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Qui dobbiamo fare qualcosa

Qui dobbiamo fare qualcosa
Qui dobbiamo fare qualcosa
Sì, ma cosa?
- disponibile anche in ebook - disponibile in streaming su
Edizione: 2009
Collana: Contromano
ISBN: 9788842091288
Argomenti: Narrazioni contemporanee
  • Pagine: 154
  • Prezzo: 9,50 Euro
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In breve

Siamo un popolo di poeti e santi, poi, in ultimo di navigatori. Salpiamo sempre con grandi discorsi e dichiarazioni solenni. Se il viaggio si fa accidentato, impervio e difficile, noi continuiamo sempre e comunque a proclamare con toni accesi che tutto va bene. Non va affatto bene così, scusate il bisticcio.

«Sogno che nessun politico dica: quando sento la parola ‘cultura’ metto mano alla pistola, così che agronomi, genetisti, biologi, astronomi, ingegneri nucleari, insomma tutti quelli che hanno rinunciato al Grande Fratello, possano avere tempo e modo di sperimentare tutto ciò che il futuro annuncia come possibile. Sogno un Paese che abbia il coraggio di dire: era una buona idea ma siamo stati troppo arroganti nel proporla o forse siamo diventati troppo vecchi per portarla avanti. Allora, un Paese così di sicuro vedrà arrivare al suo cospetto nuove menti, pronte a prendere il testimone e a lavorare affinché non finisca in cattive mani o venga risucchiato nel buco nero del passato.»

Indice

1. Che tempo che fa? – 2. Dobbiamo fare qualcosa. Sì, ma cosa? – 3. Un metodo a tre atti – 4. Cosa consigliano i drammaturghi? – 5. Intermezzo: la dea Cura – 6. Torniamo a noi? – 7. Elementi che inquinano il secondo atto: ah, i bei tempi andati... – 8. Ma mica il modello nostalgico è di sinistra? – 9. Intermezzo: la confusione regna sovrana – 10. Datemi una differenza: il piccolo orto di una volta... – 11. Punto uno. La natura è un concetto relativo – 12. Punto due. Il sogno dei simboli genera mostri? – 13. La società assorta vs la società aperta. In mezzo l’Italia, ovvero la società new age? – 14. Berlusconi e il tè verde – 15. Dacci oggi il nostro metodo scientifico quotidiano – 16. Le conseguenze morali del progresso - Nota dell’Autore

Leggi un brano


Da una quindicina d’anni ho sviluppato una particolare predisposizione d’animo verso i meteorologi. Meteoropatia, suppongo. Il mio umore è influenzato dal tempo atmosferico. Quindi, sapere in anticipo come, a seconda della temperatura e dei venti, muterà, durante la giornata, il mio carattere mi dà una certa sicurezza. E a proposito di meteorologi, mi capita spesso di ascoltare Luca Mercalli: Che tempo che fa. Mercalli ha l’abitudine di affrontare temi diversi, anche quelli non propriamente legati alla meteorologia. A me, come sopra dichiarato, piacciono i meteorologi, quindi li ascolto con interesse.

Quel giorno gli chiesero che cosa pensasse del nucleare. Rispose che sì, ora il nucleare è più sicuro rispetto a un tempo, resta però il problema delle scorie. Bene. Ma aggiunse: un Paese come il nostro che non sa nemmeno gestire i rifiuti può mai gestire le scorie nucleari? Meglio dunque non averlo il nucleare e affidarsi alle cosiddette energie alternative. Ci fu un grande applauso in sala e ricordo benissimo che anche io annuii con la testa, come a dire: mi piacciono i meteorologi, dicono cose sensate.

Il fatto è che l’argomento rifiuti in quel momento mi toccava da vicino: Caserta, Napoli e provincia ne erano sommersi. Un giorno sì e un giorno no, ricevevo la telefonata di qualche amico di Caserta. Tutte telefonate di rimprovero, nemmeno tanto larvate. In sostanza dicevano: noi non sappiamo più che cosa fare, i rifiuti ci sommergono, tu vivi a Roma, te ne sei andato da Caserta e ora non capisci la nostra situazione. Qui dobbiamo fare qualcosa. Sì, ma cosa?

Questa doppia dichiarazione, affermazione più domanda, è uno di quei modi di dire ricorrenti che sento decine e decine di volte e dico centinaia e centinaia di volte. Ci sono le scorie nucleari e ci sono troppi rifiuti e la corruzione diffusa, il complotto dei grandi contro i piccoli, le multinazionali che ci stritolano, gli allevamenti intensivi.

Dobbiamo fare qualcosa, sì, ma cosa?Ora, da una quindicina d’anni, oltre alla meteoropatia ho sviluppato un’altra sindrome: l’insonnia. Di un tipo molto particolare: m’addormento. Profondamente. Faccio sogni. Intensi. Spesso strani. E poi mi sveglio intorno alle quattro del mattino.

