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New York è una finestra senza tende

New York è una finestra senza tende
New York è una finestra senza tende
con DVD
Edizione: 2010
Collana: Contromano
ISBN: 9788842092186
Argomenti: Narrazioni contemporanee
  • Pagine: 160
  • Al momento non disponibile presso il nostro magazzino

In breve

Isole, ponti, palazzi, infinite pagine di carta, otto milioni di abitanti più tutti gli eroi delle sue storie: la materia di New York è il granito e l’immaginazione.
«La prima guglia sparata in cielo, il primo marciapiede gremito, il colore della pelle del primo incontro. Il primo odore inatteso, che per qualcuno è di oceano, o di carne arrostita, o di zucchero a velo, o di ruggine e foglie marce, anche se quello che sta marcendo è legno, cemento, ferro, mattoni, perché l’intera città sembra attaccata dalla ruggine e dalla muffa. Sono inaspettati anche i colori. Non il bagliore freddo del vetro e dell’acciaio, ma le tonalità pastello del rosso, dell’arancio, del marrone. La sorpresa di sbarcare nel Nuovo Mondo e scoprire una città vecchia: non come sono vecchie quelle europee, che sono vecchie come monumenti, ma vecchia come una fabbrica abbandonata, o una casa di famiglia, o gli edifici ferroviari che si vedono appena fuori dalle stazioni, o i luna park in disuso.» Questo libro è frutto di diversi viaggi a New York. Il risultato è una mappa ottenuta per accumulazione di appunti – piena di buchi, libri che non ho letto, posti che non ho visitato. Del resto, se scrivere una guida sulla città più raccontata al mondo ha un senso, l’unico senso possibile è che sia incompleta, particolare e mia.

Con il DVD del documentario Il lato sbagliato del ponte (2005)

Leggi un brano

Non posso dimenticare il mio arrivo in città. L’estate dei venticinque anni, uno zaino pieno di libri come sedile, e la corriera che emerge dal buio del Lincoln Tunnel. Anch’io cercavo qualcosa laggiù – le strade degli scrittori che amavo, la loro ispirazione segreta – ma non ero pronto all’accoglienza che mi aspettava. Sbarcando dal New Jersey, Manhattan apre il sipario all’improvviso: poco prima stavo contemplando un paesaggio di fabbriche e svincoli autostradali, e subito dopo ero tra i grattacieli. L’edificio davanti a me, nella fuga prospettica della 34a Strada, assomigliava del tutto all’Empire State Building. Non ho fatto in tempo ad abituarmi alla luce che l’autista ha accostato, ha annunciato il capolinea e mi ha scaricato a terra. Di colpo ho smesso di osservare la città nel finestrino – e di studiarla, immaginarla, desiderarla, perfino averne un po’ paura – e ho cominciato a farne parte.

Ho sentito molti racconti come questo negli anni. Colson Whitehead, uno dei miei spiriti guida alla città, ha scritto:«Cominci a costruire la tua New York privata appena posi gli occhi su di lei». Rispetto ad altre cronache di viaggio, chi c’è stato parte sempre da lì. Dal primo fotogramma. La prima guglia sparata in cielo, il primo marciapiede gremito, il colore della pelle del primo incontro. Il primo odore inatteso, che per qualcuno è di oceano, o di carne arrostita, o di zucchero a velo, o di ruggine e foglie marce, anche se quello che sta marcendo è legno, cemento, ferro, mattoni, perché l’intera città sembra attaccata dalla ruggine e dalla muffa. Sono inaspettati anche i colori. Non il bagliore freddo del vetro e dell’acciaio, ma le tonalità pastello del rosso, dell’arancio, del marrone. La sorpresa di sbarcare nel Nuovo Mondo e scoprire una città vecchia: non come sono vecchie quelle europee, che sono vecchie come monumenti, ma vecchia come una fabbrica abbandonata, o una casa di famiglia, o gli edifici ferroviari che si vedono appena fuori dalle stazioni, o i luna park in disuso.

