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La cultura degli italiani

La cultura degli italiani
La cultura degli italiani
a cura di F. Erbani
- disponibile anche in ebook
Edizione: 20103
Collana: Saggi Tascabili Laterza [334]
ISBN: 9788842092223
Argomenti: Attualità culturale e di costume, Scuola
  • Pagine: 286
  • Prezzo: 12,00 Euro
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In breve

Lo stato di salute della cultura italiana non consente di prevedere facili guarigioni. «È mancata una politica pubblica per un’adeguata istruzione secondaria e universitaria, per un sistema di apprendimento durante tutta la vita, per biblioteche e promozione della lettura. Giorgio Napolitano ha detto di avere fiducia negli spiriti vitali degli italiani. Vorrei dargli ragione, a patto che tra gli spiriti vitali ci siano anche l’intelligenza per capire l’inadeguatezza cronica della politica e la capacità di selezionare ed esprimere una classe dirigente all’altezza dei nostri problemi». Tullio DeMauro ripercorre mezzo secolo di vita del nostro paese, ridefinisce il significato di cultura e descrive le trasformazioni della ricerca, dell’insegnamento, dell’informazione, dell’idea stessa di sapere.

 

De Mauro a "Parla con me": guarda il video

Leggi un brano

ERBANI «L’Italia è un paese culturalmente arretrato»: questa espressione tornava spesso nella nostra conversazione di cinque anni fa. Lei non la condivideva integralmente. Oggi qual è la sua opinione? Posso provare a riproporle quel quesito: l’Italia è un paese culturalmente arretrato?

DE MAURO Parlando di quella nostra conversazione, Goffredo Fofi mi ha amichevolmente rimproverato di essere poco radicale, di sottrarmi a diagnosi globali nette, come sarebbero un sì o no alla sua domanda. Ebbene sì, lo ammetto: mi sottraggo perché ritengo che, come pensavano i geografi arabi e diceva Alcide De Gasperi, «l’Italia l’è longa» e si adatta poco a diagnosi univoche. È preferibile individuare gli aspetti che paiono positivi, e ci sono, e, ovviamente, i molti aspetti negativi che ci affliggono. Se vogliamo sperare di cambiare in meglio le cose, almeno alcune cose, dobbiamo conoscerle analiticamente. Come già nella prima edizione di questa conversazione e poi durante questi anni, ho continuato a criticare e cercare di scuotere la nozione restrittiva di «cultura» che domina in Italia negli usi linguistici sia più ingenui sia più educati: la «cultura», cioè, come una faccenda di eruditi, di letterati, di intellettuali, al massimo di scienziati. Credo che capiamo assai meglio anche queste facce del poliedro «cultura» se non le isoliamo, se le riconduciamo a una nozione ampia di cultura, quella degli etnologi e antropologi, come, in Italia, Alberto M. Cirese, quella degli studiosi di etologia animale, come Danilo Mainardi. Non è una nozione assente nella nostra tradizione: ma chi vi si è riferito – penso a Carlo Cattaneo o ad Antonio Gramsci – per quest’aspetto è restato quasi isolato. Altrove invece la nozione ampia si è imposta fin dal tardo Seicento e tuttora si impone. Ne fece tesoro Kant spiegando nella Critica della facoltà di giudizio che in ciò che chiamiamo cultura c’è un continuum in cui dobbiamo distinguere tre strati: la cultura delle abilità da apprendere, perfezionare e tramandare perché necessarie alla sopravvivenza; la cultura delle discipline e delle tecniche di produzione; infine la cultura delle arti, delle lettere, delle scienze, della filosofia, che Kant definisce la «meno necessaria» ai fini immediati del sopravvivere, ma nella cui elaborazione e fruizione ripone il fine supremo di una vita umana degna d’essere vissuta.

D. Tenendo conto di questa accezione larga della parola «cultura», lei dice, non è possibile parlare tout court di un’arretratezza culturale.

