Maria Giuseppina Muzzarelli racconta “Madri, madri mancate, quasi madri”

“L’esperienza di essere madri nel lungo Medioevo occidentale presenta molte sfaccettature e altrettante varianti, tutte culturalmente e socialmente determinate. Molti condizionamenti, di diversa portata, hanno inciso sulla più semplice delle relazioni fino a modificare in profondità il ruolo della madre e la rappresentazione di esso. Indagare le molteplici forme assunte dalla funzione materna nel Medioevo ci aiuterà a capire i vari modi di impersonare questo ruolo, nonché le valutazioni suscitate dalle figure di alcune madri particolari di cui è possibile ricostruire la storia.

All’origine di questo libro non c’è una tesi, ma una serie di domande e dubbi. Pensiamo ad alcuni modi attuali di concepire la maternità. Sono davvero così inediti? Madri surrogate, famiglie allargate e madri alle prese con i sensi di colpa quando non intendono rinunciare alla carriera: sono questioni solo dell’oggi?”

In Madri, madri mancate, quasi madri la storica Maria Giuseppina Muzzarelli ci accompagna in un medioevo al femminile lontano da stereotipi.

 

Da Christine De Pizan, la prima intellettuale di professione, fino alla potente Matilde di Canossa, il libro ripercorre sei storie di donne accomunate da un rapporto complesso con la maternità, ora realizzata, ora mancata, ora soltanto ideale: donne e madri capaci di reinventare il proprio destino.

 

 

Scopri il libro:

Si può avere tutto!

 

Barbero, Bauman, Mazzucato, Le Goff, Mancuso… Non devi scegliere, si può avere tutto!

 

Dall’11 settembre al 10 ottobre

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 *escluse le novità degli ultimi sei mesi

Legenda. Libri per leggere il presente

Legenda è uno sguardo rapido ai fatti che hanno scandito la settimana e un invito a leggere il presente togliendo il piede dall’acceleratore.

Legenda è un tentativo di legare il mondo che corre alle parole che aiutano a capirlo.

 

Afghanistan. Mentre vengono annunciati i componenti del nuovo governo dell’Afghanistan, rileggiamo il libro che Valerio Pellizzari scriveva dieci anni fa, come a marcare un inconsapevole punto di mezzo, un checkpoint, tra gli eventi del 2001 e la crisi di questo 2021. In battaglia, quando l’uva è matura è il racconto intenso di un Afghanistan sul doppio binario della Storia e delle storie, un mondo dissociato tra aquiloni e kalashnikov, tra giardini segreti curati con amore e attentati brutali, tra vendette tribali e nevrosi del mondo digitale.

«Sopra la vecchia fortezza color fango di Kolola Pushta, sopra il forno, la moschea, la scuola, le ceste di meloni esposte sulla strada, i letti di legno appena finiti dal falegname, incombe un enorme involucro, un aerostato, un dirigibile color topo, che si muove lento, silenzioso, circospetto come un animale da preda. Lo sfondo unico, incantato, delle montagne e del cielo è disturbato, sfregiato, da questo pallone gigante. […] È carico di telecamere e di sensori elettronici che scrutano la vita quotidiana di questo piccolo quartiere e dell’intera città, senza chiedere e spiegare nulla ai suoi quattro milioni di abitanti. Quegli occhi artificiali riferiscono a un personaggio sconosciuto, in un ufficio sconosciuto, in una località sconosciuta di un paese straniero ignoto, lontanissimo, oltre l’oceano.
L’occhio del Grande fratello si interessa a un paese popolato in gran parte da contadini, pastori, venditori ambulanti, nomadi, profughi. Composto anche in misura minore da commercianti intraprendenti, da mullah spesso senza cultura, da funzionari civili mal pagati, da guerriglieri instancabili e facilmente infiammabili.
Solo due su dieci tra questi abitanti adulti sanno leggere e scrivere. Gli altri non conoscono la differenza tra le parole mongolfiera, aerostato, dirigibile, zeppelin. Ma tutti sanno che quell’enorme pallone sopra le loro teste non è innocente, non studia l’aria, il vento, la pioggia, la temperatura, ma spia i loro gesti e i loro movimenti. Sanno anche che lo hanno portato i soldati stranieri, in questo paese formato da zone desertiche, montagne impervie, vallate verdissime, fiumi impetuosi, spazzato da venti improvvisi, con estati bollenti e inverni gelidi.»

