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Come scrivere un best seller in 57 giorni

Come scrivere un best seller in 57 giorni
Come scrivere un best seller in 57 giorni
- disponibile anche in ebook - disponibile in streaming su
Edizione: 2009
Collana: Contromano
ISBN: 9788842091004
Argomenti: Narrazioni contemporanee
  • Pagine: 122
  • Prezzo: 9,50 Euro
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In breve

Quattro scarafaggi a Parigi, un best seller da scrivere, 57 giorni per portare a termine l’impresa. Ma le loro zampe sono troppo corte per tenere una penna.

– Dobbiamo scrivere un romanzo sentimentale, alla Via col vento, guerra di secessione e amori tormentati, soldati e corna. – Ambientiamolo nel medioevo, alcuni alieni rapiscono un gruppo di monaci, un romanzo di fantascienza retroattiva. – Io scriverei un western ambientato ai giorni nostri, dove i duelli con le pistole si svolgono a Wall Street, dopo un conflitto nucleare. Io avanzai l’ipotesi di un thriller con protagonista un anatomopatologo. Avevo sentito dire che gli anatomopatologi andavano per la maggiore nei best seller, anche se avrei avuto qualche problema a spiegare quale professione svolgessero di preciso...

Indice

1. Morosità – 2. La giovinezza non è mai servita a nessuno – 3. Un best seller! – 4. Tentativi a vuoto – 5. Cyrano de Bergerac – 6. Infarinatura e qualche grattacapo – 7. I primi 25 giorni – 8. Una settimana di pausa – 9. I secondi 25 giorni – 10. Dopo il best seller scritto in 57 giorni - Ringraziamenti

Leggi un brano


Sapevamo un sacco di cose sulla letteratura, ma niente o quasi sui best seller. Sapevamo che la letteratura americana era piena zeppa di ebrei lascivi. Nella letteratura sudamericana non si distinguevano i personaggi vivi da quelli morti. La vecchia Europa era ammalata di citazionismo e non amava i colpi di scena. Erano finiti i bei tempi in cui le donne dei romanzi francesi morivano improvvisamente di vaiolo, e gli uomini concludevano rovinosamente le loro scalate sociali (niente più Anna Coupeau e Georges Duroy!). Del misterioso Oriente sapevamo il minimo indispensabile: haiku, studentesse perverse e apologhi zen.

Ma i best seller? Probabilmente non ne avevamo letto neanche uno. E non si poteva di certo sperare nella libreria di Briac: sarebbe stato come cercare un ago nel pagliaio. Avevamo sentito dire che i best seller erano i libri ideali da leggere sotto l’ombrellone. Una definizione che la band trovò un po’ oscura, a dire la verità.– Da leggere dove?– Sotto l’ombrellone.– Sarebbe a dire?– In spiaggia.– Andiamo bene. A Parigi non c’è neppure il mare!

Guardai Paul compiacersi del suo sense of humour. Briac aveva appena finito di lavarsi, e nel vano doccia si era creato un piccolo ristagno saponoso che ci metteva allegria.– Datemi la vostra definizione di best seller.– Un libro idiota che risulta intelligente.– Un libro scritto così male da sembrare già un film.– Un libro che è stato scritto per vendere molto che vende molto e poi lo ristampano e vende ancora di più e tutti ne parlano perché ha venduto e dopo vende ancora un po’.

