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L'ossessione identitaria

L'ossessione identitaria
L'ossessione identitaria
- disponibile anche in ebook - disponibile in streaming su
Edizione: 20142
Collana: Anticorpi [9]
ISBN: 9788842092629
Argomenti: Antropologia ed etnologia, Attualità culturale e di costume, Saggistica politica
  • Pagine: 180
  • Al momento non disponibile presso il nostro magazzino

In breve

«Identità è una parola avvelenata. Il veleno contenuto in questa parola così nitida e bella, così fiduciosamente condivisa, di uso pressoché universale, può essere tanto oppure poco, talvolta persino impercettibile e quasi innocuo. Ma anche quando è impercettibile, la tossicità è presente in numerose idee che la parola contiene e, accumulandosi, può manifestarsi alla lunga, in maniera inattesa e imprevista. Perché e in che senso identità è una parola avvelenata? Semplicemente perché promette ciò che non c’è; perché ci illude su ciò che non siamo; perché fa passare per reale ciò che invece è una finzione o, al massimo, un’aspirazione. Diciamo allora che l’identità è un mito, un grande mito del nostro tempo».

Leggi un brano


L’identità è un concetto non solo largamente impiegato, ma oltremodo attrattivo. L’identità – potremmo dire – si è ormai diffusa in modo contagioso, e sembra che anche le persone intellettualmente più accorte non possano fare a meno di utilizzare questa parola. Sembra che, se non si utilizzasse identità, non si potrebbe far parte del mondo attuale. Per farne parte, per essere considerati attori di questo mondo, occorre tirare fuori il termine in questione, e ciò del tutto a prescindere da qualsiasi schieramento ideologico e politico. L’identità non è, infatti, più di destra che di sinistra: il suo uso è equamente distribuito. Identità è una moneta che tutti usano e senza dubbio contribuisce a creare un senso comune. Per partecipare al “discorso” contemporaneo occorre usare “identità” (come del resto fa e ha già fatto, a suo modo, anche l’autore di questo libro).

Quasi tutti, tra gli studiosi, mettono però le mani avanti a proposito del concetto di identità. Se il sociologo Alessandro Pizzorno si dimostra assai guardingo e afferma che addirittura sarebbe meglio, «quando possibile», tenersene alla larga, il filosofo Pietro Rossi sostiene che tale nozione è «quanto mai problematica» nelle scienze sociali e in psicologia e che risulta di difficile definizione anche in sede storica, come quando la si usa per il contesto e la storia europea. Tutte queste cautele e precisazioni non impediscono tuttavia a questi autori di farne uso e a Pietro Rossi, in particolare, di scrivere un saggio dedicato espressamente a L’identità dell’Europa. Certo, la cautela fa sì che, per esempio in quel saggio, si dichiari nettamente che l’identità in generale, non solo quella europea, «non può essere concepita come se costituisse un nucleo permanente e invariante». E allora che cosa indica? Ecco la risposta: «al massimo, una continuità nel tempo che non esclude però il mutamento di ciò che definisce l’identità stessa». Formula di notevole compromesso tra mutamento e continuità, un misto di permanenza e di varianza, dove l’ambiguità sta nel fatto che l’identità – a cui viene impedito di coincidere del tutto con la permanenza per non cadere in una visione “essenzialistica”, né del resto potendo, per ovvi motivi, consistere nel mutamento – finisce per mantenere la vaghezza lamentata all’inizio, a tal punto che lo stesso Rossi manifesta qualche perplessità circa il suo uso effettivo: «se si vuole tuttavia fare uso di questa nozione...». Ma l’uso è stato fatto, a conferma che, nonostante tutte le precauzioni, è ben difficile tenersene alla larga.

