Simone Pieranni racconta “La Cina nuova”

Attraversiamo metropoli futuristiche e hutong, locali fumosi e campi di ginseng, antichi principi confuciani e intelligenza artificiale, neomarxismo e ipercapitalismo. Incontriamo l’ambiguo funzionario del Partito comunista, l’operosa dottoressa di Wuhan, l’eterea vlogger della Cina rurale, l’astro della letteratura fantascientifica, la giovanissima attivista per l’ambiente.

Addentriamoci nella Cina nuova, quella che scopriamo appena smettiamo di leggerne soltanto la superficie, insieme a Simone Pieranni.

 

 

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Giovanni Bietti: un viaggio in musica tra le storie di Giuseppe Verdi

Le melodie di Verdi sono memorabili ondate di emozioni.

Dall’aria di Violetta nel primo atto della Traviata fino a ‘Tacea la notte placida’ nel Trovatore, il compositore, pianista e musicologo Giovanni Bietti, suona e racconta alcuni dei fraseggi che hanno fatto e continuano a far sognare milioni di appassionati.

Per approfondire, non resta che leggere Ascoltare Verdi, il nuovo libro di Giovanni Bietti.

 

 

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Lo storico Emilio Gentile scrive al direttore del Foglio

14 ottobre 2021

Gentile Direttore,

La ringrazio per aver pubblicato la mia lettera di smentita alla falsa intervista.

Con la replica, il Suo giornalista ha confermato la sua scorrettezza, aggiungendo la menzogna di “intesa e complicità”.

Ciò conferma, dopo la pubblicazione abusiva di una conversazione privata, la sua assoluta mancanza di dignità professionale.

Inoltre, il giornalista si spaccia quale “accanito consumatore” dei miei libri, ma il suo comportamento e il modo in cui ha manipolato la mia conversazione, dimostra che dai miei libri non ha tratto alcun esempio di serietà, di rigore e di onestà intellettuale. E non ne ha capito neppure l’indice.

Emilio Gentile

 

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Pubblichiamo la lettera dello storico Emilio Gentile inviata oggi al direttore del Foglio per smentire le dichiarazioni a lui attribuite.

 

13 ottobre 2021

Egregio Direttore,

sul Foglio di oggi è pubblicato in prima pagina un articolo a firma di Carmelo Caruso, che appare come una intervista “chiacchierata” fatta a me.

In verità, alla richiesta di una intervista da parte del giornalista Caruso ho risposto di no, e gli ho esplicitamente negato di pubblicare alcunché della conversazione che abbiamo avuto in forma esclusivamente personale e privata. Trasformando la conversazione in una intervista o in una “chiacchierata” senza la mia autorizzazione, il giornalista Caruso non solo ha commesso un atto scorretto nei miei confronti, ma ha riportato in modo distorto o mutilato il contenuto delle mie frasi, attribuendomi inoltre frasi che non ho pronunciato, come “non chiamateli fascisti, chiamateli selvaggi”, né ho chiamato “selvaggi” coloro che hanno manifestato per sostenere il “no vax”. Infine, non corrisponde al vero che alla domanda “Possiamo virgolettare”, io abbia risposto “Certo”. Non c’è stata la risposta, perché non c’è stata la domanda. Più volte nel corso della conversazione ho ricordato al giornalista che nulla della nostra conversazione doveva essere pubblicato.

Le chiedo pertanto cortesemente, Egregio Direttore, di pubblicare questa mia lettera.

Cordiali saluti,

Emilio Gentile

La “vera vita” secondo François Jullien

Daniele Baron | Filosofia e nuovi sentieri | 8 settembre 2021

«Un mattino, quando il giorno non è ancora cominciato né ha dispiegato il suo corso fatale, un dubbio si insinua in noi: la vita potrebbe essere tutt’altra rispetto a quella che stiamo vivendo. Dubbio tanto insidioso quanto vertiginoso, forse il più antico del mondo, sorto con il mondo stesso: la vita che viviamo potrebbe non essere davvero la vita. Potremmo non avere nemmeno cominciato a esplorarla. Potremmo non avere neppure iniziato a vivere veramente».

