“La Cina nuova” secondo Simone Pieranni

Attraversiamo metropoli futuristiche e hutong, locali fumosi e campi di ginseng, antichi principi confuciani e intelligenza artificiale, neomarxismo e ipercapitalismo. Incontriamo l’ambiguo funzionario del Partito comunista, l’operosa dottoressa di Wuhan, l’eterea vlogger della Cina rurale, l’astro della letteratura fantascientifica, la giovanissima attivista per l’ambiente.

Addentriamoci nella Cina nuova, quella che scopriamo appena smettiamo di leggerne soltanto la superficie, insieme a Simone Pieranni: qui un estratto dal suo nuovo libro, La Cina nuova.

_____________________________________________________

La memoria è un concetto piuttosto mobile per i cinesi e da sempre «truccato» da chi è deputato a scrivere la storia. Questo accade tanto più oggi, periodo nel quale il Partito comunista – oltre a rinnovare in modo continuo il panorama urbano del paese – guarda al passato per trovare la propria legittimazione, grazie a un racconto «epico» proposto dalla leadership del Pcc. Pensiamo solo alla Nuova Via della Seta: quando il presidente Xi Jinping ha presentato nel 2013 il suo progetto «One Belt One Road», ha descritto l’antica strada carovaniera come qualcosa di essenzialmente cinese. In realtà il termine fu creato da un occidentale (il geografo tedesco Ferdinand von Richthofen) e per lungo tempo la lingua parlata lungo le rotte commerciali fu il persiano. La storia, dunque, oggi più che mai serve al Partito comunista per marcare una linea di continuità, in alcuni casi con chiari accenti di natura etnica, tra presente e passato. E come sempre accade in questi casi, il Pcc non ammette discussioni, anche per quanto riguarda la storia recente. Nel 2018 Xi Jinping ha fatto approvare una legge dall’Assemblea nazionale (quanto di più simile esiste in Cina ai parlamenti occidentali, benché abbia solo la funzione di ratificare quanto deciso dal Consiglio di Stato, l’organo esecutivo, a sua volta controllato in toto dal Partito comunista) che impone a «tutta la società» di onorare gli eroi rivoluzionari e i martiri approvati dal Partito, rendendo la diffamazione un potenziale reato punibile dalla legge. Chun Han Wong, commentatore di fatti cinesi sul «Wall Street Journal», a questo proposito scrisse che «rafforzare il controllo sulla storia cinese è una priorità per il presidente Xi Jinping, che ha rivendicato la legittimità del governo comunista affermando che lui e il suo Partito al governo stanno guidando il ritorno della Cina alla grandezza del passato». Per questo eroi e martiri hanno un posto di rilievo nelle campagne di propaganda che spesso risalgono alle radici rivoluzionarie del Partito. «I funzionari hanno affermato che è necessaria una legislazione forte per promuovere il patriottismo e reprimere il nichilismo storico, termine ufficiale per lo scetticismo sui contributi del Partito al progresso della Cina». Insieme alla legge è arrivata la censura di libri, articoli, saggi. Questi ritocchi storici, in realtà, non sono l’unico modo che il Partito ha di controllare il passato; in alcuni casi la memoria è travisata o completamente annullata.

Durante una cena a Shanghai, nel marzo del 2006, mi ritrovai seduto accanto a una ragazza cinese nata nel 1984. A un certo punto, mentre parlavamo, le dissi che l’indomani sarei andato a Pechino. Le dissi anche che era la prima volta che avrei visitato la capitale cinese. Mi rispose che lei non c’era mai stata e mi chiese se potevo mandarle delle foto. Le dissi di sì. Poi lei mi chiese: «Qual è il primo posto dove andrai?». Io le risposi in un lampo, «Tiananmen», cosa che poi effettivamente si avverò. «Tiananmen è famosa anche in Occidente?», mi chiese. «Non lo sapevo», aggiunse. Le dissi che, sì, era molto famosa anche in Italia, per il ritratto di Mao, per la Città proibita e per quanto accaduto nel 1989. «Nel 1989?», domandò. Avevo sentito dire, benché fossi in Cina da poco, che molti cinesi delle nuove generazioni ignoravano totalmente quanto accaduto nel 1989 in Cina, ma non pensavo di ritrovarmi così presto di fronte a questa realtà. Balbettai una risposta: «Proteste, scontri…». Il suo volto, con gli occhi alla ricerca di risposte comprensibili, mi raccontò che non ne sapeva niente. A questo proposito, Louisa Lim ha scritto un libro dal titolo The People’s Republic of Amnesia in cui descrive un esperimento che ha fatto per misurare la profondità dell’oblio. La giornalista ha portato l’iconica foto del «tankman» – il giovane che blocca una colonna di carri armati a Pechino nel 1989 – in quattro campus della capitale. La netta maggioranza degli studenti, tra i più istruiti del paese, non l’ha riconosciuta, alcuni hanno provato a indovinare «È in Kosovo?», «La Corea del Sud?»; su 100 studenti, solo 15 hanno identificato la foto scattata il 5 giugno 1989.

Walter Benjamin sosteneva che la storia sia «l’inventario del vincitore» e mai come in Cina questo è vero. Il 1989 è stato eliminato dalla storia cinese proprio nel momento in cui i cinesi erano posti più che mai di fronte a scelte su come interpretare il proprio passato e legarlo all’ingresso nella modernità occidentale, tentando di preservare le proprie «caratteristiche». A questo proposito, secondo la critica letteraria e cinematografica, femminista e marxista Dai Jinhua – una intellettuale capace di muoversi tra film, letteratura e produzione culturale popolare e di massa, quanto di più simile a Mark Fisher esista in Cina –, uno dei momenti di maggior rilettura della storia da parte dei cinesi sarebbe avvenuta proprio negli anni Ottanta, quelli fondamentali per l’ingresso cinese nelle dinamiche del capitalismo globale: «Alla base della cosiddetta revisione della storia negli anni Ottanta e della concettualizzazione di una Cina del ventesimo secolo, c’erano gli sforzi per stabilire la continuità da un lato e la trascendenza dall’altro, come se potessimo eliminare, per mezzo di nuove interpretazioni ed ellissi, le interruzioni interne della storia cinese del ventesimo secolo. La riscrittura della storia mette in luce fatti e verità che erano stati gettati nell’oblio. Getta nuove sfumature e ombre. Oggi possiamo vedere più facilmente, con il senno di poi, che la storia non è un rullino che può essere montato liberamente».

