Gamal Abdel Nasser e il colpo di Stato modello

“È stato il leader più amato, più idolatrato di tutto il Medio Oriente per circa un decennio. Parliamo di Gamal Abdel Nasser.”

Nel 1952 in Egitto ha luogo un colpo di stato militare destinato a essere imitato per i decenni successivi.

Re esiliati, militari al governo, conflitti internazionali: come conquistò il potere Nasser, e che cosa ne fece?

Dalle ore 8:00 di domenica 9 maggio sarà disponibile sulla piattaforma AuditoriumPlus Gamal Abdel Nasser e il colpo di Stato modello, la nuova lezione di storia del ciclo La presa del potere a cura della storica Marcella Emiliani, introdotta da Paolo Di Paolo.

Alle ore 18:00 di domenica 9 maggio sarà poi possibile assistere a un dialogo in diretta fra Paolo Di Paolo e Marcella Emiliani e porre delle domande all’autrice sui nostri canali Facebook e Youtube e su quelli dell’Auditorium, oltre che sulla pagina Facebook del Teatro Arena del Sole di Bologna e di ERT Fondazione.

 

Info e costi

Pay per view: 5 euro per singola lezione, 40 euro per l’intera stagione 2021.

Acquista sulla piattaforma streaming www.auditoriumplus.com  accedendo alla sezione “Masterclass” o cliccando su “Lezioni  di Storia – La presa del potere” nell’home page dove potrai  visualizzare l’elenco delle lezioni.

Per acquistare clicca su una qualsiasi lezione, scegli se acquistare l’intera stagione o una singola lezione, registrati e procedi con il pagamento.

Una volta arrivati sulla schermata di pagamento è sufficiente cliccare sul pulsante giallo “Check out with PayPal” in basso a sinistra, anche se non si ha un account PayPal. A quel punto, nella schermata successiva dovrete cliccare sul pulsante “Paga con carta” e vi verrà data la possibilità di inserire i dati della carta per il pagamento e si completerà l’acquisto

Gli abbonati alle Lezioni di Storia dell’Auditorium Parco della Musica di Roma – stagione 2019-2020 possono contattare il botteghino della Fondazione Musica per Roma per ricevere informazioni relative ai voucher.

>>Qui tutto il programma.

 

Si può vivere senza lavorare?

Si può vivere senza lavorare? Certo che sì, stando al filosofo Maurizio Ferraris nel suo nuovo libro, Documanità. Filosofia del mondo nuovo.
Resta però da capire come: dovremo diventare uguali all’aristocrazia europea? Oppure ci toccherà vivere di espedienti, in povertà? Niente di tutto questo: il nostro incessante lavoro involontario di produzione di dati sul web forse contiene la chiave per accedere a un futuro liberato da ogni fatica.

 

Scopri il libro:

Recovery, un piano verso il futuro senza un disegno chiaro

Intervista all’economista Gianfranco Viesti: «Il piano approvato senza discussione pubblica. E un errore grave: il confronto avrebbe potuto migliorarlo. Manca un chiaro disegno sul futuro, una visione d’insieme emerge mettendo insieme i pezzettini»

Roberto Ciccarelli, il manifesto, 29 aprile 2021

Rispetto agli oltre cinque triliardi di dollari destinati negli Stati Uniti all’economia, i 750 miliardi del Next Generation europeo sono piccola cosa. A Gianfranco Viesti, docente di economia all’università di Bari e autore di Centri e periferie. Europa, Italia Mezzogiorno dal XX al XXI secolo (Laterza) chiediamo se saranno sufficienti per la «crescita». «Dipende da come saranno spesi. Ai fondi stanziati dalla Commissione Ue vanno aggiunti quelli nazionali – risponde – Nel presidente Biden vedo tuttavia una capacità di intervento molto maggiore rispetto a quella che c’è oggi in Europa. Dobbiamo essere più ambiziosi. Alla crescita descritta come sostenibile ecologicamente dovrebbe aggiungersi una inclusiva socialmente. Per crescita oggi si intende il recupero del «gap» di produzione provocato dal Covid. Non basta senza maggiore inclusione dei cittadini, con salari decenti, istruzione, salute, partecipazione alla vita collettiva. Il progetto europeo avrà un futuro, spero, se produrrà benefici per tutti gli europei e non solo per i ceti medio-alti favoriti dai cambiamenti della tecnologia e dell’economia. Il Covid rischia di esasperare queste fratture. Il piano europeo non risolve i problemi, ma potrebbe essere un primo passo importante per rilanciare l’idea dell’Europa.

Nel piano di ripresa e resilienza del governo Draghi si sostiene che gli investimenti porteranno 750 mila occupati in cinque anni. Solo il primo anno di pandemia ha creato 950 mila senza lavoro. Che tipo di occupazione è quella prevista dal piano?

È una grande incognita. Se fosse un’occupazione diversa, questa stima modesta quantitativamente andrebbe letta insieme a un miglioramento qualitativo. Occupazione migliore significa a tempo indeterminato, con condizioni migliori di lavoro, sia nel privato che nel pubblico. Spero che il piano di ripresa riesca a provocare aspettative diffuse di miglioramento e porti a una nuova stagione di investimenti da parte delle imprese. Questo è il momento più difficile per attendersi investimenti spontanei da parte delle imprese, vista l’incertezza. È la leva pubblica che può cambiare lo scenario.

