Password dimenticata?

Registrazione

Home > Notizie

Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale

Una scena del film "Il mandolino del capitano Corelli", diretto da John Madden

La rimozione delle colpe della II guerra mondiale
Il cattivo tedesco e il bravo italiano di
Filippo Focardi

Il cattivo tedesco e il bravo italiano

Cattivo tedesco. Barbaro, sanguinario, imbevuto di ideologia razzista e pronto a eseguire gli ordini con brutalità. Al contrario, bravo italiano. Pacifico, empatico, contrario alla guerra, cordiale e generoso anche quando vestiva i panni dell’occupante.
Filippo Focardi in Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale analizza i due stereotipi che hanno segnato la memoria pubblica nazionale e consentito il formarsi di una zona d’ombra: non fare i conti con gli aspetti aggressivi e criminali della guerra combattuta dall’Italia monarchico-fascista a fianco del Terzo Reich.
A distinguere fra Italia e Germania era stata innanzitutto la propaganda degli Alleati: la responsabilità della guerra non gravava sul popolo italiano ma su Mussolini e sul regime, che avevano messo il destino del paese nelle mani del sanguinario camerata germanico. Gli italiani non avevano colpe e il vero nemico della nazione era il Tedesco. Gli argomenti furono ripresi e rilanciati dopo l’8 settembre dal re e da Badoglio e da tutte le forze dell’antifascismo, prima impegnati a mobilitare la nazione contro l’‘oppressore tedesco e il traditore fascista’, poi a rivendicare per il paese sconfitto una pace non punitiva. La giusta esaltazione dei meriti guadagnati nella guerra di Liberazione ha finito così per oscurare le responsabilità italiane ed è prevalsa un’immagine autoassolutoria che ha addossato sui tedeschi il peso esclusivo dei crimini dell’Asse, non senza l’interessato beneplacito e l’impegno attivo di uomini e istituzioni che avevano sostenuto la tragica avventura del fascismo.

Ecco un breve estratto del saggio di Focardi.

[...] Alla base della lunga persistenza in Italia e all’estero di stereotipi e miti sui tedeschi e sugli italiani sta il fatto che essi abbiano corrisposto effettivamente a comportamenti e gradi di responsabilità molto differenti dei due ex alleati. Esiste cioè alla loro base un forte nucleo di verità. A fronte della guerra totale di annientamento condotta dalla Wehrmacht e della Shoah, stavano ad esempio l’aiuto prestato dagli italiani agli ebrei in Francia come in Jugoslavia o in Grecia, il soccorso offerto alle popolazioni serbe in Croazia, la mancanza di crimini di massa di tipo genocidiario come quelli pianificati e messi in pratica dai tedeschi, specialmente nei territori orientali non solo contro gli ebrei ma anche contro gli zingari o i prigionieri di guerra sovietici. E tuttavia gli stereotipi del «bravo italiano» e del «cattivo tedesco » sono serviti egregiamente a mascherare e rimuovere aspetti altrettanto reali della guerra fascista e prima ancora della politica coloniale e antisemita del regime: il carattere aggressivo di quella guerra e le responsabilità del regime nel suo scatenamento; il fatto che molti italiani l’abbiano combattuta – almeno per un pezzo – con convinzione ideologica; i gravi crimini commessi nei Balcani o in Russia che si aggiungevano a quelli già perpetrati su larga scala in Libia e in Etiopia; la persecuzione antisemita nel 1938 non imposta da Berlino e la collaborazione poi prestata dalla RSI allo sterminio degli ebrei, braccati e consegnati nelle mani dei carnefici hitleriani. Gran parte del carico delle colpe italiane ha finito così per essere messo sulle spalle (già molto provate) dei tedeschi per poi essere rapidamente rimosso.

