessa di morale. La sfida, quindi, è prendere menti e cuori formati nel corso di lunghi millenni di vita in gruppi locali, e dare loro idee e istituzioni che ci permetteranno di vivere insieme in una società che è diventata una tribù globale.Sotto quale titolo devo procedere? Non «globalizzazione», che una volta indicava una strategia di mercato, in seguito una tesi di macroeconomia, e ora sembra poter significare tutto e niente. Neanche «multiculturalismo», altro termine sfuggente e ambiguo, che spesso indica la malattia che pretende di curare. Con qualche ambivalenza mi sono fermato su «cosmopolitismo», malgrado il fatto che il suo significato venga messo altrettanto in discussione, e che celebrare le virtù del «cosmopolita» possa far pensare a uno spiacevole atteggiamento di superiorità nei confronti di chi ha un’aria provinciale. Immaginate una signora sofisticata che veste comme des garçons, ha una platinum frequent-flyer card, e osserva con gentile condiscendenza un rude campagnolo in tuta da lavoro. Vi fa trasalire, no?Tuttavia forse è possibile riabilitare questo termine antico, un sopravvissuto che risale almeno ai Cinici del IV secolo a.C., i primi a coniare l’espressione «cittadino del cosmo». Tale formulazione voleva essere paradossale, rifletteva lo scetticismo generale di quei filosofi nei confronti del costume e della tradizione. Un cittadino, polites, apparteneva a una particolare polis, la città a cui egli doveva lealtà. «Cosmo» alludeva al mondo, non inteso come Terra ma come universo.In origine, parlare di cosmopolitismo significava rifiutare il concetto classico secondo il quale ogni persona civile apparteneva a una comunità tra le comunità.A partire dal III secolo a.C. il credo cosmopolita venne ripreso ed elaborato dagli Stoici, e ciò costituì un fattore di notevole importanza per la storia del pensiero filosofico successivo: quando il cristianesimo divenne la religione dell’impero, lo stoicismo dei romani – Cicerone, Seneca, Epitteto e l’imperatore Marco Aurelio – si rivelò congeniale a molti intellettuali cristiani. Vi è una profonda ironia nel fatto che, malgrado Marco Aurelio abbia cercato di sopprimere la nuova setta cristiana, i suoi Ricordi, un diario filosofico straordinariamente personale che scrisse nel II secolo d.C. mentre conduceva campagne militari per salvare l’impero dalle invasioni barbariche, abbiano attratto i lettori cristiani per quasi duemila anni. A mio parere, questa attrattiva deriva almeno in parte dal fatto che il credo cosmopolita dell’imperatore stoico, l’unicità dell’umanità, riecheggia l’insistenza di san Paolo sull’idea che «non c’è dunque più né giudeo né greco, né schiavo né libero, né uomo né donna, perché tutti siete un sol uomo in Cristo Gesù».Anche in epoche successive il cosmopolitismo ha avuto qualcosa di originale da dire, e ha sottoscritto alcune delle più grandi conquiste dell’Illuminismo, ivi comprese la «Dichiarazione dei diritti dell’uomo» del 1789 e la proposta di Immanuel Kant di creare una «società delle nazioni». In un saggio del 1788 che pubblicò nella sua rivista «Teutscher Merkur», Christoph Martin Wieland – un tempo definito il Voltaire tedesco – scriveva, in una caratteristica espressione dell’ideale: «i cosmopoliti [...] considerano tutti i popoli della terra come tanti rami di una singola famiglia, e l’universo come uno Stato, di cui essi sono cittadini insieme ad innumerevoli altri esseri razionali, dal momento che insieme promuovono, sotto le leggi generali della natura, la perfezione del tutto, mentre ciascuno a proprio modo ricerca il benessere». Lo stesso Voltaire – che nessuno, ahimè, ha mai definito il Wieland francese – ha parlato in maniera chiarissima dell’obbligo di comprendere coloro con i quali condividiamo il pianeta, collegando esplicitamente questa necessità con la nostra interdipendenza economica globale: «Poiché ci nutriamo con i prodotti delle loro terre, ci vestiamo con le loro stoffe, ci divertiamo con i giochi che inventano, e impariamo dalle loro antiche favole morali, per quale ragione non dovremmo avere interesse a capire la mentalità di queste nazioni attraverso le quali i nostri mercanti europei hanno viaggiato fin da quando riuscirono a trovare una via per raggiungerle?».Così, nella nozione di cosmopolitismo vi sono due fili che si intrecciano. Il primo è l’idea che abbiamo dei doveri morali nei confronti degli altri, e che tali doveri vanno al di là delle persone con cui siamo in relazione per legami di parentela o amicizia, o anche per vincoli più formali come la cittadinanza comune. Il secondo è che consideriamo importante non solo il valore della vita umana in sé, ma anche quello di particolari vite umane, il che significa nutrire interesse per le pratiche e per le credenze che danno loro significato. Noi cosmopoliti sappiamo bene che le persone sono differenti e che c’è molto da imparare dalle nostre differenze. E dal momento che la vita offre molti aspetti e particolarità meritevoli di essere esplorati, non ci aspettiamo – e non desideriamo – che tutti gli individui o tutte le società convergano verso un’unica maniera di vivere. Quali che siano i nostri obblighi verso gli altri (o i loro nei nostri confronti), spesso questi «altri» hanno il diritto di andare per la propria strada. Come vedremo, vi sono momenti in cui i due ideali – l’interesse per l’universale e il rispetto per le legittime differenze – entrano in conflitto. In un certo senso, «cosmopolitismo» non è il nome della soluzione ma quello della sfida.

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