Ancora Whitehead: «Magari eri su un taxi partito dall’aeroporto, quando hai visto sorgere l’orizzonte urbano. Tutti i tuoi beni terreni nel bagagliaio, e nella mano un pezzo di carta con l’indirizzo. Da qualche parte in quel caos glorioso e fantastico c’era il posto indicato sul foglietto, la tua prima casa qui».

La mia non era una casa ma un letto dentro un ostello di Greenpoint, il quartiere polacco di Brooklyn. La prima persona con cui ho parlato era un venditore di spiedini, un portoricano che mi ha indicato la metropolitana dicendo «Bienvenido in America». Le prime cose che mi sono ritrovato a contemplare: le scale antincendio sulle facciate dei palazzi e le cisterne d’acqua sui tetti. «Ferma quel momento: è il tuo primo mattone».

Subito dopo ha cominciato a farsi strada un’altra sensazione. Fermarsi al semaforo e approfittarne per guardare in su, o attraversare l’incrocio e voltarsi verso un punto lontano chilometri nel saliscendi del viale, o lasciarsi trasportare dalla corrente umana lungo i marciapiedi, sembravano cose già fatte molto tempo prima. Cose che stavano in quella zona della memoria dove vanno a finire i ricordi dell’infanzia, o in un posto molto vicino. Mi sentivo come uno che ritorna, ritrova, riconosce: eppure io a New York non c’ero mai stato. Quelle cose, era la prima volta che le facevo. Ma se non erano ricordi miei, allora di chi erano?

Ho continuato a farmi questa domanda per giorni. Camminando per strada, o sul balcone da cui davo la buonanotte al fiume. Non ero più a Greenpoint a quel punto. Avevo passato qualche notte memorabile, il mio scorcio privato di anni Sessanta, in un appartamento del Village, proprio sopra il locale in cui Bob Dylan esordì da ragazzo. Ero tornato con i piedi per terra trasferendomi con quattro amici a Roosevelt Island, l’isola dei manicomi e degli ospedali, che tra di noi chiamavamo l’isolaccia: e lì, ogni sera, fumavo l’ultima sigaretta davanti a uno spettacolo messo in scena soltanto per me, la vita quotidiana dentro i dodici piani di finestre illuminate del palazzo di fronte. Sull’isola, come dappertutto in città, nessuno sembrava istruito all’uso delle tende. Era luglio, la gente girava per casa fino a tardi, e mi ricordo un bambino con un telescopio e tre ragazze che ballavano in pigiama. Un uomo si era addormentato davanti alla televisione, e nella finestra accanto alla sua una donna prendeva qualcosa dal frigo. Erano finestre della stessa stanza, o stanze della stessa casa, o il muro che c’era tra loro non aveva porte? Forse quei due erano marito e moglie. O forse avrebbero passato tutta la vita uno accanto all’altra senza nemmeno saperlo. Avevo la sensazione che le storie che amavo, quelle che mi avevano portato fin lì, si stessero svolgendo davanti a me in quel momento, anzi che la città intera fosse fatta di materiale narrativo: che il suo corpo luccicasse sulla cupola del Chrysler Building o nelle insegne al neon di Times Square, ma il suo spirito vivesse dentro le finestre, nelle tavole calde e sui vagoni dei treni, tra gli emigranti scaricati alla stazione e accanto all’uomo sulla chiatta di immondizia che ogni notte risaliva l’East River.

E così, dal mio balcone, ho cominciato a pensare alla città in un modo nuovo. Ho pensato di poter prendere tutte le storie mai raccontate – tutte le trame inventate da un essere umano, tutti i personaggi e i luoghi – e di metterle insieme per formare un mondo, e ho pensato che se quel mondo avesse avuto una capitale, ecco, io c’ero finito in mezzo. Per uno come me era come essere tornato a casa. I luoghi che stavo riconoscendo mi erano appartenuti davvero: solo non qui, ma nell’altrove in cui veniamo catapultati quando abbandoniamo la realtà aprendo un libro. Mi trovavo nella capitale dell’immaginazione.

