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La corruzione in Italia

La corruzione in Italia
La corruzione in Italia
Percezione sociale e controllo penale
pref. di V. Grevi
Edizione: 20084
Collana: Libri del Tempo [407]
ISBN: 9788842083863
Argomenti: Attualità politica ed economica, Diritto positivo, Saggistica politica
  • Pagine: 392
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In breve

In che misura è affiorata la corruzione; in quali regioni è emersa di più; quale può essere lo scarto tra criminalità registrata e sommersa; come si colloca la situazione italiana nel panorama mondiale; con quale efficacia ha reagito il sistema; quante condanne definitive sono seguite alle inchieste; qual è stata la severità media delle sanzioni concretamente applicate. Il fenomeno della corruzione italiana in cifre, tra gli anni Ottanta e oggi, in un bilancio inedito e sorprendente.

Indice

Prefazione. Fenomeno corruttivo e contesto sociale di Vittorio Grevi - Premessa – Introduzione - I. L’entità della corruzione scoperta: l’andamento delle denunce e delle condanne - II. La corruzione in Italia: dislocazione geografica del fenomeno - III. La reazione delle agenzie del controllo formale: tra «cifra nera» e «processi di selezione» - IV. «Excursus» sull’attività di contrasto alla corruzione tra il 1983 e il 2002: riforme e controriforme del sistema penale-processuale - V. La risposta sanzionatoria alla corruzione - Conclusioni - Appendici - Bibliografia - Indice delle figure e delle tabelle - Indice analitico

Leggi un brano

In relazione a Tangentopoli e alle inchieste Mani Pulite, Domenico Pulitanò descriveva, alla fine del 1996, un fenomeno rimasto, a tutt’oggi, sostanzialmente immutato:"È in corso nel nostro paese [...] un aspro dibattito attorno a temi e problemi fondamentali per l’assetto ed il funzionamento del sistema penale. Nel teatro dei mass media si sentono spesso recite strumentali ad interessi di parte, nelle quali i fatti sono deformati, e i temi della giustizia degradati a strumento di pressione e (forse) merce di scambio nel mercato politico. Le voci dell’analisi critica, che intendano sottrarsi a logiche di schieramento, stentano a trovare spazio.Esigenza prioritaria, e compito oggi ineludibile per la dottrina giuridica, mi sembra il cercare di ricostruire le condizioni di un dialogo razionale e non strumentale, che sappia mettere a fuoco, dietro gli eventi della cronaca quotidiana, gli elementi davvero rilevanti per il disegno istituzionale e per un corretto funzionamento di istituzioni di giustizia."L’affresco di fondo nel quale si inscriveva, già nel 1996 e perciò a breve distanza dagli eventi citati, il dibattito sulle inchieste che portarono alla luce il malaffare eretto a «sistema» nella politica, nella pubblica amministrazione, nelle imprese e nei partiti, nonché sul ruolo (vero o presunto) di «supplenza giudiziaria», di fatto non è cambiato nemmeno a più di dieci anni dalla fine di Mani Pulite.Molto spesso le chiavi interpretative proposte, sollecitate o più semplicemente amplificate dai media, essendo ispirate o finalizzate alla battaglia politica, hanno offuscato o comunque relegato sullo sfondo le questioni più propriamente giuridiche, peraltro fondamentali sia nella comprensione della portata di Tangentopoli sia nella valutazione degli esiti di Mani Pulite.È anche per questo che molti nodi problematici relativi a Mani Pulite e alla sua effettività/efficacia, al di là delle questioni squisitamente giuridiche affrontate, in chiave interpretativa o di politica criminale, nella letteratura scientifica specialistica, sono rimasti irrisolti, lasciando che l’emergenza criminale legata alla corruzione – una delle tante nel nostro ordinamento, che ha conosciuto altri periodi contrassegnati dall’emergenza, dovuta, solo per citare i fenomeni più macroscopici, alla criminalità di stampo mafioso o al terrorismo – fosse riletta nell’ottica delle logiche di schieramento anziché come un fenomeno criminologico e giuridico da conoscere empiricamente nella dimensione quantitativa e da studiare tanto nei meccanismi strutturali quanto nelle dinamiche evolutive.In che misura è affiorata la corruzione? Quale può essere lo scarto fra criminalità registrata e criminalità sommersa? In quali regioni la corruzione è emersa di più? Come si colloca la corruzione italiana nel panorama mondiale? Con quale efficacia ha reagito il sistema? Quante condanne definitive sono seguite alle inchieste? Qual è stata la severità media delle sanzioni concretamente irrogate?Questi sono alcuni degli interrogativi che ci hanno spinto a intraprendere una ricerca di tipo empirico – pur tra le molte difficoltà tipiche di un paese in cui non c’è una tradizione consolidata in tal senso – sul fenomeno della corruzione in Italia e, segnatamente, sulla reazione delle agenzie del controllo formale (forze di polizia e magistratura). Interrogativi, a nostro avviso tra i più cruciali, ai quali abbiamo cercato di dare una risposta nel presente volume, scegliendo di far parlare soprattutto le cifre (e cioè i dati disponibili sulle denunce, sulle condanne e sulla loro distribuzione geografica, sui riti processuali utilizzati, sulla quantità e qualità delle sanzioni irrogate, sulle percentuali delle sentenze concretamente eseguite).L’intento è stato quello di comprendere un fenomeno e la sua evoluzione, facendo percepire la molteplicità delle interrelazioni, le semplici correlazioni e i rapporti di causalità diretta fra eventi anche lontani e apparentemente indipendenti dallo specifico oggetto di indagine.