Agli occhi dei filosofi, questo concetto potrà sembrare vago nell’uso invalso nelle scienze umane e sociali, tanto quanto in storia, per non dire nel senso comune. Ma la parola di per sé è nitida, limpida, elegante, pulita. Essa trasmette infatti una sensazione di precisione, di ordine, di incontestabilità, dovuta probabilmente all’impiego logico e metafisico da cui proviene, nonché a quello giuridico e amministrativo. Da questo uso – si pensi in primo luogo alla carta di identità – si ricava infatti un senso di indiscutibile certezza, fondata sulla certificazione che lo Stato (il potere dello Stato) garantisce ai suoi cittadini. Del resto, nel nostro ordinamento giuridico la certificazione dell’identità costituisce uno degli atti fondamentali e preliminari, e il diritto all’identità personale, a partire dalla sentenza n. 3769/1985 della Corte Suprema di Cassazione, è stato ricompreso fra quei “diritti inviolabili dell’uomo” che l’art. 2 della Costituzione italiana garantisce e tutela. È come se, per noi, in un mare di probabilità e di incertezze l’identità personale costituisse davvero un’isola protetta, qualcosa che offre il massimo di sicurezza, riconoscibilità, permanenza: io sono indubitabilmente io e non sono un altro, e continuo a essere io e soltanto io fino alla fine dei miei giorni (e forse anche oltre). Uscita dall’impiego logico-metafisico e da quello giuridico-amministrativo, la nozione di identità deve certamente scendere a quei compromessi che producono il carattere vago e un po’ infido di cui sopra. Ma se è vero quanto sostiene Ludwig Wittgenstein, ovvero che il significato delle parole dipende dall’uso che se ne fa, probabilmente è anche vero che le parole recano con sé certi condizionamenti semantici. Passando nell’uso comune, sociale e politico, l’identità si porta dietro – supponiamo – almeno una promessa di certezza e di stabilità. Il suo impiego così ampio e capillare potrebbe allora essere interpretato come l’espressione di una diffusa esigenza di permanenza per un verso e di garanzia di riconoscibilità per l’altro? Se così fosse, essa svolgerebbe un meritorio servizio sociale. Oltre che bella, la parola identità sarebbe dunque anche buona e utile. Perché allora criticarla? Identità si troverebbe in compagnia di tante altre buone parole che ci sostengono nelle decisioni della nostra vita, che illuminano i passi che compiamo, che ispirano i nostri modi di orientarci nel mondo, che riempiono gli spazi della nostra mente, tanto quanto danno senso ai nostri rapporti con gli altri.

La tesi che si vuole sostenere in questo libro è che identità – specialmente nell’uso che se ne fa negli ambiti sociale, politico, individuale, a livello di senso comune, oltre che scientifico – è una parola avvelenata. Il veleno contenuto in questa parola così nitida e bella, così fiduciosamente condivisa, di impiego pressoché universale, può essere poco oppure tanto, impercettibile e quasi innocuo in un caso oppure pieno di conseguenze nefaste in un altro. Ma anche quando esso è impercettibile, la tossicità è presente in numerose idee che la parola contiene e, accumulandosi, può manifestarsi alla lunga, in maniera inattesa e imprevista. Perché e in che senso identità è una parola avvelenata? Semplicemente perché promette ciò che non c’è; perché ci illude su ciò che non siamo; perché fa passare per reale ciò che invece è una finzione o, al massimo, un’aspirazione. Diciamo allora che l’identità è un mito, un grande mito del nostro tempo. Con questo non si intende che tutti i miti siano avvelenati, anche perché c’è modo e modo di trattare i miti. Non sempre i miti sono fatti per essere oggetto di credenza, per essere presi totalmente sul serio: spesso – e gli antropologi lo potrebbero testimoniare assai bene – i racconti mitici si trascinano dietro l’idea della loro irrealtà, tanto fantasiosi sono i loro personaggi e incredibili le azioni che essi compiono. Ovvero, ci sono miti (A) che, qualunque siano i motivi per cui vengono raccontati, sono riconosciuti come miti. Non ci sembra affatto che il mito dell’identità rientri in questa categoria: esso fa parte invece della categoria dei miti (B) che rifiutano di essere considerati come tali e che invece esigono di essere trattati come realtà. I contenuti del mito dell’identità sono seri, troppo seri, per essere oggetto di ironia, di riso o quanto meno di distacco critico (se non per chi eventualmente vi riflette e ne prende le distanze). Quando persone, gruppi o comunità tirano in ballo la questione dell’identità, della loro identità, non è per farsi quattro risate o lasciare che altri ne sorridano o li prendano in giro. Quali sono, allora, questi contenuti?

