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Caligola

Caligola
Dietro la follia
trad. di M. Tosti Croce
con ill.
Edizione: 2005
Collana: Storia e Società
ISBN: 9788842072065
Argomenti: Storia antica, Biografie, autobiografie
  • Pagine 212
  • 18,00 Euro
  • Al momento non disponibile presso il nostro magazzino

In breve

Caligola incarna la mostruosa aberrazione della tirannide. Tiene un bordello nel proprio palazzo. Ha rapporti incestuosi con la sorella. Tortura e perseguita senza motivo i suoi senatori e pretende di essere adorato come un dio. Fa console il proprio cavallo. Progetta di spostare il cuore dell'Impero da Roma ad Alessandria. Pazzia? È la risposta che ci viene dalla tradizione. Ma non è così per Winterling. Nella sue pagine avvincenti, Caligola è un autocrate mosso da un cinico umorismo che strumentalizza per i suoi scopi l'opportunismo e la mancanza di scrupoli dell'aristocrazia senatoria romana per poi essere bollato alla sua morte come un malato di mente. L'invenzione di un imperatore 'pazzo' si prestava a squalificarne la memoria e a occultarne le personali responsabilità, anche a costo di cadere in contraddizioni, la cui scoperta non è meno avvincente del racconto dei fatti stessi.

Indice

Un imperatore pazzo?

I. Infanzia e giovinezza

1. L’eredità di Augusto – 2. La famiglia politica – 3. Infanzia da «calzaretto militare» – 4. La situazione nell’antica – Roma sotto Tiberio – 5. Una giovinezza in pericolo – 6. Capri e l’ascesa al trono

II. Principe per due anni

1. Il giovane Augusto – 2. La malattia e il consolidamento – del potere – 3. Nel pieno del potere – 4. La morte di Drusilla – 5. L’Impero

III.L’esasperazione dei conflitti

1. La congiura dei consolari – 2. L’ora della verità – 3. La grande congiura e la spedizione al Nord – 4. La riconfigurazione del ruolo imperiale – 5. La traversata del mare

IV. Cinque mesi di dominio assoluto

1. La sottomissione dell’aristocrazia - 2. L’aristocrazia screditata - 3. L’imperatore come «dio» - 4. Le basi del potere - 5. Alessandria come alternativa?

V. La morte sul Palatino

L’invenzione dell’imperatore folle

Postfazione

Abbreviazioni

Note

Bibliografia

Referenze iconografiche

Indice dei nomi

Indice dei luoghi

Leggi un brano

«La storia di Tiberio, di Gaio, di Claudio e di Nerone», scrive Tacito all'inizio dei suoi Annali, «fu falsificata per paura finché essi furono in auge, mentre, dopo la loro fine, fu composta sotto l'influsso di ancor freschi motivi di risentimento » (Tac. ann. 1, 1, 2). La diffamatoria denigrazione degli imperatori defunti costituiva il perfetto pendant alla loro servile glorificazione in vita. Ma questo non vuol dire che l'aristocrazia romana fosse costituita da persone di basso livello morale. Per dirla più esattamente: le categorie etiche non sono qui adatte - come per gli stessi imperatori - a spiegare gli eventi. I senatori erano vittime di un nuovo assetto politico e di vecchi schemi di comportamento ormai inadeguati. I pochi che non si volevano rassegnare al potere imperiale - o che volevano essere loro a salire al trono - tentavano congiure, rendendo le cose ancor più complicate. Chi era più degli altri disposto a conformare al nuovo contesto la tradizionale aspirazione aristocratica al potere e alla gloria cadeva in uno sgradevole opportunismo. A volte entrambi i comportamenti si trovavano riuniti nella stessa persona. Di fronte a una tale diffusa adulazione, a tutti gli altri non restava che allinearsi, unendosi al coro generale.

Sotto Caligola i senatori dovettero affrontare esperienze mai vissute prima. Non nel senso che sia possibile imputargli stragi a capriccio: l'imperatore si limitò piuttosto a ottenere la sottomissione degli aristocratici romani prendendoli cinicamente sul serio. Li mise davanti a uno specchio e svelò gli assurdi paradossi del loro comportamento. Li ridicolizzò spingendoli alla più penosa autoumiliazione. E ad essi non rimase che sopportare e assecondare impotenti questo gioco. Che forma assunsero dopo la morte di Caligola quei «freschi motivi di risentimento»?

Molto interessante è il discorso tenuto in Senato dal console Senzio Saturnino poche ore dopo l'uccisione dell'imperatore e citato letteralmente da Flavio Giuseppe, che riporta una fonte romana: l'accusa mossa a Caligola era di aver instaurato una tirannide assoluta. Ci si era dunque rifatti a collaudati modelli interpretativi e a nessuno era venuto in mente di dichiararlo pazzo. E come avrebbero potuto? Erano stati proprio i massimi esponenti del Senato a costituire fino alla fine il seguito aristocratico dell'imperatore: con l'incredibile affermazione di aver servito un malato di mente, avrebbero arrecato a sé e all'aristocrazia nel suo complesso nuovi motivi di imbarazzo.

Seneca è stato il primo, poco più tardi, a parlare nei suoi scritti, a proposito di Caligola, di pazzia (furor e insania). Ma se si esaminano con maggior attenzione quei passi, si constata come egli non abbia emesso alcun giudizio clinico, ma si sia limitato, colmo di odio, a rimproverare all'imperatore defunto un comportamento tirannico e l'annientamento della libertà. Lamenta la vergogna che sarebbe così ricaduta sull'Impero romano. Il termine «pazzia» è usato come un insulto per fustigare l'immoralità e il sovvertimento di tutte le convenzioni aristocratiche. In senso analogo Seneca parla di «pazzia» anche quando descrive quelle donne che, dedite a un lusso esagerato, portavano appesi alle orecchie gioielli del valore di due o tre patrimoni di famiglia. È infine da sottolineare come in diversi passi dei suoi scritti abbia usato per Alessandro Magno espressioni quasi identiche, definendolo «folle» e «megalomane», un parallelo sul quale Caligola non avrebbe avuto nulla da obiettare.

Nei due scrittori ebrei Filone e Flavio Giuseppe l'accusa di follia (mania) è in stretto rapporto con gli onori divini che Caligola si faceva tributare. Anche qui si tratta di un insulto, usato questa volta per rispondere alle decisioni blasfeme - dal punto di vista ebraico - dell'imperatore e alle minacce che ne derivavano per il popolo ebraico. Nei racconti dei due autori l'imperatore non solo non dimostra, come si è visto, la benché minima patologia mentale, ma gli vengono anzi riconosciute particolari capacità nel cogliere le ragioni dei suoi interlocutori (Filone) e doti retoriche di alto livello (Flavio Giuseppe).

Plinio il Vecchio, che parla dell'insania di Caligola, usa tale parola a proposito della sua attività edilizia a Roma, e scrive nello stesso contesto che questa «pazzia» era stata superata dal lusso privato di Marco Scauro, figliastro di Silla. L'espressione turbata mens (mente sconvolta) usata da Tacito per l'imperatore è associata all'affermazione che essa «non ne aveva compromesso l'efficacia oratoria» (Tac. ann. 13, 3, 2). Che venga anche qui espresso soprattutto un giudizio morale, lo dimostrano gli altri passi in cui Tacito parla di Caligola. I termini che ricorrono sono: carattere lunatico, perfidia, simulazione, astuzia o iracondia. Non sorprende così neppure che Caligola non sia affatto l'unico imperatore al quale si rimproverava di essere «folle». La cosa vale altrettanto per Tiberio, Claudio e Nerone.

Ma chi ha avuto l'idea di fare di Caligola un malato di mente? Il primo ad affermarlo - stando alle nostre fonti - è Suetonio. L'imperatore, così scrive, non ebbe mai una salda salute fisica e mentale. Già da bambino soffriva di epilessia e anche in seguito lo assalivano improvvisi spossamenti. Lo tormentavano attacchi di ansia, forte insonnia e foschi incubi notturni. Secondo Suetonio, Caligola, resosi lui stesso conto del proprio stato mentale, avrebbe spesso pensato di abbandonare ogni attività e di «curare il proprio cervello» (de purgando cerebro). C'è voluto quasi un secolo perché l'insulto si trasformasse in realtà e venisse offerta all'aristocrazia romana, che tanto aveva sofferto sotto Caligola, questa discutibile via d'uscita per tutelare il proprio onore. E lo scrittore non è un senatore, ma un ex segretario imperiale di ordine equestre, appassionato di studi antiquari e autore di biografie di imperatori infarcite di aneddoti. Per spiegare le condizioni mentali di Caligola aggiunge: «Si pensa anche che la moglie Cesonia gli avesse dato un filtro d'amore, che lo condusse alla pazzia» (Suet. Cal. 50, 2).