Recensioni

Leo Sisti su: L’Espresso (11/10/2007)

C'era una volta la lotta alla corruzione. Lotta dura simboleggiata da Mani pulite. Lotta che ha sconvolto l’Italia della politica e dell’impresa nella metà degli anni Novanta. Memorabile l’immagine di quell’industriale che usciva dal carcere milanese di San Vittore, borsa Vuitton in alto, simbolo di ricchezza e del suo potere. Aveva resisitito poche ore alle manette. E già una confessione-fiume sulle mazzette da lui girate a questo o quell’uomo politico. Purchè si aprissero dietro di lui le porte della prigione, in vista del processo. Ma, dopo le sentenze, quanti corruttori o corrotti hanno veramente pagato? Quanti gironi infernali hanno dovuto attrversare prima di riavere la libertà definitiva? La sensazione che pochissimi fossero gli sfortunati era diffusa. Ora c’è la certezza.La legge non è uguale per tuttiNell'arco di vent'anni, dal 1983 al 2002, compreso quindi il periodo di Tangentopoli, solo il 2 per cento ha scontato pene in carcere, mentre il 98 per cento l’ha fatta franca. O perché è scattata la sospensione condizionale (sotto i due anni) o perché sono state riconosciute misure alternative (servizi sociali: tra due e tre anni). E soprattutto perché nell’87 per cento dei casi la sentenza è stata mite: sempre meno di due anni. Sono cifre rese pubbliche da una ricerca condotta dall’ex pm Piercamillo Davigo, uno dei protagonisti di Mani Pulite ora giudice di Cassazione, e Grazia Mannozzi, docente di diritto penale all'Università dell'Insubria (Como e Varese). Ricerca riversata nel libro "La corruzione in Italia", editore Laterza, in libreria dal 5 ottobre. Due anni per un lavoro tutto sui numeri, tratti dal Casellario giudiziale centrale. Una miniera di dati che inizialmente dovevano dar vita a una smilza analisi destinata a una rivista specializzata di diritto. Ne è venuto fuori invece un volume di 373 pagine, ricco di grafici e tabelle. Dentro, un inedito censimento sulle tangenti "made in Italy".Con risultati choc. Ad esempio, solo due condanne a Reggio Calabria (in vent'anni!). Ancora. Nessuno riesce a immaginare che la Finlandia, il paese più "virtuoso" in Europa, secondo le statistiche di Transparency International, possa registrare condanne per corruzione quasi uguali a quelle dell'Italia. Che invece, sempre secondo Transparency International (classifiche elaborate sulla base di indici di "percezione"), è al penultimo posto, davanti al fanalino di coda Grecia, la più corrotta. Strano. Forse il Casellario ha dimenticato di censire parte della documentazione? Difficile, anzi impossibile. La realtà è un'altra. Mentre una parte della vecchia classe politica della Prima Repubblica, dal Psi di Bettino Craxi alla Dc di Arnaldo Forlani, cadeva sotto i colpi delle procure più attive (pochissime, come si vedrà), un'altra parte studiava come creare degli "anticorpi". Gli "anticorpi" sono solo le manovre sfociate nel cosiddetto "giusto processo". Ovvero nelle modifiche di alcune norme della Costituzione (articolo 111), e del codice penale. Cardine della riforma: l'obbligo, per gli imprenditori che hanno versato tangenti, di ripetere in fase di dibattimento quanto avevano messo a verbale durante la fase delle indagini. Non è più sufficiente che il pm presenti in aula il testo delle dichiarazioni rese in precedenza. Insomma prima della riforma tutto questo bastava perché l'imprenditore negoziasse il patteggiamento e potesse abbandonare i tribunali il più presto possibile. Dopo avrebbe dovuto tornare nelle stesse aule e rievocare spiacevoli episodi della propria vita, tutti da dimenticare. Ma quando mai... Di colpo, un nuovo scenario si affaccia nelle corti di giustizia: chi dovrebbe aprire la bocca additando i corrotti fa invece scena muta. Grazie al giusto processo e alle sue innovazioni vengono azzerate le prove. Morale: tante belle assoluzioni. E non è tutto. Nella prefazione al libro di Davigo e Mannozzi, Vittorio Grevi, professore di procedura penale a Pavia, scrive: «I risultati concreti dell'attività investigativa (...) sono stati inferiori alle attese, a causa dell'ampiezza della "cifra grigia" dei fatti criminosi scoperti e accertati, ma non sanzionati da condanna definitiva, molto spesso per via della prematura scadenza dei termini di prescrizione». A proposito di risultati. I due autori bacchettano i corpi di polizia che «tendono a privilegiare l'attività di sicurezza