R. Dico che se partiamo da questa nozione larga e meglio fondata, la realtà culturale italiana ci rimanda immagini contrastanti. Di parecchie di queste credo che si dovrebbe parlare. Ma, se vuole, possiamo fare un paio di esempi. Guardi a quella che chiamerei cultura della sopravvivenza. Le donne italiane, di qualunque livello sociale, hanno appreso e consolidato un alto livello di igiene personale privata e familiare e si sono impadronite delle pratiche contraccettive (grazie anche ai settimanali femminili, in genere eccellenti, e nonostante l’opposizione della Chiesa cattolica). In più, donne e famiglie, malgrado l’enorme pressione delle multinazionali e a parte l’uso aberrante di bevande frizzanti, non hanno abbandonato buone pratiche alimentari tradizionali, dette «mediterranee». Il risultato è scritto in alcuni dati su cui i pessimisti sistematici dovrebbero riflettere: crollo della mortalità infantile, un tempo altissima, e allungamento della vita, più che in quasi tutti gli altri paesi. È mancato però, tranne aree eccezionali, un adeguato trasferimento dal privato al pubblico delle conseguenze di questi fenomeni. L’assenza di servizi per l’infanzia ha spinto quasi dappertutto le pratiche contraccettive a tradursi in un imponente fenomeno di denatalità. In modo analogo noi vecchi cresciamo in percentuale più che in ogni altro paese europeo, ma, se va bene, restiamo affidati alle cure familiari o, per fortuna in minima parte, a turpi imprese speculative. In queste condizioni le donne sono «punite» dal fatto che non abbiamo decenti servizi per l’infanzia e per la vecchiaia: tocca a loro pensarci, mettendo a rischio il loro lavoro extracasalingo e logorando pesantemente la loro esistenza. Non riusciamo a governare, quasi non abbiamo idea di come governare le conseguenze di fenomeni culturali. Ancora un altro esempio, dallo strato che Kant individuava come cultura delle discipline e delle tecniche. In un convegno sulla creatività organizzato da Annamaria Testa (gli atti li ha pubblicati l’editore Laterza col titolo La creatività a più voci) Giangiacomo Nardozzi, professore di economia al Politecnico di Milano, ha mostrato che le piccole imprese produttive italiane mostrano una buona capacità innovativa «spontanea», come egli la definisce, ma le innovazioni non sono poi raccolte dalle nostre imprese maggiori, i brevetti si fanno e si sfruttano fuori d’Italia. L’economista, a titolo anche simbolico, ci ha ricordato che la nostra pizza, le nostre eccellenti cioccolate, perfino l’espresso e il cappuccino (due parole italiane ormai radicate nel vocabolario di tutte le lingue), sono commercializzati nel mondo da multinazionali straniere.

D. Quindi, a suo avviso, esiste uno scarto fra le competenze che individualmente o in gruppo si acquistano, e il modo in cui esse diventano patrimonio pubblico, si traducono in norme valide per tutti. Le riproporrei un altro tema emerso cinque anni fa. Più che l’arretratezza, lei diceva, mi convince l’idea che ci sia una classe dirigente e politica miope o indifferente di fronte ai dati allarmanti sull’analfabetismo, la scarsa circolazione di libri e giornali, la scarsa frequentazione di biblioteche, di laureati, di diplomati. È ancora la sua opinione?

R. Sì, questa era e resta la mia opinione. In complesso i gruppi politici dirigenti dei partiti e larga parte del ceto imprenditoriale e intellettuale sono miopi o restano indifferenti rispetto ai dati che certificano, per esempio, l’analfabetismo di larghi strati della popolazione italiana. Li ignorano oppure li considerano curiosità marginali. E questo va sul conto dell’arretratezza.

