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Documentalità

Documentalità
Documentalità
Perché è necessario lasciar tracce
Edizione: 20102
Collana: i Robinson / Letture
ISBN: 9788842091066
Argomenti: Filosofia contemporanea: storia e saggi
  • Pagine: 446
  • Prezzo: 24,00 Euro
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In breve

Tutto è per sempre. Oggi tutto è scritto, tutto si può ritrovare. L’esplosione della scrittura svela l’essenza del legame sociale, la documentalità. Perché è necessario lasciar tracce: altrimenti non ci sarà niente nessuno in nessun luogo mai.

Questo libro parla di oggetti come i soldi e le opere d’arte, i matrimoni, i divorzi e gli affidi congiunti, gli anni di galera e i mutui, il costo del petrolio e i codici fiscali, il Tribunale di Norimberga e le crisi finanziarie. Sono gli oggetti sociali, cioè le iscrizioni che affollano il nostro mondo decidendo se saremo felici o infelici. Queste scartoffie le detestiamo eppure facciamo la fila per averle, e si accumulano nelle nostre tasche, nei portafogli, nei cassetti, nei telefonini, nei computer e negli archivi di ogni sorta che ci circondano, nel mondo reale e in quello virtuale. Ecco il motivo per cui questa teoria del mondo sociale si intitola Documentalità: la società della comunicazione è in realtà una società della registrazione e della iscrizione. Lo è sempre stata, ma lo è a maggior ragione oggi, con l’esplosione della scrittura e degli strumenti di registrazione, che svela come meglio non si potrebbe l’essenza del mondo sociale. Un mondo in cui persino i media, quelli che dovrebbero darti la vita in diretta, sono i massimi produttori di spettralità. Un mondo in cui la profezia di Warhol secondo cui un giorno ognuno di noi avrà i suoi quindici minuti di notorietà significa anzitutto: ognuno di noi sarà uno spettro per almeno quindici minuti, su YouTube o da qualche altra parte.

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In questo libro parlo di oggetti sociali, cioè di cose come i soldi e le opere d’arte, i matrimoni, i divorzi e gli affidi congiunti, gli anni di galera e i mutui, il costo del petrolio e i codici fiscali, il Tribunale di Norimberga e l’Accademia delle scienze di Stoccolma, e poi ancora le crisi economiche, i progetti di ricerca, le lezioni, le lauree, gli studenti, i monsignori, le assunzioni, le elezioni, le rivoluzioni, i licenziamenti, i sindacati, i parlamenti, le società per azioni, i ristoranti, i giochi, gli avvocati, le guerre, le missioni umanitarie, le tasse, i weekend, i cavalieri medioevali e i cavalieri della Repubblica. Ora, non c’è bisogno della filosofia per vedere che questi oggetti affollano il nostro mondo molto più dei sassi, degli alberi e delle noci di cocco, e che sono i più importanti per noi, visto che da loro dipende in buona parte la nostra felicità o infelicità. Eppure non sempre ci facciamo caso, e meno che mai ci chiediamo di che cosa siano fatti, per rendercene conto solo quando perdiamo il portafogli o il biglietto del treno, il passaporto o la carta di credito, e ci mettiamo a cercare, a pagare, a telefonare, a scrivere e-mail, a trovarci in fila in uffici di ogni tipo. Solo allora capiamo (ma nella fattispecie è troppo tardi) che gli oggetti sociali sono fatti di iscrizioni, su carta, su un qualche supporto magnetico, magari anche soltanto (per esempio, nelle promesse che ci facciamo a vicenda tutti i giorni) nella testa delle persone. Ecco il motivo per cui ho intitolato questa teoria del mondo sociale «documentalità»: l’ontologia degli oggetti sociali è fatta di tracce, di registrazioni, di documenti, e si manifesta in quei pezzetti di carta che si accumulano nelle nostre tasche, in quegli altri pezzi di carta o di plastica che conserviamo più attentamente nel portafogli, e poi ancora nella massa di registrazioni che ingorgano i computer e gli archivi, i telefonini e le banche.

Recensioni

Corrado Ocone su: Il Mattino (14/11/2009)

