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La vicevita

La vicevita
La vicevita
Treni e viaggi in treno
- disponibile anche in ebook
Edizione: 2009
Collana: Contromano
ISBN: 9788842088837
Argomenti: Narrazioni contemporanee
  • Pagine: 112
  • Prezzo: 9,00 Euro
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In breve

Ma come si fa a viaggiare in treno?

Quanto tempo ho trascorso sui treni! E a fare cosa, poi? A spostarmi. Ma per spostarsi non serve la vita: basta la vicevita. Questa, perciò, è una vice-autobiografia, dove il passato appare sub specie ferroviaria.

Leggi un brano


Per quanto non appartenga al ramo, ho più di un titolo per parlare di treni. Io, per esempio, ho dormito nelle fisarmoniche fra due vagoni, quegli strani pontili, quei ponti sospesi e snodati, con gomma o stoffa nera a fare da parete, come nei soffietti delle vecchie macchine fotografiche. Viaggiavamo di notte, su convogli stipati, senza cuccetta, senza nemmeno il posto. A volte si dormiva nei corridoi, finché una volta ci dovemmo arrendere, e ci accomodammo sul passaggio pensile.

La giovinezza è un fenomeno notturno. Il giorno, tutto sommato, cambia poco; a volte, anzi, migliora. Ma le tenebre, il buio protozoico dei diciannove anni... Acque abissali, dieci, quindici ore di un sonno agonico. Smarrimento, smarrimento. E dunque cosa cambia, dormire dentro un letto o sopra una lastra d’acciaio, a picco sui binari, in un rombo, uno scasso a centoventi all’ora? Io dormivo così: ero il sogno del treno.

Recensioni

Andrea Cortellessa su: tuttoLibri (14/03/2009)


Quello che ogni giorno un pendolare passa sul treno è un tempo morto: come si usa dire con esattezza brutale quanto inapparente. Scrive Valerio Magrelli nella sua deliziosa Vicevita fresca di stampa (che si aggiunge, volutamente senza mai citarla, all'imponente letteratura «a vapore» qui sotto riassunta): «La nostra vita pullula di queste attività strumentali e vicarie, nel corso delle quali, più che vivere, aspettiamo di vivere [...]. Sono i momenti in cui facciamo da veicolo a noi stessi. È ciò che chiamerei: la vicevita». Una vita a metà (o una «mezza morte», appunto, per dirla con Savinio).

Quello in treno, per chi se ne serve tutti i giorni, nulla conserva del timore o dell'eccitazione del «viaggio» d'antan: è un circuito che si ripete noiosamente sempreuguale nonché, purtroppo, semprediverso: costellato com'è di microdisagi, microincidenti, microdisavventure di tutti i tipi. Ogni giorno ce ne capita una: sino a lentissimamente disintegrarci. Per difendersi da questo bradisismo corporeo e nervoso, i pendolari adottano gli stratagemmi più fantasiosi; ma l'entropia sottile che corrode la loro vita, proprio come la lima del poeta, presto o tardi li riduce in polvere. Lo sapeva Kafka: fanno più spavento mille punture di zanzara che un colpo di sciabola.

Nel tempo in cui il treno simboleggiava l'irruzione ― traumatica, euforizzante, spesso le due cose insieme della sciabola-modernità nella nostra vita, ciò che si vedeva dal finestrino era in grado di trasformare radicalmente le categorie di tempo e spazio. In una lettera alla moglie scriveva Victor Hugo nel 1837: «La velocità è inaudita. I fiori ai bordi del campo non sono più dei fiori, sono invece delle macchie o meglio dei raggi rossi o bianchi». Quella velocità «inaudita» non doveva in realtà superare, allora, i cinquanta all'ora; ma bastava, come si vede, a prefigurare Monet o Kandinskij.

Si pensi poi al terrore destato negli spettatori da una delle primissime riprese cinematografiche dei fratelli Lumière (appunto L'arrivo del treno,1896). Trauma per eccellenza, sino a circa mezzo secolo fa, l'Incidente ferroviario. Non che non se ne verifichino più, ma l'Incidente per antonomasia è da tempo divenuto quello aereo (col rilancio spettacolare dell'11 settembre).