D. A questo punto proviamo a mettere alcuni punti fermi attenendoci ai dati. Nella conversazione di cinque anni fa lei citava l’indagine del Cede, dalla quale risultava che un 5 per cento della popolazione italiana non accedeva neanche al primo di una serie di questionari proposti, un questionario in cui si chiedeva di decifrare frasi elementari, tipo «il gatto miagola», e di scriverne altre altrettanto elementari. Un 33 per cento si fermava a questo questionario e un altro 33 a un terzo, leggermente più elaborato. In sostanza, si diceva cinque anni fa, solo un 30 per cento di italiani era in grado di orientarsi con sufficiente dimestichezza nel mondo d’oggi, mentre il 70 faceva molta fatica oppure proprio non ce la faceva per niente. Da allora è cambiato qualcosa?

R. Direi di sì. Ma non in meglio. Intanto questo rapporto 30/70 lo ritroviamo in altre rilevazioni, del genere più vario. Nel 2000, quindi prima della nostra conversazione, Stefano Rodotà, allora Garante della protezione dei dati personali, rese pubblica un’indagine, ripetuta poi da Eurobarometro nel 2004: quasi il 70 per cento dei cittadini italiani considerava importante tutelare la vita privata delle persone, ma solo un terzo conosceva l’esistenza di un’autorità nazionale che garantisce tale tutela e della legge che disciplina questa materia. Cambiamo scena, apparentemente. Nel 2006 Assinform e Netconsulting hanno realizzato un rapporto sulle tecnologie dell’informazione e della comunicazione nelle regioni italiane. Ne è emerso che, tra il 1998 e il 2004, il nostro paese ha fatto una grande corsa verso l’adozione dell’informatizzazione e dei computer. Ma nel 2003-2004 si è registrato una specie di arresto. Non è chiara la motivazione per cui la popolazione che usa il computer per accedere a Internet non cresca oltre il 34-38 per cento. Altri numeri preoccupanti sono emersi da un’indagine prodotta da Ambrosetti e da Pattichiari, un consorzio di banche all’interno dell’Associazione bancaria italiana: solo il 29 per cento dei risparmiatori intervistati dichiara che si sente adeguata a capire le informazioni bancarie.

D. Un’insistenza sul 30 per cento.

R. Sì, ma potrei continuare. Prendiamo la lettura. O la non lettura. Gli ultimi dati dell’Istat su campioni vastissimi di popolazione risalgono alla fine del 2006. Il 60,3 per cento della popolazione italiana, era scritto trionfalmente in alcuni titoli di giornale, ha letto almeno un libro nell’anno precedente. Solo i giornalisti più audaci, proseguendo nella lettura del rapporto, hanno scoperto che in quel 60,3 è presente un 12,8 di lettori «morbidi».

D. E chi è un lettore «morbido» secondo l’Istat?

R. È uno che, durante l’intervista, inizialmente risponde di non aver mai letto un libro, poi, pressato dall’operatore, ricorda che sì, ha aperto e consultato in dodici mesi un libro di cucina o una guida turistica. Togliamo il 12,8 al 60,3 e siamo al 47,5 per cento. C’è poi un altro 4 per cento di «lettori coatti», persone che dichiarano di leggere qualche libro non scolastico perché obbligate da ragioni scolastiche o professionali e non perché abbiano scelto il libro a loro discrezione. Arriviamo quindi a un valore più attendibile: il 43 per cento degli italiani dichiara di aver letto liberamente almeno un vero libro nell’ultimo anno. Ma non basta ancora. L’Istat non ha divulgato una coda che qualche malvagio ha fatto inserire nell’indagine. Essa consiste nel chiedere a chi dice di aver letto almeno un libro anche il titolo e l’autore. Le risposte sono state clamorosamente divertenti e bizzarre: anche a non divulgarle, ma comunque tenendone conto, risulta che la percentuale di lettori veraci di almeno un libro si riduce al 34,49 per cento della popolazione. Sono questi i lettori pleno iure.