Quella notte, dopo aver visto Che tempo che fa, idem. Crollai e sognai. Sognai che mi applicavo a inserire le ali alle singole scorie nucleari. Ero capace di fissare delle grandi ali, ali d’angelo suppongo, ovvero piumate come i costumi delle soubrette degli anni Sessanta, e le particelle nucleari poi, spinte dal vento, volavano via lontane.

Le tre e trentacinque, quando mi svegliai. Ricordo che sbattevo le palpebre come se queste fossero state delle ali. Stavo ancora sognando? Ma dove andavano quelle scorie? Lontano, ad inquinare altri posti? In questo caso l’inquinamento l’avevo prodotto io, non c’era dubbio. Che disastro. Eppure, m’ero tanto applicato a inserire le ali alle scorie. Scoria dopo scoria.

E se il sogno esprimeva un sentimento propositivo? Nel senso: sì, potevo gestire le scorie. Appunto, bastava, con un po’ di volontà e determinazione, mettere le ali alle singole particelle. Buon uso della tecnologia e quello che è sporco diventa pulito. O quasi. Era questo il messaggio del sogno?

Alle quattro e dieci non ero riuscito a interpretare il sogno, a fornirgli un orientamento. Inquinavo o pulivo? Tanto amore per Freud e niente. Ore passate sull’Interpretazione dei sogni e nessun risultato utile.

Più avanti nella notte, poi, tutti i miei pensieri si sono incupiti, come accade durante le notti insonni. La notte del resto è democratica, tutti i pensieri vengono a galla. Ognuno chiede lo stesso grado di rappresentanza. Nessuna stelletta o distintivo particolare. Non si annunciano. Ti invadono e basta. E per combattere questo eccesso di informazioni mi sono riaddormentato. Succede, a volte. A me soprattutto. Davanti alla complessità dei pensieri che salgono a tormentarti durante le notti insonni, capita di cercare l’incredibile semplicità. La poesia soltanto può darti l’abbandono alla semplicità. Pasternak, nella poesia Le onde, dice: «Vi sono nelle esperienze dei grandi poeti / tali tratti di naturalezza / che non si può, dopo averli conosciuti, / non finire con una mutezza completa. / Imparentati a tutto ciò che esiste, convincendosi / e frequentando il futuro nella vita di ogni giorno, / non si può non incorrere alla fine, come in un’eresia, / in un’incredibile semplicità. Ma noi non saremo risparmiati / se non sapremo tenerla segreta. / Più di ogni altra cosa è necessaria agli uomini, / ma essi intendono solo ciò che è complesso».

Incredibile semplicità. Dormire per proteggersi. Imparentati a tutto ciò che esiste. Vabbè, mi sono riaddormentato.

La mattina dopo ero al bar e ho avuto una specie di rigurgito. Intendo dire che mentre leggevo «Repubblica», le pagine interne dedicate all’emergenza rifiuti, il sogno mi è tornato a mente. E mi sono detto: e se Mercalli avesse torto? Voglio dire, lasciando da parte il nucleare, di cui non so molto, ma, dico, se Mercalli avesse torto proprio riguardo quella sua affermazione: un Paese che non riesce a gestire nemmeno i rifiuti come può pensare al nucleare? Meglio dunque ricorrere alle energie alternative, diceva Mercalli. E se fosse il contrario? L’Italia è piena di ottimi tecnici nucleari, di bravi ingegneri, di eccellenti scienziati, tanto bravi che sono un tipico prodotto da esportazione: perché mai non potremmo gestire il problema del nucleare? Voglio dire, la dichiarazione di Mercalli e l’applauso della platea di Che tempo che fa, compreso il mio assenso da casa, mezzo sdraiato sul divano, semiaddormentato, non erano forse il risultato di questa (malinconica) equazione atavica: dobbiamo fare qualcosa! Sì, ma cosa?

Recensioni

Francesco De Core su: Il Mattino (06/12/2009)


Se c’è uno scrittore ― ma in questo caso sarebbe meglio definirlo un (acuto) sismografo del reale ― che sente il bisogno di chiudere un suo lavoro con nove pagine in appendice, un ragionamento ulteriore, questo è Antonio Pascale. Da tempo, e con tigna degna di miglior causa, Pascale opera con perizia artigianale per smontare pezzo dopo pezzo incrostazioni mentali e pessime abitudini di quel gigantesco Barnum che è diventata l'Italia, tesa febbrilmente con il petto nudo davanti alle mode più strambe e alle promesse (o sentenze) di chi alza i toni (suadenti o striduli; berlusconiani o grilleschi). Dopo Natura e sentimento, ecco Qui dobbiamo fare qualcosa. Sì, ma cosa?, per i tipi di Laterza. Che, a sua volta, precede di pochi giorni l'uscita di un altro pamphlet, Questo è il Paese che non amo, per Minimum fax, a metà tra inchiesta e autobiografia nell'Italia allegramente a-responsabile.