La vita può essere oggetto di riflessione? Può essere un argomento per il pensiero oppure è posta su un piano differente, nell’immediatezza, e il pensiero per essere tale deve per forza astrarre dalla vita?

Ha ragione chi dice: primum vivere, deinde philosophari?

Per il filosofo e sinologo François Jullien la ricerca di quella che definisce la “vera vita” è essenziale e urgente per ogni individuo, ma deve essere intrapresa attraverso gli strumenti propri della filosofia, sgombrando il campo da tutta quella pseudo-filosofia che al giorno d’oggi è tanto in voga.

Infatti, molti tematizzano la vita senza sforzarsi di darne una definizione, come se fosse ovvio ciò a cui si riferiscono o come se non fossero in grado di farlo; il che rende i loro discorsi sulla vita delle nebulose, forse emozionanti e poetiche, ma di certo non significative da un punto di vista concettuale. Oppure c’è di fa di questo tipo di pensiero un mercato, come testimoniato dalla pletora di libri di successo che affollano gli scaffali delle librerie, farciti di frasi di buon senso spacciate per filosofia, libri di “auto aiuto” che commercializzano il tema della vita con una trattazione superficiale per una ricerca della felicità.

La riflessione sulla vita è un tema urgente e universale e il pregio del libro di Jullien è proprio quello di costruire un percorso profondo e originale da un punto di vista teoretico, ricollegando la tradizione occidentale con quella orientale.

Jullien parte da una constatazione molto semplice, come si è visto nella prima citazione: a ciascuno di noi capita un giorno o l’altro il dubbio di non vivere veramente o per meglio dire di condurre quella che non è la vera vita. Il dubbio è tremendo, è come un terremoto, perché mette in discussione tutto, fa crollare ogni certezza, è più comodo e tranquillizzante obliterarlo.

Da qui origina l’atteggiamento filosofico, dalla tematizzazione del dubbio che in ognuno sorge sulla vera vita. Ciò è molto difficile perché «il paradosso fondamentale della vita, infatti, è che essa non coincide originariamente con se stessa. Se “la vera vita è assente” come ha detto Rimbaud con una formulazione divenuta decisiva, ciò non dipende da qualche incidente o malessere personale […] ma dalla capitale contraddizione che affligge la vita stessa» (p. 7).

Se l’essenza della vita è la mancanza di coincidenza con sé, con il passare del tempo ogni persona avverte uno scarto tra la vita ordinaria, vincolata alla ricerca della soddisfazione, e un’altra vita possibile, che sembra far scivolare nell’illusione la prima.

«Quello di cui ci si rende conto è che la vita che si conduceva prima e che si reputava essere davvero la vita non era forse altro che una vita apparente, fittizia o falsa: forse era solo una pseudo-vita in cui ci si teneva al sicuro – al riparo – rispetto a ciò che la vita è effettivamente» (p. 23).

La vera vita per molti pensatori, tuttavia, sembra essere assente da questo mondo, ma raggiungibile Altrove; questa posizione metafisica, inaugurata da Platone ma ripresa pur con sfumature differente in tutta la storia del nostro pensiero, non è condivisa da Jullien.

«La vera vita infatti non è la vita che sogna di essere perfetta, la vita pienamente appagata, conforme all’idealità, la “vera vita” del platonismo, che si richiama alla salvezza di Lassù, che trova la verità nell’Essere o in Dio» (p. 41). Allo stesso tempo, Jullien mostra come non si debba cadere nell’estremo opposto, nel vitalismo, in cui la vita diviene valore di per sé nella sua autoaffermazione, come in Nietzsche. Infatti, se «la vera vita non è la scoperta di un’altra vita che la metafisica proietta nell’al di là, non è neppure un altro modo di vivere come quello predicato da Zarathustra» (Ivi).