D. Di nuovo il 30 per cento, o qualcosa in più.

R. In quest’ultima, come già in precedenti indagini, un dato impressionante è quello relativo ai «non lettori» di buona condizione sociale. Per esempio il 40 per cento dei dirigenti, imprenditori e liberi professionisti dichiara di non avere letto un libro negli ultimi dodici mesi e non si vergogna neppure della propria condizione di «analfabeta librario».

Recensioni

Stefano Bartezzaghi su: La Repubblica (08/02/2010)


Il dubbio che, presi nel complesso, siamo tutti delle bestie a noi italiani viene spesso. Lo lenisce (appena) la speranza che già porselo, il dubbio, costituisca una prima e rudimentale forma di redenzione. Si parla di bestie in senso culturale: poco più di nessuno che legga; un'opinione pubblica formata in parte preponderante da una tv che non brilla certo per stimoli intellettivi; livelli di civiltà più che carenti per strada e nei luoghi pubblici; una lingua nazionale maltrattata e pronta ad adottare amorevolmente ogni anglicismo e ogni altro tormentone, modo di dire e luogo comune che sembri suonar bene; una classe dirigente di quarta scelta; scuola, università e ricerca mortificate negli investimenti e nel prestigio.

Già solo mettersi a ragionare sulla situazione culturale (quindi sociale) italiana, cioè a parlarne con razionalità e sulla base di dati, implica una dose non comune di ottimismo della volontà. Bisogna dunque essere preliminarmente grati nei confronti di un intellettuale di lungo corso come Tullio De Mauro: se non altro per l'ammirevole spirito con cui, anziché rinchiudersi in uno scafandro di cupe nostalgie e corrucci, insiste con l'analisi dei fatti. Avrebbe l’età e il curriculum universitario, scientifico, editoriale e istituzionale per lasciarci cuocere nel nostro brodo. Non lo fa. Grazie. Uno dei modi di non farlo consiste nell'aggiornare con considerazioni sugli eventi (peggiorativi) degli ultimi cinque anni quello stato della cultura nazionale che aveva disegnato nel 2004, rispondendo alle domande di Francesco Erbani (La cultura degli italiani, Laterza, nuova edizione ampliata).

Una chiacchierata con De Mauro sulla cultura italiana può partire da statistiche di chiarezza disarmante sui nostri livelli di alfabetizzazione e sulle nostre frequentazioni culturali (con informate divagazioni sugli istituti di ricerca e sui protocolli di analisi); percorrere la storia della scolarità (altre statistiche, assetti legislativi, rapporti con la cultura e la politica contemporanea) nell'Italia unita, con cenni sulla situazione pre-unitaria; tracciare un'amabile autobiografia personale intellettuale, ovviamente intrecciata con una veloce storia della linguistica italiana e internazionale, di cui De Mauro è stato non solo testimone ma anche protagonista; delineare il saliscendi della politica scolastica italiana, da Giolitti a Gelmini (non dimenticando il ministro De Mauro, governo Amato, 2000-2001), con prefigurazioni realistiche sugli ultimissimi ridimensionamenti arrivati sui quotidiani alla fine della scorsa settimana. Il tutto in una conversazione informata e impegnata, ma soprattutto vivace, in cui non mancano battute anche dialettali e aneddoti (i retroscena sul successo postumo di Ferdinand de Saussure, parrà strano, possono essere divertenti).

Accostando al grande Dizionario di Salvatore Battaglia il Come farsi una cultura mostruosa di Paolo Villaggio, De Mauro allarga il concetto di cultura, normalmente limitato alla dimensione umanistica e letteraria o al massimo esteso all'abbinamento tra questa e la cultura scientifica. La sua è la cultura degli etologi (e forse allora siamo davvero delle bestie) e degli antropologi: un'analisi seria non terrà in conto solo le carenze nell'aggiornamento scientifico ma anche la perdita dei saperi e delle tecniche tradizionali. E fra le "eccellenze" italiane ci sarà anche il dato per cui un ricercatore italiano, a parità di preparazione, risulterà molto più bravo di un suo collega francese o tedesco o americano perché, a differenza di quest’ultimo, non avrà avuto biblioteche comode e fornite e istituti confortevoli. Come dire che nella visione di De Mauro la cultura italiana va integrata con la proverbiale arte di arrangiarsi, vista però non con l'occhio compiaciuto e indulgente della commedia all'italiana.