Saggi che si rincorrono e intersecano, talvolta per proseguire il cammino iniziato, talaltra per rimodulare il già detto con più forza argomentativa. L'assunto è: «Siamo un popolo che ama le grandi dichiarazioni retoriche che colpiscono il cuore e, contemporaneamente, preferisce risolvere i conflitti a tarallucci e vino. Siamo emotivi, a volte fortemente empatici. Un'emozione e cambiamo idea. La partita la vince dunque colui (o coloro) che si mostra forte, capace di parlare in maniera tronfia e diretta al cuore». Dunque, l'assunto. Dal primo atto, quello delle dichiarazioni roboanti (e/o rassicuranti), l'italiano passa direttamente al terzo, ovvero alle conclusioni apodittiche, indimostrate (spesso indimostrabili). Manca il passaggio fondamentale. Manca lo studio, la riflessione, l'elaborazione, la correzione dell'errore, la presa di distanza dalla enunciazione miracolistica. E mancano soprattutto i protagonisti del secondo atto: gli scienziati, i ricercatori, gli studiosi, gli esperti, i manutentori del sapere. Quelli che hanno tenacia, fiducia, competenza.

L'italiano si muove sul suolo falsamente sicuro di un fideismo solare e mai mutevole. Da bar. Da stadio. Dibattere di inceneritori in Campania nel tempo dei rifiuti ad altezza di palazzo ― racconta l'autore ― è servito solo a scivolare nel vortice di caciare improduttive. Nessun riferimento a scienziati che pure si sono notevolmente esposti. No. E il caso degli Ogm, demonizzati fino all'inverosimile leggenda della fragola-pesce? E l'esplosione dalla finto-salvifica new age? E il consumo del the verde? Roba di facile consumo. «Sogno che agronomi, genetisti, biologi, astronomi, ingegneri nucleari, insomma tutti quelli che hanno rinunciato al Grande Fratello, possano avere tempo e modo di sperimentare tutto ciò che il futuro annuncia come possibile». Saremo mai un Paese così?

Alfonso Berardinelli su: Il foglio (02/01/2010)


Se uno per caso si mettesse in testa di decidere anzitutto una cosa: se cioè Antonio Pascale sia di destra o di sinistra, non credo che avrebbe la vita facile. Leggendo i suoi due ultimi libri (saggi-racconto o racconti-saggio) mi pare di aver capito che Pascale sia diventato, fuori programma, uno dei nostri scrittori più originali e perciò meno catalogabili. Scrive come parlerebbe se riuscisse a dire a voce alta quello che gli preme di più cioè quello che pensa, nel modo in cui arriva a pensarlo, e nei diversi momenti in cui questo avviene. Pascale racconta, nella forma del resoconto problematico o del monologo teatrale, la lotta che la sua testa è costretta a combattere pressoché ogni giorno con le frasi, le idee, le dichiarazioni, le proterve certezze che gli piovono addosso. La scrittura di Pascale nuota in mezzo a un fiume di pensieri privati e pubblici, o meglio prima prepotentemente pubblici e poi ossessivamente privati. Dico nuota, perché il suo pensare è un movimento che impegna il corpo, è cinetico, è gestuale. Così il suo personaggio narrante e ragionante è un cittadino che nella sua solitudine affollata di voci e di opinioni mette punti interrogativi a tutti i "si dice", specie se si tratta di enunciati dall'apparenza inconfutabile e ricattatoria.

Nel 2009, prima è uscita da Einaudi “Scienza e sentimento”, ora esce da Laterza, nella collana "Contromano", quantomai congrua, un nuovo titolo, che già dal titolo offre al lettore la cellula staminale dello stile di Pascale: "Qui dobbiamo fare qualcosa. Sì, ma cosa?". Ebbene, questo titolo, oltre a essere un'esca per il lettore politicamente e civicamente coinvolto, è il cartiglio, è la didascalia più adatta a definire lo stato attuale dei problemi degli italiani. L'Italia è infatti il paese nel quale e per il quale, a vantaggio del quale e per sua colpa, dobbiamo sempre deciderci a Fare Qualcosa, mentre questo qualcosa non si sa che cosa sia. Chi decide, invece, che lo sa per certo, sebbene non lo sappia, di solito impreca, o truffa, o mente, o spara, o fa proclami.