Per Jullien occorre riuscire a elaborare quella che chiama una metafisica minima: un pensiero che non si lasci all’esperienza dell’empirico, che oltrepassi la chiusura del mondo e dell’esperienza senza però fare appello a un altro mondo o a un’altra esperienza. Un pensiero che è una critica alla nostra idea di sapienza, che ha prodotto uno scarto tra conoscere ed esistere, tra vita e verità. Solo in questo modo si può operare un ricongiungimento tra verità e vita e arrivare a riflettere in modo esatto sulla vera vita.

Il concetto di vera vita si tiene lontano da tutte le enunciazioni positive sulla vita, proprio perché la vita non può essere definita senza incorrere in equivoci e in dispute senza fine.

Un capitolo molto denso e interessante dal titolo significativo Vite Perdute (cfr. pp. 79-109) dell’opera di Jullien è dedicato all’analisi della non-vita che sembra caratterizzare molte delle esistenze della nostra società contemporanea. Un’analisi approfondita della non-vita, infatti, è in grado di farci capire come intraprendere il cammino verso la vera vita. Una vita perduta, la non-vita, è la vita rassegnata: quando ci si rassegna si è passivi, non si è più aperti all’inaudito che porta con sé la vera vita, si perde la speranza. In un mondo dominato dal mercato, dove tutto è tecnicizzato, la vita si reifica, vale a dire diventa cosa tra le cose, «la mia vita si è persa in quanto si è alienata: è divenuta estranea a se stessa a causa del formidabile sfruttamento, della dominazione, delle influenze o dei condizionamenti che essa subisce» (p. 80).

L’alienazione imposta dalla società, dai condizionamenti esterni della società capitalistica, per Jullien corrisponde agli atteggiamenti esistenziali della rassegnazione e dello sprofondamento.

Come ci si può ribellare a questo stato di cose che ha prodotto la non-vita? Ciò che è certo per Jullien è che questa situazione ci permette di intravedere cosa può essere la vera vita: la negazione della vita reificata.

«Ecco che allora, per via negativa, la non rassegnazione ci sollecita a ribellarci contro l’accettazione, compiuta con troppa facilità […]; il disoccultamento ci sollecita a de-concidere con il già-là instaurato dalla vita ripiegata nell’adeguazione e condotta all’inverzia; la disalienazione ci sollecita a ribellarci contro il fatto che la vita si sia lasciata espropriare da se stessa […]; la dereificazione, infine, ci sollecita a rifiutare che la vita subisca l’appiattimento allo stato di cosa» (p. 102).

La ribellione alla non-vita a cui si è ridotta la nostra vita avviene sempre per uno stimolo esterno: «la vita può rimettersi in movimento, riacquistare il suo slancio […] solo grazie ad un incitamento proveniente dall’esterno» (p. 103), che ci fa capire che la vita potrebbe essere tutt’altra cosa.

I capitoli conclusivi sono dedicati a indicare al lettore quale potrebbe essere la vera vita, con la precisazione che la vita non è oggetto insegnamento o apprendimento, non si può “imparare a vivere”, non ci si può preparare a vivere, perché nel vivere si è già sempre implicati, si può solo in senso profondo tentare di vivere. La vera vita non ha un’essenza, si può quindi solo definire negativamente, come resistenza alla non-vita, alla pseudo-vita in cui la vita cede alla rassegnazione, sprofonda, si aliena o si reifica. Tentare di vivere vuol dire in primo luogo quindi resistere alla non-vita che s’infiltra.

«La definizione migliore, la più esplicita e la più densa, di ciò che significa vivere, nella sua contraddittorietà, potrà forse essere questa. Da una parte, vivere è l’immediatezza, anzi la sola immediatezza possibile. Dall’altra, il vivere va cercato, conquistato, tentato – bisogna “tentare di vivere”. È dunque necessaria una mediazione incessante e prima di tutto da parte del pensiero che deve spingerci a non cadere nella rassegnazione, a disseppellire, disallineare e dereificare la vita. Questa interminabile mediazione è necessaria per avere accesso all’immediatezza del vivere: la mediazione del no detto alla non-vita per potersi elevare alla vita che vive» (p. 141).