Ci mettemmo a ridere come pazzi e lasciammo che il piccolo gorgo d’acqua e sapone del vano doccia ci risucchiasse via. Riemersi dalle tubature, concordammo sul fatto che un best seller fosse un libro piacevole da leggere (a differenza dei libri che era piacevole dire di aver letto). Comunque la confusione imperava sovrana. Per fortuna le conversazioni in chat con Rossana diedero i primi frutti. Grazie a qualche domanda mirata, riuscimmo a ottenere una prima ricognizione sull’universo dei best seller. Ecco alcuni canovacci tipici: il diario in cui una nonnina moribonda rivela alla nipote che la sua famiglia è composta da degenerati responsabili di ogni abiezione, tipo aver brevettato la shoah; la partita a scacchi tra un poliziotto e un serial killer (il poliziotto è stato appena lasciato dalla moglie e il serial killer uccide perché ha subito un forte trauma nell’infanzia); uno zoppo e un’anoressica si amano perché si scoprono simili nelle loro apparentemente diverse storie di handicap, salvo poi scoprire che la vita è comunque tregenda e solitudine. Come si noterà, c’è sempre di mezzo l’infanzia, un segreto svelato e sentimentalismo a frotte (niente che il vecchio Peter Rizz non avesse previsto).

Era dunque questo che gli esseri umani si divertivano a leggere sotto l’ombrellone? Pareva proprio di sì. Ognuno di noi lanciava la sua proposta strampalata.– Dobbiamo scrivere un romanzo sentimentale, alla Via col vento, guerra di secessione e amori tormentati, soldati e corna.– Ambientiamolo nel medioevo, alcuni alieni rapiscono un gruppo di monaci, un romanzo di fantascienza retroattiva.– Io scriverei un western ambientato ai giorni nostri, dove i duelli con le pistole si svolgono a Wall Street, dopo un conflitto nucleare.

Io avanzai l’ipotesi di un thriller con protagonista un anatomopatologo. Avevo sentito dire che gli anatomopatologi andavano per la maggiore nei best seller, anche se avrei avuto qualche problema a spiegare quale professione svolgessero di preciso...Inutile nasconderlo, ci sentivamo come scolari a cui si erano dimenticati di mettere l’abbecedario in cartella.@ Cyrano: Non procedo.@ Rossana: Come mai?@ Cyrano: Non so da dove cominciare.@ Rossana: Comincia dall’inizio.@ Cyrano: Dammi la tua definizione di best seller.@ Rossana: Un libro che riescono a leggere quelli che di solito non leggono. Io, personalmente, è una vita che leggo solo quelli!

Recensioni

Massimiliano Parente su: Il Giornale (27/10/2009)


Non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace, e piacendo vende, o viceversa: non è bello ciò che piace ma è sempre bello ciò che vende.

Per esempio: i bestseller. In materia di libri fare le pulci alle classifiche di vendita ormai è impossibile, a nessuno frega qualcosa, dopo decenni di discussioni ci siamo stancati, e ormai sbadigliano anche le pulci. Tanto ciò che è in classifica oggi finirà su una bancarella domani, e ciò che resterà domani sono i capolavori degni di essere letti e riletti e studiati, che vendano o no, il resto è la storia dell'uovo oggi e della gallina domani. Il resto è la Storia, spietata, e quindi lasciamo credere a De Cataldo che la Recherche o L'uomo senza qualità siano libri per «puristi», vale a dire noiosi, tra vent'anni nessuno saprà più chi l'ha detto.

D'altra parte come il livello qualitativo del vendibile si sia abbassato a quanto neppure tre decenni fa era al massimo un Harmony o «paraletteratura» è evidente, e basta confrontare la complessità psicologica di feuilleton come Il conte di Montecristo, i sublimi romanzi di Dickens o di Balzac, con quanto passa il convento della fabbrica del bestseller, e tra non molto un Nobel non lo si negherà neppure alla Mazzantini. Di questa battaglia persa, piuttosto, ne fa un'analisi ironica Luca Ricci in un piccolo romanzo pubblicato da Laterza e intitolato furbescamente Come scrivere un bestseller in 57 giorni, dove un gruppetto di scarafaggi parigini con i nomi dei Beatles cerca di aiutare l'inquilino che li ospita a scrivere un bestseller, altrimenti sfratto per tutti.

Le istruzioni, disseminate in una trama zampettante si attagliano perfettamente ai cliché del vendibile, uno come Antonio D'Orrico le sottoscriverebbe una a una, c'e cascato anche Carofiglio, che firma la fascetta promozionale, deve aver preso i Beatles sul serio, in positivo.