Come ha osservato Vittorio Foa, una delle figure più lucide dell’antifascismo italiano, non si è trattato di «una rimozione in senso psicanalitico», quanto piuttosto di «una comoda ma delittuosa cancellazione della storia», poiché quando «dopo avere ucciso, non si riconosce la vittima, si è ucciso due volte». E la cattiva Germania, a suo giudizio, è servita allo scopo funzionando a meraviglia da comodo alibi per gli italiani. «I tedeschi – egli ha aggiunto – sono diventati una grande risorsa per la tranquillità della nostra coscienza. Ma è necessario ricordare il male della nostra parte se non vogliamo abbandonare al caso il nostro domani». Queste parole eticamente ispirate risalgono al 1996. Il periodo coincide con l’inizio di una nuova stagione storiografica che – riprendendo gli studi avviati negli anni settanta da Del Boca, Rochat, Sala e Collotti – ha cercato di far piena luce sulle ‘pagine oscure’ del passato nazionale: i massacri nelle colonie; la politica razzista del fascismo contro slavi, africani ed ebrei; le occupazioni militari durante la guerra dell’Asse con le pratiche di guerra ai civili; le deportazioni di massa di uomini donne e bambini; la questione della mancata punizione dei criminali di guerra italiani. Gli storici hanno ormai sgretolato buona parte dei tasselli che formavano il mito del «bravo italiano». Ma i risultati della ricerca hanno prodotto solo flebili effetti sull’opinione pubblica, toccata alla superficie. Documentari televisivi come lo stesso Fascist Legacy di Ken Kirby o La guerra sporca di Mussolini di Giovanni Donfrancesco sono stati messi in onda quasi esclusivamente sui canali satellitari di storia come History Channel, cui si è aggiunto qualche fugace passaggio sulle reti televisive nazionali. Il successo di vendite di alcuni libri di alta divulgazione – come i volumi di Angelo Del Boca Italiani brava gente? e di Gianni Oliva «Si ammazza troppo poco» – indica che un pubblico qualificato di una certa ampiezza ha ormai scoperto questi temi. Tuttavia una consapevolezza diffusa nel paese tuttora manca. Nessuna delle numerose fiction televisive di argomento storico si è arrischiata a toccare il delicato argomento. Ma anche gli stessi manuali di storia per le scuole e le università – salvo eccezioni – ancora non trattano o non trattano a sufficienza il tema delle responsabilità italiane nei crimini coloniali o nella guerra di aggressione dell’Asse. Soprattutto, questa dimensione moralmente ingombrante del nostro passato non ha trovato fino adesso alcuno spazio nella ridefinizione delle coordinate della memoria pubblica nazionale, che ha preso avvio all’inizio degli anni novanta dopo il crollo della cosiddetta «prima repubblica».

[…]

Se prendiamo in considerazione le due ricorrenze fondate su avvenimenti della seconda guerra mondiale, capaci peraltro di produrre il maggiore impatto nel dibattito pubblico, ovvero la giornata della Shoah e quella delle foibe, risulta evidente come le nuove commemorazioni, con le loro prassi celebrative predominanti, abbiano avuto l’effetto di confermare e rilanciare l’immagine del «bravo italiano » e del «cattivo tedesco» piuttosto che metterla in dubbio. Già di per sé significativa è stata ad esempio la scelta per la giornata della Shoah del 27 gennaio – in riferimento alla liberazione nel 1944 del campo di sterminio di Auschwitz – al posto del 16 ottobre, inizialmente proposto con riferimento alla data del rastrellamento del ghetto di Roma nel 1943, rappresentando la prima una data simbolica legata all’azione criminale della Germania nazista e alludendo invece la seconda a un contesto italiano che chiamava in causa anche le responsabilità dei nostri solerti collaboratori antisemiti. Ma soprattutto le commemorazioni della giornata della memoria sono state l’occasione non solo per ricordare le vittime italiane della violenza nazista (militari, oppositori politici, ebrei) e approfondire la conoscenza della loro persecuzione, ma anche – in particolare in molte proposte celebrative promosse dal centrodestra – per vantare piuttosto le benemerenze umanitarie di tanti italiani prodighi nel soccorso e nel salvataggio degli ebrei. A questo scopo sono state esaltate figure davvero encomiabili come il commerciante Giorgio Perlasca, che con coraggio e abnegazione mise in salvo in Ungheria migliaia di ebrei, o altre più controverse come il funzionario di polizia Giovanni Palatucci, comunque accomunate dal fatto di aver nutrito allora sentimenti di fedeltà al regime o alle sue istituzioni. Dunque, a un tempo esempi emblematici di «italiani brava gente» di cui andare fieri come nazione ed ennesima dimostrazione della differenza intercorsa fra il fascismo e il nazismo eliminazionista.

