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Blog Generation

Blog Generation
Blog Generation
pref. di D. De Kerckhove
- disponibile anche in ebook
Edizione: 20094
Collana: Saggi Tascabili Laterza [287]
ISBN: 9788842075646
Argomenti: Attualità culturale e di costume, Giornalismo, Informatica, Scienze della comunicazione
  • Pagine: 198
  • Prezzo: 12,00 Euro
  • Acquista

In breve

«Se questo libro non fosse anche molto piacevole da leggere, direi che si tratta di una sorta di studio sociologico sui weblog e sui motori di ricerca. La prospettiva di Granieri è al tempo stesso ampia e precisa: attraverso l’individuazione dei suoi attori e l’esame della tecnologia, la trasformazione delle relazioni personali oggi in atto è messa in luce nei suoi vari aspetti. Il libro di Granieri è ispirato a una visione della democrazia e dell’organizzazione sociale in movimento. La sua è una vera vocazione politica, non di partito, ma di umanità.» Derrick De Kerckhove

Indice

Prefazione di Derrick De Kerckhove - Nota dell’autore - Prologo. Di come le percezioni diventano realtà - Parte prima Non la tecnologia: la pratica. Come nasce un modello nuovo - 1. La rivoluzione della pagina «What’s New» - 2. Per una descrizione della blogosfera - 3. Il Super-Google - Parte seconda Prove tecniche di rappresentazione del mondo - 4. Ecosistema dei media 2.0 - 5. Democrazia 3.0 - 6. Quello che ci meritiamo - Bibliografia - Indice dei nomi

Leggi un brano

Tutti noi siamo storicamente abituati a considerare «pubblica» un’opinione espressa sui media, perché la percepiamo «diffusa» (raggiunge un numero elevato di persone) e in qualche modo «autorizzata» (in pura teoria, poiché il lavoro dei media è «filtrare» e quindi proporre il meglio, solo le menti migliori e le opinioni più rilevanti accedono al grande pubblico).

Tuttavia oggi, per la prima volta nella storia dell’uomo, l’opinione di un singolo può diventare effettivamente pubblica. Pubblica, come siamo stati abituati a considerare l’opinione di chi aveva accesso ai grandi media, ma anche nei tre principali sensi cui si può intendere la parola pubblico, cioè come qualcosa che riguarda l’intera collettività, che è di tutti, che è fatta davanti a tutti e che tutti possono frequentare e utilizzare.

Ma è pubblica anche nel senso più editoriale di «pubblicata», perché è resa nota a tutti. Almeno potenzialmente. In questo «potenzialmente» sta tutta la differenza tra la Rete di oggi e quella della seconda metà degli anni novanta, in cui persino gli economisti parlavano di possibilità potenziale di raggiungere un pubblico mondiale senza costi di distribuzione. Oggi questo, a determinate condizioni, succede.

Infine, è pubblica perché può influire direttamente sulla realtà. Verso la fine del 2002, in occasione del centesimo compleanno del senatore repubblicano Strom Thurmond, candidato alla presidenza degli Stati Uniti nel 1948, un altro senatore repubblicano, il leader della maggioranza Trent Lott, si abbandona a nostalgie razziste e sostiene che se Thurmond avesse vinto, oggi gli Stati Uniti sarebbero diversi.

I media, con la sola timida eccezione del «Washington Post» e di Abc News, praticamente ignorano la vicenda. Ma i blogger mantengono viva l’attenzione e in un paio di giorni la situazione diviene talmente incandescente da finire sulle prime pagine dei giornali. Persino il presidente Bush è costretto a prendere le distanze dall’alleato e il senatore Lott si dimette.

Commentando gli eventi, John Podhoretz scrive sul «New York Post» che i weblog «hanno reclamato il loro primo scalpo». Qualche giorno dopo, Mark Jurkowitz annota sul «Boston Globe» che «la caduta di Trent Lott ha implicazioni non solo sulla politica nazionale, ma sull’intero sistema dei media».

Era il 2002, i weblog erano appena decine di migliaia. Tuttavia, sebbene il «caso Trent Lott» sia stato sensazionale, non era la prima volta che succedeva qualcosa di simile. Nel maggio dello stesso anno, infatti, un gruppo di attivisti filopalestinesi aggredisce degli studenti dell’Università di San Francisco, ma l’accaduto viene menzionato superficialmente solo sul «San Francisco Chronicle». Meryl Yourish, freelance e Web developer, lo riporta sul suo blog: nel giro di qualche giorno la questione diviene un caso nazionale (tra gli altri, se ne occupano il «New York Times», il «Los Angeles Times» e il «Washington Post»). Era solo l’inizio. Da allora i casi si sono moltiplicati, insieme al numero di weblog.

Alcune storie sono esemplari. Robert Cox, un imprenditore, leggendo la trascrizione completa dell’intervista sul sito della Casa Bianca, nota che un virgolettato attribuito a Bush, sul «New York Times», è parziale e fazioso. Dopo il passaggio nella blogosfera della vicenda, la storica testata ha finito per cambiare la sua politica sulle «correzioni», prima affidate agli autori e dopo il «caso Cox» divenute un compito redazionale. Un altro blogger, Patterico, nel marzo del 2004 confuta «l’impostazione ideologica» del «Los Angeles Times», che aveva scritto alcuni articoli critici sul giudice della Corte Suprema Antonin Scalia. Patterico nota che le stesse argomentazioni potevano essere utilizzate contro un altro giudice, Ruth Bader Ginsberg, ma nel «Times» non c’è traccia di questa evidenza. Dopo le osservazioni del blogger, il quotidiano pubblica in prima pagina un articolo anche su Ginsberg.

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