pubblica rispetto a quella di polizia giudiziaria», ossia trascurano le indagini delle procure. Per questo annotano: «Non riteniamo di poter correlare alla (loro) attività la massiccia emersione della corruzione negli anni '92-94 ». A buon intenditor...Geopolitica delle mazzetteUn'altra delle sorprese che balzano all'occhio leggendo "La corruzione in Italia" riguarda la distribuzione del sistema mazzettaro sul territorio: «Intere aree geografiche del nostro paese, almeno stando al numero delle condanne per corruzione e concussione (l'estorsione del pubblico ufficiale, ndr) passate in giudicato, non sembrano essere state neppure sfiorate dal fenomeno Tangentopoli». Partiamo dai più bravi. Al primo posto, l'area della Corte d'appello di Milano (882 casi), seguita da quella di Torino (568), Napoli (538) e Lecce (poco meno di 500). Stupiscono Genova (137) e, soprattutto, Firenze, «interessata a malapena da Mani pulite». Nel Meridione c'è invece atmosfera da "grande freddo", con l'eccezione, come si è visto, di Lecce e Napoli, dove «la macchina giudiziaria sembra aver funzionato efficacemente». Se a Reggio Calabria, però, quanto a condanne, c'è il deserto, non meglio se la cavano altri distretti meridionali. Come L'Aquila, Potenza, Salerno e Campobasso, per nulla toccati dalle «inchieste per corruzione». Stesso clima dal fronte di altre città della Sicilia e della Sardegna: Catania, Caltanissetta e Cagliari. Ma come, tutto lo Stivale è pervaso da un'atmosfera tale da «rovesciare un intero sistema politico con una risonanza mediatica senza precedenti» e laggiù non succede nulla? Secco il commento di Davigo-Mannozzi: «La repressione della corruzione in Italia tra il 1983 e il 2002 è avvenuta a macchia di leopardo». Colpendo solo alcuni distretti e «lasciando completamente indenni altri».L'omertà criminaleAndiamo allora a vedere che cosa succede nel profondo Sud. Come si spiega la vicenda di Reggio? Non si può certo credere che quella fosse una zona franca. Tanto più che l'ex sindaco Agatino Licandro, dimessosi nel '92, quindi nel pieno di Mani pulite, ha raccontato nel libro "La città dolente" «i particolari del patto del disonore con nomi, fatti, circostanze, e citando rutti i documenti necessari per trovare riscontri e prove». Come mai ci si imbatte in un numero così modesto di fatti di corruzione? Non solo in Calabria, ovviamente, ma anche nelle altre regioni appena nominate. Cerchiamo allora di capire, dati alla mano, se vi è uno stretto intreccio tra corruzione e criminalità organizzata. Con una premessa. Quello della corruzione è un "mercato illegale", come gli altri tipici mercati illegali, dal traffico di droga al gioco d'azzardo. Nelle zone ad alta densità mafiosa è anch'esso sotto il controllo delle singole associazioni espressione del territorio, vale a dire la 'ndrangheta in Calabria, Cosa nostra in Sicilia e così via. Pertanto non è un caso se ci sono funzionari pubblici a libro paga delle organizzazioni. Su questo tema Davigo e Mannozzi sono arrivati alla seguente conclusione: «La corruzione giunge a conoscenza dell'autorità in misura più ridotta quando risulta "gestita" dalla criminalità organizzata con i metodi della intimidazione e la cultura dell'omertà che le fanno da sfondo e da collante». Insomma, pochi casi vengono accertati. Rappresentano la punta dell'iceberg, quella che spunta dall'acqua. Ma il grosso continua a rimanere sotto, nella montagna sommersa.C'era una volta Mani puliteDunque, dopo l'"euforia" di Mani pulite, mazzette e tangenti sembrerebbero un retaggio del passato. Invece impazzano, come Transparency International non si stanca di segnalare ogni anno. Il problema è quali misure adottare per farle uscire dallo stato di occultamento nel quale nuotano indisturbate costituendo la "cifra nera", una «massa di fatti punibili, ma non scoperti». L'idea di Davigo e Mannozzi è di puntare su un obiettivo concreto: smascherare la corruzione, scrivono, «incentivando la propensione alla denuncia». Si tratterebbe di rendere possibile, anche per questo tipo di reato, la collaborazione, come avviene per la mafia. In cambio: la non punibilità per chi apre il libro dei suoi ricordi. È un progetto di cui s'era già parlato a un famoso convegno a Cernobbio, sulle rive del lago di Como. Era il 1994, due anni dopo la deflagrazione di Mani pulite. Che fine ha fatto quella proposta? Occultata. Come le tangenti "made in Italy".

