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Giovanni e Nori: due vite unite dalla passione politica e dall’amore. Di Daniele Biacchessi

Daniele Biacchessi, Giovanni e Nori - Particolare copertina: Nei giorni della Liberazione a Milano uomini appostati in via Solferino per l'occupazione della sede del "Corriere della sera", 25 aprile 1945. © Mondadori Portfolio]

GIOVANNI E NORI
Due vite unite dalla passione politica e dall’amore
di Daniele Biacchessi

Giovanni e Nori

Giovanni Pesce, comandante partigiano responsabile dei Gap di Torino e di Milano, è stato un protagonista della Resistenza e della Liberazione. Giovanissimo ha aderito al Partito comunista e combattuto nelle Brigate internazionali contro Franco. Tornato in Italia, è catturato e mandato al confino. Per lui, giovane proletario emigrato con poca cultura, l’incontro a Ventotene con il fior fiore dell’antifascismo diventa fondamentale. Liberato intorno all’estate del 1943, dopo l’arresto di Mussolini e l’armistizio dell’8 settembre, inizia la clandestinità, prima a Torino, poi a Milano. Per Giovanni, primula rossa dell’antifascismo italiano, saranno mesi di azioni militari avventurose, leggendarie, coraggiose, drammatiche. Proprio nella Milano occupata dai nazisti, stremata, affamata, disseminata di luoghi dell’orrore, avviene l’incontro di una vita: i due partigiani Giovanni e Nori si conoscono, si innamorano e non si lasciano più. Le loro vite si intrecciano indissolubilmente con la lotta antifascista: i Gap colpiscono, attaccano e fanno azioni di guerriglia, i tedeschi arrestano, torturano, uccidono. Nella città crocevia di spie e delatori al servizio del nemico, Nori cade in un’imboscata e viene deportata. È l’ultima separazione perché insieme, Giovanni e Nori, rimarranno tutta la vita, condividendo e facendo sulla propria pelle la storia di quegli anni.


1944. Sulle vie partigiane milanesi Giovanni incrocia Onorina Brambilla. È l’incontro decisivo. Giovanni la chiama subito confidenzialmente Nori e diventa la sua staffetta partigiana, nome di battaglia Sandra.

«Avevamo tutti un nome di battaglia, io mi ero scelto Sandra; ho fatto una ricerca: mentre gli uomini partigiani si sceglievano nomi fantasiosi, Tarzan, Saetta, Lupo, la maggior parte delle ragazze avevano nomi normali... Elsa... ecco, il massimo era Katia!.»

Il desiderio di Nori è raggiungere i partigiani in montagna, ma la sua amica Francesca Ciceri, nome di battaglia Vera, un giorno le presenta Giovanni Pesce Visone che la convince a combattere a Milano.

«Quando arrivammo sul posto dell’appuntamento, era lì ad aspettarci. Era un giovane sui 25 anni, di altezza media, coi capelli castani, già radi sulla fronte. Aveva un aspetto ordinario, non dava nell’occhio. L’unico tratto caratteristico era la parlata un po’ buffa: un insieme di italiano, francese, spagnolo e anche veneto. Vera ci lasciò soli, camminando un po’ e lui, parlando lentamente, mi spiegò quello che avrei dovuto fare. Tra me e Visone nacque subito una simpatia. All’epoca lui aveva il volto segnato, sempre serio, raramente lo vedevo sorridere. Una volta la signora Maria, l’affittacamere della nostra base in via Macedonio Melloni 76, ci preparò delle tagliatelle fatte in casa. Dopo il primo piatto, io ne mangio un secondo, poi un terzo. Lui aveva finito da un pezzo, e mi guardava da sopra il bicchiere di vino. C’era la guerra, avevamo costantemente fame, ma che io, così minuta, mangiassi più di lui, lo sorprese. Mi lasciò finire, quindi alzò il bicchiere: “Brindo al tuo appetito, Sandra! Mangi per tre!”. E scoppiammo a ridere tutti e due. Non lo sapevo ancora, ma ero a tavola con il mio futuro marito. [...] Io e Visone ci incontravamo sempre di giorno, per ragioni di sicurezza, ma una sera mi chiese di trattenermi con lui nella base di via Melloni perché, disse, c’era ancora del lavoro da fare. Non era vero. Aveva deciso che era il momento, per noi, di diventare più intimi. Seppi quindi il suo vero nome, Giovanni Pesce, ma fino al dopoguerra per me lui rimase Visone, anche se nelle lettere dal campo di concentramento di Bolzano, dove fui trasferita in seguito al mio arresto, lo chiamavo Nino. Non potevo certo scrivere a mia madre: “Cara mamma salutami il comandante Visone”.»