De Mauro vuole e propugna biblioteche (ottime) in ogni università e (almeno buone) in ogni comune italiano; vuole e propugna misure adatte all'arte di fare a meno dell'arte di arrangiarsi.

Il suo chiodo fisso è quell’Italia al trenta per cento che compare in tutte le statistiche: solo un trenta per cento degli italiani legge un quotidiano e almeno un libro in un anno; solo un trenta per cento ha dimestichezza sufficiente con la lingua e l'aritmetica di base; solo un trenta per cento ha qualche confidenza con Internet; solo un trenta per cento capisce almeno sommariamente le comunicazioni della sua banca.

Perché la politica (centrodestra ma anche centrosinistra, con cui De Mauro non è tanto tenero) non appare ― non si dice orripilata, come pure dovrebbe ― ma neppure un gran che allarmata da questi dati di fatto? De Mauro, cortese, non ha risposte, al proposito. Ma forse in cuor suo pensa che, nel complesso, siano bestie anche e soprattutto quelli là.

Roberto Carnero su: L’Unità (31/03/2010)


Che ne è della cultura degli italiani? Qualcuno afferma che, tra i Paesi avanzati, il nostro, nonostante le buone performance economiche, sia penalizzato da una sostanziale arretratezza culturale. Rispetto alla media europea l'Italia ha una delle percentuali più basse di diplomati e laureati, soprattutto nelle materie scientifiche. Da noi si leggono meno libri e giornali. Per non parlare dello scarso numero di biblioteche pubbliche. Preoccupazione destano i livelli di analfabetismo, magari, come si dice, «di ritorno». La spesa per la ricerca è, in percentuale rispetto al prodotto interno lordo, quasi la metà della media europea. Il numero dei ricercatori sul totale delle persone impiegate è uno dei più bassi d'Europa e la loro età tra le più alte. Insomma, più di un motivo per non essere ottimisti. Richiama questi dati Francesco Erbani nella prefazione alla nuova edizione di un libro-intervista con Tullio De Mauro: La cultura degli Italiani (Laterza).

Uscito per la prima volta cinque anni fa, il libro non aveva mancato di far discutere. Anche perché, di contro al pessimismo delle analisi correnti, pur senza nascondersi i problemi, De Mauro nel riflettere sullo stato della cultura nel nostro Paese, puntava a una definizione più ampia di questo concetto, per superare le accezioni troppo chiuse in ambito umanistico-letterario o per altri versi troppo specialistiche. Detto questo, lo studioso puntava il dito contro quella che a suo avviso rappresentava la vera emergenza culturale in Italia: la disattenzione della nostra classe politica nei confronti della cultura stessa. Ora, a cinque anni di distanza, gli autori hanno provato ad aggiornare quelle riflessioni. Nella nuova edizione viene riproposto integralmente il testo del 2004, al quale è stato aggiunto un nuovo capitolo finale, inteso sia come verifica delle ipotesi formulate nella prima parte del volume sia come proposta di una sorta di osservatorio permanente sullo stato della cultura in Italia.

La domanda di fondo che si pongono gli autori è se l'Italia sia o no una nazione culturalmente arretrata. De Mauro evidenzia i punti di forza e quelli di debolezza della cultura nazionale, mostrando come la dimensione culturale debba essere considerata parte integrante anche del benessere materiale di una comunità. Le forme del benessere produttivo sono a rischio di perdita se ad esse la classe dirigente non fa corrispondere un'adeguata attenzione ai temi della scuola, della ricerca, della formazione, dell'università, della lettura.