 

Scopri il libro:

#CasaLaterza: Alessandro Volpi dialoga con Gianni Cuperlo

L’Italia è il paese del debito pubblico: da sempre alto e difficile da gestire, ha costantemente condizionato la nostra storia.

Ma come abbiamo potuto crescere nonostante questo peso? Quali sono le conseguenze che ha prodotto sulla politica e sulla società?

Il 5 luglio 2021 ne abbiamo discusso in diretta su Facebook e YouTube a partire dal libro Storia del debito pubblico in Italia, con uno degli autori, lo storico e politico Alessandro Volpi, in dialogo con l’onorevole Gianni Cuperlo.

 

Scopri il libro:

«Città-arcipelago come borghi immersi nel verde»

L’architetto e urbanista, progettista del Bosco Verticale, riflette su come sta cambiando il modo di vivere gli spazi pubblici e privati. Con una partenza a sorpresa: l’esempio di Roma. Comincia così un percorso di conversazioni sulle metropoli

Micol Sarfatti | Sette – Corriere della Sera | 28 maggio 2021

Non sappiamo se davvero la pandemia ci renderà migliori, sappiamo però che ha modificato i profili delle nostre città, accelerandone il cambiamento. Dalla mobilità, al verde, fino agli spazi condivisi. Abbiamo chiesto a Stefano Boeri, architetto e urbanista, di ragionare con 7 su questa rivoluzione urbana, incontrando diversi interlocutori.

Iniziamo il viaggio nelle città che salgono con le sue riflessioni, alcune affrontate nel saggio Urbania, appena uscito per Laterza.

Architetto, come sono cambiate le città durante il lockdown?

«Nei primi mesi di confinamento abbiamo visto accadere vere e proprie trasfigurazioni nel calco fisico delle aree urbane. Gli spazi pubblici erano drammaticamente vuoti, quelli privati pullulavano di vita. Mentre specie di animali non domestiche popolavano angoli di città, i grandi contenitori di folle e flussi, elementi portanti della storia urbana europea, si erano svuotati di quella densità di corpi che li aveva originati. Ci sono state ripercussioni anche sulla mobilità: il pendolarismo è diminuito grazie ad un’alfabetizzazione digitale portentosa. Con la pandemia abbiamo capito che tutte le attività intellettuali, che vanno dalia ricerca alla gestione della burocrazia, non hanno bisogno di un ufficio per essere svolte. Questo ha modificato i tempi e le modalità di spostamento sul territorio. Abbiamo ripensato i rapporti tra i tre perimetri temporali della vita: lavoro, residenza e tempo libero. In un calco rimasto intatto abbiamo sperimentato esperienze nuove e a volte inusuali. Anche se molti di questi processi, come il lavoro da remoto, erano già in atto».

In questa lenta ripresa sembra esserci una nuova definizione del rapporto tra “dentro e fuori” negli spazi di socialità.

«Sì, dapprima abbiamo assistito a una ritrazione della vita negli spazi domestici, poi dalla scorsa estate e ancora oggi, a una estroversione nelle strade. Per la prima volta abbiamo avuto la dimostrazione di quello che diceva l’architetto Louis Kahn: “Le strade sono le stanze delle comunità”. La vita è tornata a fluire nei dehors, nelle vie pedonalizzate, dove una volta c’erano parcheggi e traffico. Questa è una trasformazione spettacolare, purtroppo non ancora abbastanza potente, perché si scontra con resistenze e inerzie».

Dopo la pandemia i centri urbani saranno ancora il cuore pulsante delle nostre attività?

«La specie umana ha eletto nei secoli la città come habitat privilegiato, ma non è stato così per una parte importante della nostra storia. Oggi, dopo questa drammatica esperienza, dovremmo essere pronti a rimettere in discussione questa scelta. Il processo di delocalizzazione è in una fase iniziale, ma già visibile. Famiglie, singoli individui, addirittura aziende hanno scelto di spostare il baricentro della vita e del lavoro fuori dalle città, in borghi storici, o in località di mare o montagna, usando i grandi centri urbani come luogo di confronto per un tempo limitato della settimana. Ma così le metropoli rischiano di non essere più il luogo eletto della produzione intellettuale individuale, ma di confronto e scambio del lavoro fatto altrove. Ora hanno davanti una grande sfida».

Da dove possono ripartire?

«Innanzitutto, devono rivedere completamente il rapporto con la natura, un elemento su cui dobbiamo ricalibrare il nostro futuro, senza più considerarlo esterno a noi, ai nostri corpi e ai nostri spazi di vita. Dobbiamo immaginare quello che io chiamo città arcipelago: quartieri e spazi abitativi autosufficienti nei servizi al cittadino, immersi in un mare di natura verde, in una biodiversità non addomesticata. Allo stesso tempo i borghi storici oggi abbandonati dovrebbero tornare a essere piccole città. Solo rigenerando le città e i borghi potremo evitare che la spinta al decentramento (il mercato immobiliare segnala già un aumento di valore di tutto quello che sta fuori dalle città) generi quell’agglomerato urbano diffuso di edifici senza logica e senza progettazione che ha compromesso negli Anni 80 intere parti del paesaggio italiano ed europeo. L’Italia ospita una rete incredibile di borghi storici, oltre 5000, dobbiamo riabilitarli e creare un rapporto con il territorio più sano e utile. Anche per favorire un riequilibrio demografico che non può essere imposto perché la vita è più forte degli incentivi e delle leggi. In questo modo, tra l’altro, si tornerebbe a prendersi cura dei boschi, che contrariamente a quanto si possa pensare, necessitano della presenza e del lavoro umani. Abbiamo bisogno di più alberi nelle città e più umani nelle foreste».

Come possiamo unire nuovi spazi di vita e socialità alla sostenibilità?