In treno avvenivano svolte radicali: s'intrecciavano affari, amicizie e amori, complotti, delitti e misfatti. Si pensi all'immaginario cinematografico, da Von Sternberg a Hitchcock. Oggi invece il treno è, al limite, protesi dell'ufficio. Del primo Mission: Impossibile di De Palma resta nella memoria la scena in cui la spia smanettona (l'icastico nero Ving Rhames) ordisce il «colpo» dal cablatissimo laptop che ha portato con sé sull'Alta Velocità in cui, nel frattempo, ne succedono di tutti i colori.

Ancora sino al capo d'opera del «nouveau roman», La modificazione di Michel Butor, nel percorso da Parigi a Roma il tempo bastava per un cambiamento, appunto, di portata radicale. Oggi invece la pratica che abbiamo del treno lo fa assomigliare sempre più ai trenini giocattolo dell'infanzia, legati a un circuito sempreuguale (un «orbitare domestico», lo definisce Magrelli). Il che non toglie che, forse per la memoria culturale e letteraria che si porta dietro (basti pensare alla Shòah, della quale il treno piombato è divenuto emblema), esso porti in questa annoiata quotidianità una sfumatura perturbante e quasi minacciosa, come in un quadro di René Magritte (La durée poignardée, 1938): nel quale dal camino di un innocuo interno borghese all'improvviso spunta un piccolo treno che tuttavia, fumando, dimostra di non essere affatto un giocattolo.

Per questo in treno comunque si presta attenzione: ai nostri compagni di viaggio o, specchiandoci nel finestrino, a noi stessi. Oggi però, annota Magrelli, col diffondersi del modello Eurostar, sta sparendo un luogo antico (e letterariamente assai connotato, appunto) come lo scompartimento: mediante il quale «per molto tempo, il treno è stato il solo mezzo di trasporto che [...] favorisse il coagularsi di piccole comunità nate dal caso».

Il treno era ― e tale resta, appunto, solo nelle linee periferiche usate dai pendolari ― luogo deputato agli incontri. Fuggevoli, magari decisivi. Il momento in cui un gruppo di pendolari sale sulla carrozza dalla quale ne scende un altro viene fotografato da Magrelli, nella sua prosa più lirica, ungarettianamente: «Loro si avviano, noi li sostituiamo, in un mesto commercio di respiri».

Commuters, si dice in inglese. La vita, quella, non cambia più. Al limite si scambia: che è dire quasi il contrario.

Antonella Barina su: Il Venerdì di Repubblica (27/03/2009)


«Chi sta in treno è segno che vuole andare da qualche parte, e lo fa sempre e solo in vista di qualcos'altro» scrive Valerio Magrelli, uno dei nostri migliori poeti. E così, seduti in carrozza, «più che vivere, aspettiamo di vivere, o per meglio dire, viviamo in attesa di altro». Insomma, quella su rotaie, per chi non fa parte del personale viaggiante, «è ciò che chiamerei: la vicevita».

Ma se quella vita vicaria suscita pensieri, ricordi, immagini che la decifrano e le danno un senso, allora si riesce a recuperare quella parte di vera vita che il treno si era portato via. Come fa Magrelli nella sua nuova, affascinante raccolta di scritti in prosa: La vicevita. Treni e viaggi in treno, edito da Laterza. Un po' racconto di sé («vice-autobiografia» la definisce lui); un po' teatro antropologico, che ha nel cast i personaggi incontrati su rotaie e dintorni; un po' storia politica d'Italia, nelle cicatrici della stazione di Bologna ferita dall'attentato; un po' memoria dell'ignominia collettiva, nella presenza spettrale dei vagoni piombati... Collante: il treno in tutti i suoi significati. Insolito stimolo alla riflessione nell'era della fretta: dell'alta velocità.

