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Il naso intelligente

Il naso intelligente
Il naso intelligente
Che cosa ci dicono gli odori
con ill.
- disponibile anche in ebook
Edizione: 20163
Collana: Universale Laterza [893]
ISBN: 9788842089001
Argomenti: Linguistica e semiotica, Scienze: storia e saggi
  • Pagine: 220
  • Prezzo: 12,00 Euro
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In breve

Siamo i soli animali capaci di comporre gli odori per creare un profumo, di apprezzarne le qualità estetiche e di descrivere a parole gli aromi di un vino o di una pietanza. Eppure, distratti da una mentalità visivo-acustica, abbiamo relegato l’olfatto tra i sensi ‘minori’. Rosalia Cavalieri svela come e quanto gli odori influenzino i nostri comportamenti e come, per noi umani, l’atto dell’annusare implichi un vero e proprio processo di conoscenza.

Leggi un brano


Meno noti di quelli uditivi e visivi, i deficit olfattivi non godono di grande attenzione e spesso la loro esistenza è ignorata persino da coloro che ne soffrono. Come accade per gli altri sensi, anche le turbe dell’olfatto possono andare da una diminuzione dell’acutezza fino alla perdita totale. Tuttavia, nascere privi dell’odorato, cioè anosmici, è un’evenienza piuttosto rara se paragonata ai casi di sordità e di cecità congenite. E se la sordità e la cecità hanno una dimensione sociale, di drammaticità, legata alle difficoltà di comunicazione con l’esterno causate dall’isolamento sensoriale, l’anosmia è piuttosto una patologia che agisce soprattutto sul vissuto personale: perdere il piacere olfattivo, infatti, non ha conseguenze sociali ma prevalentemente soggettive.

In genere i disturbi olfattivi sopraggiungono nel corso della vita e possono avere un’origine periferica o un’origine centrale. Se la perdita non è bilaterale e completa è anche possibile non rendersi conto di avere un deficit dell’odorato. Chi ne è affetto non può deliziarsi di odori piacevoli, non si accorge se un cibo è avariato (incorrendo in intossicazioni alimentari), perde il piacere di gustare gli alimenti (il gusto è prevalentemente il risultato della stimolazione del nervo olfattivo), non sente se qualcosa sta bruciando o se c’è una fuga di gas. Costretto a vivere in un mondo inodore e insapore ed esposto a numerosi pericoli, perde in parte il gusto e il piacere della vita, la possibilità di godere del profumo della persona amata e del sapore dei cibi e dei vini. Per contro, nei casi di ipersensibilità olfattiva il soggetto può provare fastidio e accusare grande malessere per gli odori più comuni (dai detersivi ai gas di scarico delle vetture, al legno dei mobili, agli odori da cucina, a tutti i profumi penetranti), percepiti in modo eccessivo al punto da risultare talora insopportabili. Ma, al di là dell’aspetto clinico, più di tutto ci preme sottolineare il significato e l’incidenza esistenziale di questa perdita sensoriale. Sebbene le persone con turbe olfattive non vengano riconosciute invalide, la qualità della loro vita diminuisce notevolmente, e non solo nell’ambito alimentare. Non è difficile pertanto che i disturbi olfattivi, influenzando negativamente l’amore per la vita, causino ansia, perdita d’appetito, depressione – oltre a prostrazione fisica, cefalea, nausea e vertigini –, disturbi insomma di natura neuro e psicologica, e soprattutto un calo generale dell’élan vital. Non a caso, nel trattamento di pazienti con problemi di odorato si ritiene indispensabile un supporto psicoterapico ed è frequente il ricorso a terapie farmacologiche antistress e antidepressive. [...]