«Dobbiamo fare rapidamente alcuni passi, anche parziali. In questo senso il lavoro iniziato dal ministro Cingolani è interessante. Uno dei punti chiave è la mobilità: il passaggio all’elettrico, pur non risolutivo, è oggi urgente. I danni dell’inquinamento si legano alla pandemia, il virus ha trovato terreno fertile anche grazie a un indebolimento polmonare generale causato dalla pessima qualità dell’aria nelle nostre città. Bisogna lavorare sul riscaldamento, ancora basato su combustibili fossili, e sull’agricoltura periurbana. Poi c’è la grande sfida dell’idrogeno, un gas importante per il funzionamento delle rinnovabili. Quando parlo di arcipelago urbano sono convinto che l’utopia della terza rivoluzione industriale di Jeremy Rifkin oggi si possa realizzare. Possiamo pensare a un sistema diffuso di energia rinnovabile, non più top down, ma bottom up. Grazie alle batterie ad idrogeno, le case diventeranno piccole centrali di energie pulita. Nelle metropoli arcipelago i quartieri saranno energicamente autosufficienti e potranno alimentare i consumi delle infrastrutture. Ci sono poi altri capitoli cruciali che riguardano una distribuzione più equa della ricchezza, la forestazione urbana e la realizzazione di grandi corridoi della biodiversità, come il progetto Parco Italia, che estende la forestazione a 14 città italiane collegate tra loro. In poche parole: dobbiamo allargare l’idea di naturalità, non esternalizzarla».

La sfida di oggi è quella di unire, di connettere?

«Esattamente, la connettività è uno dei grandi obiettivi del nostro tempo. Dobbiamo lavorare per ricollegare i sistemi naturali che con i nostri habitat solo minerali abbiamo interrotto».

C’è una città da prendere come esempio? «Tante: Londra ha fatto bene sulla mobilità, Barcellona sui quartieri, Parigi sui tetti verdi, Milano con il progetto di piantumazione Forestami. In Italia oggi dovremmo guardare a Roma, una metropoli molto complicata, ma che ha in sé il mondo intero. È una grande sfida, nazionale ed europea, ma davvero potrebbe diventare la prima metropoli arcipelago. Dobbiamo però capire, in generale, non solo per Roma, che il futuro delle metropoli si costruisce agendo da subito, su tutto, dall’alimentazione alla mobilità, e tutti insieme: istituzioni, nazionali e locali, aziende private e cittadini. Solo così potremo affrontare davvero i grandi cambiamenti del nostro tempo, dalle migrazioni al clima».

 

Scopri il libro:

«Borbone, primato ma di fake news»

Armino smonta i falsi record del regno di Napoli tra ironia feroce e accurata ricerca storica. «Sono un uomo del Sud orgoglioso di esserlo, perciò voglio la verità, non propaganda di parte»

Ugo Cundari | Il Mattino | 21 maggio 2021

Per capire il senso del saggio dal titolo ironico Il fantastico regno delle Due Sicilie, si può iniziare dall’ultima pagina, dove c’è uno schema con i presunti primati dei Borbone, una ventina. AI fact checking, di questi se ne salvano quattro. Gli altri, dalla prima cattedra di Astronomia (Padova, 1307) al primo bacino di carenaggio in muratura (Genova, 1851) o alla prima illuminazione a gas (Torino, 1822), sono fake news propagandate ad arte. L’autore, il calabrese Pino Ippolito Armino è ingegnere di formazione e storico per vocazione, direttore della rivista «Sud contemporaneo» e membro del comitato direttivo dell’Istituto Ugo Arcuri per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea.

Armino, non si sente in colpa nel denigrare il glorioso Meridione?

«Sono un meridionale orgoglioso e proprio per questo amo la verità e mi indigno di fronte alle tante falsità messe in giro da chi ha interessi oscuri. Chi diffonde dati falsi per esaltare o vittimizzare il Sud agisce per due ragioni, o per vendere più libri seguendo la moda, oppure, cosa più raccapricciante, per strumentalizzare la gente diffondendo, in malafede, notizie false. È giusto sentirsi legato alla propria terra e credere non sia solo camorra e sporcizia, ma scrivere falsità non lo accetto».

L’impressione è che l’appendice finale sui falsi primati poteva essere molto più lunga…

«È una sintesi, di altri parlo nel libro».

Per esempio?

«Quella del primato della raccolta differenziata, che fa sorridere. Tra le falsità quella che più circola e più risulta odiosa è sullo sterminio di massa del popolo meridionale dopo l’Unità. Qualcuno si spinge a parlare di genocidio, una vergogna».

I Savoia qualche morto, anzi più di uno lo fecero, però.

«Appunto, qualcuno, ma non certo migliaia come dicono i neoborbonici».

Ci fa qualche esempio preciso, dati alla mano?

«Gliene faccio due, il massacro di Fenestrelle e l’eccidio di Pontelandolfo. Nel primo caso il revisionismo borbonico, capeggiato da Pino Aprile, in barba a ogni documentata ricostruzione storica, ha individuato nel forte di Fenestrelle, sulle Alpi, il luogo simbolo della deportazione dei soldati napoletani dopo l’Unità e del presunto massacro di alcune migliaia di loro, tra stenti e sofferenze. Gli archivi dimostrano che tra il 1860 e il 1865 si registrano quaranta decessi a Fenestrelle, tra soldati borbonici ed ex papalini».

E per Pontelandolfo?

«Anche in questo caso si parla di centinaia di morti, in rarità ne furono alcune decine, per carità, non giustificate, frutto della rappresaglia dell’esercito italiano composto da quadri del regno sardo, e interessò la popolazione civile. Prima dell’eccidio ci fu il massacro di alcuni soldati, se si elimina il contesto non si ha chiaro l’episodio, pur da condannare nella maniera più assoluta, ma facendolo rientrare nelle sue proporzioni».

Secondo lei non è vero nemmeno che il Nord rubò i soldi a Napoli.

«È un altro feticcio neoborbonico. Certo, per alcune aziende del Sud, ma anche della Lombardia e del Veneto, l’Unità comportò il fallimento. Per altre però allargò il mercato e gli introiti, come nel caso del Banco di Napoli».

Tra le sue contestazioni più forti, ci sono quelle sull’istruzione.

