Password dimenticata?

Registrazione

Home > Catalogo > Schede > Neuroestetica

Neuroestetica

Neuroestetica
Neuroestetica
L'arte del cervello
- disponibile anche in ebook
Edizione: 20122
Collana: Universale Laterza [892]
ISBN: 9788842088998
Argomenti: Estetica: storia e saggi
  • Pagine: 208
  • Prezzo: 12,00 Euro
  • Acquista

In breve

Dove si incontrano l’anima e il corpo, l’arte e l’emozione? Una nuova disciplina, all’incrocio tra scienza e filosofia, prova a rispondere unendo i saperi tradizionali e le sofisticate tecnologie delle neuroscienze: la neuro estetica si propone di comprendere insieme le opere e il cervello, le forme artistiche e le risposte viscerali, e afferma che l’uomo è plastico e metaforico perché il corpo non è la tomba bensì la culla dell’anima. Si inaugura così una preziosa linea di indagine candidata a riassorbire l’infelice separazione tra cultura e natura.

Indice

1. Lavori in corso - 2. Neurocritica dell’arte: dalle lesioni all’opera - 3. Neuroestetica: leggi, corpi e fantasmi - 4. Neurostoria dell’arte: lo storico artista - 5. Il corpo invisibile dell’immagine - 6. Il cervello artista: i neuroni specchio - 7. Lavori al bivio - Note - Bibliografia - Sitografia - Indice dei nomi

Leggi un brano

Gli studi che appartengono all’ambito della neurocritica dell’arte ricalcano la strategia di indagine dell’anamnesi medica, metodo che contraddistingue la ricerca di molti neuroscienziati. Il loro primo «paziente» storico è Phineas Gage. Era il 1848: caposquadra capace, Gage deve far saltare una roccia che blocca la posa dei binari ferroviari e, con una barra di ferro lunga 110 cm e larga 3, vi pigia dentro polvere da sparo; la polvere si incendia e spara fuori la barra che gli trapassa il cranio, il quale oggi è un cimelio conservato al museo della Harvard Medical School.

Gage rimase vigile e guarì due mesi dopo; si muoveva in modo appropriato e parlava senza difficoltà, tuttavia aveva cambiato carattere, diventando insolente e incivile da collaborativo e posato che era. Risultava inoltre incapace di pianificare il futuro e di comportarsi in modo conseguente ai propri progetti. Questo dicono le testimonianze dell’epoca le quali – insieme ai referti medici recuperati – lasciano supporre che la barra abbia colpito la regione ventromediana del lobo frontale del suo cervello, il cui danno proverebbe a sua volta l’interconnessione tra emozione e ragionamento. L’uso di una simile raccolta di dati è analogo a quello del medico che ci visita: serve per la diagnosi. Che cosa accade però se le testimonianze sono opere e al posto del paziente si trova un artista?

Il rapporto tra il corpo dell’artista e lo stile dell’opera, tra la salute dell’uno e la perspicuità dell’altra è questione antica. Vasari racconta di come da giovane Tiziano fosse «sanissimo e fortunato», tanto che sarebbe stato meglio se nei suoi ultimi anni «non avesse lavorato se non per passatempo, per non scemarsi, coll’opere manco buone, la riputazione guadagnatasi negli anni migliori, e quando la natura per la sua declinazione non tendeva all’imperfetto». Emblema del cambiamento è il Cristo incoronato di spine del 1570, poco prima della morte nel 1576, replica a una trentina d’anni di distanza dell’Incoronazione di spine del 1542-44. Il primo lavoro condivide con il più tardo lo schema dell’immagine, ma se lì le figure sono scultoree e nitide, tanto che si distingue chiaramente la maglia del soldato, nel secondo il corpo si dissolve nel colore, e la pennellata è meno definita: Tiziano centenario aveva la vista debole.

Recensioni

Federico Ercole su: Alias (13/06/2009)


L'atto fisico e metafisico della connessione, che implica che gli oggetti da connettere siano a priori connettibili, è uno dei grandi aneliti di scienziati e filosofi del nuovo secolo e di quello trascorso. L'unione di ciò che è disgiunto, se si legge in chiave evoluzionistica, con una suggestione di De Chardin e di Star Trek, è la realizzazione definitiva di tutti gli esseri, le cose e i concetti in Uno. Ovvero ciò che più si avvicina ad un idea scientifica di Dio, inteso come qualcosa di possibile a posteriori, qualcosa che si evolverà dalle connessioni di più evoluzioni.

Sebbene ogni separazione possa ricucirsi, anche solo per caso o entropia, gli sforzi e le «reveries» dell'essere umano per partecipare attivamente alla realizzazione dell'evento di riunione, soprattutto quando gli oggetti da unire sono idee, sono assai simili, per una corrispondenza romantica, al desideiro che muove donne e uomini verso altre stelle e pianeti: sono una leva «evolutiva» per una specie senziente o le «funi sospese sull'abisso che separa l'uomo dall'oltreuomo».

Trovare la misura che renda commensurabile la scepsi tra scienza e arte, affinché con la creazione di un linguaggio nuovo e comune ad entrambe la «frattura» tra trivio e quadrivio si ricomponga, è un obiettivo importante della neuroestetica secondo Chiara Cappelletto, nel suo libro Neuroestetica, l'arte del cervello (editori Laterza), una storiografia di questa disciplina novella molto intensa, a tratti goethiana per la tensione (intesa come «streben») verso la prefigurazione «di un secondo rinascimento in cui arte e scienza collaborino nuovamente, e per un mondo più umano». Più umano, conclude Chiara Cappelletto e viene subito da aggiungere «che umano», perché è proprio nella connessione tra diverse tipologie di sapere che nel cervello si verifica quella specie di Big Bang che lo porta ad espandersi, a creare una ruota e poi un'astronave, un flauto di bambù e poi un pianoforte a coda. Da Homo di Neanderthal a Homo Sapiens.

