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Fragile e spavaldo

Fragile e spavaldo
Fragile e spavaldo
Ritratto dell'adolescente di oggi
Edizione: 20166
Collana: Economica Laterza [547]
ISBN: 9788842094098
Argomenti: Psicologia dello sviluppo
  • Pagine: 138
  • Prezzo: 8,50 Euro
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In breve

Un testo ricco di idee inconsuete ma molto fondate, che traccia un sorprendente identikit di questi ex bambini prodigiosi, piccoli imperatori vezzeggiati e ora confusamente immersi nella lunga cerimonia dell’addio all’infanzia. Un libro molto denso nella sua agilità, rigoroso e chiaro, destinato soprattutto ai tanti genitori e insegnanti spesso disorientati, spiazzati, allarmati da comportamenti ‘normali’ ma non per questo meno oscuri e problematici. “la Repubblica”

Gustavo Pietropolli Charmet, grande clinico e squisito divulgatore, nonché uno dei massimi studiosi dell’adolescenza e dintorni, ribalta molti luoghi comuni. “l’Unità”

Gustavo Pietropolli Charmet spiega in questo libro molto acuto perché al posto di Edipo è comparso Narciso: viviamo la fine del modello educativo fondato sulla colpa e sul castigo di cui Edipo era il personaggio più emblematico, vittima e carnefice della colpa. “Alias – il manifesto”

Malato di fragilità narcisistica, sostenuto da una spavalderia irriverente e da un’indifferenza corrosiva, il nuovo adolescente ha una creatività in attesa che lo aiuterà a crescere, come emerge da questo ritratto sorprendente – frutto della lunga e simpatetica esplorazione del mondo dell’adolescenza fatta da Pietropolli Charmet.

Recensioni

Rosangela Zavattaro Rastelli su: Gazzetta di Parma (05/02/2011)

Troppi luoghi comuni sugli adolescenti

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Marco Romani su: Il Venerdì di Repubblica (22/08/2008)

È il bambino più bravo, il più bello, il più intelligente. Tra Io stupore e l'incoraggiamento incondizionato della famiglia a due anni già risponde a tono, a quattro si legge da solo le favole prima di addormentarsi, a sei canta e balla come le veline. Ma poi, crescendo, i ragazzi iniziano a capire che trovare un pubblico sempre pronto all'applauso non è poi così semplice. E la delusione e la vergogna iniziano a prendere il sopravvento creando disagio e solitudine. Sono i giovani della Generazione N (come Narciso) che lo psicanalista Gustavo Pietropolli Charmet descrive in Fragile e spavaldo (Laterza, da settembre in libreria), un ritratto della nuova adolescenza che verrà presentato il 29 agosto al Festival della Mente di Sarzana. «Narciso», dice Pietropolli Charmet «è cresciuto in un ambiente dove le regole non sono universali ma vengono decise famiglia per famiglia e dove la cosa più importante è la realizzazione della propria creatività». A lui si contrappone il vecchio Edipo, «figlio del sistema educativo della colpa che viveva il contrasto continuo tra le regole morali che gli venivano imposte e le pulsioni adolescenziali». E se il problema principale di Edipo era farla franca dai castighi, Narciso corre il rischio di essere umiliato per non riuscire a realizzare gli obiettivi che si era dato durante l'infanzia. «Edipo deve vedersela col sentimento della colpa, Narciso con quello della vergogna».

Quand'è che Edipo ha lasciato il campo a Narciso?«La crisi dell'autorità del padre viene da molto lontano, ma è negli anni Sessanta e Settanta che diventa più evidente. È allora che nasce l'idea che essere un buon genitore significa non tanto tramandare valori ma trasmettere affetto. La coppia decide di mettersi a completo servizio di quel figlio, spesso unico, sul quale si proiettano aspettative di realizzazione e di visibilità sociale. E così appare Narciso, bello, creativo e prodigioso».

Ci sono frasi che possono aiutare a caratterizzare i due modelli di educazione?«A casa, a scuola o in chiesa gli adulti che circondavano Edipo gli dicevano continuamente "taci e ubbidisci". A Narciso dicono "dimmi chi sei. Balla, canta, esprimiti. Raccontami la tua storia in prima serata". A Narciso la mamma dice "tu sei molto più importante di me e io do la mia vita affinché tu sia te stesso"».