«I Borbone si accanirono contro la diffusione dell’istruzione. Nel 1830, con l’ascesa al tono di Ferdinando II, a Napoli c’erano 50 scuole primarie con 3800 alunni. Le scuole raggiungevano il 4% dei potenziali studenti. Il rapporto tra scuole primarie e popolazione era disastroso, in Francia era quattro volte più alto, in Inghilterra otto, in Lombardia nove. Nell’ultimo decennio borbonico gli universitari erano sottoposti, anche nella vita privata, al controllo di un apposito funzionario. Al censimento post unitario l’analfabetismo interessava al Nord 464 maschi e 574 femmine su mille, al Sud 835 maschi e 938 femmine su mille».

Ma almeno è vero che a Napoli fu inventato il bidet?

«Certo, ma chi lo poteva usare? Non il popolo, perché mancavano anche le fogne. E il bidet che importanza poteva avere per un napoletano privato delle minime libertà, fogne a parte? È ovvio che nella sua storia Napoli può vantarsi di alcuni primati, ma la quasi totalità è dovuta al decennio murattiano, non certo ai Borbone».

Spera con questo libro che qualche neoborbonico cambi idea?

«Che almeno si metta in discussione, che abbia la serietà di citare le fonti quando diffonde o condivide dati. E magari che i più accaniti neoborbonici smettano di citare uomini come Gaetano Filangieri, che i Borbone li ebbe sempre in odio pagando con l’esilio lui, con la persecuzione la sua famiglia».

 

Scopri il libro:

Legenda. Libri per leggere il presente

Legenda è uno sguardo rapido ai fatti che hanno scandito la settimana e un invito a leggere il presente togliendo il piede dall’acceleratore.

Legenda è un tentativo di legare il mondo che corre alle parole che aiutano a capirlo.

 

Lo stato dell’Unione. “Signor Presidente, onorevoli deputate e deputati, sono molte le persone che hanno l’impressione che la loro vita abbia subito una battuta d’arresto mentre il mondo intorno si muoveva a velocità accelerata.”

Così Ursula von der Leyden, presidente della Commissione europea, ha aperto il suo discorso sullo stato dell’Unione davanti agli europarlamentari nell’emiciclo di Strasburgo. Si tratta di un intervento utile a tirare le somme dell’anno passato e a comunicare l’agenda per quello a venire. A questo link il testo integrale, qui invece l’analisi di Domani, che lo ha definito «un discorso improntato sulla continuità e sulla conservazione della direzione politica già intrapresa. Lo si vede in più ambiti: sul fronte climatico, i giovani di Fridays for Future hanno lamentato gli obiettivi inadeguati scelti da Bruxelles e von der Leyen su questo non fa ammenda; dal lato sociale, il mondo del lavoro ha uno spazio esiziale nel discorso, il che suscita la delusione dei sindacati europei. Discorso molto cauto anche sullo stato di diritto».

Sullo stato, ma soprattutto il futuro dell’Unione, leggiamo il contributo della redazione di Scomodo, invitata a commentare il Next Generation EU per Il futuro. Storia di un’idea.
«Ogni crisi porta inevitabilmente a sentire più forte la necessità di cambiamento, a guardare al futuro come a qualcosa di ancora modellabile e a far desiderare a un numero crescente di persone di esserne protagonisti.
Ma nel 2021 la crisi non è una sola, sono tante e intrecciate fra di loro. I confini tra quella ambientale, quella sociale e quella sanitaria sono labili e questo impone la necessità di una risposta che abbia lo stesso grado di complessità e multipolarità. Attualmente, forse l’unica istituzione che può fornire gli strumenti per creare i presupposti per una soluzione collettiva è l’Unione europea. Anche l’Europa oggi è in crisi, ovviamente. Ma guarda al futuro, o almeno dice di provarci: lo fa creando un piano che – nomen omen – ha il delicato compito di fornire gli strumenti per sopravvivere, o addirittura per vivere meglio.»

→ Alcune proposte di lettura a tema Europa
→ Autori vari, Il futuro. Storia di un’idea

______________________________________________________

Logistica. Firmato il protocollo sulle relazioni industriali e la rappresentanza che aprirà ai sindacati le porte dei magazzini Amazon.
«Un accordo» ricostruisce La Stampa, «siglato sotto la spinta del ministro Andrea Orlando, che Filt Cgil, Fit Cisl, Uil Trasporti definiscono “storico”, il primo in Europa. Il testo prevede incontri periodici sui temi e verifiche “puntuali” sull’applicazione del contratto collettivo».

→ Aloisi – De Stefano, Il tuo capo è un algoritmo
→ Furlanetto, Noi schiavisti
→ Fana, Non è lavoro, è sfruttamento

______________________________________________________

11 settembre 2001-2021. Sono trascorsi venti anni dagli attentati dell’11 settembre 2001, quando quattro voli commerciali venivano dirottati per colpire New York e Washington, uccidendo quasi tremila persone.

→ Mammarella, Storia degli Stati Uniti dal 1945 a oggi
→ Mamdani, Musulmani buoni e cattivi

______________________________________________________

Medio Oriente. Il primo ministro israeliano, Naftali Bennett, ha incontrato il presidente egiziano Abdel Fatah al-Sisi, nella prima visita di un leader israeliano in Egitto da dieci anni a questa parte.

→ Emiliani, Medio Oriente. Dal 1991 a oggi
→ Vercelli, Storia del conflitto israelo-palestinese

______________________________________________________

Un futuro spaventoso. Una ricerca, condotta dall’Università di Bath e da altri cinque atenei, e volta a indagare il parere di diecimila ragazzi tra i 16 e i 25 anni sui cambiamenti climatici e le azioni intraprese per contrastarli, rivela che il 75% degli intervistati crede che l’avvenire sia spaventoso.

Come si riporta su la Repubblica, «il 58% degli intervistati è convinto di essere vittima di un autentico tradimento da parte delle autorità politiche o amministrative nazionali e internazionali, mentre il 64% ritiene che queste ultime non stiano facendo abbastanza per evitare la catastrofe. In un mondo così spaventoso e incerto, il 39% non è sicuro di voler avere dei figli, con picchi che toccano il 47 e 48% nelle Filippine e in Brasile.
Di qui, l’allarme: sentimenti negativi così profondi da generare un impatto di tipo funzionale finiscono per minare la salute mentale di bambini e adolescenti».