«A un tratto mi sono reso conto che la mia vita gira da sempre intorno alla ferrovia» spiega Magrelli, viaggiatore tenace da studente (prima dei voli low cost) e da docente di Letteratura francese fuori sede. «E intorno alla parola treno si sono cristallizzate osservazioni rimaste sospese». Ricordi di viaggi, di mete mancate, di ansie in corsa, di volti in transito, di finestrini che riflettono le nostre fragilità...

Paolo Mauri su: La Repubblica (28/03/2009)


Frammenti di memoria. Di un poeta. Di un poeta che viaggia in treno e vive il treno (spesso) come incubo. Ma chi è che viaggia? Il corpo innanzitutto: chiuso in uno scompartimento caldo, segregato in un treno sbagliato senza poter scendere, o in una cuccetta assegnata da un controllore minaccioso: si chiuda a chiave, impone. Valerio Magrelli aveva già dedicato un libro all'indagine sul corpo (il proprio) e sulle malattie che lo assediano (Nel condominio di carne). Ora racconta del corpo in viaggio mentre la testa (il pensiero) cerca riparo altrove. In una lettura, in una avventura. In una temporanea divagazione. Ne esce l' insolito diario, come dice il titolo, di una "vicevita": una vita dimidiata, la vita di un temporaneo prigioniero. «Viaggiare per lavoro ogni settimana, alle volte diventa insopportabile. Ma quel mattino successe qualcosa di imprevisto, un'inconsulta rivolta del corpo». Il corpo, in buona sostanza, si rifiuta di prendere il treno o almeno tergiversa. Lo sdoppiamento è prezioso: è un po' come se Magrelli vedesse se stesso dal di fuori. Emergono ricordi vicini e lontanissimi. Episodi stralunati. Come l'equivoco che lo porta con due amici in casa di presunti conoscenti di un terzo amico comune. Restano due giorni poi scoprono che non è vero niente, il filo sottile che li legava si spezza d'improvviso. E tutto avviene tra un treno e l'altro.

Un altro episodio emerge dai remotissimi anni Settanta: l'autore e altri due amici stanno traslocando a Parigi e hanno deciso di spedire per ferrovia (il mezzo più economico) le loro numerose masserizie. Alla Gare de Lyon uno dei tre va a telefonare a casa e tarda a tornare. Inquietudine dei due rimasti a far la guardia ai troppi bagagli. Finalmente eccolo: buone notizie, dice, la Lazio ha vinto! Nient'altro? Ah, sì. Hanno ammazzato Pasolini. Era novembre, chiosa l'autore. Pasolini avrebbe apprezzato la leggerezza di un pischello che pensa solo alla squadra del cuore.

«Il treno, ha scritto il poeta, è una chiusura lampo che fila sui binari». Magrelli ci regala molte citazioni (questa è di Zeichen). Ma i nomi stanno alla fine, per non disturbare, diciamo così, i viaggiatori. In ogni caso, e dichiaratamente, Magrelli ha evitato di evocare l'immensa letteratura che parla di treni e ferrovie. Fa uno strappo per Valery Larbaud, il poeta che si lamenta della propria eccessiva ricchezza e canta i treni di lusso sui quali, dietro le porte laccate dormono i milionari. Il treno può essere un piccolo paradiso, ma per Magrelli è diventato un inferno. E se le pupille a forza di guardare dal finestrino subissero, come qualcuno dice, danni irreparabili? A questo punto ogni lettore può chiudere per prudenza gli occhi e pensare ai treni, presi o perduti, che corrono nella notte. Il libro è aperto.