Esce la settimana prossima il nuovo libro di Maurizio Ferraris, che sempre più si va affermando come uno dei maggiori e più originali filosofi italiani. Questa volta il tema è Internet, visto soprattutto come uno straordinario archivio di scritti, documenti, video. Il titolo del volume, edito da Laterza, è Documentalità. Perché è necessario lasciar tracce . Ferraris lo presenterà il volume il 17 novembre a Palazzo Cavalieri a Napoli (con Remo Bodei e Roberto Esposito). Professore, il mondo di Internet ha modificato rapidamente e in modo profondo le nostre vite. Se ne parla molto, anche con studi e ricerche sofisticate, ma sempre a un livello empirico. Perché manca, secondo lei, una filosofia del web? «I filosofi si sono sempre interessati di tecnica, da che mondo e mondo, e oggi più che mai. Diciamo piuttosto che sono stati ascoltati poco, e questo per un motivo molto semplice, spesso ci si fissa sui dettagli e si perde l'essenziale. Mi spiego con un esempio legato all'attualità più immediata. In questi mesi gli scandali appassionano i giornali e i talk show, ma non è un po' guardare il dito e non la luna? La grande trasformazione in corso, con l'esplosione della scrittura e delle registrazioni, con quello che chiamo "documentalità", è che ogni singolo atto diventa pubblico e pubblicabile a bassissimo costo e in forma tecnicamente facilissima. Ora, non c'e bisogno di filmare un politico con un transessuale, basta riprendere il colore delle calze di un giudice e, con opportuni commenti, questo sembra già scandaloso. In tutto questo, il fatto rilevante è la registrazione e le trasformazioni che comporta. Ma è chiaro che il talk show con il transessuale fa più audience. Almeno questo, però, non è colpa dei filosofi». La globalizzazione informatica segna, nella cultura dell'Occidente, una rottura oppure la continuazione ― radicalizzazione di qualcosa già da sempre presente? «Si pensi a quelle che sono chiamate "religioni del libro": sono le uniche religioni che aspirano all'universalità. Senza un libro, una buona novella, una lettera, un decalogo, è difficile che una religione, cioè quello che viene concepito come il contenuto spirituale per eccellenza, possa diffondersi. E infatti le religioni senza libro rimangono confinate alla dimensione di culti locali. E quello che ho detto delle religioni si può ripetere dei sistemi politici, dei sistemi giuridici, del mondo della cultura in generale, che non può fare a meno di iscrizioni». In che rapporto è il predominio odierno dello scrivere e registrare con la priorità che la civiltà occidentale dà da sempre all'immagine? «Quanto a pensiero, immagine e scrittura, filosofi e non filosofi hanno spesso in mente una gerarchia di questo tipo: come prima cosa c'è il pensiero, poi c'è l'immagine che lo colora, o la voce che lo comunica, e alla fine c'è la scrittura, che lo registra e lo trasmette. Ora, io non credo affatto che sia così: senza una qualche forma di registrazione, senza una scrittura, non avrebbe luogo nemmeno il pensiero, che sembra immateriale, eppure non funziona senza un cervello, e senza memoria. Dunque, se vogliamo, l'attuale emergenza della scrittura e della registrazione è il venire allo scoperto di una struttura essenziale: senza memoria e registrazione non c'e pensiero, dunque c'è una specie di scrittura che ha luogo nella mente, che non a caso è sempre stata rappresentata come una tavoletta su cui si scrive». È molto interessante il suo discorso sull'individualità e sullo stile. Esso si connette con i problemi della «trasparenza» e della privacy. «L'esplosione della registrazione fa chiaramente saltare la distinzione tra pubblico e privato. Questa distinzione, infatti, non si riferisce a determinati atti, ma al fatto che questi atti siano accessibili ad altri. Nel momento in cui ogni nostro atto privato è potenzialmente pubblico. Se questa considerazione può suonare astratta, invito chiunque mi legga a un piccolo esperimento mentale: immagini che ogni scambio e ogni registrazione che ha luogo sul suo computer e sul suo telefonino venga pubblicata in rete». Come si creeranno le élites e le classi dirigenti del futuro? Si possono creare sul web? Saranno élites aperte o si costituiranno "caste" più o meno chiuse? «Saranno delle élite diverse, in questo senso sono abbastanza convinto che la trasformazione in corso ridisegnerà le gerarchie, le renderà meno centralizzate, anche in questo caso assecondando una trasformazione del potere che ha già caratterizzato il secolo scorso, e per l'appunto in concomitanza con delle trasformazioni tecniche, come la meccanizzazione e la diffusione della burocrazia, l'automazione dei processi, la soppressione della distinzione tra sfera privata e sfera pubblica di cui parlavamo un momento fa». Come sarà possibile distinguere e selezionare fra iscrizioni e scritture, di cui plausibilmente saremo sempre più sommersi, in base ai nostri interessi e soprattutto in base al loro intrinseco valore? «Ho l'impressione che saranno loro a selezionarci. Scherzi a parte: dobbiamo prepararci a un diluvio di iscrizioni, è già quello che ci accade ma probabilmente sarà ancora peggio. Voglio però essere ottimista: l'uomo è un animale bravissimo ad adattarsi. Si impara a buttar via le mail inutili con la stessa scioltezza con cui si getta via la pubblicità che ci intasa la casella della posta. Se nella massa viene respinto anche un documento importantissimo, che so, la notifica che abbiamo vinto il Nobel per la letteratura, bene, penso che alla fine da Stoccolma, se ci tengono proprio a darci premio, cerchino di raggiungerci in un altro modo».