Se e quando cambierà il blocco dei licenziamenti quali potrebbero essere gli effetti sulla ripresa?

Non lo sappiamo, c’è molto timore perché soprattutto nei servizi e nelle piccole imprese potrebbe esserci una sensibile distruzione di posti di lavoro. Sappiamo che una possibile crisi occupazionale sarà selettiva. Non me la aspetto nell’industria che funziona abbastanza regolarmente, non nell’edilizia che riprenderà. Il nodo sono i servizi alle persone a cominciare da commercio, alberghi e ristoranti. È una situazione nuova: nelle recessioni precedenti crollava l’industria mentre i servizi tenevano. Ora è diverso. Ma non facciamo i profeti di sventura. Nell’estate dell’anno scorso c’è stata un rimbalzo importante. Potrebbe ripetersi.

Si parla di una conversione sociale ed ecologica della crescita economica. Non c’è il rischio che sia solo un restyling «green» del capitalismo?

Sì, questo è il difetto d’origine di questo piano creato in un paese molto poco abituato a pensare al proprio futuro che ragiona solo sui tempi brevi. È stato approvato da un governo tecnico senza una discussione pubblica. È un errore grave: una discussione pubblica avrebbe potuto produrre non solo un miglioramento di molti aspetti tecnici, ma anche una maggiore condivisione.

Ma c’è un’idea di paese da oggi al 2026?

Non l’ho trovata, ma un’immagine complessiva non c’era nemmeno nel piano di Conte. Non è difficile capire perché. E il risultato del fatto che non si parla di futuro da vent’anni. Se negli anni Settanta c’era una dirompente voglia di cambiare le cose, oggi viviamo in un periodo di eccesso di adattamento alla realtà. Tuttavia, mettendo insieme i vari pezzettini del piano, si potrà costruire un quadro d’insieme più positivo.

Si preparano 57 nuove grandi opere, commissariamenti e «semplificazioni». È questo lo sviluppo sostenibile?

Si finanziano i grandi collegamenti ferroviari. S–e avessi fatto io il piano avrei investito molto di più nelle ferrovie regionali e soprattutto sulle reti urbane. Avrei anche dedicato molte più risorse per interventi integrati fisici e immateriali nelle città. Le città sono il punto decisivo dell’Italia perché sono i luoghi dell’esclusione sociale e della diseguaglianza, ma anche il possibile terreno di una nuova occupazione terziaria- Vedremo. La consegna del piano a Bruxelles non chiude il discorso. Bisognerà vedere come sarà attuato e quali saranno gli effetti dei progetti. I prossimi 12-18 mesi saranno molto importanti anche per indirizzare in maniera opportuna le risorse.

II piano dovrebbe destinare il 40% dei fondi al Sud, ma ci sono molte incognite. Ci aiuta a fare un po’ d’ordine?

Non mi pare che ci sia ancora un quadro chiarissimo. Ci sono cifre sui totali, ma manca ad esempio l’indicazione di quanto sarà speso nel Sud per i nuovi progetti, escludendo quelli «vecchi». Il Sud potrebbe diventare il cuore del progetto: non solo produrre energia ma sviluppare tecnologie e imprese nelle rinnovabili così come nell’economia circolare. In che modo i rifiuti da tragedia diventano un’occasione di buon lavoro e buona impresa? E in che modo sui grandi servizi come scuola e sanità si intende riequilibrare gli effettivi diritti di cittadinanza, oggi assai diversi? Questo non dipende solo dagli investimenti sulle case della salute o sull’edilizia scolastica, ma anche dalle risorse correnti.

La pandemia ha rivelato la crisi nel rapporto tra stato e regioni nella sanità e nella scuola. Il piano del governo non ne parla. Lei ritiene che sia necessaria una riforma del titolo quinto della costituzione?

È un problema serissimo. Parte della soluzione può essere di tipo giuridico istituzionale, come una clausola di supremazia. Resto però convinto che il nodo sia di carattere politico. L’eccesso di protagonismo dei presidenti delle regioni è il frutto contemporaneo della debolezza dei governi nazionali e di quella dei partiti che creano dialogo e condivisione tra le élite locali e nazionali.

 

Scopri il libro:

L’amore non basta!

L’amore può declinarsi in molti modi. Alcuni possono rivelarsi distruttivi: per esempio se la persona che amiamo è un narcisista manipolatore che, giorno dopo giorno, rende la nostra vita un vero inferno.

Quando Sophie incontra Marcus, un uomo brillante, passionale, affascinante, si innamora nel giro di 48 ore. Proprio lei, sicura di sé e disincantata sull’amore, stavolta ci crede, e tra i due ha inizio una relazione travolgente. Ma dopo poco tempo Marcus comincia a raccontare bugie, fa sempre più spesso scenate, ha reazioni spropositate, la isola dagli amici. Crescono le incertezze di Sophie – forse sono davvero opprimente e non me ne rendo conto? forse davvero non mi controllo? – che la sprofondano in un disagio a cui non riesce a dare un nome. La sensazione è di essere finita in un vortice dal quale non riesce a uscire.

Attraverso la sua storia, l’autrice racconta i comportamenti e gli schemi di una relazione manipolatoria. Un’esperienza vissuta da molti ma di cui si parla poco, perché chi l’ha superata ne porta i segni e chi ci è dentro spesso ne prova vergogna.
Con  L’amore non basta!  Come sono sopravvissuta a un manipolatore, Sophie Lambda ha trovato le parole per raccontarla e, soprattutto, prova che se ne può uscire.

