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Viaggio intorno al mondo

Viaggio intorno al mondo
Viaggio intorno al mondo
a cura di N. Merker
con ill.
Edizione: 2006
Collana: i Robinson / Letture
ISBN: 9788842078661
Argomenti: Viaggi, turismo e sport
  • Pagine 316
  • 20,00 Euro
  • Al momento non disponibile presso il nostro magazzino

In breve

Il giovane tedesco si chiamava Georg. Aveva meno di diciotto anni quando l’11 luglio 1772 si imbarcò al seguito della seconda spedizione di Cook nei mari australi. Ne avrà ventidue quando, tornato in Inghilterra dopo tre anni e diciotto giorni, redigerà la storia della spedizione. Appena pubblicato, il testo farà di lui una celebrità. Le pagine straordinarie di questo libro di viaggio conservano intatto tutto il loro fascino di acuto resoconto dei luoghi e hanno una particolarità che non finisce di colpire. Con uno spirito di osservazione non comune, Forster coglie a mente libera i comportamenti sociali degli uomini, accompagnando il racconto delle sue scoperte antropologiche, geografiche e naturalistiche con puntuali notazioni critiche sugli europei e sulla loro ottica di ‘esploratori’.

Indice

Il viaggiatore Georg Forster - I tre viaggi di Cook - Vita e opere di Forster - Nota al testo - Cronologia del «Viaggio» secondo i capitoli dell’opera - Nota biografica. VIAGGIO INTORNO AL MONDO. Prefazione – Introduzione - I. Partenza. Viaggio da Plymouth a Madera. Descrizione di quest’isola - II. Viaggio da Madera alle Isole del Capo Verde e al Capo di Buona Speranza - III. Sosta al Capo di Buona Speranza. Notizie su quella colonia - IV. Viaggio dal Capo al Circolo Polare Antartico. Prima navigazione in altre latitudini australi. Arrivo alla costa della Nuova Zelanda - V. Sosta a Dusky-Bay. Descrizione del luogo. Notizia degli apprestamenti che vi facemmo - VI. Viaggio da Dusky-Bay al Canale della Regina Carlotta. Ricongiungimento con l’Adventure. Apprestamenti che facemmo - VII. Viaggio dalla Nuova Zelanda a Tahiti - VIII. Sosta al porto di Oaiti-Pea, nella piccola penisola di Tahiti. Ancoraggio nella baia di Matavai - IX. Sosta nella baia di Matavai - X. Notizie del nostro soggiorno alle Isole della Società - XI. Viaggio dalle Isole della Società alle Isole dell’Amicizia, e notizie del nostro soggiorno ivi - XII. Navigazione dalle Isole dell’Amicizia alla Nuova Zelanda. Separazione dall’Adventure. Secondo soggiorno al Canale della Regina Carlotta - XIII. Seconda navigazione verso le latitudini australi, dalla Nuova Zelanda all’Isola di Pasqua - XIV. Notizie sull’Isola di Pasqua e sul nostro soggiorno ivi - XV. Viaggio dall’Isola di Pasqua alle Isole Marchesi. Soggiorno nel porto di Madre de Dios all’Isola Waitahu. Viaggio da lì verso Tahiti, passando per le «Isole piatte» - XVI. Notizie della nostra seconda visita a Tahiti - XVII. Secondo soggiorno alle Isole della Società - XVIII. Dalle Isole della Società alle Isole dell’Amicizia - XIX. Notizie del nostro soggiorno a Malekula e scoperta delle Nuove Ebridi - XX. Notizie del nostro soggiorno a Tanna e partenza dalle Nuove Ebridi - XXI. Scoperta della Nuova Caledonia. Notizie del nostro soggiorno ivi. Nevigazione costiera sino alla nostra partenza. Scoperta dell’isola di Norfolk. Ritorno alla Nuova Zelanda - XXII. Terzo e ultimo soggiorno al Canale della Regina Carlotta in Nuova Zelanda - XXIII. Navigazione dalla Nuova Zelanda alla Terra del Fuoco. Soggiorno nel «Porto di Natale» - XXIV. Soggiorno alle Isole di Capodanno. Scoperta di nuove terre verso Sud. Ritorno al Capo di Buona Speranza - XXV. Secondo soggiorno al Capo di Buona Speranza. Navigazione verso Sant’Elena e l’Isola dell’Ascensione - XXVI. Navigazione dall’Isola dell’Ascensione alle Azzorre, passando per l’Isola Fernando de Noronha. Soggiorno a Fayal. Ritorno in Inghilterra - Nota biografica sugli autori e i personaggi storici citati