Gira e rigira (questa è una delle tesi del libro), l’identità rinvia pur sempre a una sostanza, ovvero all’idea di un nucleo stabile e permanente: se no, che identità sarebbe? Sarebbe un’identità da niente, per la quale non varrebbe certo la pena di battersi o forse nemmeno di alzare la voce e mostrare i pugni. Persino un filosofo tanto accorto e sensibile a questi temi come Paul Ricoeur finisce per far ruotare il suo pensiero attorno a ciò che lui chiama l’identità idem, cioè appunto l’identità sostanziale. Ricoeur, insieme ad altri, arricchisce però il dibattito introducendo il tema del riconoscimento, che trae soprattutto da Hegel. Ben più che in Contro l’identità, abbiamo accolto questo suggerimento, ritenendo che fosse decisivo puntare la nostra attenzione su questo concetto. Ma la proposta che in questo libro avanziamo è che non si colleghino in maniera inscindibile riconoscimento e identità, come se tutte le richieste di riconoscimento fossero affermazioni identitarie. Perciò abbiamo provato a proporre un criterio per distinguere tra richieste di riconoscimento identitarie e richieste di riconoscimento non identitarie: le prime sono quelle in cui i soggetti tirano in ballo la questione della loro essenza o della loro sostanza, mentre le seconde sono quelle in cui i soggetti chiedono che vengano riconosciuti la loro esistenza (non la loro identità), le loro caratteristiche, i loro diritti, i loro obiettivi, i loro progetti. C’è una bella differenza tra le due richieste: diritti e obiettivi possono essere oggetto di dibattito, di contrattazione, anche di conflitto, mentre l’essenza richiede di essere riconosciuta totalmente e basta. L’identità (la sostanza) non è oggetto di negoziazione e di dibattito: esige di essere difesa e affermata nella sua integrità, e non sopporta di essere scalfita. Tutto ciò che proviene da fuori è una minaccia di “alterazione”: è una minaccia alla sua integrità, continuità, “purezza”.

E qui cominciano i guai, perché si sa che, quando c’è di mezzo la “purezza” della nostra essenza (finta, immaginata), non c’è molto da attendere perché il sangue (reale) cominci a scorrere.

Recensioni

Marco Aime su: tuttoLibri (03/04/2010)


Identità, purezza. Due parole belle: la prima, con il suo suono arioso, infonde sicurezza, promette stabilità; la seconda ha un sapore cristallino, che evoca bellezza assoluta, scintillii e luce. Eppure queste due parole sono avvelenate. Dice proprio così, «avvelenate», Francesco Remotti, terribili e pericolose, che finiscono per condurre alla solitudine, all'impoverimento e infine anche allo scontro.

Mai come negli ultimi anni le retoriche politiche sono state caratterizzate dall'ossessione dell'identità. Vale per i deliri fondamentalisti di certi gruppi religiosi come per i discorsi di molti politici italiani ed europei. Ciò che accomuna questi linguaggi è la considerazione dell'identità quale dato essenziale, quasi biologico, naturale. Alla retorica della razza, che nel secolo passato ha segnato ideologie come quella nazista e fascista, si è sostituita quella della diversità culturale, ma la concezione della cultura utilizzata è per certi versi simile a quella biologica dei razzisti dell'epoca: un dato «naturale», legato alle origini e pertanto inscalfibile.

Una visione che finisce per dare vita a un fondamentalismo culturale, per cui gli esseri umani sono per natura portatori di cultura, le culture sono distinte e incommensurabili e i rapporti fra portatori di culture differenti sono intrinsecamente conflittuali. Anche la volontà di epurazione rimane. Abbiamo creato un razzismo senza razza; una sorta di tribalizzazione, che esprime le molte forzature etnico-culturali, che caratterizzano molti movimenti attuali.

Se la parola razzismo è divenuta insostenibile (ma ne siamo poi certi?), identitarismo è invece divenuta auspicabile, perché (potere delle parole!) volge in positivo, a parole, la questione: il razzismo è contro gli altri, l'identità è per noi.