→ Pellizzari, In battaglia, quando l’uva è matura

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Vaccini. Secondo quanto ricostruito da Reuters, mentre in Italia e in molti altri paesi si parla di terza dose, il numero delle dosi previste per il 2021 dal programma COVAX per i paesi più in difficoltà sarebbe stato tagliato di circa il 30%.

→ Florio: “Brevetti sui vaccini: le (tante) ragioni di Biden”
→ Duflo: “Sì ai brevetti liberi ma anche più dosi per i Paesi poveri”
→ Morozzo della Rocca, La strage silenziosa

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Aborto. In vigore dal primo settembre in Texas la legge sull’aborto più restrittiva degli Stati Uniti, che vieta l’interruzione di gravidanza una volta rilevata l’attività cardiaca embrionale, a circa sei settimane, e non prevede eccezioni nemmeno in caso di stupro.
«La cosa più grave» riporta L’Espresso, «in quanto crea un precedente pericoloso, è che il “Senate Bill 8”, chiaramente anti costituzionale come ha sottolineato lo stesso presidente Biden, è stato pensato proprio per evitare ricorsi e successivi blocchi, garantendo ai cittadini di fare rapporto sui medici che infrangono la legge.
Le denunce, dunque, possono arrivare da un infermiere, da un impiegato della clinica o persino dal conducente di un taxi».

Intanto, nella vicinissima Repubblica di San Marino, il 26 settembre si terrà un referendum per la depenalizzazione dell’aborto.

→ MacKinnon, Le donne sono umane?
→ Butler, Questione di genere
→ Duby-Perrot, Storia delle donne in Occidente. Il novecento

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Ex Jugoslavia. Racconto la guerra perché non ho altra scelta
Questo articolo di Zoran Žmirić, tradotto da Internazionale, fa parte di una serie dedicata ai trent’anni dalla dissoluzione dell’ex Jugoslavia, cominciata nel 1991.

«Capisco e accetto che per molte persone la guerra sia la cosa più eccitante che hanno vissuto. Di fronte a queste persone, con un certo imbarazzo ammetto che non è il mio caso.
La donna che mi ha sempre atteso ha detto “sì”. Non c’è nulla di paragonabile. Nessun altro mi avrebbe aspettato come ha fatto lei. Ha atteso il mio ritorno dall’Esercito popolare jugoslavo. Ha atteso il mio ritorno dalla guerra. Ha aspettato il mio ritorno dall’ospedale, dopodiché ha aspettato che fossi del tutto guarito. E poi ha aspettato che tornassi a essere me stesso, l’uomo che, mi ha detto, quando l’ha visto per la prima volta a una festa, le ha fatto tremare le ginocchia. Credo stia ancora aspettando quell’uomo, che non è mai tornato.
Quell’uomo è rimasto bloccato da qualche parte, nella tarda pubertà, alla fine di un’estate che doveva durare per sempre. Un altro uomo è tornato al suo posto e, invece dell’estate infinita che non eravamo destinati ad avere, abbiamo ottenuto quello che abbiamo ora e che sarà, fino alla fine.»