Se il più delle volte non badiamo alle nostre sensazioni olfattive e alla loro influenza sui rapporti interpersonali, sui ricordi, sulla nostra vita emotiva e sessuale e sul nostro comportamento alimentare, i resoconti patologici ci fanno capire quanto esse diano colore alla nostra esistenza. Quanto la rendano più ricca e complessa, quanto la salvaguardino, informandoci sulla nocività di cibi o di luoghi e orientando le nostre attrazioni e repulsioni. Chi ha perduto il piacere di annusare afferma di avere una vita vuota, senza senso, dove i piaceri sensoriali (inclusi quelli sessuali) si attenuano o addirittura svaniscono. Senza l’olfatto tutto diventa monotono e anonimo e diminuisce l’interesse stesso per la vita, una consapevolezza che può venire solo dalla sua perdita: non si può più sentire l’intenso aroma del caffè o il sapore dolce delle arance, «qualcosa di così scontato che quando perdiamo questi sensi ci sembra quasi di non saper più respirare» – afferma una donna divenuta improvvisamente anosmica in seguito a un’allergia. E recuperare queste sensazioni è come «vivere la scena del Mago di Oz in cui il mondo, fino a quel momento in bianco e nero, diventa in technicolor», accorgersi di sentire di nuovo «il gusto di ogni boccone» e il profumo del compagno (citato in Ackerman 1990: 43-45). L’acuto e struggente senso di perdita provocato da un’anosmia e il desiderio di recuperare l’universo degli aromi nel quale siamo talmente immersi da non prestarvi attenzione cosciente trapelano dalle parole di un paziente preso in cura da Sacks, un uomo perspicace e di talento che dell’olfatto non si era mai curato:

"Di solito uno non ci pensa. Ma quando lo persi, fu come se fossi diventato di colpo cieco. La vita perse molto del suo sapore [...] non ci si rende conto di quanto il ‘sapore’ sia in realtà olfatto. Si odora la gente, si odorano i libri, si odora la città, si odora la primavera, forse non in modo consapevole, ma come uno sfondo ricco e inconscio che sta dietro a ogni cosa. D’improvviso tutto il mio mondo s’impoverì radicalmente" (Sacks 1985: 213).

Ma il desiderio di recuperare quelle pennellate di colore che i ricordi olfattivi danno alla nostra vita può scatenare lo sviluppo di una spiccata immaginazione olfattiva, la capacità cioè di rievocare la sensazione di un odore che non si riesce più a percepire in presenza della situazione che lo scatena. Il paziente di Sacks – come accade per esempio ai sordi postlinguistici che avvertono i ‘suoni fantasma’ leggendo i movimenti delle labbra dell’interlocutore – qualche mese dopo l’incidente, nonostante l’anosmia totale, affermava di sentire l’aroma del caffè e quello della sua pipa con un’intensità tale da illudersi che fossero reali: una forma di compensazione sensoriale che consente al soggetto di ‘annusare con la memoria’.

Recensioni

Marco Mazzeo su: Il Manifesto (14/06/2009)


Il trattamento degli odori in epoca capitalistica vive di una morale doppia. Per un verso, la ricerca contemporanea insiste nel tratteggiare una immagine stereotipata: sarebbe un senso animale e grezzo, luogo misterioso di affinità elettive e attrazioni sessuali. Per un altro, quello dei deodoranti e profumi è un mercato florido e di avanguardia (qualche mese fa in Italia il settore profumo e cosmetica cresceva dell'1,2% nonostante l'affacciarsi della crisi) nel quale l'industria chimica si mescola con la sensibilità artigianale di pochi eletti, i maestri profumieri. Come in una foto segnaletica, il naso umano mostra oggi due profili. Quello sinistro vive di fascino e timore: per mezzo degli odori vivrebbe l'animale che è in noi, un istinto sessuale insaziabile e poligamico, ma anche una pulsionalità oscena il cui solo nome fa tremare. Qualunque bambino dicendo «cacca» si mette a ridere, perché avverte di riproporre sulla scena un dato rimosso ma quotidiano. Il profilo destro è rappresentato invece da una industria pulita e rassicurante, popolare e di lusso: il prodotto che «fa sparire gli odori, non li copre» alla Nicole Kidman che accende i sogni con Chanel N. 5.