Leggi un brano

Il giovane tedesco si chiamava Georg. Dopo sei anni di soggiorno in Inghilterra ne aveva imparato la lingua assai meglio del padre Johann Reinhold Forster, e considerava quel paese una seconda patria al punto da scrivere il suo nome all’inglese, George. Aveva meno di diciotto anni quando l’11 luglio 1772 s’imbarcò al seguito della seconda spedizione di Cook, in compagnia del padre che vi era aggregato come naturalista. Ne avrà ventidue quando, tornato in Inghilterra dopo tre anni e diciotto giorni di viaggio, redigerà lui, al posto del padre impeditone da dissapori con l’ammiragliato britannico, la storia della spedizione.In otto mesi, lavorando letteralmente giorno e notte, in gara di tempo con il resoconto ufficiale di Cook che era atteso da un momento all’altro, non solo la vinse di sei settimane, con la pubblicazione del suo A Voyage round the World nel settembre 1777, ma aveva persino messo in cantiere anche la Reise um die Welt, la traduzione tedesca di quel «viaggio intorno al mondo». Quando a Berlino nel 1778 ne apparve il primo volume, Georg diventò una celebrità: in Germania, poi, né più né meno che l’«esperto tedesco» dei Mari del Sud, conteso nei salotti mondani, in scambio d’idee con il filosofo Jacobi, con Goethe, con l’orientalista Michaelis, con il fisico gottinghese Lichtenberg, con il filologo Heyne e molti altri, avidi tutti di notizie di prima mano sull’affascinante mondo dei popoli esotici e primitivi.Versioni tedesche di altri resoconti di spedizioni nelle latitudini australi non mancavano. C’erano dal 1763 e 1772 quelle relative ai viaggi di Anson e di Bougainville, dal 1775 i tre volumi tradotti della storia delle spedizioni navali inglesi scritta da Hawkesworth, dove si leggeva dei viaggi di Byron (1764-66) e della prima impresa di Cook (1769-71).Soprattutto, dalle spedizioni inglesi emergeva un palese salto di qualità nell’organizzazione e nelle finalità dei viaggi d’esplorazione. Politicamente appoggiate dal consolidato regime parlamentare borghese, economicamente funzionali agli interessi coloniali delle grandi compagnie commerciali e all’espansione britannica nell’arena della concorrenza mercantile mondiale, quelle spedizioni si facevano ormai su mirata iniziativa del governo che, con la consulenza tecnica di accademie e società scientifiche, se ne assumeva in proprio l’equipaggiamento. Dietro stava, insomma, tutta la forza economica, la cultura scientifica e la progettualità politica dell’impero britannico.Forster se ne mostra largamente interprete. Sicuramente non lesina lodi all’eccellente organizzazione della seconda spedizione di Cook. Le misure igienico-sanitarie, gli accorgimenti tecnico-nautici, l’efficiente apparato produttivo che, dai dadi di carne per brodo in scatole di latta da venticinque libbre fino al vestiario caldo, è stato mobilitato per la riuscita dell’impresa: tutto fa sì che in mare gli inglesi, a differenza di marinai di altre nazioni, abbiano non solo il fattivo sostegno dell’«equanime e umanitario governo del loro paese», ma anche comandanti che per qualità d’animo si distinguono nettamente dai cosiddetti «mostri del mare» [F, 957]. Né egli ignora che la spedizione obbedisce innanzi tutto alle finalità di una nazione che è una grande potenza mondiale. Sembra anzi condividerle quando osserva che se nel Pacifico «qualche terra ci è sfuggita, doveva trattarsi di un’isola che per la sua lontananza dall’Europa e per il suo clima inclemente non può essere minimamente utile all’Inghilterra» [F, 465].Non certo in queste notazioni, in qualche modo scontate perché riflettevano l’ormai oggettivo salto di qualità dei viaggi, stava la novità del racconto forsteriano. Il fascino del libro derivava dal dichiarato e realizzato scopo soggettivo dell’autore di valutare osservazioni e dati di fatto alla luce di esplicite idee generali illuministiche, umanistiche e cosmopolitiche. Già Reinhold Forster, i cui diari e appunti costituirono una preziosa fonte per il figlio, avrebbe voluto scrivere una «storia, filosofica del viaggio libera da diffusi pregiudizi e sofismi», ovvero «un resoconto di viaggio come sino ad allora non era ancora mai stato presentato al mondo erudito» [F, 11-12]. Georg, che raccoglie e sviluppa questa linea, lamenterà che ai viaggiatori precedenti «soprattutto erano sfuggite molte cose attinenti allo studio degli uomini e dei costumi, che dev’essere lo scopo per eccellenza di ogni viaggiatore filosofico» [F, 675]. Sicché resta assodato che anche lo scopo primario suo fu, appunto in un’ottica di antropologia socio-culturale, essenzialmente lo studio dei comportamenti sociali degli uomini.