Cos'è un bestseller? «Un libro che riescono a leggere quelli che di solito non leggono». Oppure: «Un libro idiota che risulta intelligente». Oppure: «Un libro scritto così male da sembrare un film». Meglio ancora: «Un libro che è stato scritto per vendere molto che vende molto e poi lo ristampano e vende ancora di più e tutti ne parlano perché ha venduto e dopo vende ancora un poco».

Lo stile deve essere sempre lo stesso, non deve creare disturbo al lettore, perché il lettore che legge bestseller, in quanto cliente, ha sempre ragione. L'offerta è sottoposta alla domanda, una volta si chiamava «orizzonte d'attesa», il lettore conta più dell'autore. Infatti di un bestseller, se letto, si ricorda la trama, raramente l'autore. D'altra parte se confezioni un Big Mac devi metterci dentro un Big Mac, e lo si mangia e lo si digerisce senza commentarlo. Michael Connelly o Jeffery Deaver, Clive Cussler o Tom Clancy, «fatta eccezione per qualche impalpabile differenza, sembravano scritti dalla stessa persona», e «l'assenza di stile» è fondamentale. Pertanto i personaggi saranno tanto più immortali quanto più stereotipati (di Madame Bovary non importa il bovarismo ma solo la nozione codificata di «adultera»), deve esserci molta emozione da scartare di pagina in pagina come una merendina o un Bacio Perugina (nei quali, giustamente, hanno arruolato Moccia), e molta finta riflessione («È importante far credere alla gente che stia riflettendo»).

Ciò che conta è far girare le pagine, e che «sotto la superficie non ci sia nient'altro che un'altra superficie». A riprova gli scarafaggi di Ricci mettono in fila gli incipit di Dan Brown, Stephen King, Patricia Cornwell, e in effetti sembra di leggere lo stesso libro, la stessa lingua standard, le stesse metafore prese nella cassetta degli attrezzi del mestiere di narratore di storie. D'altra parte, essendo caduta da tempo, sulle terze pagine italiane, la differenza tra letteratura e non letteratura, vigendo anzi una revanche del basso verso l'alto, e l'abolizione di ogni gerarchia estetica, si mandano i figli a scuola ma va di moda buttare giù i capolavori, fa chic: il postmodernismo inventato dalla critica, la critica usurpata dal giornalismo, il giornalismo sostituito dalla notiziabilità del libro, legittimano qualsiasi delegittimazione.

Leopardi è noioso e pessimista. Marcel Proust manca di sintesi. Hermann Bloch e Musil roba cervellotica da adolescenti invasati di metafisica, non sono paradossi, lo ha dichiarato quest'estate a Repubblica anche Alessandro Piperno, il Proust italiano di D'Orrico, il quale D'Orrico da maestro che supera l'allievo bolla come grafomania da foruncolosi adolescenziale perfino Joyce e Proust, in nome di Faletti. Sandra Petrignani, sulla mia pagina di Facebook, liquida Le benevole di Jonathan Littell come «una patacca», e così fecero da noi Orengo e D'Orrico, tanto chi ha più voglia di discutere, e su quali basi. In definitiva, cosa voleva dagli scarafaggi scrittori di Luca Ricci il pubblico dei non lettori? Farsi distrarre per qualche ora, «non pensare più alle rispettive esistenze, debolezze, smanie, fissazioni, rancori... Chiedevano un dirottamento a buon mercato». Le prescrizioni dei Beatles si adattano bene quasi a tutto ciò che funziona in libreria, non solo il genere esplicito ma anche il genere implicito, incluso il sentimentalismo edificante di Veltroni e Coelho, perché «i libri per adulti non dovrebbero essere molto diversi da quelli per bambini».