 

In questo estratto, il momento in cui la protagonista decide di reagire: imparerà a riconoscere i campanelli d’allarme cui fare attenzione, gli schemi comportamentali manipolatori, le insidie dell’abuso psicologico.

 

   

 

 

Legenda. Libri per leggere il presente

Legenda è una piccola rassegna stampa, uno sguardo rapido ai fatti che hanno scandito la settimana, ma anche un invito a leggere il presente togliendo il piede dall’acceleratore.
Legenda è un tentativo di legare il mondo che corre alle parole che aiutano a capirlo.

Questa settimana parliamo del caso brevetti, di femminicidi, del caso “Ungheria”, dei dati Istat sulla speranza di vita e – com’è giusto, nella settimana del primo maggio – di lavoro.

 

→ Caso brevetti. Gli Stati Uniti hanno dichiarato di essere favorevoli alla sospensione dei diritti di proprietà intellettuale per i vaccini anti Covid. Come ha affermato la rappresentante Usa per il commercio Katherine Tai, “si tratta di una crisi sanitaria mondiale e le circostanze straordinarie della pandemia invocano misure straordinarie”.

Come ricostruisce Angelo Romano su Valigia Blu, «ora toccherà convincere gli altri paesi. La proposta degli Stati Uniti è stata immediatamente raccolta dalla Nuova Zelanda, in precedenza riluttante a sospendere la proprietà intellettuale sui vaccini. […] Anche il presidente francese Emmanuel Macron ha cambiato posizione e si è detto “assolutamente favorevole”, mentre il presidente del Consiglio italiano Mario Draghi ha dichiarato: “I vaccini sono un bene comune globale. È prioritario aumentare la loro produzione, garantendone la sicurezza, e abbattere gli ostacoli che limitano le campagne vaccinali”. Resta da vincere la contrarietà dell’Unione europea, del Regno Unito e di altri paesi come Germania, Canada, Australia e Svizzera».

La questione ha un precedente importante. Negli anni Novanta l’AIDS metteva a rischio la sopravvivenza di un intero continente nell’indifferenza delle maggiori istituzioni internazionali. Se infatti già nel 1996 degli efficaci retrovirali erano stati messi in commercio in molte regioni del mondo, all’Africa le terapie erano negate, sebbene in quell’area i malati si contassero a milioni. Perché questo doppio standard? Si dubitava della capacità degli africani di assumere regolarmente le medicine, le fragili sanità pubbliche africane erano considerate inefficienti, i farmaci – che in Occidente salvavano vite – apparivano un lusso (senza però che i corrispettivi farmaci generici, a basso costo, fossero presi in considerazione).

Come ricostruisce però Paolo M. Alfieri sull’Avvenire, la svolta arrivò nel 1997, con la promulgazione, per mano di Nelson Mandela, del Medical Act, «che superando i brevetti autorizzava di fatto la produzione locali di farmaci antiretrovirali generici a basso costo o l’importazione degli stessi dagli altri Paesi. L’anno successivo, però, un’azione legale portata avanti da 39 case farmaceutiche […] bloccò l’applicazione della legge». Il processo contro il Medical Act si aprì nel 2001: Mandela era riuscito a portare dalla sua l’opinione pubblica, e anche a causa delle pressioni internazionali le case farmaceutiche coinvolte si trovarono costrette a ritirarsi dal processo.

 

         

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→ Femminicidi. Nei primi quattro mesi dell’anno sono state uccise 38 donne (l’ultima il 7 maggio, a Torino): due femminicidi a settimana, in media, quasi tutti per mano di mariti ed ex, compagni e fidanzati, familiari, conoscenti.

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→ Caso “Ungheria”. «La notizia dell’esistenza della presunta loggia segreta denominata “Ungheria”, composta da magistrati, alti funzionari di stato e avvocati e nata per condizionare inchieste giudiziarie e nomine, nasce dalla rivelazione del segreto d’ufficio compiuta da un magistrato milanese, Paolo Storari», scrive Giulia Merlo su Domani. «È lui, che ha sostenuto di aver agito in “autotutela” perché preoccupato dall’«inerzia» della procura di Milano, a consegnare al togato del Consiglio superiore della magistratura Piercamillo Davigo i verbali segreti resi dall’ex legale di Eni, Piero Amara, in cui racconta della loggia. Questa consegna, avvenuta tra il marzo e l’aprile 2020 nella casa milanese di Davigo, ha generato un inestricabile cortocircuito tra procure. Da che nessun fascicolo era stato aperto, ora le indagini sono parcellizzate in quattro diversi uffici, che ora indagano gli uni sugli altri».

 

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→ Indicatori demografici e speranza di vita. Secondo un report pubblicato in settimana dall’Istat, la popolazione in Italia continua a diminuire: al primo gennaio 2021 i residenti sono 59 milioni 259mila, 384mila in meno su base annua.

L’età media appare in rialzo (46 anni) mentre in decisa contrazione appare la sopravvivenza media: «la speranza di vita alla nascita, senza distinzione di genere, scende a 82 anni, ben 1,2 anni sotto il livello del 2019. Per osservare un valore analogo occorre risalire al 2012. Gli uomini sono più penalizzati: la loro speranza di vita alla nascita scende a 79,7 anni, ossia 1,4 anni in meno dell’anno precedente, mentre per le donne si attesta a 84,4 anni, un anno di sopravvivenza in meno».