→ Colombo, Guerra civile e ordine politico
→ Kershaw, L’Europa nel vortice

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Viaggi. La nuova vita dei treni di notte – RivistaStudio

«“Cinema’s enduring love affair with the sleeper train” è un articolo del Guardian risalente al 2014, appena accennato e troppo sintetico, dedicato a tutte quelle volte che il grande schermo ha romanzato le cuccette, romanticamente “i treni di notte”, più intimi di un aereo, più spaziosi di una macchina e quindi perfetti per accogliervi le storie che lì dentro sarebbero nate o finite.
[…] E nonostante nella realtà di storie simili, almeno quelle sentimentali e con il lieto fine, è probabile non ce ne siano mai state e le tratte notturne decisamente costose da gestire e abbandonate dai viaggiatori per i voli a basso prezzo siano state interrotte dalle compagnie ferroviarie, mentre l’Europa affrontava la pandemia lo scorso anno, quelle stesse compagnie hanno iniziato a raccogliere segnali indicativi che una nuova alba per questi viaggi si stava avvicinando.
[…] Enduring love, quindi, ma anche un’opportunità per ridurre le emissioni di carbonio e dare nuova vita alle cuccette una volta quasi predisposte per passare notti infernali, e persino un primo passo verso la Trans Europe Express 2.0 proposta dal ministro dei Trasporti tedesco Andreas Scheuer, recuperando quella “Trans Europe Express” cantata dai Kraftwerk, con i treni con la livrea crema e rossa e la sigla TEE che hanno rappresentato uno dei pilastri su cui è nata l’Europa unita.»

→ Pace, La libertà viaggia in treno
→ Magrelli, La vicevita
→ Mystery train, un podcast in quattro puntate

“Sì ai brevetti liberi ma anche più dosi per i Paesi poveri”

Francesco Manacorda | la Repubblica | 7 maggio 2021

Esther Duflo insegna al Massachussets Institute of Tecnology, a Boston. A soli 47 anni, nel 2019, è diventata il più giovane premio Nobel per l’Economia nella storia per i suoi studi sperimentali sulla povertà. L’assenza di solidarietà dell’Occidente verso i Paesi poveri di fronte alla pandemia — dice l’economista di cui in questi giorni uscirà per Laterza Lottare contro la povertà — la lascia esterrefatta: «Non so come facciano i leader mondiali a guardarsi ancora allo specchio».

Professoressa, Biden che chiede la sospensione temporanea dei diritti di proprietà intellettuale sui vaccini va nella giusta direzione?

«Sì, mi pare una buona cosa. Non sappiamo ancora se porterà alla sospensione di quei diritti, ma di sicuro aumenta la pressione sulle società farmaceutiche e le spinge a trattare e a condividere i loro brevetti. Segnala il primo vero, grande passo fatto dagli Stati Uniti e dall’Europa. È vero, per ora sono solo parole, ma sono parole con un peso».

Solo parole, dice lei. E nei fatti l’Occidente come si è comportato verso il mondo più povero?

«Ogni Paese si è richiuso in se stesso, fatta salva la collaborazione all’interno dell’Unione europea. Ciascuno ha prima chiuso le frontiere e poi ha evitato di aiutare i Paesi più poveri. Il risultato è che i Paesi ricchi hanno stanziato circa il 20% del loro Pil per aiutare le economie nazionali, quelli poveri solo il 2%. Si può pensare che all’inizio della pandemia ciascun Paese fosse atterrito e si può forse capire il loro restare immobili. Ma poi, con l’arrivo dei vaccini, è successa la catastrofe».

Cioè?

«È stata creata subito Covax, grazie a organizzazioni internazionali e a individui come Bill Gates, per dare i vaccini ai Paesi poveri. Ma poi a Covax sono state consegnate meno di 50 milioni di dosi invece dei due miliardi di dosi almeno che erano necessarie».

Qualcuno le direbbe che è normale che in una pandemia ciascun Paese pensi a se stesso…

«Mostrando una miopia senza precedenti. Lo sforzo economico per aiutare i Paesi poveri sarebbe stato irrisorio: per far arrivare in quei Paesi 2 miliardi di dosi di vaccini ci vorrebbero 29 miliardi di dollari. Diciamo pure che ci vogliano 4 miliardi di dosi, con una spesa di poco superiore ai 50 miliardi. Ci rendiamo conto di quanto poco siano rispetto alle migliaia di miliardi che i soli Stati Uniti stanno mettendo nel loro piano di ripresa?».

Mancanza di solidarietà, dunque.