Così Nori diventa ufficiale di collegamento del Terzo Gap Egisto Rubini. Lei ha compiti operativi durante le azioni: trasporta esplosivo e armi da una parte all’altra della città, dispacci cifrati e informative riservate diretti ad altri distaccamenti partigiani, realizza appostamenti, sopralluoghi, passa indenne tra i posti di blocco di fascisti e nazisti, sempre con la bicicletta Bianchi color celeste, sempre per conto di Visone.

«C’erano le rappresaglie ma, cosa avremmo dovuto fare? Smettere la lotta? In ogni caso i nazifascisti non avrebbero cessato di fare quello che facevano. Non ho mai provato pena per chi colpivamo. La guerra non l’avevamo voluta noi. Loro ogni giorno fucilavano, deportavano, torturavano. Si dovevano vincere due cose, la pietà e la paura

Tra Giovanni e Nori inizia ben presto una storia d’amore che durerà l’intera vita. Saranno mesi di azioni militari avventurose, leggendarie, coraggiose, di eventi drammatici.

Nel giugno 1944 si apre la cosiddetta «battaglia dei binari» nello snodo ferroviario Greco-Pirelli, periferia nord di Milano. L’obiettivo del Comando volontari per la libertà è impedire spostamenti di truppe tedesche sui fronti orientali e su quelli occupati negli scontri con gli anglo-americani. Dalla stazione di Greco passano i treni merci carichi di oppositori destinati ai campi di concentramento e sterminio in Germania e Polonia. A Greco è anche operativa l’officina di riparazione di motrici danneggiate da bombardamenti e dalle incursioni aeree. Per effettuare l’operazione, Giovanni arruola tre ferrovieri di Greco: Guerra, Ottoboni e Bottani. A loro si aggiunge il gappista Franco Conti.

Le staffette SandraNarva suddividono poco meno di un quintale di esplosivo in tanti viaggi e lo trasportano dal deposito di Rho a Milano.

Il 24 giugno 1944, una catena di esplosioni distrugge cinque grandi locomotori, due locomotive, il deposito di lubrificanti e dei carburanti, danneggia un trasformatore. Su mandato del feldmaresciallo Albert Kesselring, comandante delle forze tedesche in Italia, vengono subito arrestati quaranta ferrovieri durante un rastrellamento. Il 16 luglio 1944 saranno fucilati tre di loro: sono i ferrovieri antifascisti Colombi, Mariani, Mazzelli che nulla c’entrano con gli attentati.

Il 6 luglio 1944 i Gap di Niguarda attaccano un camion tedesco sulla strada Milano-Como e fanno esplodere la cabina di trasformazione della fabbrica aeronautica militare Caproni. Il giorno successivo, gli uomini coordinati da Giovanni Pesce fanno irruzione nel campo di aviazione di Cinisello, dove decollano gli aerei impiegati in appoggio ai rastrellamenti nazifascisti in Piemonte e Lombardia. Due sentinelle tedesche vengono eliminate, un quadrimotore da trasporto distrutto ed altri due gravemente danneggiati dagli ordigni confezionati da Alighiero Bonciani e Angelo Impiduglia. Il 9 luglio 1944 entra in scena il distaccamento Capettini dei Gap che elimina l’agente della Gestapo Domenico Daravelli. L’11 luglio 1944 una bomba di alto potenziale distrugge un carro officina di fronte all’albergo Gallia: due nazisti rimangono feriti. Il 14 luglio 1944, due gappisti colpiscono Odilla Bertolotti, spia dei fascisti, e, la sera stessa, due partigiani in viale Tunisia distruggono un automezzo tedesco. Un ufficiale nazista tenta di intervenire ed è ucciso. Dal 20 luglio all’8 agosto 1944, i Gap attaccano vari camion pesanti e due autovetture tedesche. Con le bottiglie molotov, in via Leopardi incendiano una macchina nazista: due graduati restano uccisi. Il 2 agosto 1944 due ufficiali delle SS e un fascista delle Brigate nere sono giustiziati. I partigiani dei Gap vanno avanti con le azioni, fino al giorno della strage e della rabbia.

