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Il potere dei giganti. Perché la crisi non ha sconfitto il neoliberismo

Colin Crouch, Il potere dei giganti

La "strana" morte mancata del neoliberismo
di Colin Crouch

Il potere dei giganti

Il crollo finanziario del 2008-2009 è parso mettere in crisi il sistema di idee economiche che dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso è stato dominante nel mondo occidentale e in molte altre parti del pianeta, generalmente compendiato nel termine "neoliberismo". Termine che comprende numerosi filoni e "marchi", accomunati da un'idea di fondo: che la libertà dei mercati (dei luoghi, cioè, in cui gli individui massimizzano i propri interessi materiali) sia il mezzo migliore per appagare le aspirazioni dell'uomo, e che i mercati siano sempre preferibili agli Stati e alla politica, i quali nel migliore dei casi sono inefficienti, nel peggiore mettono a repentaglio la libertà.

Il crollo finanziario che ha coinvolto le maggiori banche del mondo ha messo in dubbio queste idee. Le banche, impegnate a massimizzare i loro profitti, operano nel più puro dei mercati: com'è possibile che non contribuiscano sempre e comunque ad accrescere il benessere complessivo dell'uomo? Com'è possibile che gli odierni mercati finanziari – forse la forma più sofisticata di mercato della storia umana – siano incappati in una crisi tanto vasta, se la teoria economica più avanzata aveva dimostrato che i mercati finanziari liberalizzati si correggono da sé? Perché le banche si sono rivolte ai governi chiedendo di salvarle con somme di denaro ingenti, se gli stessi governi asseriscono di essere molto meno efficienti delle imprese sul mercato, e di dover ridurre al minimo i propri interventi sul mercato? E perché i governi hanno accettato le richieste delle banche? È vero o no che le grandi banche sono "troppo grandi per fallire", e che quando hanno problemi i governi e i contribuenti devono correre in loro aiuto? Se è vero, non significa forse ammettere che il funzionamento del mercato va incontro a limiti molto seri, e che il neoliberismo vacilla nei suoi presupposti di fondo?

Nel 1936 George Dangerfield scrisse un volume sulla "strana morte dell'Inghilterra liberale" (The Strange Death of Liberal England) per spiegare come mai le idee politiche e il partito che verso la fine dell'Ottocento avevano avuto un ruolo dominante in Inghilterra pochi anni dopo, all'inizio del Novecento, fossero crollati. Oggi Dangerfield dovrebbe spiegare non i motivi per cui il neoliberismo in crisi è destinato a morire, ma esattamente l'opposto: come mai esso stia riemergendo, dal collasso finanziario, politicamente più forte che mai. La crisi finanziaria ha riguardato le banche e i loro comportamenti, ma la soluzione in molti paesi è stata individuata in un definitivo ridimensionamento del welfare state e della spesa pubblica. Il tema non riguarda un solo paese, poiché il neoliberismo è un fenomeno internazionale, o meglio globale. Ci troviamo così oggi a dover spiegare la "strana" morte mancata del neoliberismo.

Al cuore dell'enigma c'è il fatto che il neoliberismo realmente esistente, a differenza di quello ideologico puro, non è favorevole come dice di essere alla libertà dei mercati. Esso, al contrario, promuove il predominio delle imprese giganti nell'ambito della vita pubblica. La contrapposizione tra Stato e mercato, che in molte società sembra essere il tema di fondo del conflitto politico, occulta l'esistenza di questa terza forza, più potente delle altre due e capace di modificarne il funzionamento. Agli inizi del ventunesimo secolo la politica, proseguendo una tendenza iniziata già nel Novecento e accentuata anziché attenuata dalla crisi, non è affatto imperniata sullo scontro tra questi tre soggetti, ma piuttosto su una serie di confortevoli accomodamenti tra di loro. Uno dei principali obiettivi di questo libro è chiarire perché un dibattito politico che continui a ruotare intorno allo Stato e al mercato eluda le questioni implicate da questo importante fenomeno.