Gianni Vattimo su: La Stampa (29/11/2009)

Perché è necessario lasciar tracce? A questa domanda, che gli fa da sottotitolo, sembra voler rispondere il nuovo, per molti versi affascinante libro di Maurizio Ferraris, che porta come titolo principale Documentalità (Laterza). Ma se c'è una domanda che resta tale nella mente del lettore anche alla fine del libro, è proprio quella iscritta nel sottotitolo: davvero è necessario lasciar tracce, e perché? D'accordo: il sottotitolo non è seguito da un punto interrogativo; ma il «perché» fa pensare immediatamente a questo. La necessità di cui si parla sembra essere più una necessità «descrittiva» che «prescrittiva», giacché il libro vuole essere la proposta di una «metafisica descrittiva di impianto realistico» che si attiene molto rigorosamente a questo programma, senza mai fare il salto in una critica ― morale, politica o altro che sia ― di quel che «c'è». Ferraris non ci esorta in alcun modo a lasciar tracce, ci spiega (ci «rende conto»: una espressione che avrebbe anch'essa bisogno di qualche chiarimento che ne legittimasse il passaggio dal linguaggio comune a quello filosofico) che nel mondo ci sono oggetti naturali caratterizzati dal fatto di essere del tutto indipendenti da noi, a proposito dei quali parla di «inemendabilità» (la ciabatta che sta sul tappeto ― ma anche il gatto sullo stuoino di cui parlano tanto i filosofi a cui Ferraris si riferisce di preferenza) e oggetti sociali, per i quali soltanto può valere il trascendentalismo di Kant, secondo cui, come si ricorda, il mondo si dà a noi in un ordine che non sappiamo se sia oggettivo, giacché è comunque sempre condizionato da un insieme di strutture a priori (quelli che Ferraris chiama, insieme a Quine e alla tradizione analitica, schemi concettuali). Kant diceva che le intuizioni sensibili senza concetti sono cieche. Ma questo, dice Ferraris, vale al massimo per gli oggetti sociali; la ciabatta e il fondo marino o l'isola corallina di Marx esistono, «ci sono» indipendentemente dal fatto che un soggetto umano li percepisca. Mentre una sinfonia, un codice di leggi, una forma di stato, una lingua, un contratto, una banconota, non «ci sono» se non per i soggetti umani che li «praticano» nelle varie forme proprie a ciascun campo. Questi oggetti sociali, a cui è dedicata ― molto comprensibilmente ― la maggior parte del libro sono oggetti nella misura in cui sono (niente da fare con i partiti e le tessere) «iscritti». Sono il «risultato di atti sociali (che coinvolgano almeno due persone) caratterizzati dal fatto di essere iscritti: su carta, su un file di computer, o anche semplicemente nella testa delle persone» (p. 360). Il libro è per l'appunto dedicato a questi oggetti. E non solo perché degli altri ci sarebbe assai poco da dire ― almeno in filosofia, giacché chi li studia sono le scienze naturali. Il fatto è che l'esserci degli oggetti naturali serve a Ferraris (secondo una movenza che era la stessa in Kant) per sgombrare il campo agli oggetti sociali. O meglio: per poter usare la stessa nozione di oggetto; e di oggettività. Qui si deve ricordare che Maurizio Ferraris si è formato nella scuola filosofica di Torino e poi nel seminario filosofico di Heidelberg, che ha maturato la propria posizione in contatto, da un certo momento in poi esclusivamente polemico, con l'ermeneutica e, anche qui con significativi dissensi ― con l'insegnamento di Jacques Derrida. Questo sfondo può aiutare a spiegarsi perché in lui, come in un convertito, sia così forte la passione per l’oggetto. Che egli vede minacciato dalla dissoluzione a cui lo avrebbe sottoposto la filosofia moderna e postmoderna, che nasce da Cartesio, si sviluppa in Kant (il trascendentalismo, che Ferraris legge senz'altro come idealismo empirico: il mondo è com'è perché il soggetto lo fa così) e culmina in Nietzsche (non ci sono fatti, solo interpretazioni) e nel testualismo di Derrida (non c'è niente fuori del testo). Non è una esagerazione polemica dire che Ferraris attacca qui il postmoderno non in nome della modernità e dei suoi valori (questa è la posizione di uno Habermas, per esempio) ma ritornando a prima di ogni modernità. Anche l'avvio del suo libro ― che comincia con un catalogo del mondo, una specie di enciclopedia borgesiana concepita però secondo un ordine che si vuole sistematico; ma non troppo diversa dalle raccolte di «meraviglie» di cui si dilettavano i principi cinquecenteschi, e che sono gli antenati dei moderni musei, ha un sapore volutamente arcaico. Per giusta informazione del lettore, va detto che proprio la passione catalogante e classificatoria che pervade molte delle pagine del libro ne fa una lettura molto accattivante; benché l'autore offra la possibilità di seguire l'argomentazione anche leggendo solo le parti riassuntive che intercala tra i vari capitoli, riesce difficile (anche a chi condivide poco le sue tesi teoriche) saltare le pagine argomentative piene di aneddoti, notizie bizzarre e inusitate; arguzie e amenità varie (sembra che Ferraris a quindici anni avesse già letto tutta la Recherche di Proust e chi scrive, conoscendolo da tanto tempo, prova per la sua voracità di lettore una sincera ammirazione). Ma con tutto questo, la domanda sul perché: perché dovremmo «render conto» degli oggetti naturali, ideali, sociali in modo descrittivo e non prescrittivo rimane, almeno secondo me, decisiva. Uno dei termini chiave del linguaggio kantiano, come si sa, era la parola «critica»; che certo aveva il senso di «render conto» delle condizioni di possibilità della scienza dell'epoca. Ma se il mondo newtoniano appariva a Kant «in ordine», e dunque meritevole di una critica diretta in fondo a garantirne la legittimità (lasciando però spazio alla morale e alla religione), ha senso «render conto» del nostro mondo sociale con una filosofia che (Searle, «filosofo laureato» di Bush, insegna) volendo essere descrittiva (ma perché?), rischia, anche senza volerlo, di diventare apologetica?