Si registra anche un numero di nascite pari a 404mila («nel volgere di 12 anni si è passati da un picco relativo di 577mila nati agli attuali 404mila, ben il 30% in meno»), mentre i decessi raggiungono il livello eccezionale di 746mila. Si registrano, in pratica, 7 neonati e 13 decessi per mille abitanti. Frenano i flussi migratori con l’estero: il saldo è di +79 mila, la metà del 2019.

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→ Speciale Primo Maggio. Parliamo di lavoro: ecco le nostre proposte.

 

           

Alessandro Barbero racconta Napoleone

“Napoleone ha incarnato la Rivoluzione e i suoi valori – la libertà, l’uguaglianza, la laicità, la repubblica – eppure l’ha tradita. Ed è stato odiato proprio perché emblema di una rivoluzione sovversiva e sanguinaria, oppure è stato odiato come traditore di quella rivoluzione.”

Alessandro Barbero racconta Napoleone, in questa lezione al Teatro verdi di Trieste e nel suo libro La battaglia.

 

La battaglia, i rumori, i colori, il fumo, la paura, la mischia: appena aperte, le pagine di questo libro ci portano sul campo di Waterloo. Ora viviamo come soldati francesi, ora come inglesi o come prussiani, ora studiamo le mappe o ascoltiamo il racconto di compagni e nemici.

Uno straordinario libro scritto da uno degli intellettuali più interessanti d’Italia. Barbero, storico e romanziere, scrive romanzi che sono anche saggi storici.

Franco Cardini

Sul campo di battaglia, in mezzo alle truppe: anche se la narrazione è dettagliata e i personaggi numerosi, non ci si stanca di leggere Barbero, che sa molto raccontare.

Aurelio Lepre

La prosa di Barbero avvince il lettore.

Lucio Villari

Una ricostruzione magistrale. Il rigore e il talento di Alessandro Barbero fanno di La battaglia un libro unico, che ci porta, come in un film, nel cuore dell’ultima battaglia di Napoleone.

“Il Venerdì di Repubblica”
 

Napoleone, di Georges Lefebvre

«La storiografia moderna, intesa come scienza della storia, è nata nel clima della Rivoluzione francese (che fu anche una rivoluzione culturale) e della profonda inquietudine intellettuale provocata in Europa da Napoleone e dalla sua epopea.

Non è dunque eccessivo dire che ancora oggi la storiografia risente di quell’evento epocale e di quel mito. Le idee e le emozioni degli storici partecipano sempre, nei modi più vari, della costante riflessione su un tempo che va dal 1789 al 1821.

Ne è testimonianza anche il Napoleone del grande storico Georges Lefebvre, che lo pubblicò nel 1953 a coronamento delle sue fondamentali ricerche sulla Francia rivoluzionaria. Ne è dunque il seguito, intellettualmente e storiograficamente, problematico. Di fronte all’attuale rifiorire di libri e biografie dedicati, spesso con approssimazione giornalistica, a Napoleone, l’opera di Lefebvre rimane come un classico insuperato e come un godibile libro di lettura sulla figura storica più nota e controversa dell’età moderna».

Lucio Villari

I 500 giorni più folli di Napoleone Bonaparte

Corrado Augias, la Repubblica, 8 aprile 2016

La sera d’inverno in cui Napoleone Bonaparte lascia il suo minuscolo regno all’isola d’Elba per la più ardita, e insensata, delle sue avventure, sul suo scrittoio rimane aperto un libro: Storia del regno dell’imperatore Carlo V; è l’uomo che aveva costruito un impero grande come due continenti e che, sentendosi vecchio, aveva trovato rifugio in un convento. Una frase avrebbe attirato l’attenzione di chi vi avesse gettato un’occhiata: «Discendere volontariamente dalla condizione più elevata ad una subordinata, abbandonare il possesso dell’autorità per vivere felici, sembrano sforzi troppo grandi per l’animo di un mortale». Infatti Carlo V vi riuscì, Napoleone no – anche se entrambi finirono i loro giorni in un’età precocissima: Carlo a 58 anni, il Corso a 52.

Il saggio-racconto di Luigi Mascilli Migliorini (Storia moderna all’Orientale di Napoli) analizza proprio questo arduo passaggio: in che modo e attraverso quali vicende – come sempre leggendarie – Napoleone Bonaparte scelse di terminare il suo ciclo politico e militare. Titolo: 500 giorni. Napoleone dall’Elba a Sant’Elena (Laterza).