«Ma anche scarsissima lungimiranza. Quel che sta accadendo in India è una catastrofe umanitaria, non un problema dell’India o dell’Asia, ma del mondo. Quei 300 mila casi al giorno significano varianti diverse e più difficili da combattere, che sono già presenti in Europa. E chi ci assicura che ora non accadrà lo stesso in Africa?».

Come si spiega quanto sta succedendo nelle dinamiche tra Paesi ricchi e poveri?

«Non me lo spiego. Tutte le belle parole che si potevano dire sono state dette. “Siamo tutti nella stessa barca”. “Aiutare i Paesi più poveri è un imperativo morale”. L’hanno detto Biden, Merkel, Macron. E poi non hanno fatto nulla. E incredibile la distanza tra le parole e i fatti, un fallimento morale senza precedenti. I governi e le opinioni pubbliche dei Paesi più ricchi sono evidentemente così concentrati sul loro ombelico da non capire la portata globale della crisi».

Che eredità ci lascia la pandemia?

«Almeno due conseguenze. La prima è un’attitudine differente sul ruolo che possono avere i governi nell’affrontare emergenze. Si è capito che di fronte a episodi come questo c’è bisogno di governi forti per imporre lockdown e aiutare i cittadini. La seconda conseguenza, ancora da verificare, è una presa di coscienza generale dei rischi climatici. La pandemia è una catastrofe ambientale annunciata dalla scienza, ma a cui nessuno aveva prestato attenzione. Succede lo stesso per la crisi climatica, che adesso potrebbe essere più concreta ai nostri occhi. Ma anche in questo caso il comportamento dei Paesi ricchi sarà stato dannoso».

Perché?

«Abbiamo dimostrato che i governi possono essere forti e solidali, ma che la solidarietà si ferma ai confini nazionali e perché per combattere i cambiamenti climatici con accordi internazionali avremo bisogno anche dei Paesi più poveri. Dopo che ci hanno visto dire una cosa e fare l’esatto contrario non penso che si fideranno molto dei nostri impegni».

 

Scopri il libro:

San Francesco: adolescente, arlecchino, teppista

Figlio, santo, poeta, cavaliere, riformatore. San Francesco è stato tutto questo e anche molto di più: senza dubbio la più grande figura religiosa e spirituale della storia italiana. Come in un caleidoscopio, la sua vita ci permette di comprendere meglio gli uomini e le donne del medioevo: qui un estratto da L’avventura di un povero cavaliere del Cristo, il nuovo libro di Franco Cardini.

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L’età di Francesco in quel torno di tempo corrispondeva a quella in cui, nelle tradizioni cavalleresche allora in uso in Europa – che, intendiamoci, variavano di luogo in luogo e di tempo in tempo: ma non troppo –, il domicellus compiva il suo tirocinio per giungere infine a ricevere la cintura di miles. In una società in rapida evoluzione, egli apparteneva a un ceto potenzialmente ascendente, con l’ambizione e la necessità di adeguarsi al rango e al «genere di vita» dell’oligarchia consolare, costituita dopo i fatti del 1198 in tutto o in massima parte di populares: al di là della nascita o degli averi, quel gruppo emergente o prominente era infatti caratterizzato dalla diffusione delle forme culturali, cioè di un «genere di vita» aristocratico.

Si stava in quegli anni, tra la fine del XII e i primi del XIII secolo, assistendo a un processo d’integrazione tra ceti sociali diversi che senza dubbio non escludeva – al contrario! – attriti, tensioni e addirittura violenze, ma che era favorito da una sostanziale omogeneità culturale e politica delle aristocrazie cittadine e del ceto dominante d’origine popolana, presupposto del quale era la penetrazione del costume, della cultura e del «genere di vita» cortesi-cavallereschi in ambienti quali quelli «dei notai e dei giudici che frequentavano gli Studi e le corti signorili, e dei mercanti che vivevano accanto ai nobili nelle cariche cittadine, nelle società e nell’esercito comunale».

