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Psicologia del male

Psicologia del male
Psicologia del male
pref. di P. Zimbardo
- disponibile anche in ebook - disponibile in streaming su
Edizione: 20175
Collana: Universale Laterza [896]
ISBN: 9788842089674
Argomenti: Psicologia sociale
  • Pagine: 144
  • Prezzo: 12,00 Euro
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In breve

Chiunque, in particolari circostanze, può infierire contro un altro essere umano: questo è quanto emerge dall’impressionante viaggio nelle profondità del male condotto da Piero Bocchiaro. Pagina dopo pagina, l’analisi avvincente e rigorosa offerta dall’autore annulla lo scarto (sicuramente confortante) tra ‘buoni’ e ‘cattivi’, mettendo fatalmente in crisi la tradizionale dicotomia Bene/Male.

Indice

Prefazione di Phil Zimbardo - Premessa - I. Il male e il potere della situazione - II. Quando l’obbedienza è distruttiva: il caso Eichmann - III. Inerti di fronte a un dramma: il delitto Genovese - IV. Anonimi in mezzo alla folla: la tragedia dell’Heysel - V. Uomini in contesti estremi: le torture di Abu Ghraib - VI. Il volto ordinario del male (e del bene)

Leggi un brano

«Salterò nella fossa ridendo... avere sulla coscienza la morte di cinque milioni di ebrei mi dà una soddisfazione enorme». Così avrebbe parlato Adolf Eichmann a uno dei suoi collaboratori quando, sul finire della seconda guerra mondiale, si rese conto della ormai inevitabile sconfitta tedesca. Al di fuori dell’ambiente nazista, fino al 1945 nessuno conosceva questo ufficiale delle SS. Il suo nome emerse per la prima volta durante il processo di Norimberga, diventando da subito sinonimo di orrore: Eichmann era infatti il responsabile delle operazioni di identificazione e trasporto degli ebrei verso i campi di concentramento. In altri termini, si occupava (con zelo) dello sterminio di un popolo. L’uomo fu arrestato nel 1960 a Buenos Aires – si era nascosto in Sud America sotto falso nome – con la pesantissima accusa di essere uno dei principali artefici della Shoah. Nel corso del processo, svoltosi l’anno dopo in Israele, questo «blocco di marmo» dichiarò in maniera ossessiva di aver solo obbedito a degli ordini. Suo malgrado, né I giudici né le persone in genere lo assolsero: per tutti si trattava di un individuo decisamente perverso.

Stanley Milgram non ne era convinto. Come psicologo sociale prediligeva l’analisi del contesto immediato a quella dei tratti di personalità, l’esterno all’interno, per cui si orientò da subito su una spiegazione che riportava la condotta di Eichmann a un’obbedienza cieca anziché a un’aberrazione disposizionale – stessa linea dell’accusato, insomma. Bisognava però verificare la validità di una tale ipotesi. Per farlo, lo psicologo americano ideò un paradigma sperimentale in cui gente comune, normale sotto ogni punto di vista, riceveva l’ordine di infliggere gravi sofferenze fisiche a uno sconosciuto. Il contesto era senza dubbio scomodo per i partecipanti – contrapponeva infatti, drammaticamente, una norma sociale («obbedisci all’autorità») a un precetto morale («non fare del male agli altri») –, ma avrebbe permesso a Milgram di saperne di più sui meccanismi dell’obbedienza e forse anche su Adolf Eichmann. Ecco cosa successe in laboratorio.

1. L’esperimento di Milgram

«Cerchiamo persone di sesso maschile tra i venti e i cinquanta anni per una ricerca sui processi di apprendimento e memoria. Per partecipare non è necessario avere speciali capacità, esperienze o titoli di studio. La ricerca, condotta presso l’Università di Yale, impegnerà ciascuna persona per circa un’ora e prevede un compenso di quattro dollari». Apparso in un giornale americano nel giugno del 1961, questo annuncio permise a Milgram di reclutare i quaranta protagonisti di uno studio che non riguardava in realtà i processi di memoria ma, come dicevamo prima, il fenomeno dell’obbedienza all’autorità – abbiamo già visto nel capitolo precedente che in psicologia è prassi nascondere il vero obiettivo ai partecipanti per evitare di condizionarne il comportamento.

Vorrei adesso che mi seguiste all’interno del laboratorio di Milgram per rivivere insieme una sessione del suo esperimento, quella del 7 agosto 1961. È una data speciale quella di oggi, poiché dopo mesi di preparativi e studi pilota si avvia ufficialmente un progetto di ricerca sul quale ci sono grandi aspettative da parte sia di Milgram sia della National Science Foundation, che lo ha finanziato con 25.000 dollari. La conduzione dell’esperimento è stata affidata a John Williams, un insegnante di biologia addestrato per l’occasione a interpretare il ruolo dello psicologo. Sediamoci dunque idealmente dietro lo specchio unidirezionale e osserviamo cosa accadrà da qui a poco. Il primo dei due partecipanti arriva come concordato alle sei del pomeriggio e dopo un breve scambio col dottor Williams riceve la somma promessa dall’annuncio – questi soldi, come da contratto, venivano dati ai soggetti per il solo fatto di essersi presentati in laboratorio. L’altra persona arriva leggermente in ritardo. Si chiama Wallace, dice di essere venuto anche lui per l’esperimento ma non è così: l’uomo è un collaboratore del dottor Williams chiamato a fare la «vittima». In breve, dunque, al centro di questo palcoscenico troviamo due attori (il dottor Williams e Wallace) e un partecipante del tutto ignaro di ciò che sta succedendo.