Francesco Tomatis su: L’Avvenire (12/12/2009)

Da tempo cimentatosi con ontologie dei telefonini e fidanzate automatiche, sans papier e tracce postmoderne, con Documentalità il filosofo Maurizio Ferraris offre una summa sistematica del suo pensiero, approfondita, ben esposta e... documentata. L'impresa è coraggiosa: elaborare un'ontologia dell'essere sociale contemporaneo. In tempi in cui la frammentarietà è norma, la cosa andrebbe di per sé trattata con rispetto. Quando il risultato è un volume che si lascia leggere e capire attraverso interrogativi continui e continue risposte, proposte legate a esemplificazioni rintracciate nell'esperienza, occorre riconoscere che si tratta di una delle rarissime proposte filosofiche originali d'oggi. L'opera non è indirizzata solo a un pubblico di filosofi, risulta adatta a scienziati e teologi, sociologi e psicologi, linguisti e matematici, antropologi e comuni lettori. Tuttavia deluderebbe chi la volesse avvicinare fiero dei propri steccati disciplinari. Si tratta di un'opera sistematica, da acquisire in blocco o rifiutare. Ferraris classifica la realtà secondo l'esecrata distinzione fra soggetto e oggetto. Tuttavia, a differenza della linea filosofica che da Cartesio giunge all'idealismo tedesco via Kant, pone l'attenzione sugli oggetti, distinguendoli in oggetti naturali, indipendenti dalla soggettività e situati nello spazio e nel tempo; oggetti ideali, anch'essi indipendenti da soggetti ma al di fuori del mondo spazio-temporale; infine oggetti sociali, questi solo dipendenti dalla soggettività trascendentale e tuttavia non soggettivi, occupanti un proprio posto spazio-temporale. Ferraris argomenta convincentemente come esista un mondo esterno, indipendentemente dagli schemi conoscitivi e percettivi. Esiste il Monte Bianco, a prescindere dal mio vederlo e dall'esistenza di uomini sulla terra. Sugli oggetti sociali, a cui principalmente Ferraris dedica l'attenzione, è vero che dipendono da soggetti, infatti perché esista una promessa o del denaro, occorre che almeno due soggetti pensino alla stessa cosa. Ma ciò non significa che ogni realtà sociale sia relativa e il relativismo imperi. Infatti vi sono diversi gradi di conoscenza e quella epistemologica non vale per gli oggetti sociali, che sono oggettivi a partire da una realtà di essi continuamente correggibile, tuttavia certa in quanto documentabile. Non è vero che la società si basa sulla comunicazione, bensì originariamente sulla registrazione, senza di cui non vi sarebbero pensiero o relazione. Un interrogativo: e se la nostra felicità dipendesse da oggetti ben poco sociali, emersi a istanti dall'oblio piuttosto che da un catalogo dell'universo mondo?

Carlo Formenti su: Il Corriere della Sera (03/01/2010)

Operazione decisamente ambiziosa quella tentata da Maurizio Ferraris in questa sua ultima fatica (Documentalità. Perché è necessario lasciar tracce, Laterza): si tratta, niente di meno, di stilare un «catalogo generale di tutto ciò che c'è nel mondo». Un'impresa titanica che, tuttavia, a mano a mano che la riflessione del filosofo torinese si dipana, assume proporzioni più realistiche. Il bersaglio di Ferraris è quel pensiero postmoderno che mira a stabilire il principio secondo cui nel mondo non esistono fatti, ma solo interpretazioni. Dopo avere sostenuto le ragioni del realismo, Ferraris analizza l'unico campo in cui, a suo parere, le credenze soggettive giocano effettivamente un ruolo determinante, vale a dire quello degli «oggetti sociali» (soldi, tribunali, crisi economiche e via elencando). Anche qui, però, riconoscere il ruolo costituivo della soggettività non implica necessariamente sposare le ragioni dello «spirito»: la realtà sociale, argomenta Ferraris, non è altro che il prodotto della nostra predilezione per le pratiche di iscrizione e di imitazione. Per dirla semplice: il mondo sociale, in ultima istanza, si riduce a una montagna di documenti con buona pace degli annunci sulla «fine della scrittura».

Franco Farinelli su: L’Unità (02/02/2010)


L'epoca moderna diventa matura quando Michel de Montaigne dipinge sul soffitto della sua libreria il detto secondo il quale a far problema all'umanità non sono le cose, ma le opinioni che ci facciamo su di esse.

Nel suo ultimo libro (Documentalità. Perché è necessario lasciar tracce, Laterza), ambizioso e affilato a dovere, Maurizio Ferraris sostiene invece che gran parte dei problemi che ogni giorno ci assillano dipendono dallo scambiare un oggetto per un altro, cioè dal confondere tra loro gli oggetti naturali, quelli ideali e quelli sociali. I primi sono collocati nello spazio e nel tempo e non dipendono, per la loro esistenza, dai soggetti: il fiume Po, che resterebbe al suo posto così com'è anche se tutti gli abitanti della Terra sparissero. Ovviamente gli oggetti naturali non esauriscono l'universo degli oggetti fisici, che includono anche quelli artificiali, appunto cioè costruiti dall'uomo, esclusi dalla classificazione in questione. Nemmeno gli oggetti ideali dipendono dai soggetti, ma a differenza di quelli naturali non occupano un posto nel tempo e nello spazio, nel senso che, come le idee per Platone, sono eterni ed esisterebbero anche se non vi fossero mai stati né l'umanità né il mondo: il teorema di Pitagora poniamo, la cui origine non è certo da cercare nelle nostre menti.