Certo, nel librino di Ricci non si prende in considerazione la moda della «realtà», che in Italia ha sempre maggior pubblico rispetto ai libri d'evasione, dove le categorie sono più palpabili e se non sono veriste sono realiste o al massimo neorealiste o postneorealiste, basta che l'old sembri sempre new. Altrimenti Gomorra, i romanzi «impegnati», i romanzi criminali che strizzano l'occhio all'attualità, i «New Italian Epic» insomma, non sapremmo dove metterli: non così profondi da essere opere d'arte, non così complessi da non essere superati dalla cronaca. Su quel fronte lo sapeva invece il sempre lungimirante Arbasino decenni fa, gira e rigira è sempre una questione di supposto verismo; dalla letteratura al giornalismo, da Fofi a Saviano, dai romanzi sul ministro della malavita alla romanzeria complottista di Wu Ming, dalla televisione ai «reality book», la minestrina ideologica della «realtà» è sempre la stessa: «Telefona continuamente il verismo. Muore dalla voglia di venire a ficcare il becco nel frigorifero e negli armadi e nei cassetti e soprattutto nel cesso: attratto dall'orribile sostanza, e non già dai libri negli scaffali. Ma per il "verismo il dottore non c'è"». Così come per il realismo «è tuttora in riunione». E quando c'era il neorealismo, si faceva rispondere: «Quello sta sempre a scopà».

Maria Serena Palieri su: L’Unità (30/10/2009)


In casa editrice ne parlano come dell'«anti-Firmino». Firmino, i milioni di lettori ben ricorderanno, era il topo che, in una stagione ricca di omaggi ai più disprezzati tra i mammiferi (era l'anno del disneyano Ratatouille), mangiando libri imparava a leggerli e, quindi, a proporli ai lettori del romanzo di Sam Savage, da noi edito da Einaudi. I protagonisti di Come scrivere un best seller in 57 giorni di Luca Ricci, uscito nella collana Contromano di Laterza si chiamano John, Paul, Ringo e George. E sono quattro scarafaggi. Scarafaggi veri, non «beetles» diventati Beatles. Gli scarafaggi, nella scala delle creature di dio per cui noi umani proviamo schifo, stanno più su o più giù dei topi? Decidete voi. Di certo questi quattro non coltivano alcuna sapienza, come Firmino faceva. Tirano a campare, in ambienti possibilmente lerci, dove si trovino briciole da mangiare e dove nessuno usi insetticidi. Quindi, rispetto al sapienziale Firmino, si collocano più in basso. E, se si trovano a trafficare in libri, è per puro bisogno. Perché il loro padrone di casa, Briac, è un aspirante romanziere al verde, prossimo allo sfratto. Briac ― siamo a Parigi, ma potremmo essere a Milano o Roma ― è l'autore di un insopportabile decalogo per «il racconto del XXI secolo», sostenitore di un'arte di un narcisismo ombelicale. E i quattro capiscono che se non vogliono essere sfrattati devono scriverglielo loro, il best-seller. Sicché il, come chiamarlo?, romanzo di Luca Ricci diventa, per bocca loro, una disamina di ciò che un best-seller è, e cosa non è. Giocata sulla falsariga dei Beatles veri, con la blatta John che s’innamora di una scarafaggina, ma teme che questo nel gruppo provochi «l'effetto Yoko Ono». Un libro che è uno spasso. E che riproduce i dibattiti più elevati (e soprattutto più fumosi) su Arte & Mercato. Dall'infimo concretissimo del tubo di scarico d'un bagno.

Giovanni Tesio su: tuttoLibri (14/11/2009)


Pamphlet, pamphlet. Evviva i pamphlet. Nella collana «Contromano» degli Editori Laterza, un invito di sicuro pertinente. Un libro che lancia i suoi strali al best seller, fingendo di dettarne le auree misure.

Lo ha scritto Luca Ricci, in dissimulata veste di «maledetto toscano», corredandolo della giusta antifrasi di un titolo da manuale, Come scrivere un bestseller in 57 giorni. Impresa ridicola, va da sé. Ma impresa di riuscita perfetta, che (ahimè) va da sé ancora di più. Sono infatti quattro blatte o scarafaggi (che portano non a caso i nomi dei Beatles) a tentare l'impresa impossibile per scongiurare lo sfratto a uno scrittore squattrinato dal nome (pseudoanagrammabile? ) di Briac, il quale abita una mansarda parigina, non si cura di blatte «blatteranti» e da sbrattare, pensa alla grama sorte del romanzo irriducibile alle leggi della mercanzia e del mercato, resistendo impotente a ogni consolazione. Saranno dunque proprio loro ― i nostri eroi ― a darsi dattorno per lui, e a scrivere in 57 giorni ― con tanto di agnizione salvifica ― il best seller che scongiurerà l'inevitabile.

Dentro l'esile traccia della sua trovata, Ricci ci dà dentro col divertimento, ma non trascura il gioco della leggibilità libellistica e illustra la sua idea di romanzo e di scrittura, da leggersi tutta in controcanto, nel pedale continuo dell'ironia distribuita a piene mani.

Tra Grandi Saggi che dicono banalità, rituali che trasudano ovvietà, ruoli vanagloriosi miranti ad eccentricità, la letteratura si riduce ― dal critico letterario pieno di ipocondria al regista teatrale pieno di underground ― a un vero e proprio caravanserraglio di mediocrità.

Non escludendo una recensione (come questa) che ― apparendo su un giornale ― non può che appartenere al capitolo «recensioni sui giornali, cioè pubblicità».

Francesco Longo su: il Riformista (28/11/2009)


Ci sono più mansarde parigine nelle pagine di letteratura, di quelle che si trovano realmente a Parigi. Il mito artistico e bohémien della città non smette di incarnarsi in ogni epoca, negli scrittori e nelle loro storie. Qualche anno fa Enrique Vila-Matas scrisse un romanzo intitolato Parigi non finisce mai (Feltrinelli, 2006) in cui il protagonista viveva nella mansarda di Marguerite Duras mentre provava a scrivere il suo primo romanzo. Oggi una mansarda parigina è teatro di una nuova versione del mito parigino. Luca Ricci ha scritto un libro inafferrabile che si intitola Come scrivere un best seller in 57 giorni (Laterza) i cui protagonisti sono quattro scarafaggi che vivono nelle tubature di un palazzo parigino e si mettono a scrivere un bestseller. Il loro coinquilino infatti, Briac, è un «giovane scrittore pieno di sé che scriverà un capolavoro prima o poi», e che intanto rischia di essere cacciato dalla casa in cui è in affitto. Gli scarafaggi cercano un modo per impedire lo sfratto che colpirebbe anche loro: l'unica soluzione sembra quella di scrivere un libro che possa vendere e avere successo.

Il mito di Parigi come città dell'ispirazione e della creatività è passato per tutte le epoche e per le ossessioni che implicavano: i caffé dove scrivevano e litigavano Ernest Hemingway e Francis Scott Fitzgerald, gli alberghetti di Baudelaire e Gautier, i vezzi dei poeti maledetti e degli artisti della rive gauche, Jean Paul Sartre e gli infiniti strascichi dell'esistenzialismo à-porter, i nugoli di eroi della beat generation americana sbarcati qui, la pasticceria di Proust, etc. Abbiamo letto queste storie ancora di recente in due libri: Il Beat Hotel di Barry Miles (Guanda, 2007), bellissimo testo sul periodo parigino di Gregory Corso, Allen Ginsberg, William Burroughs. E Quell'estate a Parigi di Morley Callaghan (Excelsior1881, 2009), su Joyce, Pound, Scott Fitz-gerald, Ford Madox Ford, Sylvia Beach e Ludwig Lewinshon.