Francesco De Core su: Il Mattino (01/05/2009)


Soltanto un paese che ha memoria flebile può credere che i treni siano esclusivamente sofisticati giocattoli ad alta tecnologia, giganteschi missili sparati in ciò che resta delle campagne d'Italia per divorare chilometri e velocità, tubi d'acciaio senza storie e senza carne. Siamo (anzi, eravamo) una repubblica interclassista fondata sul treno e sui plichi degli orari ferroviari, antichi sudoku, papiri di rotte disparate: siamo l'Italia dei lenti rettili notturni che scarica(va)no facce di creta bruciate al sole, giovani speranze e valigie di cartone da sud a nord; delle lucertole prealpine o di pianura che quotidianamente hanno caricato le vite del popolo, un fiume anonimo e brulicante, il filo di ferro che ha retto una economia sempre rabberciata con dignità e pazienza, nella costanza e nella rabbia. Il treno non è solo Tav o Eurostar, bello e comodo ma poeticamente sterile; non è solo quell'unico scompartimento aperto alle solitudini dei cellulari che trillano in una geografia di cuffiette, computer portatili, babeliche voci che si sovrappongono e non dialogano. Non c'è più nessuno che parla con il proprio vicino mentre troppo in fretta si srotola il paesaggio per poterlo afferrare, disciplinare all'occhio: la rapidità brucia lo sguardo, nulla resta, tutto passa, e una terra vale l'altra, la periferia è una secchiata di cemento come un'altra. Il prezzo da pagare alla contemporaneità è anche questo, va soddisfatta l'ansia acerba di velocità che è in noi e al di là di noi. La notte, in treno, è più buia che fuori, sa di pece e nostalgia, tanto che il giorno ― come ha raccontato Pietro Marcello nel suo documentario Il passaggio della linea (premiato a Venezia) ― ha tratto di ingenuità e timidezza, sembra quasi non voler disturbare, sorprende con una luce che pulsa con discrezione persino tra la nebbia di plastica dei campi, assorbendo esistenze in transito, versi bambini che si fanno rantolo adulto nello stesso scompartimento. Ma il treno è anche cruda bellezza, segno d'identità, misura di sé e dell'altro; il treno è anche racconto, a nostra immagine e somiglianza: l'Italia delle contrade e dei campanili, che è poi l'Italia delle stazioncine liberty, dei capistazione, delle panchine straziate da amori sbiaditi, del mare color del vino che intravedi tra una spaccata di monti, Italia di macerie e rovine, di recuperi e abbandoni. Nulla è precluso alla colata di rotaie che si estende come lo scarabocchio di un bambino inquieto e dispettoso.

[...]

Sul filo del ricordo, e quindi dell'emozione sedimentata, ma anche dell'osservazione che oscilla tra lo sguardo esperto e quello marcovaldiano, si muove Valerio Magrelli nel suo La vicevita (Laterza). Le maglie delle visioni aritmiche sono larghe; tanto che gli appunti sono continui itinerari che connettono ciò che è lontano agli inciampi della quotidianità. Prose come «scintille sparse del treno in corsa»: così il «commercio di respiri dei pendolari d'inverno» si apparenta a una annedotica che non è retorica letteraria ma purtroppo (e spesso) disagio e indignazione. C'è dunque una vita ulteriore che si forma nel ventre della vita, una vicevita ― ovvero il moto del passaggio, essenza appunto del pendolarismo ― che ha molti sapori e molte visioni, che si nutre di vagoni bloccati dalla neve, di cuccette, di aria rovente d'estate, di tecnologici wc e di un grande estinto, il vagone-ristorante arancione; e ancora di silenzi e mazzi di carte, di topi e suicidi, di un orologio ― quello della stazione di Bologna ― che è monumento alla memoria civile. In quel cosmo (né micro né macro, ma così fedele al resto quotidiano che riempie le nostre giornate) il poeta ha ricavato un passato «sub specie ferroviaria»: fatto di oggetti e rivelazioni che il tempo non sbriciola.

Marco Belpoliti su: L’Espresso (16/07/2009)


Un poeta viaggia da una vita sui treni. Treni del passato, da ragazzo ― in Italia, in Francia ― e del presente, da adulto ― è professore fuori sede ― e poi anche da lettore ― i poeti e gli scrittori che parlano di treni con versi e riflessioni.