Dopo il disastro della campagna di Russia (1812), la sconfitta di Lipsia (ottobre 1813), il crollo dell’impero, Napoleone aveva tutti contro: Russia, Prussia, Austria, Svezia, Gran Bretagna. Il suo ciclo è finito; all’interno della stessa Francia s’è dissolta la compattezza che ne aveva accompagnato l’ascesa: le istituzioni si ribellano, i marescialli imperiali tradiscono, i nobili da lui creati gli volgono le spalle, perfino Gioacchino Murat passa al nemico per mantenere il regno di Napoli. Gli eserciti della coalizione invadono la Francia, il 31 marzo (1814) entrano a Parigi. Dopo un’ultima strenua (e, pare, geniale) resistenza, si ritira a Fontainebleau, chiede la pace, abdica, si congeda commosso dalla Guardia imperiale, parte in carrozza per l’esilio dell’Elba. Lungo il percorso s’imbatte in accoglienze contrastanti. C’è chi, riconosciutolo, grida Vive l’Empereur!, chi scaglia ingiurie e qualche sassata. L’ultimo tratto lo farà rivestito di un’uniforme austriaca per sfuggire alle manifestazioni più ostili. Circostanza che a noi italiani ricorda un’altra fuga dissimulata sotto un’uniforme straniera. Il 3 maggio (1814) sbarca a Portoferraio; nello stesso momento Luigi XVIII di Borbone fa il suo ingresso a Parigi, riprende possesso del trono. Appena la notizia della fuga è nota, nel continente si diffonde grande inquietudine. Le diplomazie europee si mettono al lavoro per preparare un Congresso che ristabilisca l’ordine dopo una bufera durata quasi vent’anni. I delegati si riuniranno a Vienna in autunno, la seduta inaugurale avverrà il 5 novembre.

Si può immaginare con quale animo dopo vent’anni di gloria chiusi da sconfitte, tradimenti, angustie anche private, il Grande Corso metta piede in quella caricatura di regno. La sua residenza (Palazzina dei Mulini) è poco più di un casale, la fa restaurare nel tentativo di nobilitarla. Riceve la borghesia isolana, progetta qualche modesto lavoro pubblico, studia perfino i cerimoniali di corte, su scala ovviamente minima. Offre l’apparenza di un pacato ritiro dal mondo, ma in realtà non si rassegna, progetta, riceve misteriosi emissari, smania. Solo la contessa polacca Maria Walewska, la più tenera delle sue amanti, gli darà per qualche giorno effimero conforto. Nonostante gli inglesi lo tengano d’occhio riesce a far allestire un brigantino che, scortato da una minuscola flottiglia, la sera del 26 febbraio 1815 lascia l’isola e fa vela su Golfe Juan in Provenza da dove lancia un altro dei suoi veementi proclami: «L’aquila con i colori nazionali volerà di campanile in campanile fino alle torri di Notre Dame».

A mano a mano che la minuscola armata risale il territorio, nuove truppe s’aggiungono; i reparti inviati a contrastarlo s’ammutinano per unirsi ai “ribelli”, la stessa titolazione dei giornali, sempre più calorosa con il proseguire dell’avanzata, rispecchia – apparentemente – il favore popolare. Si racconta di dame che, appena riconosciutolo, vengono meno dall’emozione. Tappe grandiose anche di 80 chilometri in un giorno lo portano velocemente a Parigi: il 20 marzo s’installa alle Tuileries. Qui comincia la parte più bella e interessante del saggio anche perché si tratta di avvenimenti meno conosciuti che l’autore indaga con gusto e competenza. Napoleone cerca di riorganizzare il “suo” Stato. L’apparente trionfo ora mostra però le sue debolezze, lo storico Edgar Quinet sintetizza: «Napoleone e la Francia si guardarono in faccia e si trovarono cambiati. Fecero fatica a riconoscersi l’un l’altro». Come chiamare Napoleone? non più imperatore non ancora re, usurpatore? Qualche che sia ora deve formare il governo, progettare una costituzione che dia legittimità alla sua inedita veste. L’eterno Fouché, uomo per tutte le stagioni, si fa sotto; vorrebbe gli Esteri, ma sono appannaggio di Talleyrand intrappolato a Vienna come rappresentante di Luigi XVIII; allora ripiega sugli Interni, cioè la polizia. Napoleone lo conosce e ne diffida ma gli consigliano di prenderlo «convinti che la sua nomina rappresenti una possibilità di controllo sul mondo legittimista». Sono giorni in cui, scrive l’autore, «un vasto suggestivo confronto di idee politiche attraversa la Francia». Benjamin Constant mette la sua sapienza politica e giuridica al servizio del Corso nel tentativo di modellargli addosso una costituzione con un ben studiato equilibrio di poteri. Gli obiettano: «È incredibile che Napoleone si limiti facendosi garante dell’equilibrio tra poteri che il costituzionalismo liberale attribuisce al sovrano».

Giuste preoccupazioni che girano però intorno al vero nocciolo del problema. D’accordo la costituzione, ma ciò che veramente egli vuole è la guerra. Scrive Migliorini: «Dopo tante catastrofi militari e i giorni oziosi all’Elba, la guerra tornava ad apparirgli la scelta naturale, quell’universo nel quale muoversi con la disinvoltura che l’aveva accompagnato fin dalla giovinezza». Il cuore politico dei cento giorni è chiuso nel periodo tra aprile e giugno del 1815. Ancora l’autore: «Le esitazioni, gli errori, le ingenuità di quelle settimane ritrovano il senso di un’esplorazione in terra incognita e la forza di una lezione di modernità politica». Anche se a Vienna si lavora alla sua fine, quando si spande la voce delle sue intenzioni, il re di Baviera, al tavolo del Congresso, si lascia andare ad un imbarazzante relâchement des entrailles. Con più sobrietà il re di Prussia a chi grida «Bisogna impiccarlo!», replica: «Certo, ma prima bisogna prenderlo».