Noi chi? Noi, chiusi in un recinto impenetrabile per difendere la nostra purezza? È questo che sostengono gli ossessionati dell'identità, coloro che ne hanno fatto un mito. Un mito che però è falso, perché «promette ciò che non c'è», afferma Remotti. Perché pretende di separare l'umanità in due: noi dagli altri. Noi intrinsecamente buoni, da difendere, gli altri per forza cattivi, perché diversi. Due mondi, cosi costruiti, finiscono inevitabilmente per scontrarsi, perché nascondono la realtà dei molti noi a cui in realtà diamo vita e che questi noi sono intrisi di alterità, che ogni cultura, così come ogni individuo non sono monoliti inscalfibili, ma sono già multiculturali.

«Tutte le società producono stranieri: ma ognuna ne produce un tipo particolare, secondo modalità uniche e irripetibili», scrive Zygmunt Bauman parafrasando l'incipit tolstojano di Anna Karenina. Vittime di un eccesso classificatorio, si incasellano gli altri in spazi diversi dal nostro, ignorando che quel loro essere altri è frutto di una nostra costruzione.

Si parla di immigrati, stranieri, extracomunitari e si dipinge un'armata immensa di persone che ci si para davanti minacciosa. Poi, nella realtà quotidiana, finisce che ognuno di noi incontri uno, due, tre stranieri e che magari si trovi a parlare con loro, ad ascoltarne la voce: allora la massa, frantumata in singole persone, diventa accettabile, non fa più paura. Ciò che fa paura è la minaccia sbandierata che tende ad allontanare la realtà degli individui, sostituendola a quella delle categorie: ancora noi contro loro. Ecco allora innescarsi la miccia dell'identità, a sua difesa a ogni costo.

Le conseguenze? L'odio e il sangue, dice coraggiosamente Remotti, ma anche un triste e inesorabile impoverimento culturale, che nasce dalla perdita di quella ricchezza che ci viene dall'incontro con l'altro, che colma con l'alterità, la solitudine dei nostri noi.

È triste nel 2010 ritrovarsi nuovamente a parlare di questi temi. Ingenuamente abbiamo creduto che il razzismo e i fanatismi fossero polverosi ricordi della storia; che la tanto vantata democrazia avrebbe realizzato una nuova forma di convivenza. Non è così. Non lo è affatto se a oltre settant'anni dalla promulgazione delle leggi razziali, sentiamo nuovamente proporre classi separate per i bambini stranieri, se abbiamo introdotto il reato di clandestinità, che punisce un individuo per ciò che è e non per ciò che fa, se, come ricorda Remotti a proposito del White Christmas di Coccaglio, utilizziamo il nome di Cristo per cacciare gli stranieri.

Il tutto in nome della difesa della nostra identità.

Riccardo Chiaberge su: Il Sole - 24 ore (11/04/2010)


Scordatevi la stagione dei «déracinés», delle anime vagabonde e senza radici. Dimenticate gli apolidi alla Conrad, gli stranieri in patria come il Leopardi del natio borgo selvaggio, i nomadi stile Joyce, gli esuli alla Nabokov o Némirovsky. Roba d'altri tempi. Adesso è l'ora dei Gipo Farassino: il vecchio chansonnier torinese che venerdì sera ha espugnato il Carignano con la benedizione del neo-governatore Cota. Ormai se non hai radici, anzi «radicamento nel territorio», non sei nessuno. Chi non radica, non rosica. In un paese che di radicato ha soprattutto vizi e pregiudizi, sbaragliati i radicali, è il momento dei radicati, degli apostoli del radicamento. Radicati come i vitigni, come l'insalata trevisana, o il cardo gobbo di Nizza Monferrato, oil caciocavallo podolico del Gargano.

