Re Sigurd, il crociato che venne dal freddo

Amedeo Feniello legge Francesco D'Angelo

L’epopea finora sconosciuta del sovrano Vichingo che con sessanta navi raggiunse Gerusalemme e partecipò alla conquista di Sidone. Poi la tappa a Costantinopoli e il ritorno in Scandinavia per via terrestre attraversando i Balcani

Amedeo Feniello | La Lettura | 25 aprile 2021

Nel nostro immaginario i vichinghi poco hanno a che fare con il Mediterraneo. Li sogniamo lontani, protesi verso le isole britanniche, l’Islanda, la Groenlandia o addirittura le coste settentrionali delle Americhe, la mitica Vinland. Invece di gente del Nord che, nel corso del Medioevo, guardò al Mediterraneo con incanto e, perché no, cupidigia ce ne fu. E tanta. Eppure, questa presenza è stata spesso ignorata, considerata estranea rispetto al nostro scenario. Ancora una volta una vicenda nascosta, sottratta alle nostre percezioni, ritenuta lontana, marginale.

La storia di questa presenza ritorna oggi nel libro di Francesco D’Angelo dedicato al re di Norvegia Sigurd Magnusson (Il primo re crociato. La spedizione di Sigurd in Terrasanta, Laterza), vissuto tra 1089 e 1130. Perché parlare di lui al cospetto del Mediterraneo? Per un motivo preciso: che dal 1107 fu protagonista di un’impresa eccezionale che gli regalò, in patria, un appellativo straordinario: Jórsalafari, l’«uomo che è andato a Gerusalemme».

Come tanti re cristiani, anche Sigurd desiderava partecipare alle Crociate. Ma per farlo, visse un viaggio che sembra come addensarsi per gravità dalla periferia più estrema del mondo più estrema verso l’ombelico di esso, la Terrasanta. A seguire la spedizione si resta stupiti, per l’epoca in cui essa fu effettuata e per l’immensità degli spazi solcati. La flotta di Sigurd salpa nel 1107 dalla città di Bergen, in Norvegia, alla volta del Mediterraneo. Non era la prima volta. La strada era già stata aperta in precedenza, nell’844, poi nell’859 con la spedizione del capo vichingo Hásteinn che, con una flotta di 62 navi, raggiunse e mise a sacco la città di Algeciras, in Spagna, le Baleari e diversi centri nel Sud della Francia; e leggenda vuole che saccheggiasse anche Lumi, in Liguria, scambiandola per Roma. Sembrava già allora un’epopea, considerate le distanze. Ma questa gente del Nord aveva dalla sua un’indole particolare: erano sì guerrieri pronti all’avventura, ma soprattutto eccellenti marinai. Al centro di questa loro capacità, c’era una nave dal profilo nuovo, frutto di una tecnologia secolare, dalla tipica forma stretta e lunga, dotata di chiglia per affrontare le disagevoli condizioni dei mari del Nord e di un duplice ordine di remi oltre che di una vela quadra; ma che presentava un altro aspetto innovativo: la doppia prua, ovvero, scrive D’Angelo, «poppa e prua egualmente rialzate e quasi simmetriche, progettate per ripartire rapidamente dal luogo di attracco — che spesso coincideva con il luogo di attacco — senza bisogno di invertire la nave». Un’imbarcazione dai tanti nomi: langskip (nave lunga), snekkja (il serpente) o il più delle volte dreki, il drago, al plurale drekar, da cui drakkar, nota l’autore, «termine oggi molto in voga ma in realtà inesistente nelle fonti».

Sono sessanta le navi della flotta di Sigurd e 5 mila gli uomini al comando di un uomo che, benché solo diciottenne, ha dalla sua fascino e autorità. Lo spinge verso l’imprevisto una doppia tensione: spirituale, da un lato, propria della esperienza crociata. Dall’altro, il desiderio di avventura, di fama, d’oro, tipico della cultura vichinga. Due facce della stessa medaglia che «convivono perfettamente nella stessa persona del re».

La rotta seguita fu davvero lunghissima. Dopo una sosta iniziale in Inghilterra per trascorrere l’inverno, la flotta raggiunse la Spagna. Prima toccò le regioni cristiane della Galizia poi al-Andalus, possedimento musulmano, saccheggiando numerose città. Superato lo stretto di Gibilterra, i norvegesi toccarono in successione le Baleari e la Sicilia, dove Sigurd incontra, alla corte normanna, un adolescente Ruggero II d’Altavilla. Da qui, la meta diviene Gerusalemme, dove il norvegese viene accolto caldamente da re Baldovino I, insieme al quale pianifica l’assedio di Sidone, città che cade nel 1110.

Dopo l’impresa, Sigurd era sicuro di avere assolto al proprio voto da crociato. Poteva così riprendere di nuovo il mare, questa volta in direzione della più straordinaria città del Mediterraneo, Costantinopoli, dove per qualche tempo fu ospite dell’imperatore Alessio I Comneno. Ma qui il viaggio cambia forma: continua, con ciò che resta dell’esercito, non più per mare, ma per terra: attraverso la Bulgaria, l’Ungheria, la Baviera, la Sassonia, la Danimarca. Fu questa l’ultima tappa, prima del rientro in patria, nel 1111.

Erano passati quattro anni, vissuti in una sorta di anabasi, sulla quale fiorirono subito racconti e leggende perché, scriveva Snorri Sturluson (1179-1241), «tra gli uomini si diceva che nessuno, come Sigurd, aveva mai intrapreso un viaggio così onorevole». Un crociato sui generis, Sigurd: figlio di un mondo lontano, la cui storia, grazie a questo libro, arricchisce la nostra percezione di un Mediterraneo medievale che fu più ricco e vasto di quanto in genere si immagini.

 

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