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Andrea Carandini - La forza del contesto

Andrea Carandini allo scavo del Palatino
ANDREA CARANDINI: LA FORZA DEL CONTESTO
"Generazione ribelle e fervida"


La forza del contesto

La forza del contesto raccoglie le riflessioni di Andrea Carandini a partire dalla sua attività di archeologo, passione di tutta una vita. Di seguito, un breve estratto.


 Ricordo il tempo della gioventù e della maturità tra la metà degli anni Sessanta e la metà degli anni Novanta: una generazione ribelle, fervida, capace d’innovazioni – sempre prospettate ma quasi mai applicate, per il prevalere della venerazione ostinata del già fatto. Non è detto che ogni novità sia un bene e infatti essa va vagliata: un assenso totale e preventivo vale quanto un dissenso altrettanto sistematico, e cioè nulla. Ma l’immobilismo è sicuramente un male, soprattutto quando una società e il suo modo d’intendere la cultura si trasformano alla velocità frenetica che contrassegna questi decenni. Viviamo in un pianeta sempre più interconnesso e dipendente dal web, ed è inammissibile non accorgerci delle connessioni meno universali eppure in ogni modo fondanti e costitutive che hanno configurato le trascorse civiltà.

È stata una generazione viva, temprata dalle sconfitte, quella dei «Dialoghi di Archeologia» diretta da Bianchi Bandinelli, della prima archeologia tipologica e stratigrafica nel Cantinone de La Sapienza, dei colloqui tra alcuni classicisti e alcuni protostorici e medievalisti delle Università di Roma e Siena, e degli incontri tra antichisti di vario genere organizzati dall’Istituto Gramsci a Roma.

In quella temperie l’archeologia classica è rinata, nel senso che ha acquistato fini e mezzi diversi dall’antiquaria e dalla storia dell’arte, estranei ma complementari alla cultura idealistica e idealistico-marxista dominante allora in Italia, ma ben radicati nell’Europa delle società aperte e della prassi positiva del tryal and error, soprattutto in Inghilterra.

Ad aprire questa via controcorrente ho dedicato grande parte della mia vita, in un clima di ostilità, dialogando all’interno con la mia scuola e all’esterno con il protostorico Renato Peroni, con l’archeologo medievale Riccardo Francovich e con l’orientalista Paolo Matthiae, cui oggi va il mio pensiero per i disastri che sconvolgono la Siria (il FAI ha dedicato I Luoghi del Cuore del 2016 al martire di Palmira Khaled al-Asaad). Con gli etruscologi e con gli storici dell’arte classica vi sono stati momenti di scontro e qualche incontro, prima con il giovane Salvatore Settis e dopo la mia chiamata a Roma con Giovanni Colonna. Le ostilità sono state comunque stimolanti, perché hanno costretto ad argomentare sempre meglio le nostre tesi. Il vento che voleva spegnere la nostra fiamma l’ha invece ravvivata. I risultati ultimi dello scavo della Soprintendenza al Comizio nel Foro hanno confermato l’alta antichità di quel monumento, convalidando la fondazione di Roma intorno alla metà dell’VIII secolo a.C.: una grande soddisfazione!

Ricordo gli albori nel ricordato Cantinone. Si trovava sotto l’Aula I di Lettere a La Sapienza, dove teneva lezione il latinista Ettore Paratore. Lì sotto classificavano ceramica, metalli e ossi con spirito positivo, concentrato sulla precisione del dato, mentre sulle nostre teste infuriava il Sessantotto, demolitore – così credevamo allora – dell’università di classe e dei costumi miopi e ristretti; di fatto, purtroppo, principio disgregatore dell’università in generale, diventata oggi irriconoscibile per il decadere progressivo degli studi, così che hanno vinto i mediocri con il loro cocciuto egualitarismo e presentismo. Nella generazione successiva frustrazione e stanchezza hanno impantanato ogni pensiero interessante e ogni riforma utile, finché un fango immobile e senza ossigeno ha seppellito le idee, conservandole immote, ché senza ossigeno nulla vive ma neppure alcunché si corrompe.

Solo poche isolette si sono mantenute a galla, qua e là, nelle quali si sono preservati e infine espansi frammenti di sviluppo (un tempo si sarebbe detto di progresso). Per me e la mia scuola sono stati gli anni dedicati alla topografia – completamente da rinnovare (ma i topografi hanno avuto il merito di studiare monumenti e città quando nessuno storico dell’arte antica se ne curava) –, alle tecniche digitali grafiche e del rilievo e al rifacimento ab imis fundamentis della Forma Urbis di Lanciani: un’esperienza chiusa alla fine dell’Ottocento, attuata da una singola persona e dai suoi disegnatori, ancora ispiratrice e sfidante il futuro, ché quell’ingegnere è stato il solo e per molto tempo l’unico ad avere in mente quel tutto della Roma antica che poi è tornato a frantumarsi e disperdersi, proprio al tempo in cui metodi e tecniche andavano sviluppandosi. Avvertivamo l’isolamento, ma solitudine e attacchi hanno temperato la punta della nostra critica, portandoci a risultati che l’archeologia mai prima aveva raggiunto e che il tempo con equità avrà modo di giudicare nell’edizione americana in lingua inglese, aggiornata fino all’estate del 2016. Non sono mancati docenti che hanno fatto intendere ai propri dottorandi ch’era meglio per loro non menzionare l’Atlante, le cui ricostruzioni erano le uniche a mancare nei loro elaborati.

Sullo scavo di Settefinestre e poi agli esordi di quello palatino si è distinto Emanuele Papi, diventato poi professore a Siena, che ha fondato una sua scuola in piena continuità con la scuola madre, oggi all’avanguardia nella ricerca e nella metodologia. La sua nomina a direttore della Scuola archeologica italiana ad Atene è l’occasione perché l’eredità del Cantinone penetri finalmente anche nel Mediterraneo orientale, che mi pare trovarsi oggi in condizioni analoghe a quelle del Mediterraneo occidentale durante gli anni Sessanta. A Papi è succeduto sullo scavo Paolo Carafa, con il quale ho curato l’Atlante di Roma antica nelle sue edizioni e l’edizione dello scavo palatino



Andrea Carandini è professore emerito di Archeologia e Storia dell’arte greca e romana presso l’Università di Roma La Sapienza.



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