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#CasaLaterza: Valentina Furlanetto dialoga con Marco Balzano

L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Soprattutto sul lavoro dei para-schiavi, uomini e donne senza diritti che mandano avanti gran parte della nostra economia. Noi Schiavisti. Come siamo diventati complici dello sfruttamento di massa, di Valentina Furlanetto, è un libro inchiesta durissimo, che farà molto discutere.

Ne abbiamo parlato per Casa Laterza, insieme all’autrice e allo scrittore Marco Balzano, con la moderazione della nostra editor Lia di Trapani.

 

 

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Per sconfiggere la Rivoluzione napoletana i Borbonici mangiavano il nemico

Quando l’esercito di Ferdinando IV entrò a Napoli nel 1799 le violenze culminarono in episodi di antropofagia. Dal tardo Medioevo al secolo d’oro olandese un saggio ripercorre decine di impressionanti massacri

Gianfranco Marrone | TuttoLibri | 11 settembre 2021

«Il bravo storico somiglia all’orco della fiaba. Egli sa che là dove fiuta carne umana, là è la sua preda».

Questa singolare analogia, che Marc Bloch lasciava cadere quasi per caso nella sua Apologia della storia, fa da epigrafe a un libro storiografico a sua volta singolare: per la materia che tratta, per come lo fa, per gli esiti cui conduce. Lo ha scritto Luca Addante, e per farlo ha avuto un coraggio, o se si vuole un fegato, non comuni. Per quale ragione? Sostanzialmente perché ciò che per Bloch era un azzardato termine di paragone in questo libro diviene serissimo oggetto di indagine. Di modo che lo storico non è più come l’orco che fiuta carne umana poiché diviene esso stesso qualcuno che, semmai, va alla ricerca di orchi: e non nell’immaginario fiabesco bensì nel concretissimo passato dell’Europa moderna. Là dove, a dispetto dei tabù e delle reticenze che l’hanno da sempre ammantata, l’antropofagia veniva praticata con una certa regolarità in paesi ed epoche anche molti lontani fra loro.

A lungo si è creduto che il cannibalismo fosse prerogativa dei popoli considerati selvaggi, di quegli «altri» che, anche per questo, occorreva «civilizzare», colonizzare, permeandoli dei nostri illuministici valori europei, di quelle magnifiche sorti e progressive che l’Occidente ha spesso usato come giustificazione dell’imperialismo. Essere selvaggio significava mangiare altri uomini, e praticare il cannibalismo significava essere selvaggio (ricordate il Venerdì di Defoe?). Niente di più facile da comprendere: niente di più fallace da sostenere. Non solo difatti esistono nel mondo molteplici forme di antropofagia (alimentare, politica, magica, rituale, terapeutica…) che, pur mescolandosi fra loro, mantengono comunque significati e funzioni differenti; inoltre, spiega Addante con estrema cautela filologica e inappuntabili prove, tutto ciò non è stato affatto una prerogativa esclusiva dei popoli «selvaggi», quelli studiati dagli antropologi (occidentali), ma anche della nostra civilissima Europa.