→ Levantesi, I bugiardi del clima
→ Wynes, SOS. Cosa puoi fare tu contro il riscaldamento globale
→ Morton, Noi esseri ecologici

______________________________________________________

A caccia di delfini. In occasione di una tradizionale battuta di caccia (il Grindadráp), nelle Isole Faroe la scorsa domenica sono stati uccisi quasi 1500 delfini. Sea Shepherd, l’organizzazione che dagli anni Ottanta è attiva – tra l’altro – nel contrastare questa pratica, ha affermato che nella battuta di domenica è stato ucciso il più alto numero di delfini della storia delle isole.

→ Del Re, Cose viste
→ Joy, Manifesto per gli animali

L’invenzione del futuro: le Lezioni di Storia tornano a Napoli

L’INVENZIONE DEL FUTURO

A Napoli torna il Festival delle Lezioni di Storia

DAL 7 AL 10 OTTOBRE 2021

Prenotazioni attive!

Dopo lo straordinario successo delle prime due edizioni, dal 7 al 10 ottobre torna – in presenza e in streaming – il Lezioni di Storia Festival di Napoli con 45 appuntamenti e 7 eventi collaterali che si svolgeranno nelle sedi delle prestigiose realtà culturali partner del Festival. Il tema della terza edizione è “l’invenzione del futuro”: come le donne e gli uomini del passato hanno pensato al futuro, descrivendolo e progettandolo, caricandolo delle loro paure e di tante speranze. Un tema che da sempre ha affascinato l’umanità nei più vari campi: dalla letteratura al teatro, dalla pittura alla musica, dal cinema alla televisione.

Durante i quattro giorni del festival si parlerà di utopie e di avanguardie, di scienza e di fantascienza, di movimenti politici e di immaginazione artistica, di moda e di ambiente. Si discuterà del mondo, dell’Italia e di Napoli, città di cui si racconteranno le tradizioni ma anche gli slanci verso il domani. Nella prospettiva della visione del futuro, saranno raccontati grandi avvenimenti, come l’editto di Caracalla che concede la cittadinanza romana e la Comune di Parigi del 1871, saranno rappresentati personaggi come Leonardo e Cristoforo Colombo, Joyce Lussu e Frida Kahlo, raccontate opere teatrali come Lisistrata e film come 2001: Odissea nello spazio.

SCARICA IL PROGRAMMA

 

L’ingresso alle Lezioni di Storia Festival è libero, con prenotazione obbligatoria, fino ad esaurimento posti.
Tutti gli incontri si svolgeranno nel rispetto delle regole di prevenzione anti-Covid.
È necessario mostrare il Green Pass al controllo per accedere in sala.

 

“Che si potesse fare un festival intorno all’economia lo credevano in pochi”

Condividiamo il comunicato che abbiamo rilasciato a seguito della scelta della Provincia di Trento di cambiare la guida del Festival di Economia.

 

10/09/2021

La decisione della Provincia di Trento di cambiare la guida del Festival di Economia dopo sedici anni di successi ininterrotti è del tutto incomprensibile.

Siamo stupiti, tanto più dopo le rassicurazioni ricevute fino a prima dell’estate dal Presidente Fugatti sull’intenzione di rinnovare il rapporto con Laterza e il Comitato Promotore – comprendente Comune e Università – con cui abbiamo fino a oggi collaborato nel migliore dei modi e di cui attendiamo di conoscere le valutazioni.

Nel 2005 Laterza immaginò di fare un Festival di Economia e insieme a Innocenzo Cipolletta pensò a Trento come la città giusta per realizzarlo.

Che si potesse fare un festival intorno all’economia all’epoca lo credevano in pochi ma la prima edizione che si  tenne nel 2006 fu un tale successo di pubblico che i giornali la paragonarono a un concerto rock: dovemmo cambiare in corsa buona parte delle sale per accogliere un numero di persone doppio o triplo rispetto al previsto.

Merito anche di un programma straordinario che comprendeva alcuni dei maggiori economisti e intellettuali del mondo – da Tony Atkinson a Zygmunt Bauman – reso possibile grazie alla pluralità di interessi, alla reputazione  e alla rete di relazioni di Tito Boeri, che Laterza chiamò a dirigere il Festival. Negli anni successivi il Festival di Economia è cresciuto continuamente, anche nella copertura mediatica, diventando un punto di riferimento per il dibattito economico italiano, con la presenza di presidenti del consiglio e ministri dei governi di ogni colore politico, oltre che dei rappresentanti delle principali istituzioni, a partire dal governatore della Banca d’Italia.

Abbiamo dovuto moltiplicare le sale collegandole in video per poter accogliere le migliaia di persone che arrivavano a Trento da tutta Italia. Lo scoiattolo e il logo del festival progettati da Laterza sono diventati nel tempo sinonimo di qualità scientifica e capacità divulgativa nel pluralismo delle idee e delle proposte. Grazie anche al gruppo di persone che ha lavorato al Festival nelle istituzioni trentine e al sostegno di Intesa Sanpaolo e degli altri sponsor, il festival ha garantito una grande qualità di organizzazione e di promozione.

E grazie al prestigio degli ospiti coinvolti – tra cui molti premi Nobel – ha raggiunto una grande partecipazione e notorietà internazionale.

“Un festival unico, è incredibile” ha scritto il premio Nobel Gary Becker, “non so di nessun’altra esperienza simile al mondo”: non si era mai vista tanta gente venire ad ascoltare gli economisti. “È stato bellissimo per me venire al Festival” ha dichiarato un altro premio Nobel, Amartya Sen, “che vivace miscuglio di teorie intelligenti, grande coinvolgimento sociale e gioia di comunicare e conversare!”.

La città di Trento dal canto suo ha partecipato in maniera sempre più entusiasta, consapevole di tutti i vantaggi che la manifestazione ha portato al territorio, fino a tingersi tutta di arancione nei giorni del festival. Essere riusciti a costruire una grande comunità del pensiero intorno al Festival è una sfida vinta.