La parola d'ordine è una sola: identità. Un concetto buono per tutti gli usi, a destra come a sinistra. Che nobilita qualsiasi cosa, dallo Slow Food ai Natali senza immigrati, dal lardo di Colonnata ai concorsi riservati agli insegnanti nativi della regione. Ma attenti, identità è «una parola avvelenata», avverte Francesco Remotti. Addirittura? Sì, spiega l'antropologo nel suo saggio L'ossessione identitaria (Laterza). Se una cultura «può essere paragonata a una mappa, o meglio a un insieme di mappe per orientarci nella complessità del mondo», per Remotti una cultura basata sull’identità è una cultura «impoverita», perché «riduce troppo drasticamente la complessità», «sostituisce alle relazioni, agli intrecci, alle sfumature, ai coinvolgimenti, alle reciproche implicazioni una logica fatta di mere divisioni, di separazioni, di opposizioni». Una logica schematica, che contrappone «noi» e «gli altri». Senza considerare che i «noi» dei quali ognuno può far parte sono infiniti e variabili: famiglia, villaggio, squadra di calcio, partito, chiesa, scuola, amicizie, mentre l'identità è una dimensione permanente e stabile... Un mito, insomma, del quale sarebbe più saggio fare a meno. Dice bene, il professor Remotti. Ma se le mappe scarseggiano, se là fuori non c'è una narrazione unificante, se la sola spiaggia alternativa è quella dove I sogni fanno rima, il paradiso virtuale di Maria De Filippi, come biasimare chi preferisce le identità golose o le canzoni di Farassino?

Paolo Petroni su: Gazzetta del Sud (24/04/2010)


A parte, per esempio, la quasi unanimità nel definire Alberto Sordi come incarnazione del “carattere degli italiani" (a ribadire l'importanza del cinema nella cultura odierna), ci sono una quantità di barzellette vecchie e nuove a sfondo etnico, in cui si comparano atteggiamenti di personaggi di diversa nazionalità, a confermare come, nella cultura popolare, esista un'idea comune di un carattere nazionale italiano. E tanti servizi giornalistici sembrano non fare che confermarlo. Il carattere nazionale, comunque, non è la stessa cosa dell'identità nazionale, anche se spesso le due cose vengono confuse, avverte Silvana Patriarca, docente di Storia Europea contemporanea alla Fordham University di New York, in apertura del suo saggio "Italianità" (Laterza).

Un avvertimento che nasce perché «ambedue i concetti funzionano come contenitori che differenti interlocutori tendono a riempire di svariati contenuti, non scelti a caso: le discussioni sull'identità nazionale avvengono nell'ambito di modelli discorsivi che spesso hanno una lunga storia e di cui i singoli interlocutori sono il più delle volte inconsapevoli».

E questo, in particolar modo, dal Risorgimento a oggi, quando si torna sull'argomento non solo per la situazione politica creata dalle voglie di federalismo e dall'arrivo sulla scena della Lega, ma in vista delle (controverse) celebrazioni del 150° dell'Unita d'Italia l'anno prossimo.

La Patriarca cerca di ricostruire contesti e ragioni, soffermandosi tra l'altro su quell'amore per l'autodenigrazione degli italiani «brava gente», utilizzato spesso dai nazionalisti per scopi sciovinistici, quando non usato come alibi per nascondere precise responsabilità.

Francesco Remotti invece, antropologo culturale dell'Università di Torino, nel suo "L'ossessione identitaria" (Laterza) calca più l'accento sull'aspetto culturale e sul pericolo di parole come "identità" e "purezza", che definisce “avvelenate» e divenute quasi un'ossessione per ogni retorica politica. Per lui il vero pericolo oggi è nell'aver sostituito l'ideologia della razza con quella della diversità culturale, ma legata spesso a qualcosa di connaturato e originario, quasi appunto nuovamente biologico. Tutto riporta alla fine al mancato incontro con l'Altro, che serve anche a riconoscerci e a colmare, con l'alterità, la sterile solitudine di ogni chiusura in noi.

Le differenze interne italiane, tra Nord e Sud, per citare la storica, “lungi dall'essere contrapposte ed enfatizzate come accade in seguito, venivano minimizzate e conciliate. — scrive la Patriarca — Così faceva persino un convinto federalista come Carlo Cattaneo quando rispondeva a domande sui luoghi comuni sugli italiani».

Il suo excursus storico si rivela complesso, con idee e pregiudizi che si modificato col tempo e secondo gli avvenimenti (e i capitoli sulle due guerre e il Fascismo, come poi la nascita della Repubblica, sono di particolare interesse), sempre creando un vocabolario come quello di cui indica i pericoli Remotti.