Per riprendere un noto titolo di Claude Lévi-Strauss, siamo tutti cannibali. Prendiamone atto, facciamocene una ragione, cercando magari di capire dove, come, quando e perché tutto questo ha avuto luogo. Oggetto specifico dello studio di Addante è la Repubblica napoletana del 1799, durante la quale, com’è poco noto, lo scontro fra le forze giacobine, sostenute dall’esercito napoleonico, e quelle controrivoluzionarie, a difesa del re Ferdinando IV di Borbone (il famigerato Re Lazzarone), fu particolarmente cruento, violento fino all’inverosimile, dove l’inverosimiglianza sta soprattutto, appunto, nei numerosi casi di cannibalismo che vi furono praticati. Napoli non era stata ancora conquistata dai Francesi e già le forze controrivoluzionarie s’erano organizzate. Da Palermo, dove s’era rifugiato già dall’anno precedente, Ferdinando ordina al cardinale Fabrizio Ruffo di Baranello di metter su un esercito per riprendere la capitale; Ruffo risale la Calabria e la Puglia alla volta di Napoli; la sua armata, nel tragitto, si ingrossa sempre di più di irregolari inferociti ai quali, in mancanza di meglio, viene promesso il libero saccheggio dei territori attraversati. L’esercito sanfedista, così battezzato dai suoi avversari, dilaga rapidamente. Ma la situazione sfugge di mano al cardinale, che non riesce a trattenere le brutali violenze, gli stupri continui, le distruzioni generalizzate, i maldestri furti dei suoi uomini. I quali, entrati a Napoli, fanno comunella coi cosiddetti lazzari, popolani sempre pronti a schierarsi in difesa dei loro secolari dominatori, e fanno man bassa di uomini e cose, senza sottilizzare fra giacobini, amici dei giacobini, presunti giacobini, semplici passanti, gente comune, tutti insieme indiscriminatamente colpevoli d’aver rovesciato l’amatissimo Re – lazzarone, si capisce, proprio per questo.

La Repubblica, proclamata il 21 gennaio del ‘99, cade così il 13 giugno dello stesso anno. Pochissimi mesi, cui precedono e seguono lunghi momenti di totale anarchia, dove la mancanza di qualsivoglia autorità, da un lato come dall’altro, lascia il popolo a briglia sciolta. Quel che colpisce è che non ci si limita a uccidere alla rinfusa migliaia e migliaia di persone, ma ci si accanisce sui loro corpi, con sevizie d’ogni sorta che Addante, appoggiandosi su numerose testimonianze d’epoca, descrive accuratamente. In questo contesto gli episodi di antropofagia sono numerosi: corpi lacerati, i pezzi distribuiti fra la folla, che ora li getta per la strada e ora, crudi o cotti, li ingoia con ferocia. Come gli orchi delle fiabe, ma questa volta nella vita vera, la carne umana viene mangiata: non certo per fame, sostiene l’autore, ma per puro spirito di vendetta. Una vendetta per certi versi politica, ritualizzata come un terribile mondo alla rovescia che, una volta rimesso a posto, verrà maldestramente rimosso dalle coscienze europee. Comprese quelle degli storici. Ma su cui adesso occorrerà riflettere a lungo: attendiamo altri libri del genere.

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Andrea Boitani racconta “L’illusione liberista”

«Mercato, impresa e capitale, lasciati a se stessi, hanno tanti difetti che devono e possono essere corretti. La correzione di quei difetti spetta necessariamente allo stato.»

Secondo l’ideologia liberista il mercato lasciato a se stesso crea le migliori opportunità e il maggior benessere per tutti. È un’illusione di cui Andrea Boitani critica le premesse economiche ed esplora le conseguenze etiche, sociali e politiche. In questo video, Boitani racconta il suo nuovo libro, L’illusione liberista.

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Le opere dell’uomo

LE OPERE DELL’UOMO

Ritorna al Teatro Petruzzelli di Bari
l’appuntamento con la Storia

 

> BIGLIETTI

> ABBONAMENTI DISPONIBILI ONLINE FINO AL 17 OTTOBRE

 

Ci sono opere collettive che restano nei secoli a testimonianza di una civiltà. Opere che possono unire, come una piazza e un tempio, ma anche dividere, come un muro. Opere dal forte valore simbolico, come una statua, ma anche gigantesche imprese organizzative ed economiche, capaci di mobilitare migliaia di persone.

Le Piramidi, il Colosseo, la Mezquita di Cordoba, Versailles, il Muro di Berlino saranno oggetto del nuovo ciclo delle Lezioni di Storia Le opere dell’uomo che si terrà al Teatro Petruzzelli di Bari (sempre di domenica alle ore 11.30) dal 10 ottobre al 5 dicembre 2021.

Prendendo spunto dalla storia della realizzazione di queste opere, 5 studiosi d’eccezione, autorevoli per rigore scientifico e brillanti per efficacia comunicativa, ricostruiranno l’origine di un’idea, il suo farsi concreto, la continuità – o le trasformazioni – della memoria.