Il culmine di questa fase, benissimo raccontata, è la radunata al Campo di Marte dove Napoleone arriva su un lussuoso equipaggio tirato da otto cavalli bianchi, salutato da salve di artiglieria. Dal cocchio scende un sovrano da operetta infagottato, riferiscono i testimoni, in una tunica di taffetà cremisi e oro, un mantello viola ricamato, pantaloni di satin bianco e scarpini anch’essi di satin. Se ne sta lì annoiato e insofferente mentre ascolta la messa, i discorsi, le celebrazioni. Infine può rivolgersi ai suoi soldati e lì, riferiscono sempre i testimoni, ritrova finalmente se stesso: li accende, li commuove, li fa suoi. Poi sarà Waterloo con la sua fatalità, gli equivoci, il cattivo tempo, la disfatta, l’esilio, la lunga agonia di Sant’Elena. Chissà se, almeno a quel punto, il convento dove s’era ritirato Carlo V gli sarà apparso come la soluzione che sarebbe stato meglio scegliere.

 

Scopri il libro:

Festival dell’Economia di Trento, ecco il programma

Si aprirà il 3 giugno la sedicesima edizione del Festival dell’Economia di Trento, la seconda al tempo della pandemia. Il Coronavirus ha radicalmente modificato il contesto economico, sociale, politico e culturale in cui ciascuno di noi vive. In questo nuovo contesto lo Stato ha recuperato un ruolo primario nella vita dei singoli cittadini come scrive Tito Boeri, direttore scientifico del Festival, nella presentazione del programma del 2021: “La pandemia di Coronavirus ha spinto il settore pubblico a entrare in modo ancora più invasivo nelle nostre vite, regolando ogni aspetto più recondito della nostra quotidianità, dalle nostre uscite di casa alle persone che possiamo invitare a cena. Intendiamoci: lo ha fatto spesso (non sempre) per buone ragioni e altri paesi, che hanno avuto uno Stato meno invadente, se ne sono pentiti amaramente. Fatto sta che anche quando finalmente usciremo dall’emergenza ci ritroveremo con uno Stato ipertrofico che ha invaso campi in passato riservati esclusivamente all’iniziativa privata”. Per questo motivo il tema conduttore della sedicesima edizione del Festival sarà “Il ritorno dello Stato. Imprese, comunità, istituzioni”.

 

 

“La fine della pandemia – prosegue Boeri – può essere l’occasione per ridisegnare i confini dello Stato, rafforzare la sua presenza dove ce n’è maggiore necessità progettandone la ritirata altrove. Cosa deve fare il settore pubblico per i propri cittadini e cosa invece deve limitarsi unicamente a regolare e lasciare all’iniziativa privata? E come trattare il privato che non si limita perseguire i propri interessi individuali o d’impresa, ma che si organizza in comunità, in associazioni del Terzo settore, capaci di occuparsi del bene comune al pari, se non meglio, del settore pubblico?”

A ragionare sulle questioni che la pandemia ha posto sul tappeto quest’anno cinque premi Nobel per l’Economia: Michael Kremer (2019) che aprirà il festival riflettendo sui meccanismi che possano impedire colli di bottiglia e blocchi di esportazioni nella fornitura su scala globale di vaccini. Nei giorni successivi Paul Milgrom (2020), che si soffermerà sul disegno delle aste e delle gare d’appalto pubbliche, un tema di grande rilevanza alla luce del rilievo che hanno gli investimenti pubblici nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza; Joseph E. Stiglitz (2001) sul nuovo ruolo dello Stato in presenza di forti esternalità come quelle esercitate dai focolai globali di coronavirus e Michael Spence (2001) sul delicato rapporto tra trasformazione digitale, uguaglianza delle opportunità e sostenibilità sociale, mentre Jean Tirole (2014) tratterà della tutela della privacy nell’era del digitale.

È un’edizione ancora più internazionale delle precedenti, non solo per il gran numero dei relatori non italiani, ma anche perché ci si interrogherà su quale parte del pianeta parteciperà alla ripresa dalla pandemia, a partire dall’intervento di Gita Gopinath capo economista del Fondo Monetario Internazionale. Olivier Blanchard, autore del manuale di macroeconomia su cui si sono formate generazioni di economisti, si interrogherà sulle sorti del Patto di Stabilità e Crescita alla luce dei livelli acquisiti dal debito pubblico durante la pandemia, mentre Lucrezia Reichlin e Luis Garicano ci spiegheranno come si è arrivati al Recovery Plan e in che misura questo cambierà i rapporti tra i paesi membri e le politiche dell’Unione. Enrico Moretti si interrogherà su come sia possibile rafforzare la cooperazione internazionale nella tassazione dei super-ricchi alla luce dell’esperienza degli Stati Uniti con la tassazione patrimoniale e le scelte residenziali dei più ricchi.

Lo Stato ha un ruolo molto diverso in diverse parti del mondo. Branko Milanovic ci intratterrà sulle enormi differenze fra ruolo dello Stato, da una parte, in paesi come Cina e Russia e, dall’altra, negli Stati Uniti e in Europa. Una differenza cruciale, come abbiamo visto durante la pandemia, è legata al ruolo giocato da una informazione indipendente, un tema di cui tratterà Julia Cagé.