Dunque un’esperienza che ha registrato per sedici anni un enorme successo da ogni possibile punto di vista viene oggi rimessa in discussione: un atto incomprensibile, che non risponde ad alcuna logica di merito.

Noi lavoreremo in ogni caso perché questa esperienza continui, se non a Trento altrove, nella tradizione di qualità scientifica, pluralismo di opinioni e capacità divulgativa che la ha sempre contraddistinta.

 

Editori Laterza

La giustizia e l’agenda da cambiare

Di riforme della giustizia si discute nel nostro Paese da decenni. E oggi più che mai un rinnovamento appare necessario, sia alla luce della crisi interna alla magistratura sia per le richieste provenienti dall’Unione europea. In Fare Giustizia, la lucida analisi e le proposte di soluzione di uno dei più stimati e autorevoli protagonisti del nostro sistema giudiziario, Giuseppe Pignatone. Qui un estratto.

__________________________________________________________

La polemica politica e giudiziaria divampata nei primi mesi della pandemia a causa dell’uscita dal carcere di numerosi detenuti imputati o condannati per gravi reati è un esempio degli effetti collaterali della crisi, innanzitutto sanitaria, che ha colpito l’Italia e l’intero pianeta. Infatti, gli effetti del virus si sono dimostrati tanto più pesanti quanto più gli organismi colpiti sono deboli e meno efficienti. Questo vale per gli individui, ma anche per le strutture e i settori dell’organizzazione sociale. Devastanti sono stati quindi, e ancora saranno, gli effetti della pandemia sull’intero sistema della giustizia penale, di cui sono noti limiti e difficoltà e che infatti è rimasto sostanzialmente a lungo paralizzato, salvo pochissime attività indilazionabili.

Anche la ripartenza è e sarà molto parziale. Non solo per le nuove regole, a cominciare da quelle sul distanziamento sociale che trasformeranno radicalmente la vita dei nostri palazzi di giustizia, ma perché modalità inedite, tutte da sperimentare, si sommeranno alle carenze e ai problemi già ben noti. È quindi intuitivo il verificarsi di un pesante rallentamento: meno udienze, meno processi fissati per ogni udienza, meno persone ammesse nelle cancellerie, meno impiegati presenti nelle ore cruciali, enormi difficoltà a trattare i processi con più imputati, specie se detenuti. Né è pensabile che in pochi mesi si torni alla “normalità” del passato, il che determinerà l’accumularsi di ulteriore arretrato in proporzioni molto pesanti, peraltro accresciute dai casi che scaturiranno dalla ripresa delle attività economiche e sociali.

Se è vero che la giustizia penale è una delle funzioni primarie e irrinunciabili di qualsiasi Stato, per prima cosa è necessario un impegno corale per contenere i danni già subiti e per ripartire su nuove basi, come sta avvenendo in tanti altri campi.

Ma questo non sarà sufficiente. L’intera organizzazione della giustizia dovrà saper trasformare questa crisi in opportunità, cogliendo l’occasione del cambio di prospettiva che la pandemia impone, fermo restando il limite invalicabile dei principi propri dello Stato di diritto, fissati dalla Costituzione, dato che in questo settore sono in gioco interessi vitali del cittadino, a cominciare dalla libertà personale. Non a caso, di fronte all’opposizione dichiarata degli avvocati e alle perplessità espresse da buona parte della magistratura, il Governo ha rinunziato quasi del tutto all’udienza da remoto, ritenuta inidonea ad assicurare il livello minimo di garanzie per una decisione giusta. Una scelta che ritengo frutto di saggezza.

Serve quindi una riflessione condivisa sulle possibilità offerte dall’informatica, su cui molti ripongono grandi aspettative, con l’attesa di risultati quasi miracolosi. Io non sono così ottimista e proprio in queste settimane abbiamo constatato come nella giustizia penale lo smart working e, più in generale, il ricorso all’informatica abbiano fatto registrare risultati meno positivi che altrove. Per la carenza delle risorse disponibili, materiali e di personale, ma anche per i limiti, sopra accennati, imposti dalla materia trattata. Restano tuttavia spazi molto ampi per l’uso delle nuove tecnologie e sarà l’esperienza concreta a suggerire nuovi campi di intervento e nuove iniziative, che richiederanno a tutti, uffici giudiziari e avvocati, la disponibilità ad assumersi nuovi impegni e nuove responsabilità.

Sarà anche necessario che, nell’enorme sforzo economico in atto nel Paese, si tenga conto delle esigenze dell’amministrazione della giustizia, fattore decisivo anche per la ripresa economica: e al primo posto di tali esigenze c’è l’assunzione di personale amministrativo giovane e qualificato.

Nell’indicato cambio di prospettiva è forse giunto il momento per compiere alcuni passi che competono a Governo e Parlamento, che sarebbero tuttavia agevolati se dai protagonisti del processo provenissero indicazioni comuni, nella consapevolezza condivisa che nessuno trae giovamento dalla paralisi che si è determinata.

Il primo passo, fondamentale, è la immediata e radicale riduzione del numero dei reati, attraverso un’ampia depenalizzazione. Oggi la sanzione penale è prevista per fatti di scarso rilievo, che in altri Paesi europei sono illeciti amministrativi definiti rapidamente, mentre da noi impegnano tre gradi di giudizio. È uno degli effetti perversi del panpenalismo dilagante in questi anni, per cui la sanzione penale non è l’extrema ratio cui ricorrere quando nessun altro rimedio è efficace ma, al contrario, è la sola risposta a problemi cui la politica o l’economia non sanno provvedere e che vengono così scaricati sulla giustizia penale, addossandole oltretutto la responsabilità dell’inevitabile fallimento.