A chi fa comodo una generazione di Narcisi?«Le aziende si sono accorte che se si riesce a far comprare agli adolescenti un determinato prodotto, dall'abbigliamento alla musica e al cinema, si influenza il mercato complessivo. Fa poi comodo anche ai genitori che sono al lavoro tutto il giorno vedere il proprio figlio che se la cava benissimo anche da solo. Narciso ha meno bisogno di presenza, di ordini e di controlli. È un bambino che nasce molto buono, molto creativo, molto espressivo e va volontariamente verso la società».

Ma anche l'educazione del dialogo crea danni...«Sì, oggi vediamo gli esiti incerti di un'educazione che richiede all'adolescente continui successi. E la volontà di essere visibili ad ogni costo, può anche sfociare in comportamenti socialmente non legittimi. È difficile dire se questo modello crei più o meno danni del "taci e obbedisci", certo è che in alcune famiglie si respira un clima da stadio nei confronti del successo del figlio piuttosto che un sano appoggio neutrale alla sua autonoma realizzazione».

Peggio la vergogna dei sensi di colpa? «La colpa è sempre legata a un'azione e si può superare chiedendo scusa o accettando un castigo. La vergogna invece, mettendo in dubbio il valore della persona, non è facilmente riparabile. La mortificazione dura nel tempo con la stessa intensità. Per superare questa situazione il percorso è più lungo perché implica il recupero dell'autostima».

Ma qual’è il modo in cui si reagisce alla vergogna?«Chi si sente umiliato, o decide di sparire, chiudendosi in casa, o si vendica. Ci sono adolescenti che meditano per mesi la vendetta contro la professoressa o contro una ragazza che li ha traditi. Non trovano pace finché chi ha inflitto loro un'umiliazione non l'ha pagata cara».

Perché Narciso si riempie di tatuaggi, piercing e cicatrici?«Perché ha bisogno di comunicare socialmente chi è e che cosa vuole. Nel momento in cui adotta una moda, anche massificata come il piercing, ha l'impressione di differenziarsi, di portare sulla superficie del corpo un contenuto interno leggibile da chi condivide i suoi stessi codici. La tendenza di questa nuova generazione a manipolare anche violentemente il corpo ha alcuni aspetti molto espressivi e altri che sono segno di un disagio e di una nuova complicazione».

Quale?«Il rifiuto del corpo naturale. È il caso del dimagrimento eccessivo delle ragazzine che decidono così di conquistare una fisicità che esprima indipendenza e autonomia dal cibo e dalla mamma. Ed è il caso degli adolescenti che potenziano i loro muscoli con estrogeni e sostanze dopanti. Tutte manipolazioni violente che impongono al corpo di parlare e di soffrire. Lo usano come una lavagna su cui scrivere il proprio nome d'arte e su cui sbandierare la propria sofferenza».

Questa Generazione N esisterebbe anche senza YouTube?«La visibilità sociale è uno degli obiettivi specifici della generazione di Narciso. Mettere il proprio video a disposizione del mondo intero evidenzia il bisogno di parlare in prima persona, di essere nello schermo e non davanti ad esso. Edipo non potrebbe mai parlare di sé, della propria sessualità, dei conflitti con i genitori. Narciso è invece spudorato e ha bisogno di raccontarsi, di esibirsi, di diventare famoso. Tutta l'enfasi sul bullismo, sulla delinquenza minorile, sulle violenze del branco mi pare però eccessiva. Le aree di disagio sono più limitate di quanto si è indotti a credere».

Un consiglio a Narciso per soffrire meno?«Fare un inventario serio di ciò che davvero sente essere la sua verità e la sua missione, rifiutando le aspettative che si sono insediate nella sua mente, ma che vengono dall'esterno. L'importante è portare avanti il proprio progetto originario».

E ai suoi genitori?«Devono capire che non funziona più la pretesa di essere rispettati e obbediti senza fare nulla per meritarselo. Di fronte all'incompetenza di certi adulti i ragazzi hanno buoni motivi per dire "chi l'ha detto che bisogna fare così?"».