In ogni lezione si proverà a comprendere ciò che tiene insieme storia, potere, denaro, cultura e consenso.

Aprirà il ciclo domenica 10 ottobre Giuseppina Capriotti Vittozzi con una lectio sulle piramidi egizie.  Andrea Giardina il 24 ottobre condurrà il pubblico tra gli spalti del Colosseo, uno straordinario osservatorio sulla storia politica, sociale e antropologica dell’antica Roma. Amedeo Feniello il 14 novembre racconterà della Mezquita di Cordoba, foresta di simboli e luogo di mille contrasti. Luigi Mascilli Migliorini il 28 novembre proporrà un affascinante cammino nelle sale di Versailles ripercorrendo le sue innumerevoli vite. Chiuderà il ciclo il 5 dicembre Carlo Greppi con una lezione sul Muro di Berlino, emblema di tutte quelle frontiere che negano la libera circolazione degli esseri umani.

Il ciclo Lezioni di Storia Le opere dell’uomo ideato dagli Editori Laterza, organizzato in coproduzione con la Fondazione Teatro Petruzzelli, con il patrocinio della Regione Puglia, è realizzato con il contributo del Comune di Bari e il sostegno di Exprivia, Masmec, Unicredit.

A dicembre, dopo la chiusura del ciclo, sono previsti due appuntamenti speciali: il 19 dicembre con Alessandro Barbero e Dante e la guerra, e il 29 dicembre con Mystery Train. Un viaggio nell’immaginario americano, una speciale lezione in musica.

 

Abbonamenti e biglietti per le singole lezioni sono acquistabili online su vivaticket.

 

PROGRAMMA

 

Domenica 10 ottobre 2021 – ore 11:30 – SOLD OUT

LE PIRAMIDI

Giuseppina Capriotti Vittozzi

 A metà del terzo millennio a.C. i faraoni impiegano ingenti risorse nella costruzione delle loro gigantesche tombe. Si viene formando un paesaggio sacro, coerente con una visione del mondo rivelatrice della civiltà egiziana.

Giuseppina Capriotti Vittozzi è capo del Centro Archeologico Italiano dell’Ambasciata d’Italia al Cairo

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Domenica 24 ottobre 2021 – ore 11:30 (inizio prevendite: 18 ottobre)

IL COLOSSEO

Andrea Giardina

 Nella Roma imperiale i cittadini si divertono allo spettacolo dei gladiatori che uccidono le bestie feroci, delle bestie feroci che uccidono i gladiatori, dei gladiatori che si uccidono tra loro. Quando entriamo in uno dei monumenti più visitati al mondo, ci ritroviamo in uno straordinario osservatorio sulla storia politica, sociale e antropologica dell’antica Roma.

Andrea Giardina è professore emerito della  Scuola Normale Superiore di Pisa

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Domenica 14 novembre 2021 – ore 11:30 (inizio prevendite: 8 novembre)

LA MEZQUITA DI CORDOBA

Amedeo Feniello

 Simbolo della lunga vicenda musulmana in Spagna, cominciata nel 711, la Mezquita di Cordoba racconta, ancora oggi, di innumerevoli vicende di contrasti e lotte, di filosofie e bellezze, di musulmani e cristiani. Un monumento che è esso stesso una foresta di simboli, in una città, a cavallo dell’anno Mille, tra le più splendenti del mondo.

Amedeo Feniello insegna Storia medievale presso il Dipartimento di Scienze Umane dell’Università degli Studi dell’Aquila

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Domenica 28 novembre 2021 – ore 11:30 (inizio prevendite: 22 novembre)

VERSAILLES

Luigi Mascilli Migliorini

 Nata come vigoroso progetto politico capace di imporre l’autorità della monarchia su una Francia feudale, Versailles è condannata ad essere il segno di battaglie del potere. Devastata dai rivoluzionari, ‘snobbata’ da Napoleone, quartier generale dei prussiani durante l’assedio di Parigi, conosce un nuovo momento di gloria quando – nella celebre Galleria degli Specchi – ospita la firma della pace che chiude la Prima guerra mondiale.