Nello Scavo su: AVVENIRE Ed. Milano e Lombardia (20/02/2010)


«Mi sorprende che quasi nulla sembra essere cambiato». Grazia Mannozzi non nasconde l'indignazione di chi da anni studia un fenomeno che non conosce crisi. Docente di Diritto penale all'Università dell'Insubria, Mannozzi è autrice con Piercamillo Davigo (storico componente del pool di Mani Pulite) del più approfondito studio sulle mazzette dei giorni nostri. "La corruzione in Italia", edito da Laterza, è una radiografia impietosa di una cancrena mai curata.

«Gli interventi per contrastare la corruzione attraverso norme precise non ci sono stati, lasciando che il fenomeno assumesse un peso allarmante senza che siano stati assunti adeguati provvedimenti», osserva Mannozzi. Al di la del furore e del consenso scatenati dalle inchieste su Tangentopoli, «non c'è stata, da parte della collettività, quella necessaria consapevolezza sui costi della corruzione». Perché non è vero che a pagare è solo l'imprenditore. «La mazzetta è un costo sociale a tutti gli effetti. Le bustarelle fanno lievitare i costi degli appalti e così, per compensare, le imprese abbassano la qualità del lavoro». Non c'è da meravigliarsi, perciò, davanti ad opere realizzate con materiali scadenti e che a loro volta andranno presto ristrutturate costringendo a nuovi esborsi. «E lo stesso vale per la qualità dei servizi al cittadino», dalla sanità, all'istruzione, ai trasporti, «che inevitabilmente risente della dequalificazione inflitta dal sisterna corruttivo».

C’è un modo per misurare quanto sia diffusa la "tangentocrazia": è il peso delle singole mazzette. «Quando ci sono politici che intascano "bustarelle" da poche migliaia di euro, allora vuol dire che il fenomeno è molto diffuso, oltretutto sapendo — arguisce Mannozzi —, che i rischi di condanne penali sono davvero bassi». Al contrario, quando è molto concreta la possibilità di finire in carcere e di restarci, le tangenti sono molto elevate. Del resto vi è in questi casi «il convergente interesse al silenzio da parte di corrotto e corruttore». Mannozzi ha calcolato che «l'87% di tutte le condanne emesse dopo gli anni '90 sono a pene sotto i due anni, con la condizionale e la restituzione del maltolto». Decisamente poco per non cadere in tentazione.

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