È un fenomeno culturale ormai diffuso. Lo vediamo ogni volta che si reagisce a un dramma o a un problema chiedendo – o, peggio, facendo chiedere alle vittime – di “fare giustizia”, di “trovare il colpevole e mandarlo in carcere”, magari per sempre. In un primo momento, per fare un esempio, erano state considerate reati anche le violazioni ai limiti di movimento imposti per frenare il contagio. Poi, per fortuna, ci si è resi conto dell’assurdità della scelta che avrebbe portato a decine di migliaia di procedimenti da chiudere, chissà quando, con la condanna a pagare una piccola somma. E così si è tornati all’illecito amministrativo. Occorrerebbe, e da subito, l’impegno convergente delle forze politiche per invertire la tendenza a introdurre sempre nuove figure di reato. In questo modo, fra l’altro, sarebbe più facile verificare che le procure si muovano secondo criteri di priorità trasparenti e comprensibili.

Il secondo passo dovrebbe essere l’introduzione di modifiche realmente incisive del sistema processuale introdotto dal Codice di procedura penale del 1989, avendo ben chiaro “il” problema: non si è mai realizzata la condizione base per il suo successo e cioè che almeno l’80% dei processi venisse definito con i riti alternativi (abbreviato, patteggiamento, ecc.). È sotto gli occhi di tutti che le cose sono andate diversamente e che i tempi si sono allungati a dismisura, per cui l’istruzione dibattimentale è spesso una mera fictio, con i testimoni convocati quando ormai non ricordano nulla e finiscono per “recitare” verbali e atti risalenti a molti anni prima.

Il sistema non regge più nemmeno il dispendio di risorse imposto dalla contraddittorietà di un primo grado in cui tuttora avviene (meglio: viene ripetuto) davanti al giudice perché “solo così si può arrivare a una decisione giusta”, seguito però da un giudizio di appello che riesamina e giudica sulla base dei soli atti scritti.

Sono tutte questioni complesse, ma è possibile introdurre modifiche incisive, che non tocchino garanzie importanti e che consentano l’utilizzo ottimale delle (scarse) risorse disponibili: gli spazi ci sono e sono stati indicati molte volte da più parti. Tra gli altri, l’aumento dei riti alternativi, la limitazione dei casi di appello, la semplice acquisizione da parte dei giudici del dibattimento degli atti rispetto ai quali l’escussione del teste non apporterebbe alcun elemento di novità, il rinvio a giudizio solo se esistono fondate probabilità di condanna (senza, però, che si gridi allo scandalo o all’insabbiamento per le richieste di archiviazione poco gradite, magari dopo anni di indagini infruttuose), l’eliminazione di adempimenti che l’esperienza ha dimostrato spesso del tutto inutili. Fondamentale sarà pure l’espletamento, con le necessarie cautele, di un numero crescente di atti mediante videocollegamento, come già prevedono alcuni protocolli stipulati su base locale tra avvocati e magistrati.

Naturalmente, cambiamenti così incisivi troveranno gli stessi ostacoli finora rivelatisi insuperabili da parte dei sostenitori dello statu quo, presenti in tutte le categorie del mondo della giustizia, che rivendicano traguardi idealizzati, tanto affascinanti quanto irraggiungibili.

Ma credo che la nuova situazione non lasci più spazio a queste posizioni. Un osservatore tanto prestigioso quanto insospettabile, Franco Coppi, ha lucidamente descritto in una intervista di qualche mese fa alcune di queste problematiche e auspicando che si trovi il coraggio di «riesaminare la situazione […] mettendosi attorno a un tavolo».

Tutti insieme, aggiungo, senza tabù né pregiudizi.

 

Scopri il libro:

Voci ebraiche, voci italiane

Massimo Giuliani | Avvenire | 21 maggio 2021

Nell’uso comune la parola ghetto è sinonimo di reclusione, marginalità, persino discriminazione. E in effetti, dal primo ghetto, quello creato a Venezia nel 1516 e poi adottato dallo stato pontificio nel 1555, lo scopo di questa istituzione tipicamente italiana era quella di isolare gli ebrei dai cristiani, affinché questi ultimi non venissero tentati di giudaizzare e la loro fede non venisse messa in dubbio da idee e prassi religiose (quelle ebraica) ad un tempo così vicine e così lontane dalla loro. Evitare le tentazioni, non solo teologiche ma anche sessuali, e specie di notte: ecco il fine principale a cui servivano i pesanti portoni con cui venivano chiusi a chiave quei claustri, allora detti anche serragli o recinti. Così quando, con l’ingresso dei piemontesi a Roma nel 1870, quei portoni vennero definitivamente rimossi dall’area del Portico d’Ottavia, i ghetti assunsero la valenza di simboli antigiudaici, vera e proprie cifre della repressione papale, e la loro storia per lungo tempo venne avvolta da schemi storiografici dettati dalle ideologie con i loro inevitabili stereotipi.

Tuttavia da alcuni decenni gli storici (ebrei e non ebrei), lavorando negli archivi, esplorando le genealogie familiari e dissodando la cultura materiale della vita ebraica ghettizzata, hanno riportato alla luce un quadro assai più complesso, composto di ombre certamente ma anche di luci, dove alle azioni seguono reazioni, tra decreti e norme si insinuavano eccezioni ed esenzioni, con interazioni attive e intense che non si lasciano ridurre ai pur rigidi regolamenti che avrebbero dovuto, al condizionale passato, sancire la totale separazione tra ambiente cristiano e mondo ebraico, salvo i momenti in cui quest’ultimo era costretto ad ascoltare le prediche dei alcuni frati a scopi conversionistici. Quella separazione c’era e al contempo non c’era, fissata un in recinto urbanistico ma non sempre nel tessuto umano, di suo natura fluido, che a quella recinzione doveva corrispondere, e che variava poi da ghetto a ghetto, da città a città, sotto i i più diversi sovrani.