Il potere politico dell'impresa appare in tutta evidenza nell'eccezionale attività delle lobbies soprattutto nel Congresso americano ma anche in molte altre istituzioni legislative ed esecutive. Ed è visibilissimo pure nella capacità delle imprese transnazionali (transnational corporations, Tnc) di scegliere su scala mondiale i paesi con il regime giuridico più favorevole (regime shopping) per localizzarvi i propri investimenti. Tali fenomeni sono ulteriormente rafforzati da altri fattori. Il primo è la tendenza crescente dei governi a subappaltare molte delle loro attività a imprese private, che si trovano così coinvolte nella definizione di politiche pubbliche. Il secondo è lo sviluppo della cosiddetta "responsabilità sociale dell'impresa", un processo in base al quale le aziende si assumono compiti che vanno al di là della loro pura attività economica, trovandosi, ancora una volta, a fare politiche pubbliche. Il terzo fattore è quello che abbiamo segnalato all'inizio: la crisi finanziaria degli anni 2008-2009 non ha minimamente messo in discussione il ruolo dei giganti aziendali, specialmente finanziari, nella società contemporanea, ma piuttosto non ha fatto altro che accrescerne il potere.

Postdemocrazia

Ho già affrontato in parte alcuni di questi argomenti nel volume Postdemocrazia (Laterza, 2005), in cui indicavo nel potere dell'impresa globale uno dei tanti fattori che, a mio avviso, stanno contribuendo a svuotare la nostra democrazia. Gli ulteriori sviluppi di alcuni di quei fattori richiedono di approfondire questo tema, e in particolare di analizzare i riflessi per la democrazia e per la politica del fatto che molte grandi imprese non sono più solo centri di pressione potenti, ma partecipano al processo politico dall'interno, con un ruolo importante: un fenomeno su cui nessuna teoria economica o politica si sofferma o prende posizione, ma che costituisce una realtà centrale della nostra vita pubblica.

Di questi sviluppi non è vittima solo la democrazia, ma anche il mercato. Ciò appare a prima vista sorprendente, dal momento che gran parte del dibattito politico non distingue minimamente tra mercato e imprese. Ma è proprio da questa mancata distinzione che derivano parecchi nostri problemi, mentre il conflitto tra "Stato e mercato", che assorbe tanta della nostra attenzione, è sostanzialmente superato. Anziché parlare di confronto triangolare tra Stato, mercato e grande impresa, preferirei parlare di "confortevole adattamento". Questo, in parte perché le grandi imprese hanno tutto l'interesse ad amalgamare tutti e tre gli elementi, in parte perché l'unica alternativa a un qualche tipo di accomodamento sarebbe una società assolutamente immiserita, in cui uno o più di questi tre elementi sia talmente danneggiato da perdere la propria funzione. Basta rifletterci un momento per capire quanto diverrebbe difficile, in questa eventualità, la nostra vita.

Questo libro, dunque, non intende minimamente sostenere che dobbiamo liberarci della grande impresa. I vari sostenitori del liberalismo jeffersoniano e del marxismo, che hanno cercato un esito del genere, fanno parte di un passato ormai superato. Piuttosto, questo libro guarda a una quarta forza – le voci vivaci ma flebili della società civile –, non per cancellare quella confortevole triangolazione, ma per portarne alla luce i misfatti e gli abusi, per sottoporli a critica e tenerli sotto pressione. Questa impostazione non promette certo un ordine sociale diverso dal capitalismo imperniato sulla grande impresa, ma, se le nostre società rimarranno aperte e vigili, potrà migliorare la vita molto più di quanto possano fare gli Stati e le grandi imprese lasciati a se stessi.

Non ci resta dunque che parafrasare Andrew Marvell: «Così, visto che non possiamo fermare la grande impresa, / Noi la faremo correre».


Colin Crouch, Il potere dei giganti. Perché la crisi non ha sconfitto il neoliberismo,  Prefazione 


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Colin Crouch è professore emerito di Governance and Public Management presso la Business School dell'Università di Warwick nel Regno Unito. Dal 1995 al 2004 ha insegnato Sociologia presso l'Istituto Universitario Europeo di Firenze. Ha pubblicato libri e articoli di sociologia economica, sociologia europea comparata, relazioni industriali, politica contemporanea britannica ed europea.






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