Recensioni

Francesco Merlo su: La Repubblica (22/01/2005)

Siamo tutti Caligola quando pestiamo i piedi e non sentiamo le ragioni degli altri. Caligola è il professore che "chiama" il concorso per il proprio assistente. Caligola è l' arroganza di indire elezioni primarie per un candidato già designato. Caligola è la sfrontatezza di legiferare a favore del proprio avvocato corrotto o della propria azienda. Caligola è l' oltranza normale del potere, la sua natura mai discreta, neppure in regime di democrazia, e anzi soprattutto in regime di democrazia perché la delega popolare, i voti a garanzia della "buona politica" vestono di legittimità quell' eccesso e quell' indecenza che nel dispotismo sono invece apertamente gratuiti e maledetti.

Gaio Cesare Germanico, detto Caligola perché indossava la caliga, il calzaretto militare, è l' imperatore romano che nominò senatore il cavallo Incitato ed è sicuramente il pazzo più famoso della storia, ma è anche il più affascinante dei saggi, al tempo stesso despota e anarchico, nonché umorista cinico e finissimo perché quel cavallo senatore è la più beffarda arma che mai sia stata usata per trapassare la più solida blindatura del potere, quella dell' ipocrisia. Sicuramente quel cavallo non è follia, che è lo smarrimento, non del pazzo, ma di coloro che gli danno del pazzo per toglierselo dalla testa. Anche per Robespierre, e poi per Hitler e per Stalin si è fatto ricorso alla follia. Persino il fascismo di Mussolini, secondo un Croce forse in malafede, fu l' invasione degli Iksos, di gente senza storia e senza geografia, gente senza complessità culturale che veniva dal nulla storico, dunque dalla follia, gente da mettere "tra parentesi" perché è impossibile trovare le ragioni di una cosa irragionevole. Ma la pazzia non fa capire nulla e assolve tutto perché è la paralisi della ragione, al punto da rendere scusabile il delitto più efferato che infatti viene punito molto meno se è commesso da un incapace di intendere e di volere.

Far rinsavire Caligola non significa dunque riabilitarlo mutando ogni cosa nel suo contrario: la moralità in etica, la spietatezza in pietà, il carnefice in vittima. E infatti questa biografia di Aloys Winterling, Caligola. Dietro la follia, non è per fortuna l' ennesima riabilitazione dell' imperatore dannato. Qui, al contrario, c' è la felice ambiguità della storia indiziaria, l' intreccio dei punti di vista, la consapevolezza e l' uso sapiente della reversibilità del giudizio storico, in un racconto che è amabilità di narrazione, con le perle preziose sciolte nell' aceto, la salutatio del mattino e il banchetto della sera, la crudeltà disperata di Caligola dopo gli anni della dissimulazione accanto a quel Tiberio che gli aveva ucciso la madre e il fratello e la cui morte-resurrezione-morte somiglia agli ultimi giorni di Stalin. Il metodo di Winterling è quello della confutazione delle fonti palesemente diffamatorie senza mai dimenticare che non esiste un' informazione oggettiva. Il lettore partecipa alla demolizione della credibilità di Seneca, che fu il primo a parlare di dementia, e poi di Plinio il Vecchio, e soprattutto di Svetonio che fu il biografo del "matto" un secolo dopo il regicidio: almeno trenta coltellate, la figlioletta Drusilla sfracellata contro una parete, teste tagliate, scannamenti. Ma qui tutte le bizzarrie vengono smontate; trovano logica politica l' attraversamento a cavallo di cinque chilometri di mare su barche riempite di terra, l' idea di trasferire la capitale ad Alessandria, l' umiliazione dei senatori, che in privato congiurano e in pubblico si degradano, venerano "Deus Noster Caesar", gli baciano i piedi, si uccidono tra loro... Erano pazzi?

O forse i pazzi sono gli studiosi dell' età antica che amano il frammento, l' idea pescata al volo e spacciano per veri i fantasmi che abitano le frontiere del sapere. Caligola è il più fantasmatico di questi fantasmi, collocato in un punto in cui la storiografia non è un' accumulazione ma un' invenzione, lo slancio di sé nell' ignoto. Alla fine proprio la scarsità e l' irreperibilità delle fonti dirette e l' obliquità delle interpretazioni forniscono a Caligola un fascino straordinario, perché l' assenza di informazioni è come il silenzio, lo si può riempire come si vuole: il silenzio storico è il luogo della parola infinita.

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