Williams, camice grigio, apre con una breve introduzione sui processi di apprendimento e memoria, quindi informa i partecipanti che per testare l’efficacia della punizione sull’apprendimento è necessario assegnare il ruolo di insegnante e quello di allievo. L’atteggiamento professionale mostrato dal dottore non induce a pensare a una manipolazione del sorteggio, operazione invece indispensabile per far sì che la parte di allievo-vittima tocchi a Wallace. Dalla nostra postazione osserviamo ora i tre spostarsi nella stanza accanto: qui il dottore lega i polsi dell’allievo ai braccioli di una sedia «per evitare movimenti eccessivi quando riceverà le scosse elettriche»; sul braccio sinistro gli applica poi un gel antiustioni e un elettrodo collegato a un generatore di corrente. L’allievo appare disorientato, l’insegnante lo è davvero: l’annuncio non parlava di scosse... decide però di fidarsi del dottore, che in quel contesto rappresenta l’esperto.

L’insegnante dovrà far imparare all’allievo venticinque coppie di parole, punendone gli errori con shock di intensità crescente. Per familiarizzare col generatore, Williams lo invita a tornare nella stanza di prima. Trenta levette, altrettante indicazioni di voltaggio, relais e spie varie. Il tutto in un’apparecchiatura rettangolare larga poco più di 1 metro. All’insegnante viene data una scossa di prova – 45 volt – così da convincerlo definitivamente che lì dentro si fa sul serio. Nei fatti non è così: il generatore è finto e la scarica è stata prodotta da una batteria posta al suo interno.

Si inizia. Osservato da Williams, l’insegnante legge al microfono la lista che ha davanti a sé (ragazza-blu, inchiostro-verde ecc.), quindi ripropone all’allievo la prima parola (ragazza) seguita da quattro opzioni (erba, cappello, blu, ragazzo). Wallace risponde dall’altra stanza premendo uno degli interruttori posti sul ripiano. «Sbagliato. Devo darle la scossa da 15 volt», e giù la prima levetta. Non visti, lo scrutiamo dalla nostra postazione: l’insegnante è un uomo tra i quarantacinque e i cinquanta anni, elegante nel vestire, concentrato sul compito da svolgere.

Si continua, ma l’allievo sbaglia ripetutamente (fornisce in media una risposta corretta su tre). Il nostro insegnante guarda rapido il dottore per assicurarsi che tutto stia procedendo come dovrebbe. È importante notare a questo proposito che le caratteristiche dello scenario sperimentale ideato da Milgram – novità e isolamento dal mondo esterno – impediscono all’insegnante di utilizzare l’esperienza pregressa o il confronto sociale per trarre indicazioni rispetto alle modalità comportamentali più opportune in un simile contesto; ne consegue che Williams diventa l’unica fonte di informazione su cui regolare la condotta.

Com’è prevedibile, l’insegnante viene esortato a proseguire. Alla scossa da 300 volt l’allievo sa che deve reagire urlando di dolore e battendo violentemente i pugni contro il muro. L’insegnante si alza allarmato, ma un cenno del dottor Williams basta a farlo risedere e ricordargli che deve fidarsi; alla domanda successiva, non ricevendo feedback dall’allievo, si gira in cerca di sostegno, ma trova solo un chiarimento tecnico: trascorsi 10 secondi, dice Williams, la mancata risposta equivale a un errore. «Sì, ma continuando così rischiamo di ucciderlo...». «L’esperimento richiede che lei continui». Altra scossa, allora, e altre grida. La tensione aumenta dopo i 330 volt, quando l’allievo, seguendo lo schema predefinito di reazioni, non urla né protesta più. L’insegnante si porta la mano in fronte. «È assolutamente necessario che vada avanti», incalza Williams. L’uomo esita a lungo davanti al generatore prima di decidersi a procedere col compito; da adesso fino alla fine, come in trance, si limiterà a leggere parole e somministrare scariche elettriche. Da dietro lo specchio la scena ci appare decisamente surreale, specialmente se consideriamo che già da un po’ l’allievo non reagisce più. Dopo la scossa da 450 volt, la trentesima, il dottor Williams dichiara concluso l’esperimento.

Alcune settimane prima di iniziare lo studio, Milgram aveva descritto il progetto ad alcuni studenti di psicologia chiedendo loro di predire il comportamento di cento ipotetici americani tra i venti e i cinquanta anni, di vario status socio-economico, cui fosse stato ordinato di infliggere delle scosse a un’altra persona. Gli studenti risposero unanimemente che solo una minoranza sarebbe andata avanti fino alla fine. Pareri simili giunsero da un gruppo di psichiatri, secondo i quali solo individui affetti da disturbi mentali avrebbero abbassato l’ultima levetta del generatore. Tutti questi intervistati consideravano evidentemente gli esseri umani poco inclini alla malvagità o comunque in grado di reagire a un ordine ingiusto.

E voi cosa ne pensate? Se credete che la maggioranza dei partecipanti abbandonò il laboratorio prima di iniziare, vi sbagliate: tutti inflissero le scosse elettriche alla vittima. Peggio, tutti proseguirono fino alla scossa numero venti (quella da 300 volt) e, in totale, il 65 per cento andò avanti fino alla fine. Simili risultati sono stati ottenuti in vari paesi del mondo, Italia compresa. Questi numeri sorprendono se si pensa che nessuno era costretto con la forza a eseguire gli ordini dell’autorità né avrebbe rischiato qualcosa opponendosi ad essa. Ma sorprendono soprattutto perché contraddicono apertamente il precetto morale secondo cui non bisogna fare del male agli altri. Cercansi allora spiegazioni, e in fretta.

Recensioni

Christian Stocchi su: Gazzetta di Parma (13/01/2011)

"Psicologia del male": il malvagio che è in noi

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