Questa duplicità vive grazie a una vulgata endemica ma non per questo banale, corroborata da figure di primo piano. Sia Darwin che Freud, due pilastri della nostra visione del mondo, sono concordi nel suggerire che l'atrofia dell'olfatto umano sarebbe il prezzo da pagare per l’origine della specie e la sua civiltà. A questo proposito, il libro di Rosalia Cavalieri, Il naso intelligente. Che cosa ci dicono gli odori (Laterza) è molto utile per avere un quadro limpido e aggiornato dello stato attuale della ricerca sul senso umano meno conosciuto e più controverso. L'impresa è ardua. Dopo il conferimento del premio Nobel nel 2004 a due ricercatori che hanno dedicato buona parte della loro vita scientifica all'olfatto (gli statunitensi Richard Axel e Linda Buck), lo studio di questa modalità di senso ha ricevuto il più incoraggiante degli impulsi, ma ciò non vuol dire che i luoghi comuni siano scomparsi. Per ottenere un risultato del genere sarebbe servito, più che il premio, la prima invenzione di Alfred Nobel, la dinamite. Il naso intelligente lo certifica: la ricerca contemporanea continua a procedere in modo vagamente schizofrenico. Da un lato, è chiara una cosa: una peculiarità del senso olfattivo umano è la sua radicale variabilità individuale. Sottoposti alla stessa concentrazione di una sostanza, nasi diversi danno risposte differenti. Alcuni rilevano subito la presenza dell'odore, mentre per altri serve una concentrazione della sostanza quattrocento volte superiore. Si tratta di una variabilità che non riguarda abitudini percettive o diversità di affinamento olfattivo poiché coinvolge un dato biologico crudo, cioè le soglie sensoriali fisiologiche raggiunte le quali le narici rispondono all'odore. I nostri nasi sono talmente diversi tra loro che è difficile dire quale sia la norma e quale la devianza. Dall'altro lato, però, la psicologia sperimentale continua tenacemente a effettuare esperimenti sulle capacità di riconoscimento degli odori lavorando su gruppi di soggetti standardizzati in modo implicito: occidentali adulti che vivono in un ambiente olfattivo molto specifico, quello tardocapitalistico. Poiché le nostre prestazioni olfattive sono davvero scarse (riconosciamo a stento odori comunissimi come il caffé o il cocco, li descriviamo malamente e non sappiamo spesso dare loro un nome), il risultato sembra sconfortante.

L'olfatto sarebbe un senso scarsamente verbale, refrattario alle parole, ai processi immaginativi e alle variazioni culturali perché, ecco di nuovo il ritornello, senso arcaico e istintuale. Per correggere lo strabismo che affligge la ricerca contemporanea, Il naso intelligente propone un primo correttivo, la rassegna concisa e chiara di una serie di dati che appartengono a una branca dell'antropologia culturale che dagli anni '90 in poi ha trovato il proprio identikit teorico nella dicitura «antropologia sensoriale». L'obiettivo è combattere l'idea che l'essere umano sia biologicamente un animale visivo e riscoprire modalità di vita tipicamente umane ma legate a modalità sensoriali di solito considerate minori. Quella dei Desana, ad esempio, è una popolazione della foresta amazzonica colombiana che letteralmente vive del proprio naso: l'identificazione delle prede da cacciare, l'individuazione di una tribù nemica, l'orientamento nel folto della vegetazione avvengono grazie agli odori. Ma, ricorda Cavalieri, non è necessario ricorrere a un caso che, lontano nello spazio, rischia di risultare esotico. Basta tornare in casa nostra e leggere i diari di Helen Keller, la prima sordo-cieca che nel '900 riesce ad accedere a una adeguata scolarizzazione e non essere rinchiusa in un istituto. Anche il suo mondo ha una intelaiatura olfattiva in grado di sconfessare la rigidità di luoghi comuni radicati: Helen sogna odori, immagina odori, parla di odori, vive anche grazie a profumi e puzze che le consentono di individuare chi le si trova di fronte. Di certo, il libro lo sottolinea, gli interrogativi non mancano: non è chiaro su quale base sia possibile classificare gli odori, non si conosce il numero delle entità olfattive che il naso umano è in grado di discriminare, buona parte della fisiologia e della neurologia dell'olfatto rimane ancora nell'ombra. Ma è altrettanto certo che solo ricucendo la spaccatura tra ricerca scientifica di base e produzione industriale di profumi e aromi (dell'eau de toilette e del detersivo, ma fatta anche di marketing sensoriale e sommelier) sarà possibile avere risposte che non scambino l'atteggiamento del nostro mondo verso gli odori (che definisce muti e, allo stesso tempo, vende) per una descrizione del loro valore per la specie umana.

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