Giuliano Ladolfi su: L’Avvenire (08/08/2009)


Leggo con grande interesse, e con un preciso desiderio di apprendere, gli studi di psicologia adolescenziale, perché mi aiutano nel lavoro di educatore a contatto con più di mille studenti. E se poi chi scrive presenta l'autorità e l'esperienza di Gustavo Pietropolli Charmet («Fragile e spavaldo. Ritratto dell'adolescente di oggi», Roma-Bari, Laterza 2009), il confronto con la realtà in cui opero si presenta immediata e continua. Eppure durante la lettura, nel riflettere sul discorso dello psicologo, aumentava la consapevolezza che il ritratto da lui delineato si poneva in antitesi con la realtà da me vissuta quotidianamente nei colloqui e nelle relazioni con l'adolescente contemporaneo.

Senza dubbio condivido molte parti di carattere generale, come quelle riguardanti il bisogno di ricerca di identità, la crisi della personalità, il cambiamento del rapporto con l'adulto, come pure la constatazione della diversità del percorso adolescenziale odierno rispetto alla generazione precedente. Tuttavia il modello del «Narciso» non corrisponde alla totalità della mia esperienza. Non sono all'oscuro che il comportamento identificativo-sentimentale dei genitori rispetto all'atteggiamento precedente di carattere educativo abbia accresciuto una tale componente, del resto caratteristica di quell'età, ma questo non ne ricostruisce l'intero perimetro psicologico.

Quotidianamente mi trovo a lavorare con adolescenti seri, determinati, generosi, altruisti, capaci di vivere e di richiedere autenticità e coerenza, desiderosi di condividere con gli adulti un progetto educativo, impegnati nel volontariato, creativi, in grado di comunicare entusiasmo, nonostante la loro timidezza, la loro sensibilità, la loro debolezza di fondo, alla loro fragilità psicologica, la loro difficoltà di gestire la responsabilità connessa con l'autonomia e la libertà.

Mi sono allora domandato dove vada cercata la diversità di esperienza. Nella certezza della relatività della mia conoscenza (difficilmente mi confronto con casi-limite), ho riscontrato in questo lavoro, frutto «della lunga e simpatetica esplorazione del mondo dell'adolescenza», un'impostazione «iatratica» (mi si conceda la coniazione del neologismo «iatrite», cioè «malattia del medico») che consiste nell'elaborare modelli tratti dalla patologia e nell'applicarli all'intera società o ad una precisa categoria. Questa pratica risale a Freud, il quale, dopo aver ideato la psicanalisi come terapia, ne ha esteso le problematiche allo sviluppo di ogni individuo.

Pur nella consapevolezza che ogni modello interpretativo è limitato e parziale, sono convinto che esistono gerarchie di modelli e assumere quello patologico per una descrizione universale e necessaria appare rischioso e spesso deviante. Non è un caso, infatti, che l'opinione comune, ripresa dai mass media, dai divulgatori e dai teorici puri, diventi patrimonio generale e induca a ritenere, per limitarci a questo caso, che tutti gli adolescenti siano unicamente «spavaldi e fragili».

L'effetto «riflettore», proprio del mondo della comunicazione, che seleziona il reale in base a criteri eccessivamente semplificatori, non aiuti gli educatori (genitori, insegnanti, sacerdoti, allenatori ecc.) a guardare con realismo alla complessità di un mondo estremamente ricco di potenzialità ideali, che, se condivise con fiducia, aiutano a formare una personalità equilibrata e ricca di valori umani.

Camilla Tagliabue su: Il Sole - 24 ore (08/11/2009)


0gni tre secondi nel mondo muore un bambino con meno di 5 anni: 24.000 vittime al giorno, quasi 9 milioni all'anno. È questo il bilancio a vent'anni dalla Convenzione sui diritti dell'infanzia, approvata dall'Onu il 20 novembre 1989 e ratificata da 193 paesi a eccezione di Stati Uniti e Somalia. Lontani dal garantire il primo e fondamentale diritto alla vita, gli stati si sono posti il più modesto obiettivo (Millennium Development Goal 4) di ridurre di due terzi la mortalità infantile: per Save the Children sarà raggiunto nel 2045 anziché nel 2015. Eppure il cambiamento è possibile, basti pensare che nel 1900 in Gran Bretagna morivano 140 bambini su mille, molti più che nell'attuale Liberia. Il diritto all'istruzione, poi, è ostacolato dallo sfruttamento del lavoro minorile e quasi nulla è, in molti paesi, la tutela dell'incolumità fisica e psicologica: subiscono violenza, ad esempio, il 95% dei bambini in Palestina, il 94 nello Yemen e il 92 in Sierra Leone, Camerun ed Egitto (che detiene pure l'infelice primato delle mutilazioni genitali femminili).

Le proporzioni del fenomeno sono enormi: la popolazione mondiale sotto i 18 anni è di oltre 2 miliardi, di cui 1,9 nei paesi in via di sviluppo, 0,4 in quelli meno sviluppati e 0,2 in quelli industrializzati. Anche in questi persistono ingiustizie, specie nei confronti dei minori immigrati. È quanto emerge da due report di Human Rights Watch e uno di Unicef: i primi (Lost in transit e No Refuge) denunciano i maltrattamenti dei piccoli migranti in Francia e Grecia, il secondo analizza la loro condizione di vita in otto paesi Ocse, tra cui l'Italia. Qui, il loro numero è quadruplicato in 10 anni (nel 2007 erano circa 660.000): il 22% vive in famiglie a rischio povertà e 3 su 5 abitano case sovraffollate. A causa soprattutto della scarsa scolarizzazione, possibilità e settori d'impiego sono quantitativamente e qualitativamente inferiori ai coetanei italiani. E questi come stanno?

Tenta di rispondere il bel libro dello psicoanalista Gustavo Pietropolli Charmet. Fragile e spavaldo, l'adolescente italiano non è più Edipo, schiacciato tra senso di colpa e castigo, ma Narciso, innamorato di sé, incurante del mondo, vocato alla realizzazione della propria identità e bellezza. «Ha bisogno di vedere riflessa la propria immagine nello specchio sociale, nel consenso del gruppo»: questa la debolezza di chi considera l'altro un «fan» e «ha la certezza di avere diritto» al successo e alla visibilità. Non contesta la scuola, la politica, le istituzioni perché non dà loro alcuna importanza, avendoli svuotati di senso e ruolo; non trasgredisce, ma distrugge le relazioni che gli causano dipendenza e si vendica contro chi l'ha umiliato: inversamente proporzionale alla fragilità, come per il diamante, è la sua durezza. È stata in buona parte l'educazione a trasformare Edipo in Narciso: dalle ceneri del «perverso polimorfo» è risorto il «cucciolo d'oro» di mamma e papà, che chiede obbedienza per amore e non per paura. Corteggiato anche dalla televisione e dal mercato dei consumi, il nuovo adolescente trionfa ovunque, «sente che può liberamente dedicarsi al culto del sé». All'etica preferisce l'estetica, a costo di manipolare il corpo al limite della morte. L'archetipo ha seducenti richiami filosofici: da un lato, il Narciso marcusiano, eroe della liberazione erotica; dall'altro, il Don Giovanni di Kierkegaard, che rincorre il proprio desiderio sull'orlo di un abisso di noia e disperazione. Anche il ragazzino spudorato e creativo di Pietropolli Charmet rischia di morire, letteralmente, di vergogna e di noia.

Il mondo dell'infanzia si configura così paradossalmente: i più non hanno diritti, alcuni nemmeno alla vita; pochissimi, come nel caso italiano, si ritrovano impacciati nel gestire i propri, lo straordinario potere acquisito, con conseguenze psicologiche e fisiche talvolta gravi. Rimane da chiedersi se per questi sia in corso un'indigestione di libertà o se non si tratti di una nuova e più subdola violazione dei diritti. Già Baudrillard profetizzava il «narcisismo in termini di controllo sociale» e «l'esaltazione della bellezza solo a titolo di sfruttamento».

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