Facciamo qualche esempio. Gli storici ci raccontano che nei ghetti gli scambi erano continui, nonostante tutto, specie per ragioni economiche: costretti alla sola compravendita di abiti e tessuti usati, gli ebrei dovevano procurarseli negli “hospitali” dove la gente moriva. Fatichiamo oggi a capire che quegli indumenti di riciclo allora era un business serio e prezioso, che metteva il ghetto al centro di un commercio necessario per tutti, ebrei e non ebrei, che esponeva dunque i due gruppi religiosi a contatti quotidiani. Idem per le derrate alimentari, che fossero i cereali per i forni del pane oppure il pesce e ancor più la carne. Al riguardo, le regole alimentari ebraiche prevedono la macellazione rituale e i macellai erano una categoria speciale, quasi una casta, che necessitava di una licenza rabbinica e aveva il controllo della principale fonte di proteine nel ghetto. Ma procurarsi gli animali da macello li esponeva a rapporti molteplici con l’esterno, soprattutto con i macellai non ebrei che lavoravano nella medesima filiera. Anche qui scambi continui, che regolavano l’equilibrio di domanda e offerta nella vita cittadina, specie quando la domenica i negozi cristiani erano chiusi ma quelli ebraici nel ghetto erano aperti: il va e vieni era senza sosta, e così le conversazioni, le frequentazioni, le idee, le merci, i crediti (e i debiti)… a dispetto del recinto.

Per oltre tre secoli, cruciali nello sviluppo della modernità, quando andò formandosi la società e soprattutto la cultura dell’Italia post-rinascimentale (sebbene veicolata in dialetti locali e in forme politicamente frammentarie), gli ebrei furono attori e non meri spettatori, artefici e non elementi passivi di quel tessuto economico-culturale che servì da base al processo di unificazione nazionale. Se dal gruppo di macellai e panettieri ci si sposta a quello di letterati e musicisti, di editori e banchieri, il quadro delle interrelazioni tra i due mondi si diversifica e intensifica ancor di più, e ci fa dimenticare, almeno per alcuni aspetti, la “storia lacrimosa” nella quale, secondo lo storico Salo Wittmayer Baron, le vicende degli ebrei in Europa sono state, in modo a volte sbrigativo, avvolte.

È questa la nuova prospettiva che guida l’ultimo lavoro di Germano Maifreda, docente di Storia economica alla Statale di Milano, che cerca di mostrare come nella nostra penisola quella ebraica non sia stata una storia altra rispetto alla storia della maggioranza degli italiani; come nei vissuti concreti vi fossero meno steccati di quelli che immaginiamo oggi; che le influenze (persino religiose) erano mutue e diversificate e gli scontri, altrettanto frequenti, non impedivano accordi e collaborazioni. I ghetti, ricorda Maifreda, erano organismi complessi, perché luoghi di vita di donne e uomini che interagivano in tessuti urbani nei quali le “relazioni verticali” (con i sovrani, i magistrati, gli esattori delle tasse) non erano più importanti delle “relazioni orizzontali”, tra pari grado, indipendentemente dalle appartenenze di fede e di ceto. In parte, infatti, i ghetti furono vissuti anche come luoghi di protezione contro facinorosi e criminali, spazi quasi-intimi e necessari a rafforzare identità e costumi, che facilitavano il rispetto delle norme rituali e utili infine allo stesso controllo sociale intraebraico.

Nel suo volume Maifreda raccoglie il frutto di decennali ricerche storiche, citate a livello mondiale, nelle quali si sono distinti studiosi come Michele Luzzati e Kenneth Stow, Anna Foa e Giacomo Todeschini, Anna Esposito e Marina Caffiero per non citare che i nomi più noti. Grazie a loro la storia dei ghetti si è illuminata mostrando che, pur nelle difficoltà del pregiudizio antiebraico della maggioranza e tra politiche che “usavano” gli ebrei, questi ultimi trovarono sempre modi e spazi per reagire e negoziare, preservare la propria identità e difendere quei pochi diritti che pure le leggi lasciavano loro, insomma per vivere e non solo sopravvivere. Del resto, erano mediamente più istruiti del resto della popolazione e ciò costituì un vantaggio quando poterono accedere finalmente agli studi accademici. E come Maifreda spiega con dovizia di casi, anche la condizione femminile nel mondo ebraico era migliore che nel mondo cristiano, per via della consuetudine non solo di far studiare le ragazze, almeno un poco, ma anche di riconoscerle come soggetti giuridici ed economici, ben prima che ciò avvenisse nella società in generale.

Certo, se vi è una lezione sintetica è questa: non si deve generalizzare; espressioni come “gli ebrei” o “i cristiani”, storicamente parlando, sono fuorvianti; dietro le generalizzazioni si annidano spesso iper-semplificazioni o addirittura stereotipi. Si pensi al tema dell’usura, una prassi diffusa in tutta la società proto-moderna ritenuta tipica del mondo ebraico, quando invece agli ebrei fu richiesto di far prestito (a tassi controllati) dalle autorità pubbliche proprio per arginare quella piaga tra cristiani; o si pensi a rapporti tra ebrei e massoneria, ancor oggi più oggetto di fantasticherie che di accurate ricerche storiche.

C’è dunque ancora molto da indagare. Nel volume di Maifreda abbondano le domande e le questioni aperte, segno che tale impostazione va nella direzione giusta.

 

Scopri il libro:

Maria Giuseppina Muzzarelli racconta “Madri, madri mancate, quasi madri”

“L’esperienza di essere madri nel lungo Medioevo occidentale presenta molte sfaccettature e altrettante varianti, tutte culturalmente e socialmente determinate. Molti condizionamenti, di diversa portata, hanno inciso sulla più semplice delle relazioni fino a modificare in profondità il ruolo della madre e la rappresentazione di esso. Indagare le molteplici forme assunte dalla funzione materna nel Medioevo ci aiuterà a capire i vari modi di impersonare questo ruolo, nonché le valutazioni suscitate dalle figure di alcune madri particolari di cui è possibile ricostruire la storia.

All’origine di questo libro non c’è una tesi, ma una serie di domande e dubbi. Pensiamo ad alcuni modi attuali di concepire la maternità. Sono davvero così inediti? Madri surrogate, famiglie allargate e madri alle prese con i sensi di colpa quando non intendono rinunciare alla carriera: sono questioni solo dell’oggi?”

In Madri, madri mancate, quasi madri la storica Maria Giuseppina Muzzarelli ci accompagna in un medioevo al femminile lontano da stereotipi.

 

Da Christine De Pizan, la prima intellettuale di professione, fino alla potente Matilde di Canossa, il libro ripercorre sei storie di donne accomunate da un rapporto complesso con la maternità, ora realizzata, ora mancata, ora soltanto ideale: donne e madri capaci di reinventare il proprio destino.

 

 

Scopri il libro: