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Gian Enrico Rusconi - La teologia narrativa di papa Francesco

Papa Francesco
LA TEOLOGIA NARRATIVA DI PAPA FRANCESCO
Aporie teologiche e contestazioni


La teologia narrativa di papa Francesco

Con lo sguardo del laico, Gian Enrico Rusconi esplora le conseguenze della 'teologia narrativa' di Francesco sulla Chiesa, sui laici e sulla società in generale. 


 Le norme innovative per l’assoluzione del peccato di aborto e per l’atteggiamento da tenere verso i divorziati risposati non sono soltanto rilevanti sul piano pastorale, ma sono cariche di interrogativi sul piano teologico. Non si tratta del piano teologico-casistico che Bergoglio critica sistematicamente, bensì di quello dove si incontra Dio «che parla ancora oggi con noi come ad amici, si ‘intrattiene’ con noi per donarci la sua compagnia». È il Dio che passeggia nell’Eden in cerca della compagnia di Adamo ed Eva. Papa Francesco ama molto raccontare questa storia, con toni che talvolta tendono a compensare le terribili conseguenze della disobbedienza originaria. Infatti lascia elusi gli interrogativi che riguardano il significato del comando perentorio di Dio di «non mangiare dall’albero della conoscenza del bene e del male»: comando disatteso con la conseguente inevitabile cacciata dall’Eden.

Viene spontaneo un interrogativo. Perché nella logica misericordiosa di Bergoglio questa condanna è inevitabile e necessaria? Abbiamo visto le obiezioni oggi espresse dai teologi (dallo stesso Joseph Ratzinger) alle tesi rigorosamente logico-metafisiche di Anselmo di Canterbury concernenti la necessità della punizione divina. Ma anche sostituendo la tesi tradizionale della «necessaria riparazione» del peccato originale e del connesso «cruento sacrificio espiativo», con la gratuita «donazione d’amore» di Dio; anche sostenendo la tesi del carattere figurato, metaforico del sacrificio di Cristo (che abbiamo visto nel capitolo 5), rimane l’interrogativo sul perché il perdono di Dio abbia dovuto assumere la forma estrema della cacciata dall’Eden e quindi l’invio del Figlio sulla terra.

I teologi professionali considerino pure queste domande come ingenue, impertinenti e incompetenti, ma rispondono esattamente alla logica comunicativa di papa Bergoglio, alla sua teologia narrativa. Non mi risulta però che Francesco abbia mai esplicitato queste domande e/o che sia stato sollecitato dai suoi interlocutori a farlo. Possiamo solo arguire che Francesco escluda ogni tipo di spiegazione che si appelli alla necessità logico-metafisica della punizione e si fermi quindi davanti alla imperscrutabile gratuità della potenza divina («A Dio nulla è impossibile»).

Nell’esortazione Misericordia et misera ci sono due qualificativi che definiscono l’amore del Padre: incondizionato e immeritato. Sono due qualificativi assolutamente impegnativi dal punto di vista filosofico e teologico perché collocano Dio nella dimensione di una assolutezza che è irraggiungibile dall’uomo, quando è concepito nei termini (limitati) della sua ragione e razionalità. Ma è una assolutezza che sembra poter essere colta soltanto attraverso l’esperienza della misericordia divina, che è offerta all’uomo a prescindere dalla sua richiesta. È una assolutezza percepibile grazie una qualche forma del «sentire del cuore».

Sempre in Misericordia et misera il pontefice racconta, ancora una volta, l’episodio della Genesi: «quando Adamo ed Eva scoprirono di essere nudi [...], sentendo avvicinarsi il Signore, ebbero vergogna e si nascosero. Sappiamo che il Signore li punì (cfr. Gen 3,7-8); tuttavia, Egli ‘fece all’uomo e a sua moglie tuniche di pelle e li vestì’ (Gen 3,21). La vergogna viene superata e la dignità restituita». Notiamo nel racconto di Bergoglio quel «tuttavia» messo subito dopo «sappiamo che il Signore li punì», che in qualche modo alleggerisce la tragedia del peccato originale che nella tradizionale dottrina cristiana, nella linea agostiniana variamente ripresa, diventa l’inesorabile causa e fonte di ogni successivo peccato e male morale e fisico, della morte stessa. Bergoglio, invece, dando centralità simbolica al gesto benevolo del Creatore, non nega la realtà di fatto oggettiva del peccato originale e della sua punizione, ma ne relativizza l’efficacia: «la vergogna viene superata e la dignità restituita».

Insisto su questo punto che è sintomatico del modo di parlare di papa Francesco. La cacciata dall’Eden è oggettivamente la manifestazione dell’«ira di Dio», ma di questa ira Bergoglio non parla espressamente, mentre era centrale nella riflessione cristiana a cominciare da Paolo. «Mentre eravamo ancora peccatori, siamo stati riconciliati mediante la morte del Figlio, giustificati nel suo sangue, per mezzo di lui saremo salvati dall’ira di Dio» (Rm 5, 8-10).

Ovviamente Bergoglio conosce benissimo tutto questo. Ma la sua narrazione è molto cauta e selettiva negli argomenti. Deve conciliare l’unione della coppia Adamo ed Eva, presentata come «capolavoro della creazione», «icona» per il rapporto stesso tra Cristo e la chiesa, con la loro colpa mortale trasmessa ai discendenti. Si intuisce che viene abbandonato l’approccio pessimistico del biologismo teologico di Agostino (la trasmissione ereditaria del peccato per via seminale), che ha condizionato per secoli la dottrina morale cattolica, ma al suo posto non c’è un’esplicita soluzione dottrinaria alternativa.

Naturalmente oggi su queste tematiche la teologia morale è assai avvertita, ma spesso è reticente di fronte ad aporie irrisolte, come quella del Figlio di Dio che deve incarnarsi in una vergine per non essere geneticamente contaminato dal peccato dell’origine. Mi chiedo se la radice profonda e non detta di molte polemiche sull’Amoris laetitita non stia anche nell’elusione di queste aporie teologiche.

Tra le prese di posizione più apertamente polemiche c’è quella datata 8 dicembre 2016 (pubblicizzata soprattutto sui siti avversi a Bergoglio, tra cui il blog di Sandro Magister) con il titolo La barca di Pietro è senza timoneVentitré studiosi di cinque continenti rilanciano l’appello dei quattro cardinali al papa. Si tratta di un documento che aderisce a una precedente dichiarazione di quattro porporati, rivolta in forma apparentemente deferente al pontefice e contenente alcuni seri «dubbi» sul testo papale, in particolare sul capitolo VIII dell’Amoris laetitia. In realtà il titolo dato al documento dei ventitré studiosi (La barca di Pietro è senza timone), lungi dall’essere deferente, è denunciatorio. Ribadisce l’incompatibilità della posizione del papa «con la Sacra Scrittura e/o con la Tradizione, e con gli insegnamenti dei precedenti documenti pontifici».

"La Chiesa universale sta entrando in un momento gravemente critico della sua storia, che presenta allarmanti somiglianze con la grande crisi ariana del IV secolo. Durante tale conflitto catastrofico, la maggioranza dei vescovi, compreso perfino il successore di Pietro, vacillarono sulla stessa divinità di Cristo. Oggi siamo testimoni di una simile crisi metastatica, questa volta su aspetti fondamentali della vita cristiana. Da una parte si continuano a predicare, a parole, l’indissolubilità del matrimonio, il carattere gravemente peccaminoso della fornicazione, dell’adulterio e della sodomia, la santità della sacra eucaristia e la terribile realtà del peccato mortale. Dall’altra, tuttavia, un numero crescente di importanti prelati e teologi stanno incrinando o negando di fatto tali dottrine – e persino l’esistenza stessa delle proibizioni negative assolute, senza eccezioni, della legge divina, che governano la condotta sessuale – con il loro esagerato e unilaterale accento sulla «misericordia», l’«accompagnamento pastorale» e le «circostanze attenuanti». Dato che il pontefice regnante lancia segnali assai confusi in questa battaglia contro «i principati e le potestà» del Nemico, la barca di Pietro sta andando pericolosamente alla deriva, come una nave senza timone e, in effetti, mostra sintomi di incipiente disintegrazione."

In realtà questo testo non argomenta nel merito. Si limita a denunciare «l’esagerato e unilaterale accento sulla misericordia», senza confrontarsi con i motivi sviluppati da papa Francesco nel contesto della sua «teologia» della misericordia. Equivocando a proposito dell’analogia con la grande crisi ariana del IV secolo, durante la quale era stata messa in discussione la divinità di Cristo, il testo non esita a evocarla come ammonimento di fronte alla crisi attuale che investe «aspetti fondamentali della vita cristiana». Ma l’elenco di questi aspetti fondamentali riguarda sostanzialmente i rapporti interpersonali sessuali. «La realtà del peccato mortale» è riferita all’indissolubilità del matrimonio, al carattere gravemente peccaminoso della fornicazione, dell’adulterio e della sodomia, che intaccano «la santità della sacra eucaristia». Evidentemente gli estensori del documento non si chiedono se le trasgressioni su ricordate implichino problematiche teologiche paragonabili a quelle della crisi teologica del IV secolo. L’obiettivo polemico è esclusivamente l’Amoris laetitia, al di fuori del contesto della «teologia narrativa» di Francesco.

Ma questo rimane tuttora il punto coagulante di tutte le critiche a papa Bergoglio che favorisce operazioni pubblicistiche tendenti a mettere sullo stesso piano legittime preoccupazioni pastorali, che portano anche a sconcertanti differenze di comportamento da diocesi a diocesi, e risonanti «dubbi» teologici. Il già ricordato pubblicista Sandro Magister aggiorna puntigliosamente il suo pubblico, settimana dopo settimana, sulle divaricazioni interne alla chiesa universale e a quella nazionale (Geografia di una chiesa a pezzi, «L’Espresso», n. 3 del 2017). La sua tesi è semplice e semplicistica: «le ambiguità volutamente introdotte in Amoris laetitia hanno dato la stura a un’ingovernabile esplosione di interpretazioni teoriche e di applicazioni pratiche contrastanti. Francesco non ne verrà fuori, a meno di contraddire se stesso».

Senza approfondire ulteriormente questa seria divaricazione di prospettive teologiche e morali tra papa Bergoglio e i suoi oppositori, rimane l’interrogativo già sollevato nelle nostre riflessioni: che cosa resta dell’idea e della realtà del «peccato» nella cultura corrente di chi si dichiara credente più o meno convintamente? Di chi guarda con simpatia a papa Bergoglio? Su questo tema sia Francesco che i suoi critici affermano di voler rimanere fedeli alla dottrina e alla tradizione, ma le loro posizioni appaiono inconciliabili. Stiamo andando verso una disgregazione della chiesa e della sua dottrina, come denunciano gli oppositori di Bergoglio evocando addirittura la crisi ariana del IV secolo?


Gian Enrico Rusconi, La teologia narrativa di papa Francesco


Gian Enrico Rusconi, è professore emerito di Scienza politica presso l’Università di Torino, Fellow del Wissenschaftskolleg di Berlino, Gastprofessor nella Freie Universität di Berlino ed editorialista de “La Stampa”.



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