La cadenza della prosa di Valerio Magrelli somiglia strettamente alla sua poesia: ponderata, colta, smaliziata, attenta al gioco di parole. Magrelli scrive sempre sulla punta delle sue parole: ogni frase è acuminata, e trapassa chi legge, ma anche chi l'ha pronunciata. C'è una sorta di malinconia di fondo in questo bellissimo "La vicevita. Treni e viaggi in treno" (Laterza), uno scetticismo, e insieme una passione, che prende la forma della dimidazione, del taglio a metà.

Il titolo è esplicativo: viviamo una vita "vice"; non da Capo, ma appunto da Vice. Noi siamo i vicari di noi stessi, ci suggerisce Magrelli, che come il Visconte dimezzato di Calvino fa parlare la propria metà dell'altra metà, quella che non c'è o che non potrà mai esserci; la parte che non manca di mancare.

Noi tutti ― il poeta è il nostro vice anche in questo caso ― non siamo, come si diceva negli anni Sessanta, alienati, bensì dimezzati. Viviamo delle vite a metà: che non si realizzano mai interamente, oppure che non saranno mai intere.

La conoscenza ― e la coscienza ― crea il difetto, così che Magrelli, gran testa d'intellettuale e poeta, capisce tutto, o quasi, eppure qualcosa gli manca: vivere l'intero.

E i treni? I treni sono la perfetta metafora di questa vita a metà. Vanno da un posto all'altro, ma non sono mai un vero "posto". Sono il provvisorio. Meglio: un interstizio. Magrelli è il gran poeta degli interstizi ferroviari.

Stefano Colangelo su: left (24/07/2009)