La neuroestetica (il termine è di Semir Zeki, un neurologo, ed è stato coniato nel 1999) è una disciplina suggestiva perché un po' come la fantascienza nella letteratura e nel cinema miscela, in questo caso rigorosamente, accenti umanistici e toni scientifici e fenomenologici in un insieme linguistico affascinante, seduttivo come un alieno di Ganimede con l'aspetto di Marilyn Monroe o James Dean, come un'astronave proveniente da un'altra galassia ma che avesse la forma del Taj Mahal o un'equazione che risuona come un trio di Schubert. Cucire lo strappo tra concetti è un'attività rapsodica il cui risultato può essere la negazione stessa di rapsodia, perché ogni «cucitura» si perde nell'insieme definitivamente unito, risultante infine armonioso. «La neuroestetica pensa quindi ad una conformazione di mente, corpo e ambiente sotto la nozione di plasticità cerebrale, ed è senz'altro una delle linee di indagine più interessante», scrive Cappelletto.

Le galassie neuronali sono ampie e complesse, non diversamente da quelle dell'oceano stellare oltre la Via Lattea. Ci sono diverse tipologie di neuroni e nei primi anni novanta un gruppo di scienziati dell'Università di Parma (Giacomo Rizzolatti, Vittorio Gallese, Leonardo Fogassi, Luciano Fadiga) scoprirono ― quasi casualmente, precisa Cappelletto ― l'esistenza di neuroni «speciali» chiamati successivamente «neuroni specchio» che sarebbero alla base «della cognizione, dell'intenzione, dell'azione e della rappresentazione», una scoperta fondamentale per la psicologia «come il Dna per la biologia», aggiunge l'autrice citando Vilayanur S. Ramachandran e la sua teoria neurologica dell'esperienza estetica.

Tramite i neuroni specchio (lo specchio riflette tutto, tranne i vampiri, oppure sono i nostri neuroni specchio a non vederli nello specchio...) l'essere umano reagisce dunque all'arte e rispondendovi neurobiologicamente crea una rappresentazione dell'oggetto artistico che diventa, come nell'estetica kantiana, il vero e proprio obiettivo di un'indagine e di una critica estetica: «non l'oggetto artistico, ma la sua rappresentazione da parte del soggetto».

Sono dunque questi neuroni che ci fanno fremere lo stomaco mentre su una pellicola una donna viene inseguita ferita e urlante da una creatura infernale pronta ad accoltellarla, che ci smuovono le lacrime mentre Brunhilde brucia, che ci fanno venire le vertigini quando facciamo saltare Supermario con il Wiimote oltre un baratro abissale o che ci eccitano davanti ad un buon porno. Un meccanismo neurale empatico che coglie gesti e situazioni e codifica i sentimenti, gli oggetti e le azioni di un quadro, di un film, di un'opera teatrale, creando nel cervello e in tutto il resto del corpo che vi risponde una reazione che non è mimetica dell'oggetto percepito, ma diviene l'unica e soggettiva realtà che il fruitore percepisce, come se a vedere fosse prima il cervello e poi gli occhi.

Le teorie della neuroestetica potrebbero inoltre essere una notevole chiave di lettura per ciò che avviene quando si interagisce con una qualsiasi rappresentazione di una realtà virtuale ( «l'arte è la realtà virtuale della natura», scrive Ramachandran).

Secondo Ramachandran di fronte ad azioni complesse (nei videogame ce ne sono molte, quasi tutte sono complesse: salvare la galassia dallo sfacelo, infiltrarsi in una base nemica armati solo di pistola stordente, eliminare a colpi di katana d'osso un Tigrex o restituire tutti i soldi a Tom Nook il procione parlante...) si illuminano, o si «inluiano», gli stessi neuroni che si attivano quando si compiono le azioni complesse corrispondenti. Ma l'azione, secondo lo scienziato, è sempre solo simulata, quindi la dispersione di energia e il conseguente sforzo fisico ed emotivo sono molto ridotti.

Questo potrebbe spiegare perché Nintendo prima, poi Microsoft, con l'impressionante Project Natal per Xbox 360 (una sorta di telecamera che scannerizza il corpo dei giocatori e lo renderizza in tempo reale durante il gioco, riproducendo ogni movimento) e Sony stiano tentando di amplificare sempre di più il coinvolgimento fisico nei videogiochi, creando sistemi che utilizzino tutto il corpo del giocatore. «Il nostro stesso corpo è un fantasma che il cervello ha temporaneamente creato per mera convenieza», ha scritto Ramachandran e i neuroni specchio potrebbero dunque reagire a priori del realismo dell'interazione, anzi l'eccesiva partecipazione dei muscoli potrebbe trasformare l'estetica in atletica.

Così questi universi circoscritti nel cranio, composti di migliaia di neuroni specchio riflettono le luci e le tenebre delle opere d'arte e d'ingegno mentre sguazzano dentro una gelatinosa materia celebrale e ci comunicano, un po' come un saggio cavaliere Jedi prima dell'impero galattico, che «il corpo non è dunque cosa organica ma esperienza orientata di una corporeità vissuta. Il corpo è un mondo di possibilità circoscritte dalla pelle».

comments powered by Disqus

Catalogo

Ricerca

Ricerca avanzata

Segui il podcast anche su iTunes

Edizione:
Collana:
ISBN:
Argomenti:

copia il codice seguente e incollalo nel tuo blog o sito web:

torna su