Il ritorno di protagonismo dello Stato non deve avvenire a detrimento della società civile e del cosiddetto terzo settore. Daron Acemoglu porrà l’attenzione sull’attuale delicato equilibro tra ruolo rafforzato dello Stato e fragilità della società civile. Thomas Piketty, discuterà del ruolo di nuove forme “partecipative” che consentano un’ampia condivisione del potere, della ricchezza e della gestione delle imprese. Philippe Aghion si interrogherà su come rendere più inclusivi e sostenibili (anche sul piano ambientale) i meccanismi di mercato. Mark Carney, già Governatore della Bank of England e della Banca Centrale Canadese, ci parlerà delle vecchie e nuove disuguaglianze e della crisi di valori a queste associata. Luigi Zingales discuterà di come la pandemia sia stata anche uno stress test per il nostro senso civico, che ha giocato un ruolo cruciale nel contenere la pandemia. Nel rafforzare il senso civico e la fiducia fra i cittadini e fra le imprese è fondamentale avere un sistema giudiziario efficiente. Su questo tema interverranno, alla luce della loro esperienza, Giuseppe Pignatone e Paola Severino.

Il ritorno dello Stato viene invocato spesso come partecipazione diretta al capitale delle imprese. Beata Javorcik, capo economista presso la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, affronterà la questione di quanto un maggiore ruolo dello Stato nell’economia attraverso l’intervento di banche e imprese pubbliche favorisca davvero gli investimenti privati e la crescita. Mariana Mazzucato, invece, proporrà un nuovo modo di concepire il ruolo dello stato imprenditore realizzando una simbiosi tra pubblico e privato. Lo storico Gianni Toniolo sosterrà che in realtà lo Stato non se ne è mai andato, non ha mai cessato di intervenire nella vita delle imprese. E la testimonianza di Romano Prodi sarà molto importante anche nel capire pro e contro dell’intervento diretto dello Stato in economia.

Lo Stato è soprattutto un arbitro e un regolatore dell’iniziativa privata, particolarmente attento ad evitare concentrazioni di potere di mercato in poche mani e a prevenire discriminazioni ed effetti distributivi indesiderabili. Oriana Bandiera tratterà di come le norme anti-corruzione possono avere effetti perversi sulle burocrazie. David Card nella sua Alan Krueger lecture discuterà dei pro e dei contro dei programmi di azione positiva nel contrastare la discriminazione di genere, etnica e razziale, un tema affrontato anche da Paola Profeta e Linda Laura Sabbadini.

Lo stato non è un monolite. Oggi, soprattutto, in Europa, lo Stato è un arcipelago di autorità a diversi livelli di governo, come ci esporrà Sabino Cassese. Durante la pandemia ci sono stati frequenti conflitti fra amministrazioni centrali e locali. Può essere il PNRR un’occasione per migliorare la cooperazione fra Stato e Regioni? Sul tema, tra l’altro, un dialogo tra Francesco Giavazzi e Mariastella Gelmini.  Per attuare le grandi riforme del Piano occorre rinnovare la classe dirigente della pubblica amministrazione che spesso si è rivelata inadeguata. Franco Bassanini e Bruno Dente ragioneranno su cosa fare dello spoils system e come rafforzare competenza e terzietà delle burocrazie. Pedro Gomes e Pietro Garibaldi discuteranno delle specificità del lavoro nel settore pubblico alla luce di comparazioni internazionali. Mentre Alessandro Pajno ci racconterà, alla luce della sua esperienza di servitore dello Stato, come sono le carriere ai vertici dello Stato e attraverso quali buone pratiche la pubblica amministrazione possa riconquistare la fiducia da parte dei cittadini.

Nutrita, come sempre, la presenza istituzionale. Per il momento, ma non si escludono ulteriori presenze, hanno confermato la loro partecipazione: il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, i ministri Renato Brunetta, Roberto Cingolani, Vittorio Colao, Massimo Garavaglia, Mariastella Gelmini, Giancarlo Giorgetti ed Enrico Giovannini. Presenti anche Massimiliano Fedriga, presidente della Conferenza dei Presidenti delle Regioni e naturalmente il governatore della Provincia autonoma di Trento, Maurizio Fugatti e il sindaco di Trento, Franco Ianeselli.

Fra i format più attesi del Festival quello dei “Forum”. Il primo sarà dedicato alla scuola e agli effetti delle chiusure e della dad sull’apprendimento degli studenti. Fra i relatori Elia Bombardelli, giovane docente di matematica e fisica che impartisce lezioni su YouTube. Il secondo appuntamento sarà invece dedicato al tema dei nuovi modelli di assistenza sanitaria, tra i relatori Ilaria Capua e Walter Ricciardi. Nel successivo Forum si parlerà di Terzo settore con, fra gli altri, Carlo Borgomeo della Fondazione “Con il Sud”. Il tema della sicurezza in economia sarà, invece, al centro di un confronto a cui interverrà l’economista Alessia Amighini, insieme ad altri esperti. Negli altri Forum si parlerà di nuove povertà e reti sociali, del rapporto fra Regioni e Stato centrale, di politiche ambientali e giustizia sociale, del rapporto fra imprese e Stato dopo la pandemia e della nostra nuova vita in digitale, con Elena Capparelli, direttrice di RaiPlay e Digital.

Imprescindibile, come sempre, l’appuntamento “Incontro con l’autore” curato da Tonia Mastrobuoni  dove si discuterà dei temi del Festival, partendo dalle novità editoriali più interessanti. Tra gli ospiti Minouche Shafik, direttrice della London School of Economics and Political Sciences, Bruna Bagnato, Marco Bentivogli, Magda Bianco, Francesco Billari, Andrea Capussela, Simona Colarizi, Enzo Cipolletta, Chiara Cordelli, Franco Debenedetti, Ferrucio de Bortoli, Andrea Fracasso, Chiara Mio, Paolo Morando, Nicoletta Parisi, Irene Tinagli, Giulio Sapelli.