L'aspetto più singolare degli oggetti sociali, invece, è che esistono soltanto se almeno due persone pensano che ci siano, credono davvero alla loro esistenza nel senso di riconoscere la natura dell'impegno che essi comportano: un contratto, un debito, un giuramento, una promessa, un mutuo, un rito, insomma una delle tante obbligazioni, più o meno formali di cui, a farvi caso, la nostra vita in comune si compone per restar tale.

Basta accettare, pur nella sua parzialità, tale distinzione per ritrovarsi, con l'autore, impegnati nell'attività più urgente e utile al genere umano che si possa concepire: ripensare da capo a fondo e cioè ribaltare, oggi al tempo della globalizzazione, i modelli di cui ancora ci serviamo nel pensare il funzionamento del mondo, per iniziare a guardare quest'ultimo con occhi finalmente adeguati. La via di Ferraris è tutta in salita e non in discesa: all'inizio vi è appunto l'oggetto sociale cioè l'atto iscritto, una traccia, una modificazione fisica relativa ad un supporto, che nel caso il supporto sia soltanto la nostra mente può benissimo essere immateriale; di conseguenza le intenzioni e gli atti psicologici e spirituali individuali dipendono dalla trasformazione delle iscrizioni in documenti (il vertice degli oggetti sociali) e istituzioni, attraverso i processi di natura mimetica, fondati cioè sull'imitazione, che chiamiamo cultura ed educazione. Basta d'altronde guardare la tastiera di un computer per accorgersi che vi sono più ideogrammi che lettere alfabetiche, a segno del fatto che alla successione pensiero-linguaggio-scrittura cui siamo abituati a pensare dopo Cartesio va premesso un momento originario che ne costituisce la condizione di possibilità e che Ferraris chiama «archiscrittura»: l'insieme dei mille modi con cui teniamo traccia dell'esperienza, il complesso delle forme di iscrizione che stanno nel mondo e di quelle che stanno nella mente, lo sterminato repertorio che va dai gesti ai dispositivi biometrici, dai proverbi ai paesaggi, e di cui la scrittura alfabetica é soltanto un modo altamente qualificato.

Ve n'è in tal modo quanto basta per farla finita con ogni specie di postmodernismo, per il quale sono gli schemi concettuali a costituire la realtà, e così i fatti si dissolvono nelle interpretazioni e il mondo in un testo. In realtà la condivisione del mondo dipende dalle caratteristiche degli oggetti molto più che dall'accordo sugli schemi concettuali, nel senso che invece di concepire uno spirito che discende sul mondo e si solidifica in documenti bisogna pensare all'inverso a delle lettere che danno vita, nel mondo della cultura, della psiche e della società, ad uno spirito. Scritto evidentemente per fare i conti con quei nuovi oggetti sociali che sono i siti web, il volume di Ferraris alla fine si trasforma, dopo aver rovesciato l'intera tradizione del pensiero occidentale della trascendenza, in un testo che illumina meglio e più di ogni altro quel di cui i giornali ogni giorno ci parlano, svelando l'origine più profonda di quel che ci ostiniamo a chiamare attualità.

Francesco Berto su: Il Manifesto (13/02/2010)

Sicuramente il mio mutuo occupa i miei pensieri più dell'inchiostro con cui ho firmato il contratto con la banca; i dieci euro che ho in tasca mi interessano più della carta su cui sono stampati; e le ultime elezioni politiche vinte da Berlusconi sono più importanti delle crocette sulle schede elettorali. Eppure, le cose del primo tipo non ci sarebbero se non ci fossero quelle del secondo: senza carta, niente banconote; senza crocette e firme, niente mutui o governi (più o meno democratici). Come spiegare questa dipendenza asimmetrica ― cose importanti ma sfuggenti che poggiano su cose da poco, ma solide e concrete? È questo il tema più interessante di Documentalità. Perché è necessario lasciar tracce, l'ultimo lavoro di Maurizio Ferraris. Cose come i mutui, le istituzioni accademiche, le elezioni politiche, i soldi, i funerali, le roadmap aziendali e i monopoli di stato si chiamano oggetti sociali. Il libro presenta un'ontologia di questi oggetti, ossia una risposta alla domanda: che tipo di cose sono?

La teoria più accreditata in proposito è al momento quella del filosofo John Searle. Secondo Searle un oggetto sociale Y (ad esempio, una banconota da 10 euro) è un ordinario oggetto materiale X (un pezzo di carta), che conta come Y in un certo contesto sulla base dell'intenzione collettiva di trattarlo come Y: abbiamo convenuto che quel pezzo di carta valga come una banconota da dieci euro. Ferraris non è d'accordo. La teoria di Searle si basa su quello che la gente intende, quindi sulla nozione di intenzionalità che, in tempi di naturalizzazione della filosofia, è sospetta. Non parliamo poi dell'intenzionalità collettiva: ci fa pensare agli alieni di Star Trek che comunicano in wireless telepatico o, per stare più sul classico, al Weltgeist di Hegel.