Di che parla Pascale? Parla dei rapporti con i nostri problemi. Per esempio, i rifiuti e come smaltirli, le centrali nucleari e l'energia pulita, l'agricoltura biologica, gli effetti straordinari del tè verde, il rapporto fra tecnologie in continuo sviluppo e obiezioni più o meno sensate al loro sviluppo. Con il suo personaggio ragionante, monologante, dialogante e narrante, Pascale ha inventato un eroe-situazione particolarmente prensile e incessantemente attraversato dalle "problematiche", essendo l'Italia il paese delle problematiche che restano tali e producono un'enorme nube tossica di verbalizzazione retorica. C'è il dibattito (o meglio: la lite) ma non c'è l'analisi né la previsione delle conseguenze di ogni possibile scelta.

Il ragionamento diventa narrazione. E comportamento diventa teoria della narrazione. Pascale lo sa così bene che provvede presto a connettere il carattere degli italiani e la loro cultura politica con il tipo di narrativa che più fedelmente ci rappresenta. Ci sarebbero, ci sono infatti due metodi per raccontare una vicenda. Il primo ci presenta un tipo di personaggio che nel corso dell'azione affronta ostacoli e prove restando sempre uguale a se stesso: il suo carattere e il suo modo di agire e reagire non subiscono cambiamenti. Nel secondo metodo o modello si prevedono invece tre momenti: l'eroe si propone di raggiungere uno scopo, non lo raggiunge, fallisce, e quindi "prima rinuncia, scoraggiato, all'azione, poi ci riflette, rivede i suoi errori, passa al contrattacco e nel terzo atto, generalmente, vince" (p. 20).

Quello che importa, argomenta Pascale, è il secondo atto, quello in cui l'individuo si rende conto delle difficoltà reali, le analizza, pensa, corregge i propri errori, modifica il suo modo di agire e affronta di nuovo gli ostacoli per superarli. Ma noi italiani, dice Pascale, "siamo un popolo da primo atto che indirizza tutta la propria stupefacente creatività nelle dichiarazioni di intenti e poi, fisiologicamente avendo, come dire, consumato molta benzina nel primo atto, rinuncia via via all'analisi che, come si sa, è faticosa, frustrante, richiede tenacia e competenza, ecc." (p. 29).

Insomma: è certo che c'e sempre da fare qualcosa ("fa' qualcosa!" è il ritornello, il tic pragmatico degli anglosassoni), ma per capire che cosa c'è bisogno di analisi, di bilancio degli errori e di autocorrezione. Il difetto della vita civile e politica italiana sembra essere dunque un difetto narratologico. Alla nostra narrativa manca, possiamo dire, il pathos dell'ethos, la sofferenza che aiuta a capire le cose come sono e a modificare se stessi in base a un ulteriore, doloroso acquisto di conoscenza. I nostri politici, troppo carismatici o troppo poco, evitano il problema o promettono miracoli e magie. Alcuni lo fanno con il culto della personalità ("ci penso io"), altri con l'uso di formule magiche o parole-ameba, che non hanno confini precisi e inglobano tutto annullando tutto ("energie pulite, no al nucleare, niente discariche, no erbicidi, no chimica").

Più che le tesi sostenute (che qui non discuto e non sempre condivido) in Pascale conta come il personaggio pensante arriva a pensare questo o quello. A conclusione del libro, l'autore spiega che il genere letterario che sta usando è il "personal essay", il saggio personale, dialettico o dialogico nel quale l'autore prende la forma di un protagonista raziocinante, il che permette la messa in scena di "come nascono le convinzioni", quelle fondate e quelle infondate, e come si può cambiare idea.

Secondo Pascale, non solo Berlusconi e le sue magie, non solo la sinistra e le sue parole-ameba, anche Pasolini ha avuto le sue responsabilità: "E' stato un profeta della scomparsa del mondo contadino, del j'accuse, dell'abiura, dell'Io so ma non ho le prove. E alla fine Pasolini ha vinto. Ha avuto ragione anche quando aveva torto (...) Tutti adesso dicono di sapere, non hanno le prove e la sparano grossa" (p. 104).

Invece, tutte le volte che si può, le prove bisogna averle e renderle pubbliche. Pascale ha ragione, almeno quando si tratta di prove scientifiche e non politiche: perché prima di arrivare alla conoscenza provata di quanto, per esempio, è stato fatto o non fatto nell'ultimo mezzo secolo dai servizi segreti di tutto il mondo, ci vorrà un altro mezzo secolo, ma allora sarà tardi, la conoscenza e le prove saranno politicamente ineffettuali...

Comunque, con le istruzioni per l'uso di noi stessi che ci offre il personaggio ragionante di Pascale, potremmo almeno avviarci a scrivere in Italia un romanzo politico nuovo, nazionale e democratico. Ne abbiamo bisogno, che ne dite? Siamo ancora in tempo?

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