Luigi Mascilli Migliorini è docente di Storia moderna presso l’Università di Napoli L’Orientale

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Domenica 5 dicembre 2021 – ore 11:30 (inizio prevendite: 29 novembre)

IL MURO DI BERLINO

Carlo Greppi

Inizialmente un’opera rudimentale ad altezza uomo, il Muro di Berlino è raccontato come un atto di difesa necessario, ma in realtà si rivolge fin da subito contro gli abitanti della Germania Est. Il testimone passerà idealmente alle democrazie liberali, uscite ‘vincenti’ dalla guerra fredda, che dagli anni Novanta daranno continuità alla pratica messa in atto dalla DDR, negando la libera circolazione.

Carlo Greppi è storico, scrittore e dottore di ricerca in studi storici

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Domenica 19 dicembre 2021 – ore 11:30 (inizio prevendite: 8 dicembre)

LEZIONE DI STORIA SPECIALE

DANTE E LA GUERRA

Alessandro Barbero

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Mercoledì 29 dicembre 2021 – ore 20:30 (inizio prevendite: 8 dicembre)

LEZIONE IN MUSICA

MYSTERY TRAIN. UN VIAGGIO NELL’IMMAGINARIO AMERICANO

Con Alessandro Portelli, Gabriele Amalfitano, Margherita Laterza e Matteo Portelli

 

Legenda. Libri per leggere il presente

Legenda è uno sguardo rapido ai fatti che hanno scandito la settimana e un invito a leggere il presente togliendo il piede dall’acceleratore.

Legenda è un tentativo di legare il mondo che corre alle parole che aiutano a capirlo.

 

Referendum. Al centro del dibattito lo straordinario successo della raccolta firme per il referendum cannabis, anche in virtù della nuova modalità di sottoscrizione con firma elettronica qualificata introdotta a luglio 2021.

«Sulla Stampa l’ex presidente della corte costituzionale Gustavo Zagrebelsky ha ricordato che la raccolta delle firme è sempre stata un “un momento di discussione e partecipazione” e che faceva parte “del dibattito preliminare al voto sul merito della proposta referendaria”», ricostruisce Alessandro Calvi su Internazionale . «Il rischio, insomma, come anche altri hanno osservato, è di andare verso una democrazia meno consapevole. Inoltre, come ha scritto Andrea Fabozzi sul Manifesto, con la firma online “anche la proposta più demagogica e persino illegittima potrebbe incrociare la corrente ascensionale della rete”. Infine, secondo molti un eventuale eccesso di democrazia diretta, al di là della qualità delle proposte, sarebbe di per sé in grado di minare la legittimazione del parlamento.

D’altra parte, l’ampliamento della partecipazione che il progresso tecnologico consente “è sempre auspicabile se vogliamo essere buoni democratici”, ha osservato l’ex giudice della corte costituzionale Sabino Cassese in un’intervista al Mattino, tanto più che sulla corretta applicazione delle nuove norme, fa notare ancora Cassese, “si pronuncerà la corte di cassazione prima del controllo della corte costituzionale. Quindi vi è la sicurezza che vengano rispettate le norme”. E lo stesso si può dire in generale per l’intero meccanismo referendario. […] Alla fine per molti il tema è anche quello del populismo. Tuttavia, il collegamento tra populismo, delegittimazione delle camere e referendum non esaurisce la realtà. Semmai, sarebbe utile riflettere anche sulle ragioni che hanno eroso il terreno sotto i piedi di parlamento e forze politiche. E non da oggi.»

→ Rodotà, Il diritto di avere diritti
→ Azzariti, Diritto o barbarie
→ Ferrajoli, La costruzione della democrazia
→ Gentile, In democrazia il popolo è sempre sovrano – Falso!
→ Crouch, Combattere la postdemocrazia

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Morti bianche. Secondo Adnkronos, le denunce di “infortunio sul lavoro con esito mortale” presentate all’Inail nei primi otto mesi del 2021 sono state 772.

