Viesti racconta la nuova questione meridionale

Pietro Spirito legge Gianfranco Viesti

Pietro Spirito | la Repubblica Napoli | 8 giugno 2021

Le trasformazioni demografiche, sociali, politiche ed economiche configurano le caratteristiche di una nuova questione meridionale, profondamente diversa rispetto a quella che ha caratterizzato la storia d’Italia dalla unificazione all’inizio del ventunesimo secolo. Ci guida in questo viaggio il prezioso libro di Gianfranco Viesti, Centri e periferie. Europa, Italia, Mezzogiorno dal XX al XXI secolo, Laterza, 2021.

Secondo Gianfranco Viesti, la geografia e la storia contano moltissimo, soprattutto in una fase nella quale è in corso un cambiamento di paradigma. La crescita del commercio internazionale rende ancora più complesso il gioco competitivo tra territori. L’allargamento dell’Unione Europea ha spostato l’asse industriale verso Nord-Est, ed ha distratto l’attenzione politica dal quadrante mediterraneo. Lo sviluppo delle nuove tecnologie, ed in particolare la diffusione della digitalizzazione, sta determinando effetti radicali sulle regioni, favorendo una ulteriore polarizzazione. Mancano di converso politiche pubbliche che consentano nelle aree periferiche lo sviluppo di nuove attività, che, in assenza di interventi attivi delle istituzioni, non si determinano. Il primo ventennio del secolo in corso ha acuito la debolezza strutturale del Mezzogiorno, nel quadro di una Italia che ha registrato una parabola discendente.

Dal punto di vista demografico si è ribaltato uno degli assi dominanti della questione meridionale: se prima il problema era l’eccesso di popolazione, ora accade l’inverso, con una curvatura che segnala la carenza di abitanti, che si farà sempre più sentire nel corso dei prossimi decenni, se non interverranno fattori correttivi.

Sotto il profilo industriale, le regioni meridionali non hanno solo perso occupazione nelle attività tradizionali, che si sono dislocate prevalentemente nei paesi di nuova industrializzazione, ma non hanno creato nuove opportunità nei settori avanzati che caratterizzano la nuova geografia della competitività.

Si delinea in questo modo quella che Gianfranco Viesti definisce la trappola dello sviluppo intermedio: il Mezzogiorno è contestualmente meno competitivo rispetto al Nord sul piano dell’innovazione e rispetto ad Est sotto quello dei costi di produzione. Uscire da questa trappola richiede strumenti sofisticati di politica industriale, che non si vedono ancora all’orizzonte. Nell’età contemporanea contano molto di più le politiche pubbliche nelle dinamiche di localizzazione delle attività economiche. L’azione redistributiva, precedentemente focalizzata sugli individui, opera oggi anche nei rapporti tra territori, influenzando le scelte di allocazione territoriale dei soggetti economici. Per le caratteristiche del nuovo capitalismo le politiche per l’istruzione hanno un rilievo essenziale, perché l’esistenza delle competenze adeguate di capitale umano sono una variabile di crescente importanza. Nel primo ventennio del nuovo secolo 263.000 laureati nelle regioni meridionali hanno lasciato il Sud per trovare la propria collocazione professionale nelle regioni centro-settentrionali del nostro Paese. Se si formano risorse adeguate, ma non si prospettano coerenti opportunità occupazionali, il territorio rischia di perdere ancora maggiore terreno per effetto della migrazione delle risorse adeguate (brain drain).

Opportunamente Gianfranco Viesti sottolinea che il divario meridionale è frutto della storia economica e politica dell’Italia. In particolare il fossato si allarga nel periodo tra il 1914 ed il 1952. Nel 1911 il reddito pro capite meridionale era pari all’85%, e scese al 61% nel 1951. Il trentennio tra le due guerre, come diceva Manlio Rossi-Doria, è stato fatale al Mezzogiorno.

Di converso, nel ventennio tra il 1951 ed il 1971 il reddito pro capite del Sud crebbe ad un tasso medio annuo che sfiorò il 6%. Mentre l’Italia conosceva il suo miracolo economico, il Mezzogiorno operò in grande balzo in avanti: nello stesso periodo il reddito pro capite meridionale rispetto a quello degli Usa passo dal 22% al 47%. Mancò, in una stagione di grande ripresa economica e sociale, la componente endogena di imprenditoria locale, con un processo di industrializzazione che fu guidato dall’ex imprese pubbliche e dagli investimenti diretti esteri. Poi venne la lunga fase del nuovo arretramento, caratterizzata dal ritiro della industria pubblica, da investimenti meno efficaci e poi calanti nelle infrastrutture, dalla affermazione di un modello clientelare della spesa pubblica. Oggi, le catene globali del valore e la digitalizzazione stanno determinando una nuova divisione internazionale del lavoro, che tende ad emarginare ulteriormente le aree periferiche nelle economie a capitalismo avanzato. Il presente ed il futuro delle regioni europee sarà sempre più influenzato dalla demografia. L’Europa del ventunesimo secolo, ed anche il Mezzogiorno, sta attraversando cambiamenti demografici di primaria rilevanza.

Le regioni meridionali affrontano questa fase in grave difficoltà. All’inizio degli anni Venti del nostro secolo la dimensione dell’economia del Mezzogiorno è inferiore a quella dell’inizio del secolo, mentre quella del Centro-Nord è superiore di circa 7 punti percentuali.

Nello stesso periodo di tempo la popolazione del Centro-Nord è aumentata di tre milioni, mentre al Sud è diminuita di 300.000 unità. Contano contestualmente i flussi migratori, più accentuati nelle regioni centro-settentrionali del nostro Paese, e le dinamiche regressive dei tassi di natalità, più intensi nel Mezzogiorno.

Mali antichi restano purtroppo ancora radicati nel Sud: la presenza di aziende controllate dalle mafie distorce il funzionamento dei mercati e alimenta reti di connivenza con le amministrazioni pubbliche, anche per il tramite di operatori economici e professionisti che rappresentano una zona grigia al confine tra legalità ed illegalità. A ciò si aggiunge un ciclo regressivo dell’intervento pubblico, con il crollo degli investimenti e la caduta dei consumi finali delle pubbliche amministrazioni, che sono scesi tra il 2008 ed il 2018 dell’8,6% nel Mezzogiorno a fronte di un aumento dell’1,4% al Centro-Nord. Insomma, di fronte alla fase complessa che abbiamo di fronte, Gianfranco Viesti richiama alla responsabilità le istituzioni pubbliche, che hanno il dovere di affrontare le sfide complesse del nostro tempo con la capacità di catalizzare energie nei settori dell’innovazione e della digitalizzazione, lavorando per assicurare le condizioni di contesto che possono favorire l’insediamento di attività capaci di assicurare una svolta vitale per l’economia e la società meridionale.

 

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