Questa è una piccola guida a quella città. Non ero sicuro del nome con cui chiamarla, perché ne ha avuti tanti nel tempo e nessuno sembrava adatto al posto che avevo in mente io. «La città delle meraviglie». «La città che non dorme mai». «La città impero». I suoi primi abitanti la chiamavano Mannahatta, «L’isola delle colline». I coloni olandesi Nieuw Amsterdam, i conquistatori inglesi New York. Credo che gli americani abbiano sempre rimpianto di non averla battezzata un’altra volta dopo la rivoluzione, e così hanno cominciato a inventarsi soprannomi. Il più celebre è «La grande mela». Viene dal gergo degli schiavi africani e allude alla fortuna, alla ricchezza e forse pure al peccato, tutti frutti proibiti che chi emigrava dalle campagne sperava di riuscire a cogliere qui. Ma il nome che preferisco fu coniato da Washington Irving, il primo grande scrittore americano, verso l’inizio dell’Ottocento. Lavorando ai suoi articoli di costume locale, Irving venne a conoscenza di una cittadina inglese nota per l’eccentricità degli abitanti: Gotham. Pare che in Inghilterra la parola fosse entrata nei proverbi: quello è un po’ strambo, un po’ svitato, che cosa vuoi farci, viene da Gotham. Irving pensò di avere scoperto un antenato della sua città, già allora piuttosto lunatica. Il nome fu ripreso da diversi scrittori nell’Ottocento – lo stesso Edgar Allan Poe curava una rubrica intitolata Cronache da Gotham – e reso immortale da Bob Kane nel 1939, quando creò il personaggio di Batman e la città di Gotham City, infestata da pazzi criminali.

Come la patria di Batman, anche il posto che ho cercato di raccontare è una città molto simile a New York, ma che non è davvero New York. Come New York è costruita sul granito, ma anche sul materiale impalpabile dell’immaginazione. È fatta di isole, ponti, palazzi, e di infinite pagine di carta. È popolata da otto milioni di abitanti e da quelli che nessuno si è mai messo a contare, i personaggi che vivono dentro i racconti, i romanzi, le poesie. Questa città è un luogo fisico e un luogo della mente, e per ricordarmelo, a volte, invece di usare il nome di New York ho usato l’altro. La città degli scrittori e delle storie. Gotham.

Recensioni

Dario Oliverio su: La Repubblica (14/07/2010)

Volendo esagerare, scrivere un libro su New York è, diceva Kierkegaard, come affrontare Don Giovanni dopo Mozart. Così a Paolo Cognetti è venuto in mente di andare di dettaglio. New York è una finestra senza tende è un percorso a metà strada tra la suburra e Gotham City, nome coniato da Washington Irving in riferimento alla città e reso immortale da Bob Kane e dal suo Cavaliere oscuro.

Si comincia dalla Manhattan di Melville e Whitman e dai loro diversi destini, così emblematici, così simili a tutti quelli che hanno a che fare con New York: uno parte ricco e finisce povero e sconosciuto, l’altro parte dal nulla e diviene poeta nazionale. Si passa da Ellis Island e da Fiorello la Guardia, il sindaco più amato, quello che si era messo in testa che bisognava dare alloggi e condizioni più decenti ai poveracci. Si attraversa varie volte il ponte di Brooklyn in compagnia di scrittori di oggi come Englander (al libro è allegato un dvd del viaggio con alcuni scrittori nel quartiere) e di ieri come Malamud.

C’è molta letteratura nel libro di Cognetti, molto Salinger e altrettanto Henry Roth, quello di Chiamalo sonno, il racconto capolavoro sul formicolio newyorkese di inizio Novecento. Molto New Yorker e molto Dorothy Parker, Scott Fitzgerald, Cheever e Allen Ginsberg. Molto Lower East Side e meno Upper, più strade silenziose che portano a Coney Island d’inverno che Times Square, occhi puntati più su ciò che si nascondeva e si nasconde dietro l’architettura dei palazzi che verso il cielo e le sue mille luci.

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