Luca Ricci aggiorna il mito. L'epoca è cambiata, la letteratura è stata investita dal mercato. Parigi resta malinconica («Il cielo era perennemente bianco. Il bianco parigino è un colore a parte, se non lo avete mai visto non potete capire. È un bianco pallido che riesce a deprimerti più di un drappo funebre»), ma adesso è il momento di scrivere libri che vendano e che scalino le classifiche. Come scrivere un best seller in 57 giorni è un falso manuale di scrittura, molto divertente e intelligente, che mentre fa l'elogio della scrittura "per tutti" costruisce un testo elitario, pieno di allusioni e occhiolini di cui godranno di più gli eruditi (come il finto convegno "Quale critica letteraria dopo Harry Potter?"). Così in queste pagine, dalla voce degli scarafaggi esce un allarme per la sorte della letteratura: «Ecco allora che gli scrittori, novelli Don Chisciotte, lottavano contro i mulini a vento dell'intrattenimento tecnologico sfornando libri the somigliano sempre più a soap opera, reality show, videogame».

Zompettando sulla tastiera, i quattro scarafaggi (alla faccia del topo Firmino), e che si chiamano guarda caso John, Paul, Ringo e George, si mettono all'opera per scrivere il bestseller. Cinquanta giorni con una settimana di pausa in mezzo. Tra le trovate che si ricordano a libro chiuso ci sono sicuramente le definizioni che vengono date del bestseller: «Un libro idiota che risulta intelligente. Un libro scritto così male da sembrare già un film. Un libro che è stato scritto per vendere molto che vende molto e poi lo ristampano e vende ancora di più e tutti ne parlano perché ha venduto e dopo vende ancora un po'». La seconda metà del libro si occupa di Personaggi, Intreccio, Stile, Ambiente, Incipit e Finale. Ricci, acuto e sarcastico, gioca con gli incipit di Patricia Cornwell, Dan Brown, Stephen King. E poi caustico, circa i libri dei veri bestseller seriali, quelli di Michael Connelly, Jeffery Deaver, Clive Cussler, Tom Clancy dice che sembrano scritti da «un unico autore la cui cifra stilistica era, per l'appunto, l'assenza di stile».

Cristina Taglietti su: Il Corriere della Sera (27/12/2009)


L’anti-Firmino è uno scarafaggio. Anzi quattro, quattro esemplari di «Blatta orientalis» che si chiamano come i Beatles (John, Paul, Ringo e George) e vivono in una insopportabile Parigi dove «il quartiere latino fa troppo baccano, gli Champs Élysées sono un museo a cielo aperto, la Ile de la Cité pullula di arroganti, i giardini avrebbero bisogno di un giardiniere e i cimiteri di morti recenti». Qui i quattro si trascinano dallo scarico del lavandino al sottoscala opponendo idealmente alla sapienza di Firmino la filosofia del tirare a campare. Coinquilini, se così si può dire, di Briac, «giovane scrittore pieno di sé che scriverà un capolavoro prima o poi», i quattro rischiano lo sfratto (o meglio la disinfestazione) se lui non supererà l'orrore della pagina bianca. E quindi decidono di aiutarlo a scrivere un bestseller (il capolavoro può attendere), cosa non facile per loro, essendosi nutriti esclusivamente di letteratura alta.

Il libro di Luca Ricci diventa un vero e proprio manuale su Come scrivere un bestseller in 57 giorni, oltre che un gustoso trattato di tecniche narrative in pillole, di sintesi illuminanti dove si evince, per esempio, che la letteratura americana è piena di ebrei lascivi, in quella sudamericana non si distinguono i personaggi vivi da quelli morti, quella europea è malata di citazionismo e non ama i colpi di scena. Mentre, in sostanza, in un bestseller che si rispetti devono esserci l'infanzia, un segreto svelato e tanto sentimentalismo.

Ricci, già autore di racconti e dell'intenso La persecuzione del rigorista, si diverte a smontare i meccanismi dell'industria editoriale e a mostrare gli attrezzi dell'artigiano-scrittore. L'operazione è furbetta (Ricci per fortuna conosce anche l'autoironia) e il racconto-pamphlet rischia di diventare un bestseller, cioè «un libro che riescono a leggere anche quelli che di solito non leggono».

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