Esistono libri che servono / a svelare altri libri, / ma scrivere in genere è nascondere, / sottrarre alla realtà qualcosa / di cui sentirà la mancanza»: è l’inizio di una poesia di Valerio Magrelli, una delle prime del libro d’esordio, Ora serrata retinae, 1980. Poesia del detrarre, del sottrarre: un modo per liberare il discorso dai sedimenti troppo spessi, dagli appoggi malsicuri, dalle porte cieche. Fare una casa con il linguaggio, limare gli intonaci, livellare le superfici e le aperture: lo sguardo dell’«io» di Ora serrata retinae metteva ordine tra gli oggetti sparsi dai grandi viaggi degli anni Settanta, i percorsi accesi dalla speranza che più lontano si arrivava, più il mondo sarebbe stato amico. Sul materiale di quei viaggi Magrelli usava allora, con perizia sorprendente, una specie di poetica del segno meno, che moltiplicato per se stesso poteva produrre, tuttavia, un più, una soluzione inaspettata, una piccola apertura dell’immaginario. Non era, allora, un richiamo all’ordine: se mai, l’emergenza di corrispondenze tra cose lontane, reali solo perché viste in un certo modo, perché sottratte alla mancanza di luce, o perché scelte in una sovrabbondanza di oggetti, di fenomeni disparati; reali, insomma, perché organizzate da uno sguardo.C’è una poesia di quel libro, che torna oggi in un ricordo d’autore: accenna a due studentesse che in treno, l’una accanto all’altra, «s’inclinano col sonno nella testa / stordite dal riposo». E chiude, con una diversione metaforica che è quasi una firma, in quegli anni, per Magrelli «sono animali al pascolo». Tutto il guardare, il fissare, il bianco della cornea e quello della pagina, l’ordine delle cose, la loro prospettiva: tutto era portato a cogliere il salto del confine tra la veglia e il sonno, lo sfuggire della mente a se stessa, l’essere accolti in un rifugio dove l’ordine è imposto da fuori, preso a prestito da un mondo che non si può conoscere. Forse è per questo che la poesia delle due studentesse si rilegge, autocommentata, nel Magrelli di oggi, quello della Vicevita. Treni e viaggi in treno, edito da Laterza nella collana “Contromano”. Parole che tornano, dopo anni, sulla stessa analisi calma dello sguardo e del sonno, sullo stesso segno meno applicato alla realtà per diventare un più; e tornano per riflettere, stavolta, su qualcosa che c’era sempre stato, anche se nessuno, forse nemmeno l’autore degli anni Ottanta, avrebbe potuto rendersene conto: «Quel vibrare, quel dolce franare molecolare cui il treno sottopone il nostro organismo, quello smottamento interiore, quell’incessante tremore di un mondo lanciato sui binari, non è forse la più compiuta rappresentazione della culla?».Il treno è ora la cornice esplicita, lo spazio-tempo che racchiude i motivi della poesia di Magrelli: l’occhio, il ritmo dell’esistenza animale, la lutta con il sonno, la schiavitù di una meta predestinata e il desiderio di un’altra meta, sconosciuta. Il treno si abita, si aspetta, si subisce, si perde, si saluta e si guarda andare via in prosa, non in versi. La sua cadenza è cosi monotona e imperiosa da poter diventare impulso battente, tocco di metronomo, iperpoesia, in certo modo: «ta-tàm / ta-tàm / ta -tàm / ta-tàm. Era lei e mi chiamava, anzi, era lui, era il Giambo, quell’ossessiva cadenza di breve-lunga che va dalla poesia greca fino a Shakespeare, passando per la Divina Commedia [...]». Ora invece l’«io» fa da tramite, nel passaggio di intercomunicazione tra una vita verbale e una vita meccanica, proprio là dove l’etica ferroviaria proibisce di sostare. E il tempo passato in treno, la Vicevita, appunto, è il tempo trascorso ad aspettare di vivere, a congiungere il «ta-tàm / ta-tàm» del treno con il flusso della scrittura.Ci vuole prosa, dunque, perché innanzitutto il treno è una scatola di racconti da ritrovare nella memoria, e da riscrivere quando tutto è cambiato, e niente più ripassa sugli stessi binari. La prima sezione del libro, Infanzia del treno, è piena di ricordi tenui di famiglia, di vecchie filastrocche sul partire e l’arrivare, di viaggi nei dintorni di una Roma adolescenziale. Ma senza nostalgie: «Obliteriamolo, questo passato, obliteriamolo come un biglietto, anzi, per dirla tutta, come un “titolo di viaggio”. E cosi sia». La seconda si intitola Solitudini, come un grande libro di Antonio Machado la cui prima poesia era dedicata a un viaggiatore e alla sua vecchiaia. Proprio qui il treno torna ad accogliere il sonno delle due studentesse, con i versi del libro d’esordio, e include l’autore in un circuito di rimandi letterari che solo l’ultima pagina rivelerà. L’«io» si rilegge, mentre dai treni cominciano a sparire gli scompartimenti, e ogni segnale meccanico anche un orologio o uno stridore di freno ricorda quanto il viaggiatore possa diventare passivo, inerte, assuefatto alla gabbia del viaggio. In una pagina di autocommento, stavolta a partire da una poesia delle Didascalie per la lettura di un giornale (1999), intitolata Economia, si resta agghiacciati dal paragone tra la sfilza di titoli azionari impazziti del Dow Jones e i vagoni piombati che hanno segnato il destino verso i campi: «Davanti alle pure cifre, tatuate sulle merci o sulla pelle, inutile parlare».E il monito è secco, inevitabilmente proiettato sulla terza sezione, Una comunità ferroviaria, dove, per andare fino in fondo, «resta sempre l’immagine dei vagoni blindati», pieni di noi che rimaniamo come bestie, come vittime che nessun segno meno può sottrarre alla lista. Qui ci sono anche i treni che sembravano essere scappati dalla storia, e che ora invece fanno risentire l’urlo più forte: l’omicidio di Pasolini, la crepa nella stazione di Bologna. Come hanno potuto? E chi, e perché? Nessuno sguardo può rispondere più, neanche quello delle pupille impazzite che puntando fuori dal finestrino tentano di stare dietro alla velocità del paesaggio in movimento. La vicevita, l’ultima sezione, è aperta da questa immagine, che è un segnale di riconoscimento ai lettori, un occhio letterario che ridisegna le citazioni e le dispone come collane, come convogli. Ci sono libri che servono a svelare altri libri, e ci sono vite che solamente da un viaggio in treno, da un frammento di vicevita, possono essere svelate.

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