Eppure le scelte degli opposti schieramenti politici negli ultimi anni sembrano essersi mosse in tutt'altra direzione. In questa parte dell'analisi (contenuta nel nuovo capitolo) De Mauro non fa sconti a nessuno: «Se si vuole prestare una logica d'insieme ai provvedimenti dei ministri Gelmini e Tremonti in queste materie, la logica sembra essere quella di una progressiva, rapida destrutturazione dell'apparato pubblico di ricerca e di insegnamento. Ma anche il Prodi bis è stato un'amara delusione per chi sperava che promovesse un rilancio della ricerca e delle spese per questa, per le università e le scuole».

A sottolineare queste cose si rischia di essere tacciati di fare della retorica disfattista. Eppure chi lavora nella scuola e nell'università sa come oggi la situazione sia a dir poco drammatica, anzi proprio tragica, per la mancanza di fondi per le cose più essenziali: mancano i soldi per pagare i supplenti, per comprare la carta delle fotocopie, per acquistare nuovi libri e attrezzature, per la messa a norma degli edifici. Se interpellassimo il Ministero dell'Istruzione, ci direbbero che non è vero niente e che stiamo facendo dell'inutile allarmismo. Forse si potrà ingannare in parte l'opinione pubblica, ma chi sta nel mondo dell'istruzione in prima persona e tutti i giorni (insegnanti, ricercatori, studenti, genitori) conosce bene la realtà.

Che senso ha varare una riforma per la quale anziché investire nuove risorse si tagliano quelle che c'erano prima? Questa bella, densa intervista di Erbani a De Mauro aiuta a porre tali scottanti questioni in un più ampio contesto, fatto di disattenzioni e irresponsabilità da parte di chi, governando il Paese, dovrebbe essere chiamato a perseguire sagge prospettive di lungo periodo, anziché asfittici disegni utili solo a far quadrare i conti della serva. Con un prevedibile e forse irreversibile danno per il futuro del nostro Paese.

Sandro Modeo su: Il Corriere della Sera (04/04/2010)

Chi pensasse agli ultimi prototipi italiani partoriti dal genio di Antonio Albanese — da Cetto Laqualunque al ministro della Paura — come a caricature horror/grottesche sbaglierebbe. Basta leggere l'edizione aggiornata del dialogo-intervista tra Francesco Erbani e un linguista autorevole come Tullio De Mauro (La cultura degli italiani) per verificare che sono solo ritratti (iper) realistici. I dati sgomentanti su paleo e neoanalfabetismo, puro, «di ritorno» e «a rischio» (per un totale del 70% della popolazione), quelli sull'acquisto di libri (col 40% di dirigenti e imprenditori che ostentano la propria indifferenza) o di giornali (1 per 1.000 abitanti contro il 3 x 1.000 della media europea) e la diffusione di biblioteche sul territorio (2.000 per 8.000 comuni) servono a De Mauro per suggerire anche i possibili rimedi, a partire da un obbligo scolastico prolungato e una maggiore diffusione di Internet. Ma il motivo profondo del libro — sviluppato da certe intuizioni di Pasolini e don Milani — è la necessità di offrire contesti e modelli di vita alternativi a quelli che alimentano l'appeal delinquenziale e/o un consumismo a base di tecno-addiction (cellulari e pay tv). È un motivo legato a un dubbio inevitabile. Un Paese in cui i due terzi della popolazione sono connotati da «un'insufficiente competenza alfabetica e aritmetica» può dirsi una democrazia sostanziale? La risposta di De Mauro è implicita, ma la disamina tutt'altro che manichea: duro col governo attuale, non risparmia (da ex ministro del governo Amato) un certo populismo storico di sinistra e vede i pregi degli avversari (i fondi della Thatcher alle scuole per l'infanzia). L’antintellettualismo ammiccante — da qualunque parte venga — equivale sempre a segare il ramo su cui si è seduti.
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