Ferraris sostiene che si tratta di un'entità misteriosa, e che «si sbaglia a presupporre qualcosa come uno spirito» che stia «dietro alle lettere che compongono la realtà sociale». Invece, il fondamento di questa è nei documenti, nelle registrazioni, nella scrittura intesa in senso ampio ― «archiscrittura», dice Ferraris, prendendo il vocabolo da Derrida. Gli oggetti sociali sono diversi da cose materiali come i fiori e le comete perché dipendono da noi: non esisterebbero se non ci fossimo noi, soggetti pensanti. Ma sono saldamente nello spazio e nel tempo, e non sono mere rappresentazioni mentali: «dipendono dai soggetti, ma non sono soggettivi». Il mio mutuo, ad esempio, non esiste solo nella mia testa (purtroppo, mi dico a volte): è stato realmente contratto da me, in una banca vicino a Venezia, qualche anno fa. Ancorarlo ai documenti scritti sembra il modo migliore per rendere conto di queste sue caratteristiche, evitando le oscurità in cui si sono storicamente avvolte le «scienze dello spirito» ― anzitutto, appunto, il concetto di spirito.

La regola aurea della teoria esposta in Documentalità è l'equazione «Oggetto = Atto Iscritto», e Ferraris sostiene che «gli oggetti sociali sono fatti di iscrizioni». Ma «fatti di», per quanto usi il simbolo dell’identità, non può voler dire che un oggetto sociale è identico alle iscrizioni corrispondenti, prese come oggetti materiali. Il mio mutuo non può essere le scritte sulle risme di fogli protocollo che si trovano a casa mia, in banca, e dal notaio. Il mio mutuo non può essere identico alle iscrizioni, perché ha proprietà che queste, come oggetti materiali, non hanno: ad esempio, è a tasso variabile, ma di certo le iscrizioni non sono a tasso variabile (le iscrizioni sui plichi possono essere di inchiostro nero, ma non sono una cosa che possa essere a tasso variabile).

Allora, se le iscrizioni sono il fondamento delle cose sociali, lo saranno in quanto segni (ad esempio «tracce», dice Ferraris, ossia «modificazioni di una superficie che rinviano a qualcosa di non presente»). Ora perché ci sia un segno di norma occorre una cosa che sia il significato di quel segno. «Maurizio Ferraris», il nome che avete appena letto dentro le virgolette, non è solo una serie di macchie di inchiostro nero sulla carta, ma anche un segno, perché c'è una cosa, ossia Maurizio Ferraris, che è significata da quel segno.

Ebbene, la relazione di riferimento (di un segno alla cosa che significa) è una delle più difficili da spiegare. I migliori tentativi di naturalizzarla, ad esempio riducendola a relazioni causali, hanno vita dura. Spesso i filosofi non trovano di meglio che ricorrere alla nozione di intenzionalità. Esempio classico: in Nome e necessità (forse il libro più celebrato della filosofia analitica contemporanea), Saul Kripke (forse il massimo logico vivente) ritiene che un'analisi non circolare del riferimento in termini di nozioni più primitive sia un'impresa disperata. Per Kripke, al massimo possiamo dire che riusciamo a riferirci a Maurizio Ferraris usando il nome «Maurizio Ferraris» perché abbiamo l'intenzione di riferirci alla stessa persona cui si riferiva chi ha appiccicato quel nome al filosofo (i suoi genitori, immagino). Ricondurre gli oggetti sociali a oggetti testuali cui sopravvengono difficilmente ci libererà dell'intenzionalità, ovvero dello «spirito» o dei «pensieri», a meno che uno non produca una spiegazione del riferimento ― la relazione semantica fondamentale ― che ne faccia a meno.

Ferraris risponde che la mente stessa è «una tabula che raccoglie iscrizioni», e che quella delle iscrizioni mentali che «precedono» il linguaggio ordinario non è solo una metafora. Ma come fanno queste iscrizioni nella mente a significare qualcosa? Wittgenstein, che a sua volta non amava il mentalismo in filosofia, lamentava che le iscrizioni nella mente sarebbero solo altri segni, e quindi di per sé non spiegano il riferimento. La quarta parte di Documentalità ospita una risposta articolata e riccamente argomentata a questo tipo di problemi, basata sulla nozione di imitazione e sull'idea che «l'iterazione della lettera» sia ciò che presiede alla «creazione dei significati». Non sono sicuro che Ferraris sia riuscito a produrre una teoria del significato che fa del tutto a meno dell'intenzionalità. Se però fosse così, avrebbe escogitato qualcosa di enormemente importante ― anche più importante di un'ontologia degli oggetti sociali.