→ Fana, Non è lavoro, è sfruttamento

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Sinistre. Le elezioni di domenica scorsa in Germania hanno visto la SPD primo partito, con il 25,7% dei voti.

Il Riformista ha intervistato Massimo L. Salvadori sul rapporto tra sinistra europea e sinistra italiana. Il professore è autore, tra l’altro, di Democrazie senza democrazia, che Luciano Canfora ha definito “il punto di arrivo della riflessione di uno storico che ha dato le sue migliori prove in vari ambiti della ricerca riconducibili alla questione, centrale e dominante, del senso e del contenuto della moderna democrazia politica”.

→ Salvadori, Democrazie senza democrazia

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John Lennon. Secondo la Bbc, a Copenhagen è stata venduta all’asta per più di cinquantamila dollari una cassetta audio, registrata da John Lennon e Yoko Ono, che potrebbe contenere un brano inedito.

→ Assante-Castaldo, Beatles
→ Banti, Wonderland
→ McMillian, Beatles vs Stones

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Leggere in carcere.

Su Doppiozero si parla di libri e carcere, un rapporto reso più complicato dal Covid-19 e dall’inaccessibilità delle biblioteche.

«Ho sempre pensato che il carcere fosse un luogo molto compatibile con la lettura, visto il molto tempo a disposizione e le poche distrazioni. Ho capito che non è esattamente così quando ho cominciato a lavorarci. Di tempo ce n’è effettivamente tanto, tantissimo, addirittura troppo, ma mentre nella vita quotidiana è spesso la mancanza di tempo a impedire o rallentare le nostre letture, in carcere sono altre le cose che mancano. Innanzitutto il silenzio, sia dentro le celle, dove i detenuti vivono perlopiù insieme, in spazi angusti, spesso con il televisore sempre acceso e con ritmi imposti da una convivenza forzata che livella le esigenze di ciascuno; sia fuori, nei bracci delle sezioni, dove sbattono porte e blindi, rimbombano i carrelli metallici che trasportano il cibo o la biancheria sporca, risuonano le voci di agenti e detenuti che ne chiamano altri. Insomma, il silenzio prolungato necessario a un’adeguata concentrazione per la lettura è una condizione rara, così come era raro trovare un libro da leggere nel pieno della pandemia. Un altro ostacolo alla lettura è infatti legato alla difficoltà di reperire i libri, o alcuni libri in particolare, soprattutto per i detenuti che non possono contare su chi glieli fornisca dall’esterno, e con l’inizio della pandemia, in seguito alla sospensione dei colloqui con i familiari, nessuno poteva contarci. Certo, ci sarebbero state le biblioteche.»

→ Bortolato-Vigna, Vendetta pubblica
→ Di Paolo, Vite che sono la tua

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Una nuova forma di cosmopolitismo.

Su Sette, il settimanale del Corriere della Sera, Leonardo Caffo intervista Lea Ypi, autrice di Stato e avanguardie cosmopolitiche.

« Nel suo libro parla di una forma nuova di cosmopolitismo. Che spazio c’è fuori dalla filosofia,
nella politica reale, per agire in tal senso?

Serve realismo, ma non dobbiamo essere aggrediti dalle emergenze e delle ansie, dobbiamo lavorare con calma a favore di questo progetto. Cosmopolitismo significa introdurre negli Stati nazionali discorsi che eccedono lo Stato nazionale, ma usando gli strumenti giuridici che gli stessi Stati ci offrono. Non è dunque restare in un campo concettuale, bensì operare davvero nel mondo complessissimo della politica reale: il trucco è cercare meccanismi politici locali per ragionare non localmente. Operare una sintesi tra realismo e idealismo filosofico, operare cioè con ragionamenti che possono farci leggere conflitti globali a partire da situazioni nazionali […]».

→ Ypi, Stato e avanguardie cosmopolitiche