8 agosto 1944, ore 3:00. Un camion a rimorchio tedesco è parcheggiato in viale Abruzzi 77. L’autista, il caporalmaggiore Heinz Kuhn, sta sonnecchiando. Alle 8:15 esplodono due ordigni ad alto potenziale piazzati nel sedile dell’automezzo. È certamente uno strano attentato. Nelle ore successive si attende una rivendicazione dei Gap che non arriverà mai. Kuhn aveva parcheggiato il camion a poca distanza da un’autorimessa in via Natale Battaglia e dall’albergo Titanus, entrambi requisiti ed occupati dalla Wehrmacht.

Nessun militare viene coinvolto nell’attentato, solo l’autista è ferito in modo lieve. Il bilancio pesa tutto sui civili milanesi: sei passanti uccisi, undici feriti, cinque in modo leggero. Non ci dovrebbe essere una rappresaglia, del resto nessun tedesco viene colpito. E invece no.

Il comandante nazista della piazza di Milano Theodor Sae­vecke stila un elenco di ventisei persone, ma sceglie quindici prigionieri politici detenuti nel 5° raggio del carcere di San Vittore. Saevecke ordina alla legione autonoma mobile Ettore Muti e alla Guardia nazionale repubblicana di eseguire la loro fucilazione a piazzale Loreto, come monito alla popolazione, in un luogo d’incrocio delle principali arterie cittadine dalle quali transitano di mattina presto decine di migliaia di lavoratori. I partigiani vengono prelevati dal penitenziario, gli fanno credere di essere diretti a Bergamo per il lavoro coatto imposto nei territori occupati dall’organizzazione Todt, ma è una volgare messa in scena, un vergognoso inganno.

10 agosto 1944, ore 5:45-6:10. Milano, piazzale Loreto, corso Buenos Aires-via Andrea Doria. Il capitano Pasquale Cardella guida il plotone della legione autonoma mobile Ettore Muti. La compagnia di ventura specializzata in lavori sporchi guidata da Franco Colombo, uccide Andrea Esposito, Domenico Fiorano, Umberto Fogagnolo, Giulio Casiraghi, Salvatore Principato, Eraldo Soncini, Renzo Del Riccio, Libero Temolo, Vitale Vertemati, Vittorio Gasparini, Andrea Ragni, Giovanni Galimberti, Egidio Mastrodomenico, Antonio Bravin, Giovanni Angelo Poletti. Sono tutti antifascisti e partigiani, operai, impiegati e tecnici, organizzatori dei grandi scioperi del marzo 1943-1944, lavoratori di Pirelli, Ercole Marelli, Borletti, Falck, Isotta-Fraschini.

Theodor Saevecke non si ferma qui. Ordina che i corpi senza vita dei partigiani vengano esposti in piazzale Loreto, sotto il sole di agosto, accanto a lugubri cartelli con sopra scritto «banditi, assassini, partigiani», davanti a migliaia di persone attonite, rabbiose. I legionari fascisti, gli zerbini di Saevecke, eseguono senza fiatare. Anzi, essendo pure loro dei degenerati, calpestano i cadaveri e allontanano a colpi di fucile familiari, amici e compagni delle quindici vittime.

Dopo la strage, in migliaia rendono omaggio ai caduti di piazzale Loreto. Anche Giovanni Pesce Visone si mischia a quel fiume in piena di uomini, donne, bambini, in lacrime. Scorge da lontano una scena incredibile. È un atto di grande resistenza. Una donna anziana sfila con un mazzo di fiori davanti alle canne agitate dei fucili mitragliatori. I fascisti rimangono annichiliti da quella sfida inerme, dall’improvviso silenzio dei cittadini milanesi. La donna si china, depone i fiori, poi si lascia inghiottire dalla folla. Altre donne giungono con altri fiori, li sistemano davanti ai partigiani caduti.

Il 9 giugno 1999, 55 anni dopo, Theodor Saevecke sarà ritenuto colpevole della strage contro i civili a piazzale Loreto, condannato all’ergastolo, al pagamento delle spese processuali e al risarcimento dei danni morali e patrimoniali alle parti civili.

«Il Saevecke ordinò che, a monito per la popolazione, i cadaveri delle vittime rimanessero esposte nel piazzale per 24 ore (numerose le foto dei giornali dell’epoca acquisite agli atti). Solo a seguito delle insistenze del clero fu permesso ai familiari di dare cristiana sepoltura ai caduti. Il cinismo di tali comportamenti ben integrano, a parere del Collegio, quegli elementi necessari a configurare l’aggravante de quo.»

Quello relativo alla strage di piazzale Loreto a Milano è il fascicolo 2167 ritrovato nel maggio 1994 nel Palazzo Cesi, in via degli Acquasparta a Roma, nella sede della Procura generale militare. Quel giorno, dietro un tramezzo affiora d’improvviso la memoria italiana. Il procuratore militare Antonino Intelisano ordina l’apertura di un armadio con le ante rivolte verso il muro, chiuso a chiave, protetto da un cancello e da un lucchetto, alto 42 centimetri, largo 30. Nel cosiddetto «armadio della vergogna» vengono alla luce 695 fascicoli, stipati uno sull’altro. C’è un registro composto da 2274 notizie di reato. Tutto è archiviato, o, meglio, nascosto, in modo rigoroso, preciso, ordinato. I verbali custodiscono i nomi dei comandanti dei soldati nazisti in ritirata e dei loro scherani repubblichini che hanno colpito a Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto-Montesole, Fosse Ardeatine e in centinaia di paesi e città del Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Marche, Umbria, Lazio, Campania. Praticamente ovunque.

L’occultamento dei fascicoli è successivo alla decisione dei procuratori generali militari Enrico Santacroce, Arrigo Mirabella e Umberto Borsari, del 4 gennaio 1960, di archiviare in forma provvisoria i documenti sugli eccidi di civili e militari italiani avvenuti tra il 1943 e il 1945. Dopo il ritrovamento dell’«armadio della vergogna», i magistrati militari riaprono le inchieste e i giudici condannano i responsabili delle stragi, anche se ormai ultranovantenni.

[...]

All’eccidio di piazzale Loreto rispondono prontamente gli operai. L’11 agosto 1944, incrociano le braccia in segno di protesta i lavoratori delle fabbriche Vanzetti, Graziosi, Trafilerie, Motomeccanica, Om; alla Pirelli le maestranze si riuniscono in silenzio. Poi calcano la scena i Gap. Lo stesso giorno degli scioperi, gli uomini del distaccamento Walter, depongono due bombe sul davanzale della finestra del comando tedesco fra via Guernico e via Montello, e altre due – ritardate di pochi minuti – all’ingresso dello stesso comando in modo tale da colpire chi, alle prime esplosioni, si riversa verso l’esterno. L’azione causa un numero elevato di morti e feriti tra il nemico.

Il mattino del 14 agosto 1944, un alto ufficiale tedesco e due subalterni mentre discutono in un ufficio del Palazzo di Giustizia vengono colpiti con una sipe lanciata da una finestra. Il 16 agosto 1944, i gappisti Clemente Azzini e Mario Bosetti giustiziano uno squadrista, ufficiale della Milizia e, due giorni dopo, un’altra squadra abbatte un ufficiale delle SS a Porta Volta. Il 28 agosto 1944, mentre il gappista Franco Conti sta per essere arrestato, ammazza due fascisti e riesce a farla franca. Il 30 agosto 1944, un locomotore viene fatto deragliare sul tratto ferroviario Milano-Certosa-Rho mentre un’altra squadra fa saltare un traliccio metallico. I cavi spezzati dell’alta tensione cadono e si aggrovigliano sulla strada. Le ruote di un camion si impigliano nei cavi e l’autocarro si incendia: due tedeschi muoiono carbonizzati.

Agosto si chiude con un’azione eclatante. L’avvocato Domenico De Martino proviene dalla questura di Roma. Si è appena trasferito all’ufficio politico della questura di Milano e lavora come commissario ausiliario. I partigiani lo ritengono però una spia. Secondo altre fonti, a quel tempo De Martino starebbe indagando sui crimini di Pietro Koch a Villa Triste e sulla vera matrice dello strano attentato di viale Abruzzi che precede la strage di piazzale Loreto, a Milano. De Martino abita in via Telesio 8, vicino a via Mario Pagano, in una zona militarizzata, sede di comandi tedeschi e fascisti, protetta da eccezionali misure di sicurezza. L’avvocato adotta precauzioni di estrema vigilanza. È scortato, non gira mai da solo, esce per recarsi in questura o tornare a casa. I gappisti devono colpirlo, ma non conoscono le sue sembianze. Così la staffetta Sandra si reca in via Telesio 8, riesce a salire nell’ufficio dell’avvocato e si inventa una storia falsa, ma verosimile: gli chiede un parere legale sul riconoscimento di suo nipote, nato da una relazione tra sua sorella e un colonnello fascista morto in guerra. Ora i Gap conoscono il volto di Domenico De Martino. Il 30 agosto 1944, viene assassinato a pochi passi dal portone di casa. La scorta non reagisce immediatamente: quando esplode i primi colpi è troppo tardi, i partigiani sono in fuga.

Successivamente, il comando dei Gap intende colpire un locale di ristoro di truppe tedesche e fasciste nella stazione centrale. Clemente Azzini Lupo indossa un’uniforme fascista con un grande zaino sulle spalle che contiene esplosivo. Con lui ci sono Giovanni Pesce, Angelo Impiduglia, il tecnico artificiere del gruppo, le staffette SandraNarva. Azzini entra nel locale e deposita in terra lo zaino. Prende per mano tre bambini che si rincorrono appena fuori all’entrata del locale. Giusto il tempo di offrirgli una caramella e la bomba deflagra improvvisamente dieci minuti prima del previsto. Il contrattempo è dovuto alla sperimentazione delle matite esplosive utilizzate al posto delle classiche micce. Cinque morti, decine di feriti tra nazisti e fascisti. I gappisti sono tutti illesi.

Clemente Azzini viene arrestato a settembre dagli uomini della legione autonoma mobile Ettore Muti. Non c’è però nessun collegamento tra lui e l’attentato in stazione centrale. Viene condotto in via Rovello e torturato per un’intera settimana dal colonnello comandante Franco Colombo e dai suoi sgherri Ampelio Spadoni, Arnaldo Asti, Michele Della Vedova e Arnaldo Cagnoni. Con uno stratagemma, Clemente Azzini riesce a fuggire dalla finestra di un gabinetto e resterà l’unico partigiano ad evadere dal Palazzo Carmagnola di via Rovello.

Sono i mesi dei drammi, dell’atto temerario, della solitudine. Perché il gappista è un anonimo, vive tappato in casa, trascorre da solo lunghe ore, giorni, settimane. Sente aleggiare intorno la paura e ne scopre i mille volti. È sempre teso, all’erta. Prima di quella con il nemico deve vincere la battaglia di nervi con se stesso. Perché una cosa è combattere in montagna, in cui un ribelle crede di avere le spalle al sicuro. Vede arrivare il nemico, sceglie lui il momento dell’azione. Ben diversa è la vita in città. Il ribelle è isolato, non ha le spalle coperte, non ha compagni che lo aiutano, non può avere contatti con la propria famiglia, moglie, fidanzata. Gli unici rapporti consentiti sono quelli con il comando, ma non diretti: tutto deve avvenire tramite le reciproche staffette che fissano gli appuntamenti e si accordano sulle azioni. Chi non rispetta le regole è perduto. Molti gappisti vengono arrestati e fucilati perché parlano direttamente o indirettamente con la loro compagna. Non è cosa per tutti. È vita grama. Per combattere in una città come Milano ci vogliono persone con caratteristiche particolari, che ragionano con sentimento, intelligenza, arguzia, curiosità, ma posseggono una forte coscienza morale, una grande motivazione politica. Nonostante le misure di massima vigilanza adottate e sperimentate con successo da Giovanni, Milano è anche un crocevia di spie e delatori al servizio del nemico.


Daniele Biacchessi, Giovanni e Nori. Una storia di amore e di Resistenza.


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Daniele Biacchessi, giornalista e scrittore, è caporedattore di Radio24. Ha vinto il Premio Cronista 2004 e 2005 per il programma Giallo e nero, il Premio Raffaele Ciriello 2009 per il libro Passione reporter (Chiarelettere 2009) e il Premio Unesco 2011 per lo spettacolo Aquae Mundi con Gaetano Liguori


[Nella foto (particolare della copertina): nei giorni della Liberazione a Milano uomini appostati in via Solferino per l'occupazione della sede del "Corriere della sera", 25 aprile 1945. © Mondadori Portfolio]


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