Significativa anche la presenza di vertici aziendali quali, tra gli altri, Valentina Bosetti (Presidente di Terna), Alessandro Profumo (Amministratore delegato di Leonardo) e Salvatore Rossi (Presidente di TIM).

 

La squadra del Festival

Il Festival dell’Economia di Trento è promosso dalla Provincia autonoma di Trento, dal Comune di Trento e dall’Università degli Studi di Trento. Progettato dagli Editori Laterza.

Partner

Intesa Sanpaolo

Top Sponsor

TIM

Main Sponsor

Fidelity International

Hydro Dolomiti Energia

Leonardo

Sponsor

Autostrada del Brennero

EF Solare Italia

Fondirigenti

Grant Thornton

LeasePlan

Mezzacorona – Rotari

Media partner

Rai Radio 1

Rai Radio 3

Rai News 24

 

Tutte le info su

www.festivaleconomia.it

 

I social del Festival:

Facebook: @festivaleconomiatrento

Twitter: @economicsfest

Instagram: @festivaleconomia

 

Legenda. Libri per leggere il presente

Legenda è una piccola rassegna stampa, uno sguardo rapido ai fatti che hanno scandito la settimana, ma anche un invito a leggere il presente togliendo il piede dall’acceleratore.

Legenda è un tentativo di legare il mondo che corre alle parole che aiutano a capirlo.

Questa settimana parliamo – purtroppo – dell’ultimo naufragio nel Mediterraneo, dell’operazione “Ombre rosse”, della calendarizzazione del Ddl Zan, della “scomparsa” del salario minimo, delle opportunità offerte in “zona gialla” da un tempo libero lento e all’aria aperta.

 

Migranti. Centotrenta persone sono annegate al largo della Libia. «La tragedia poteva essere evitata», affermano le otto ong (Alarmphone, Emergency, Medici Senza Frontiere, Mediterranea, Open Arms, ResQ, Sea-Watch, Sos Méditerranée Italia) che hanno richiesto un incontro urgente con Mario Draghi. «La Ocean Viking – raccontano – ha atteso un intervento delle autorità marittime che coordinasse le operazioni, ma nonostante le autorità italiane, libiche e maltesi fossero tenute costantemente informate, questo coordinamento non c’è stato, o almeno non ha coinvolto l’unica nave di soccorso presente in quel momento». Papa Francesco ha affermato: «È il momento della vergogna».
 

 

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“Ombre rosse”. L’operazione ha portato a sette arresti in Francia: sono ex brigatisti e altri condannati per reati legati agli anni di piombo. Due degli altri tre ricercati si sono costituiti. L’operazione, ha dichiarato Emmanuel Macron, «si colloca strettamente nella logica della dottrina Mitterrand di accordare l’asilo agli ex brigatisti, eccetto ai responsabili di reati di sangue».
«Avrei voglia di essere cinico, per adeguarmi», ha commentato Adriano Sofri sul Foglio. «C’è quell’aneddoto famoso sul novembre del 1947, la destituzione del prefetto di Milano Troilo, che era stato un comandante partigiano, e la ribellione della città. Manifestanti e partigiani occuparono la Prefettura, e da lì Giancarlo Pajetta telefonò a Roma. “Compagno Togliatti – disse fieramente – abbiamo occupato la Prefettura!” “Bravo, e adesso che ve ne fate?”. Mercoledì mattina un’operazione congiunta di polizie e intelligence francesi e italiane – una retata, in ora antelucana, come da regolamento – ha portato all’arresto di “7 ex terroristi” a Parigi. Bravi! E adesso che ve ne fate?».
   

 

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Ddl Zan. Con 13 voti favorevoli e 11 contrari (dalle file del centrodestra), la Commissione Giustizia del Senato ha calendarizzato la discussione del ddl Zan – contro discriminazioni e violenze per orientamento sessuale, genere, identità di genere e abilismo: già approvato alla Camera, il disegno di legge potrà ora essere discusso e messo ai voti anche al Senato.
   

 

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→  Salario minimo. È scomparso dal Pnrr il paragrafo relativo all’introduzione del salario minimo, inizialmente previsto “a garanzia di una retribuzione proporzionata alla quantità e alla qualità del lavoro svolto e idonea ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa”. La misura era presente nelle linee guide ed era stata sollecitata dalla Commissione europea. Come Ursula von der Leyden aveva affermato a settembre, durante il discorso sullo Stato dell’Unione, «per troppe persone il lavoro non è più remunerativo: il dumping salariale distrugge la dignità del lavoro, penalizza l’imprenditore che paga salari dignitosi e falsa la concorrenza leale nel mercato unico. Per questo motivo la Commissione presenterà una proposta legislativa per sostenere gli Stati membri nella creazione di un quadro per i salari minimi. Tutti devono poter accedere a salari minimi, che sia attraverso contratti collettivi o salari minimi legali».
   

 

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→  Zona gialla. Dal 26 aprile molte regioni sono di nuovo in zona gialla: l’allentamento delle restrizioni e un clima più mite permettono di tornare a immaginare un approccio lento e gentile al territorio e al tempo libero, in fuga dalla folla e dalla città.