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San Francisco-Milano

Federico Rampini

Un italiano nell'altra America

di Federico Rampini

 

San Francisco-Milano

Proponiamo qui uno stralcio della Prefazione del libro di Federico Rampini, San Francisco-Milano. Un italiano nell'altra America, parte della quale è stata anticipata oggi da «Repubblica» con il titolo Scoprire San Franciso dimenticando Keruac.

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Questo è il diario intimo di una storia d'amore. È anche un'esplorazione, un viaggio iniziatico, uno spaesamento, il racconto di una crisi d'identità.

Ci si può legare a una città, vivere con lei tutte le stagioni di un rapporto: il colpo di fulmine, l'innamoramento, il corteggiamento. Fino a che la relazione matura, e allora subentrano certezze, familiarità, fiducia. Con San Francisco sono passato attraverso tutte le fasi. L'emozione della scoperta per me avvenne nel 1979, alla mia prima traversata d'America coast-to-coast. A 23 anni, iscritto al Partito comunista di Enrico Berlinguer, avevo avuto come tanti italiani la mia dose di amarezze: ricordo gli anni di piombo vissuti tra Milano e Roma in un clima soffocante, il terribile 1977 con l'assalto della sinistra estrema al segretario della Cgil Luciano Lama all'università di Roma, il rapimento di Aldo Moro, la fine di tante speranze. Cresciuto a Bruxelles, dopo la maturità avevo scelto di tornare in Italia a fare l'università, convinto come tanti che il nostro paese fosse il laboratorio di un grande esperimento politico e sociale. Lo era davvero. Ma non l'esperimento che credevamo.

Arrivai sulla West Coast con in testa le aspettative e il repertorio d'immagini che erano il bagaglio culturale dell'europeo medio. San Francisco per me era un set cinematografico: Il falcone maltese con Humphrey Bogart, La donna che visse due volte di Hitchcock, Bullitt con Steve McQueen, Il laureato con Dustin Hoffman. Era una capitale della pop music dai tempi della Summer of Love. Era un luogo letterario grazie a Jack London, Dashiell Hammett, John Steinbeck, Jack Kerouac e la generazione Beat. Sul colore politico della California avevo le idee meno chiare. Troppo giovane per aver fatto il Sessantotto, sapevo poco dell'episodio precursore che era stata la grande rivolta di Berkeley nel 1964, il Free Speech Movement e la contestazione contro la guerra del Vietnam. Alla fine degli anni Settanta la California era invece la culla di un movimento ben diverso: dopo essere stata governata da Ronald Reagan, partoriva la grande rivolta fiscale che avrebbe diffuso nel mondo il Vangelo neoliberista. Ma le roccaforti di Reagan erano nel sud dello Stato, da Santa Barbara a Orange County. Sulla meravigliosa Baia, racchiusa tra il ponte del Golden Gate e l'Isola del tesoro, trovai un'aria diversa: la città più a sinistra degli Stati Uniti. Una sinistra con caratteri distinti da quella europea. Le sfide a San Francisco si chiamavano già allora ambiente, difesa dei consumatori, integrazione multietnica, diritti civili per i gay. E già si sentiva pronunciare quella parola magica: Pacific Rim, il bordo del Pacifico, l'orizzonte asiatico su cui era proiettata l'attenzione della California con almeno vent'anni di anticipo sulla consapevolezza europea.

In seguito a San Francisco ritornai più volte da viaggiatore, finché vi piantai le mie radici (sempre provvisorie, ma come lo sono le radici di tanti californiani...) al passaggio del millennio. Mi trasferii da Milano: quella che era stata da poco la «Milano da bere» di Bettino Craxi, poi la culla del leghismo con il sindaco Marco Formentini, infine il trampolino di Silvio Berlusconi come leader politico nazionale. Era una Milano che ancora si ostinava – almeno un pezzo della sua borghesia – a considerarsi la più moderna, la più europea, la più cosmopolita fra le città italiane. Lasciarla per approdare a San Francisco per me fu come uscire da una gabbia. Cominciai così, sulle colonne di «Repubblica», un dialogo settimanale coi miei lettori milanesi (ero stato il capo della redazione locale). Raccontavo di una California che molti di loro credevano di conoscere, per lo più da turisti.

Con gli occhi dell'esploratore, misuravo tutte le differenze tra i due mondi. Era un esercizio in cui cercavo di mescolare l'immersione totale, l'etnologia e l'autocoscienza: mentre osservavo quotidianamente usi e costumi della popolazione locale, misuravo gli effetti su di me, espatriato, in una città costruita da stratificazioni di immigrati. Dalla grande politica ai piccoli gesti della vita quotidiana, cercavo di mettere in scena l'immensa distanza tra la West Coast e quell'angolo di Vecchio mondo che si stava autoconvincendo di essere Padania. San Francisco per me era anche una metafora, per suggerire i limiti della «modernità» milanese, l'involuzione in cui stava precipitando l'Italia di quegli anni. Il nucleo originario di questo libro nacque così. Divenne anche una sorta di guida turistica alternativa. Per il viaggiatore curioso che ha voglia di scoprire la West Coast americana andando oltre le apparenze. Alcuni amici, espatriati in California dopo di me, lo hanno usato come un piccolo manuale d'istruzioni per l'uso. Dal direttore d'orchestra Nicola Luisotti, allo scienziato fisico Marco Battaglia, alcuni dei talenti italiani che si sono trapiantati sulla costa del Pacifico se ne sono serviti come di una guida pratica per inserirsi nella vita di San Francisco.