Alessandro Baricco su: La Repubblica (20/04/2010)


Se non ci fossero domande più pressanti, un buon interrogativo a cui dedicarsi sarebbe: esistono ancora i filosofi? O, per essere più precisi: dove sono?, cosa stanno facendo?, e in particolare: cosa stanno facendo per noi? Si registra vagamente un gran frullare di maestri in giro per le università del globo e di tanto in tanto si nota il risalire di uno dei loro libri allo sguardo dei media ― poi subito attratto altrove. Così si finisce per immaginarli, i filosofi, come sapienti risucchiati da un qualche loro raffinatissimo dibattito tecnico, in cui la giusta disposizione dei pensieri sembra essere divenuta, nel tempo, l'unica finalità: di fornire letture del mondo e indicazioni per la sopportazione del reale, non sembrano avere tutta quell'urgenza. Una specie di élitaria arte marziale per cervelli.

Soprattutto sembra essere sfumata una certa fulminante capacità di disincagliare le coscienze: il gesto con cui gli Aristotele, i Cartesio, i Kant sapevano strappare via il mondo da blocchi mentali quasi genetici, inaugurando mutazioni tanto profonde quanto irresistibili. Oggi, se una mutazione è in atto, sembra piuttosto risalire a oggetti, o a schemi mentali derivanti da oggetti, e spesso oggetti in vendita, di uso quotidiano. Facile che ci abbia più cambiato Bill Gates che Derrida, per dire. Si potrebbe affermare la stessa cosa delle ferrovie a vapore e di Hegel? Non so, non così tanto, mi verrebbe da rispondere. Ma forse è cecità nostra, ignoranza bella e buona, sguardo puntato nel punto sbagliato, come sempre più spesso accade. Non so. Nel dubbio, mi son messo a leggere l'ultimo libro di Maurizio Ferraris (Documentalità. Perché è necessario lasciare tracce, pubblicato da Laterza). L'ho preso in mano un po’ per il piacere puro di tornare a leggere di filosofia, ma soprattutto per cercare di smussare appunto quella cecità, andando a vedere da vicino cosa diavolo poteva fare, oggi, un filosofo: ero curioso di sapere cosa usciva dalla sua officina. Per almeno metà libro è stato tutto facile perché, mi è sembrato, l'autore stava intrattenendosi con la stessa curiosità che avevo io. Stava cercando di capire se tutto quello che la filosofia aveva partorito fino a quel momento era di qualche utilità per il vivere dei viventi. E bisogna vedere che diavolo di risposta riusciva a dare.

Con una sorta di ingenuità temeraria (solo i filosofi e i bambini ne sono capaci) Ferraris ha deciso di fare una sorta di censimento di ciò che sta al mondo: tutto, dai sogni allo spray nasale, passando per le balene e le leggi dello Stato. E poi si è chiesto se quello che la filosofia ci ha lasciato, a proposito di quel tutto, ha retto alla prova dei fatti: diciamo all'evidenza dell'esistenza quotidiana. Risposta: niente, quasi niente, molto poco. Fa anche un po’ effetto vederlo smontare allegramente l'epistemologia kantiana, o il decostruttivismo postmoderno, né mi arrischierei a giudicare se le sue confutazioni sono davvero così ineccepibili, sul piano logico, come sembrano. Ma una cosa interessante, e condivisibile, mi sembra di averla imparata: come un'intuizione, che sembra cogliere nel segno.

Ferraris parte dal denunciare la forzatura di cui siamo debitori a Kant: l'idea che ciò che esiste, esiste perché noi lo percepiamo, e nei modi dettati dalla nostra percezione. Se siamo macchine che percepiscono solo in forme temporali e spaziali, le cose si disporranno nello spazio e nel tempo: diversamente non esisterebbero nemmeno (almeno per noi). Una simile convinzione ha generato un primato del soggetto sugli oggetti: a rigor di logica, esistono solo schemi della nostra mente, e le cose dispongono di un'esistenza del tutto sussidiaria alla nostra. Scivolando su questo piano inclinato non ci si ferma più: così è stato possibile dire, con Nietzsche, che non esistono fatti ma solo interpretazioni, o, con Derrida, che non esiste nulla al di fuori dei testi. Quel che accomuna queste posizioni, annota giustamente Ferraris, è ridurre l'essere al sapere, il sostituire alla realtà i nostri schemi mentali: non c'è nulla al di fuori del ronzio, spettacolare, della nostra mente. Col risultato, piuttosto romantico, di descrivere una situazione infinita, mai circoscritta dai confini delle cose reali, e perennemente allo sbando nella possibilità senza fine della nostra soggettività. Bello, ma scomodo. Soprattutto, dice Ferraris, irreale. La nostra esperienza sembra dettarci l'esatto contrario: la banalità del vivere insegna l'inevitabile stare lì delle cose, degli oggetti, della realtà. Che sembrano completamente indipendenti da noi, sicuri in una loro logica di permanenza in cui noi non c'entriamo e che solo a fatica, e talvolta, riusciamo a modificare. Non so se abbia ragione, ma dice Ferraris che occorre tornare a una sorta di oggettivismo realistico. Fidarsi delle cose, mi verrebbe da tradurre.