[…]

È inevitabile che la costruzione istituzionale della memoria punti su un legame assai stretto con la dimensione dell’identità, in questo caso dell’identità unitaria del paese. Ma come ha osservato il sociologo Paolo Jedlowski, è altresì importante che venga coltivato un nesso fra la memoria e la giustizia, attraverso il quale la memoria – quale consapevolezza critica del passato – si faccia assunzione di responsabilità ovvero capacità di rispondere dei nostri atti. Da questo punto di vista, il valore etico più alto – non solo per un individuo ma anche per una nazione – diventa l’impegno a rendere conto delle proprie colpe, delle violenze e dei crimini commessi.

È questo percorso di «elaborazione del passato» che, a partire almeno dagli anni sessanta, ha dimostrato di saper affrontare con coraggio e sofferenza la Germania, prima da Bonn e poi da Berlino, anche perché costretta dal peso gigantesco delle proprie responsabilità storiche e dalla pressione internazionale che le impediva una rimozione (pur tentata in varie forme negli anni cinquanta e sempre a rischio di essere intrapresa in futuro). È il percorso che resta ancora da imboccare da parte dell’Italia, oggi alle prese con la crisi economica e le minacce portate alla sua coesione nazionale. Sul come affrontare il passato per guardare al futuro da democrazia consapevole vale l’esempio della Germania; bisogna dunque «imitare» i tedeschi provando a fare i conti fino in fondo col fascismo come loro hanno fatto (e continuano a fare) col nazismo.

Sarebbe auspicabile ad esempio che un’alta carica dello Stato possa compiere un gesto come quello dell’ex presidente tedesco Johannes Rau, che nell’aprile 2002 si recò insieme al presidente Ciampi alle commemorazioni della strage di Marzabotto Monte Sole. A quando una visita ufficiale italiana a Domenikon o all’isola di Raab in Croazia, sede di un famigerato campo di concentramento per slavi? Ma insieme ai gesti simbolici, e prima ancora di essi, servirebbe una ben maggiore diffusione della conoscenza della nostra storia, a partire dalle scuole. È doveroso che gli studenti conoscano Sant’Anna di Stazzema e Monte Sole, come Auschwitz e le foibe, ma dovrebbero sapere anche che cosa hanno rappresentato Domenikon e Raab, per non dire di Debrà Libanòs in Etiopia. Allo stesso modo può avere un valore formativo che venga loro additato l’esempio di un Giorgio Perlasca, ma non dovrebbero essere taciute le colpe di un Rodolfo Graziani o di un Mario Roatta. Anche così si costruisce una memoria europea fondata sull’etica della responsabilità e aperta alla dimensione globale e multietnica delle società in cui viviamo, al di là di una memoria nazionale finora centrata su se stessa, vittimistica e autocelebrativa.


Filippo Focardi, Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale. pp. 186-193


______________________

Filippo Focardi è ricercatore di Storia contemporanea presso il Dipartimento di Scienze politiche, giuridiche e studi internazionali dell’Università di Padova. Si è occupato di memoria del fascismo e della seconda guerra mondiale, di risarcimenti per le vittime del nazismo e della questione della punizione dei criminali di guerra italiani e tedeschi.

Seguici in rete

facebook twitter youtube newsletter laterza

Ricerca

Ricerca avanzata

Lea libri e altro: la piattaforma di lettura in streaming di Laterza. Prova 1 mese gratis!

Lampi Laterza

App Lezioni di Storia

Notizie

Edizione:
Collana:
ISBN:
Argomenti:

copia il codice seguente e incollalo nel tuo blog o sito web:

torna su