I quattro anni della mia «residenza stabile» sulla Baia, nel quartiere di Pacific Heights a pochi isolati dalla spiaggia di Crissy Fields, non furono un periodo facile per la città, per la California, e per gli Stati Uniti. Ero arrivato mentre volgeva al culmine quella vicenda esaltante e sconcertante che era stata battezzata la New Economy; una tipica esplosione di creatività innovativa, non solo un episodio di speculazione finanziaria. Vidi il seguito negativo, i contraccolpi. La crisi delle dot.com, lo scoppio della bolla speculativa di Internet fu la prova generale del grande crac del 2007-2009. Poi venne l'11 settembre, la lunga opposizione a George Bush e alle sue guerre. San Francisco era come una cittadella progressista assediata, staccata dal resto d'America, estraniata fino al punto di non capire più il proprio paese. Anziché West Coast, si parlava di Left Coast, la costa di sinistra: con orgoglio ma anche con un senso d'iso lamento. Per ritrovare zone del paese che la pensavano «come noi» bisognava farsi l'intera trasvolata continentale di cinque o sei ore, fino a New York o Boston. In mezzo c'era quella vasta area che si autodefiniva polemicamente flyover country, il paese da sorvolare senza fare scalo: l'America profonda che votava a destra, anche lei orgogliosa del fatto che «i liberal delle due coste» la evitassero con cura. Perfino Arnold Schwarzenegger, governatore repubblicano della California, sentiva la necessità di dissociarsi dall'amministrazione Bush aderendo alle regole di Kyoto sulla riduzione delle emissioni carboniche.

Quando mi trasferii a vivere a Pechino dal 2004 al 2009, ogni mia vacanza a San Francisco voleva dire ritrovare – oltre a mia moglie – l'aria pulita, gli orizzonti ampi, i cieli infiniti sopra l'oceano. E il culto del dissenso. Gli studenti (anche cinesi!) a Berkeley erano allenati a contraddire il professore, l'esatto contrario dell'obbedienza gerarchica confuciana.

Adesso, quando torno a San Francisco da New York m'intenerisce ritrovare la dimensione di un villaggio, ritmi di vita d'altri tempi. Esemplificati dai «quattro stop» agli incroci, un modo di guidare che rispetto all'aggressività di Manhattan sembra un galateo cavalleresco. «Laid back»: reclinati all'indietro come su una sedia a sdraio in spiaggia. «Easy-going»: che non se la prendono. Sono le due espressioni che descrivono meglio quell'assenza di stress. Eppure in una terra così poco stressata sono nati Google, Facebook, Twitter, la nuova Apple degli iPhone e iPad, Pixar, quasi tutto ciò che di più innovativo e dinamico si sprigiona da un'America in declino.

E mentre l'America già in parte pentita di avere eletto Obama svoltava a destra nelle elezioni legislative del novembre 2010, lì hanno eletto governatore Jerry Brown. Un ex buddista. Che da giovane avvocato incastrò Richard Nixon per evasione fiscale, e vinse battaglie contro l'industria petrolifera. Il primo leader politico americano a investire nell'energia solare. Un pioniere della lotta contro la pena di morte. L'unico candidato alla presidenza degli Stati Uniti che nei primi anni Novanta osò rifiutare i finanziamenti privati, e si scelse come vice un nero (Jesse Jackson). Jerry Brown che per farcela nel 2010 ha sconfitto la candidata più ricca d'America: Meg Whitman, ex chief executive di eBay, 150 milioni di dollari di spese elettorali. Se la democrazia americanaha ancora voglia di affrancarsi dallo strapotere delle lobby, è anche grazie a un movimento di base come MoveOn nato a Berkeley, e grazie al Sierra Club di San Francisco che è la colonna portante dell'ambientalismo.

Per questa sua capacità di rinascere, perché la storia di San Francisco continua a sorprendermi, ho raccolto l'invito di molti lettori: dovevo dare un seguito a San Francisco-Milano.


Federico Rampini, editorialista e inviato di «Repubblica», saggista, è nato a Genova nel 1956. Ha vissuto a Parigi, Bruxelles, Roma, Milano e San Francisco. Come corrispondente ha raccontato dapprima le vicende della Silicon Valley; ha lasciato poi gli Stati Uniti per aprire l'ufficio di corrispondenza di Pechino. Ha insegnato alla Berkeley University in California e alla Shanghai University of Finance and Economics. Nel 2009 è tornato come corrispondente di «Repubblica» negli Stati Uniti.


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Le paure dell'America

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