E' quello che la gente fa, dice. E qui sta l'intuizione che mi ha colpito. Ce la caviamo, nella vita di tutti i giorni, usando un sapere molto approssimativo, fatto di credenze, abitudini, e luoghi comuni. Sebbene Cartesio abbia chiarito una volta per tutte cosa vuol dire certezza, noi ne facciamo volentieri a meno e ci muoviamo nella quotidianità convinti che scegliersi uno standard così alto di verità non sia affatto una buona idea, se quel che devi fare è vivere. Lasciamo volentieri alla scienza la pratica della certezza (riservandoci se mai di goderne i frutti) e nell'esperienza ordinaria ci regoliamo con parametri assai più morbidi. La ricerca della verità assoluta non sembra essere particolarmente utile per arrivare a sera, così la coltiviamo in zone protette ― la scienza, la filosofia, forse l'arte — ma non la usiamo quando si tratta di vivere. Così, ciò che la filosofia ha quasi sempre descritto come un unico interrogativo — che chances ha il soggetto di controllare l'oggettività? — finisce per trovare risposta nella scissione in due prassi distinte: l'esercizio della verità, da una parte, e la gestione della realtà, dall'altra; il sapere della scienza, da una parte, e il credere dettato dall'esperienza, dall'altra. Non è uno strabismo, questo è importante capirlo: è una sorta di pacifica schizofrenia. Cervelli a due velocità. Binari paralleli.

Naturalmente, mi affascina il secondo: quello del credere, parallelo a quello del sapere. Il sapere imperfetto che è il motore dell'esperienza. Il quasi-sapere superficiale ma quasi utile, come lo definisce Ferraris, con cui ci muoviamo tutti i giorni. Mi affascina perché ci vedo, finalmente, qualcosa che decifra bene il presente: che dà un nome a un apparente assurdo che tutti rileviamo. Ferraris ne dà un dettaglio ammirevole quando parla di taglia ecologica. L'arredo della nostra esperienza quotidiana — dice, con una bella espressione — è costituito da oggetti di taglia media: taglia ecologica, dice. Significa che non abbiamo a che fare con molecole o Quark (taglia minuscola), né con galassie o cicli geologici (taglia enorme): noi viviamo tra tavoli, laghi, matrimoni, e suoni tra i 20e i 16 mila Hz. Taglia ecologica. Perfino i problemi morali, sembra di capire, hanno per lo più una taglia ecologica: fare un bambino in provetta o non farlo. In questo arredo, l'uomo si muove, e il quasi-sapere superficiale ma utile sembra essere lo strumento su misura per cavarsela. Veloce, flessibile, leggero (virtù riassumibili in una parola che un tempo era considerata un insulto: superficialità). Uno strumento perfetto. Mi colpisce che un filosofo abbia potuto riconoscerne la legittimità, e ancor più che abbia cercato di immaginare un sistema in cui questo strumento leggero convive con lo strumento pesante della ricerca della verità: è poco più che un'intuizione, ma non è difficile vederci un cambio di gioco che potrebbe aiutarci a spiegare il pragmatismo celibe a cui da un po' sembriamo affidare gran parte delle nostre scelte.

Per la cronaca, va comunque aggiunto che il libro di Ferraris ha anche una seconda parte, che un tempo si sarebbe chiamata costruens. La genera un'intuizione che non saprei giudicare ma che volentieri riferisco: nel campo degli oggetti, una categoria tutta speciale è costituita da quelli che Ferraris chiama gli oggetti sociali. Una promessa, un debito, una recensione, un messaggio sul telefonino, un atto d' acquisto, un quadro e così via. Oggetti, sì, ma non della stessa specie della montagna o del capello: non esisterebbero se non esistessero almeno due soggetti che la suscitano, la registrano e in essa si incontrano. Atti iscritti, li chiama: registrarli, scriverli, farne un documento è il gesto che, per così dire, li crea. Usando una terminologia barbara, si potrebbe dire che hanno in sé, come una necessità, l'estensione ".doc". La rete di questi oggetti sociali, nota giustamente Ferraris, è immensa e, a ben pensarci, costituisce una parte assai significativa di ciò che chiamiamo esperienza. La cosa affascinante è che è generata chiaramente dai soggetti, ma poi diviene, si trasforma, secondo una logica che sembra piuttosto oggettiva: diventa realtà, fuori da noi. Comprendere la logica con cui quella rete si muove, il misterioso incrocio di spinte soggettive e movimenti oggettivi che ricrea in ogni istante quella sorta di "mondo.doc", significherebbe capire molto di ciò che accade, e, soprattutto, ci accade. E quello, argomenta Ferraris, sarebbe un bel compito per la filosofia: individuare gli oggetti sociali e comprenderne il funzionamento. Prendere sul serio la vertiginosa tendenza collettiva a produrre documenti e riconoscere che in quei sedimenti notarili crepita un certo spirito del tempo, se non lo spirito tout court. Parole impegnative, ma Ferraris le arrischia. Così che, alla fine, un'eventuale anima del mondo torna a coincidere con l'antica prodezza dello scrivere, o quanto meno trova albergo nel cavo di quella permanenza sapiente che è la scrittura. Verdetto singolare, se si tiene conto che dovremmo abitare una cosiddetta civiltà dell'immagine. E invece. Tutto ciò che è oggetto sociale è scrittura. Coerentemente alla profezia, splendida, pronunciata da Derrida quando ancora i telefoni servivano per parlare e non, come poi abbiamo scoperto, per leggere e scrivere.

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