«Filosofo» è però solo chi non si limita a una mera raccolta empirico-protocollare di «fatti», che in tal caso resterebbero «singole membra sparse»: occorre invece sì «osservare con esattezza le singole cose nella loro vera luce», ma poi anche saperle collegare tra loro, «fissare con l’astrazione concettuale» un principio-guida e quindi «inferirne conclusioni generali» per aprire «la via di nuove scoperte e ricerche future» [F, 16-17]. Già queste sole dichiarazioni, di un tentato equilibrio di metodo tra osservazione e illazione induttiva (e lasciando impregiudicato se nei singoli casi osservati esso sia poi riuscito o no), dovrebbero ridimensionare alquanto l’abusata affermazione che l’ottica del Viaggio sarebbe basilarmente soltanto «empiristica». Né un semplice «empirismo» sarebbe invero servito ad attuare il programma essenziale del libro: cioè precisamente di collegare le osservazioni per «gettare luce sulla natura umana dal maggior numero possibile di punti di vista» [F, 17].Significa ciò dunque, per Forster, che la natura umana possiede una sua propria intrinseca unità e omogeneità, al di là della variegata molteplicità dei luoghi geografici e nazionali e dei tempi storici in cui essa si manifesta? Non ne dubita il giovanissimo viaggiatore, che ha già assimilato parecchi temi generali della cultura illuministica.In ogni angolo del globo egli riscontra «quella franca spontaneità che fa dimenticare ogni particolarità nazionale e insegna a capire che i veri titoli di merito non sono limitati a questo o quel luogo o popolo» [F, 957]: e dunque, così Forster con enunciazione programmatica sin dalla prefazione al Viaggio, «a tutti i popoli della terra ho testimoniato la mia buona volontà a pari titolo», sempre senza «pregiudizi nazionali» e «con un costante riguardo al bene comune» [F, 18]. Eppure si sarebbe totalmente fuori strada se quell’idea regolativa dell’unità della natura umana inducesse un viaggiatore a trinciare, su usi e costumi umani nelle varie latitudini, giudizi che badano «troppo poco ai luoghi e alle circostanze» [F, 551]. Essa appare piuttosto come una totalità dialettica dove è però a partire dalle differenze locali, storiche e culturali – da vedere in tutto il loro peso e nelle loro correlazioni determinate – che si può semmai inferire, alla fine, i tratti comuni, generali e unitari: ma non viceversa. Onde, è stato notato, Forster «ben si guarda da generalizzazioni, e le supposizioni non vengono mai spacciate per certezze»: sarebbe infatti un madornale errore di metodo scientifico inferire ad esempio da singoli casi, apoditticamente, che questa o quell’usanza osservata presso una popolazione costituisca per essa un costume generale [F, 395, 447].Se invece interrogassimo il nostro giovane viaggiatore sulla causa ultima per cui la natura umana, o anzi la natura tout court, è quest’insieme mirabile e funzionale di molteplicità e unità, la risposta per un verso apparirebbe deludente, perché troppo semplice (o semplicistica), epperò dall’altro anche spiegabile, in quanto basata su concezioni che avevano diffusa circolazione in uno dei filoni, quello deistico, dell’illuminismo: il principio motore ultimo di ogni cosa, dei destini umani come delle variegate espressioni della natura sia inanimata che animata, è la Provvidenza divina. Ogni qualvolta serve una parola definitiva per suggellare riflessioni, compare in veste di deus ex machina la «superiore Autorità», l’«onnipotente Provvidenza», il «sublime grado di saggezza e amore paterno del Creatore», l’«insondabile Bontà».

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