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Un passo fuori

Un passo fuori
Un passo fuori
I miei affetti, i miei valori, le mie passioni
in coll. con D. Ramani
con ill.
Edizione: 2006
Collana: i Robinson / Letture
ISBN: 9788842080459
Argomenti: Scienze: storia e saggi, Biografie, autobiografie
  • Pagine 230
  • 16,00 Euro
  • Al momento non disponibile presso il nostro magazzino

In breve

Una bella giornata di sole nel tiepido febbraio della Florida. Il Columbia si stacca puntualissimo dalla rampa di lancio e sale rapido verso il cielo. A due minuti e mezzo dal lancio, i due razzi a combustibile solido si staccano: tra la folla scoppia un’ovazione. L’avventura nello spazio di Umberto Guidoni è iniziata. Il primo europeo a entrare nella Stazione spaziale orbitante racconta il lungo volo che l’ha portato a realizzare il suo desiderio di bambino: gli anni di studio, le lunghissime selezioni, l’impegno dell’addestramento, i sacrifici, i viaggi, i trasferimenti da una parte all’altra dell’Oceano Atlantico, tra Roma e Houston, fino al traguardo finale, staccarsi da Terra per entrare nell’infinità del cosmo.

Indice

La vita – L’esplorazione del cosmo – Le sfide

Leggi un brano

Era piena notte quando, con il pilota dello shuttle Scott Horowitz, salimmo in macchina e attraversammo il Kennedy Space Center ancora deserto. Il lancio, quel giorno, era previsto alle due del pomeriggio, ma la sveglia per me era squillata molto in anticipo: esattamente dodici ore prima. Dovevamo abituarci ai turni che avremmo sostenuto in orbita: per questo la mia squadra, il team rosso, il giorno avanti era andata a dormire alle sei del pomeriggio per svegliarsi alle due di notte, in rotazione con le altre due, i team blu e bianco. I colori dei diversi turni dell’equipaggio erano, evidentemente, quelli della bandiera americana.Non provavo paura né particolare ansia: la sensazione che avvertivo, piuttosto, era di leggera incredulità. Mentre con l’auto ci avvicinavamo alla rampa di lancio, mi sentivo, insomma, come se stessi vivendo dentro un film. Ero proprio io che, di lì a poco, sarei salito su quel magnifico veicolo che ora mi si parava davanti in tutta la sua straordinaria imponenza? Nel buio della notte, nel silenzio della base, lo shuttle Columbia brillava alla luce dei potentissimi fari. Si ergeva davanti ai nostri occhi, alto come un palazzo di trenta piani sulla cui cima era appena distinguibile la cabina di pilotaggio. Malgrado ci fossi già salito nelle settimane precedenti, era la prima volta che lo potevo vedere completamente scoperto, senza le protezioni che lo avevano racchiuso fino a poche ore prima della partenza. Illuminato a giorno dalle luci fotoelettriche, sembrava un enorme uccello bianco pronto a spiccare il volo. Era bellissimo e, senza dubbio, questa è una delle immagini più suggestive ed emozionanti della mia carriera di astronauta.Non c’erano tecnici in giro, ma non sarebbe stato così per molto tempo ancora. Rimanemmo lì davanti, a chiacchierare, per circa un’ora. Uscì una guardia, per un controllo, ma come prime crew, come membri dell’equipaggio destinato alla prossima missione, potevamo muoverci con assoluta libertà all’interno della base. E gironzolare attorno al Columbia poche ore prima del decollo era solo uno dei privilegi che ci erano destinati, una condizione di cui io e gli altri sei colleghi avevamo goduto nelle ultime settimane di addestramento. Negli alloggiamenti riservati agli astronauti avevamo un’ala riservata, presidiata ventiquattro ore al giorno dagli uomini della sicurezza della Nasa, le tre cuoche che gestivano la cucina ci preparavano qualunque piatto desiderassimo e una potente coupé decappottabile era sempre a nostra disposizione per tutti gli spostamenti all’interno della base in cui eravamo confinati. C’era poi un grazioso cottage in riva al mare che potevamo utilizzare tutte le volte che volevamo, per sfuggire per un po’ alla stretta vigilanza, per correre tra le dune deserte o nuotare nelle acque dell’oceano.Avevo la sensazione, insomma, che l’intera organizzazione della Nasa stesse lavorando per noi preoccupandosi del nostro benessere. Il tutto, devo dire, era davvero piacevole, ma non potevo non pensare, con un paragone un po’ ardito, ai gladiatori dell’antica Roma che, forse, prima di scendere nell’arena, avevano ricevuto attenzioni simili a quelle. Era come se, in quel momento, ci fosse dovuto grande rispetto e considerazione perché ci prestavamo a partecipare a un’impresa rischiosa, il cui successo, anche con le tecnologie più avanzate, era tutt’altro che scontato. Era una sensazione fugace anche se piuttosto netta nell’atmosfera di grande entusiasmo ed eccitazione in cui comunque mi sentivo immerso. Per me, infatti, quello era il primo viaggio nello spazio e un’occasione che avevo atteso per lunghi anni: l’addestramento da astronauta, la nomina a membro ufficiale dell’equipaggio della missione Sts-75 e infine la partenza fissata per il 22 febbraio 1996. E quel giorno fatidico era finalmente arrivato.

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