«In ogni comunità, e specialmente nelle nostre società sempre più globalizzate, il lavoro di autocritica e di esame di coscienza collettivo richiede un vocabolario diverso e più complesso — è del resto la conclusione anche del libro della Patriarca, che ci osserva dall'America — Le sfide dell'Italia multiculturale che viene emergendo richiedono nuove forme di discorso pubblico, meno autoreferenziali e più aperte al mondo esterno.

La creazione di una società più inclusiva e più aperta non sarà possibile senza una riconsiderazione critica di vecchi miti nazionali e abitudini discorsive»: insomma, anche la scelta delle parole ha importanza.

Fulvio Cammarano su: Il Messaggero (26/05/2010)
L'identità come ossessione e come ostacolo all'apertura verso il mondo e verso l'altro. E' questo il tema del libro di Francesco Remotti (L'ossessione identitaria, Laterza) in cui sono raccolti vecchi e nuovi saggi del professore di antropologia culturale a Torino. Interessante e significativo è fatto che il testo si presenta dichiaratamente come ripensamento delle convinzioni sul tema identitario espresse in passato dall'autore.

Se nel 1996 l'autore riteneva che «l'identità fosse irrinunciabile», suggerendo di arrivare ad una qualche mediazione per limitarne l'invadenza, oggi è giunto all'esplicita conclusione che non ci debbano essere cedimenti nei confronti di questo concetto evocato da quella parola "avvelenata", quanto bella e rassicurante. Avvelenata «perché promette ciò che non c'è», ma in fondo anche perché è parte integrante e quotidiana del dibattito pubblico che contribuisce ad inquinare, introducendo un immaginario fatto di coerenza, integrità, stabilità sempre in procinto di essere minacciato dall'alterità, vale a dire l'opposto dell’identità.

Certo il termine non è nuovo e su di esso da secoli si affaticano filosofi, antropologi, psicologi, storici, senza che per questo sia stata raggiunta una qualche, accettabile definizione condivisa. Ed è proprio a causa dell'inafferrabilità e allo stesso tempo della nitidezza del termine che l'illusione dell'identità si diffonde, perché funzionale a rassicurazioni che escludono e sembrano proteggerci dentro confini sicuri: «Tutti parlino d'identità senza più alcun bisogno di definizione e giustificazione», a cominciare dai politici.

La soluzione è quella di imparare a distinguere tra «richieste di riconoscimento identitarie» e quelle del riconoscimento della propria esistenza e dei propri diritti. Si tratta, in altre parole, di dare più forza al "noi" contrapposto all'identità. I «noi sono molteplici, occasionali, pronti a riconoscere gli "altri", proprio laddove l'identità è rigida, non negoziabile e "non sopporta di essere scalfita"». Insomma, rinvia in modo esplicito al concetto di "purezza", con tutti i problemi che ne possono scaturire. «Se ci si libera dall'ossessione identitaria ci si libera dalla prepotenza dell’“essere” identitario ("noi siamo così") per dare spazio all’“essere” del "fare" e del "costruire" ma anche del "comunicare", dello "scambiare" o dell’“interagire”».

Perché, dunque, i molti "noi" della nostra epoca sembrano ormai posseduti dallo spirito d'identità? Una possibile risposta la si trova nel crescente bisogno di stabilizzazione che spesso trova nell'identità una sorta di corrispondenza ingannevole, anche a causa dell'impoverimento culturale che è in corso nel mondo contemporaneo. Per Remotti, proprio tale impoverimento potrebbe essere allo stesso tempo causa ed effetto dell'intensificarsi di questa ossessione: ci si libera della dimensione relazionale a tutto vantaggio di quella dell'entità e delle sostanze, generando miseria ed impoverimento. Alla fine, la logica identitaria è quella che rende impossibile la cultura della convivenza. L'autore conclude con un appello agli antropologi: «al mondo e all'epoca dell’identità al loco impoverimento culturale, l'antropologo in definitiva sa opporre che senza identità si può vivere e che soprattutto per convivere occorre saggiamente saper fare a meno dell'identità e dei suoi miseri e sciocchi miti».
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