Il figlio del mercante Pietro di Bernardone – abbastanza colto, dotato senza dubbio di parecchio fascino personale nonostante l’aspetto fisico non prestante, soprattutto ricco abbastanza da fare le spese per tutta una «brigata» di giovani gaudenti – aspirava non solo a vivere nobilmente, ma addirittura a far proprio il modus cogitandi del ceto al quale intendeva socialmente assimilarsi: al punto da divenire per i suoi compagni, membri naturali di quel ceto, maestro di tale modus, interprete di cortesia e di «gaia scienza». Sapeva cantare, suonare, danzare, corteggiar le donzelle dei casati dei boni homines suoi amici o clienti (e debitori?) di suo padre; aveva viaggiato, lui figlio di mercante, più dei figli dei milites, l’orizzonte dei quali era incollato alla torre avita e alle colline circostanti; conosceva forse un po’ gli idiomi oltralpini; sapeva abbastanza di Carlo imperatore, di Rolando, della Tavola Rotonda. E la sua passione per la dignità cavalleresca lo avvicinava al personaggio forse più affascinante della letteratura arturiana: a quel Perceval che forse egli conosceva nel nome attribuitogli dal romanziere Chrétien de Troyes, al «puro folle» il cui unico amore – racconta il Conte du Graal che gli è dedicato – sono i cavalieri e che, incontrandone alcuni nel bosco, li crede angeli. Né il padre lesinava il suo denaro per favorire i sogni cavallereschi del figlio, che a suo avviso avrebbero potuto tradursi in termini concreti e cittadini di ascesa sociale, prestigio, buone amicizie e scelta clientela, magari anche di nobile accasamento. Quello era del resto un tempo di nuovi ricchi non meno che di nuovi poveri: come il cavaliere caduto in miseria al quale Francesco, ripetendo un gesto tradizionale di cortesia, avrebbe donato come vedremo il ricco mantello che indossava.

Ma questa prima fase della carriera del giovane, brillante figlio del mercante Pietro fu interrotta dalla forza degli eventi. Nell’ottobre del 1201 le milizie di una lega formata dagli abitanti di Foligno, Assisi, Spello, Bevagna, Nocera e Fabriano mossero contro la città dominante dell’area, Perugia, dove avevano trovato rifugio da ormai tre anni i boni homines assisani costretti o indotti a scegliere la via dell’esilio. Tra gli esuli, volontari o meno, poteva esserci la potente consorteria dei signori di Sasso Rosso e di Coccorano, figli di messer Offreduccio di Bernardo o Bernardino, ch’era già morto nel 1177. Capo del casato era adesso l’irruento messer Monaldo, sire di Coriano; accanto a lui il fratello Favarone, che dalla moglie Ortolana aveva avuto la figlia Chiara, una bambina di circa sette anni quando scoppiò il conflitto. Per la verità, non vi sono fonti sicure ad attestare che dopo il 1198 anche la famiglia di Monaldo si fosse trasferita a Perugia, raggiungendovi gli altri aristocratici assisani in esilio: ma la cosa è tutto sommato verosimile. Quanto a Favarone, sullo scorcio fra i due secoli era con molta probabilità già venuto a mancare.

Francesco partecipò attivamente al conflitto, in particolare al forse modesto episodio della battaglia di Ponte San Giovanni presso Collestrada nel 1202, a metà strada fra Perugia e Assisi. Possiamo immaginarcelo armato ed attrezzato come un cavaliere, anche se nessuno lo aveva mai armato miles? Nel regime podestarile gestito dai boni homines i populares erano esclusi dalla militia, anzi, a rigore non facevano neppure parte del commune: quindi la presenza di un popularis in armi e a cavallo tra giovani boni homines non sarebbe stata de iure ammissibile. Tuttavia ciò poteva de facto ben accadere sulla base di rapporti d’amicizia e di accordi interfamiliari: quale pater familias d’illustre lignaggio avrebbe rifiutato una cortesia del genere al figlio di un suo creditore (dal momento che una delle attività di Pietro di Bernardone doveva con ogni probabilità essere anche quella feneratizia)? D’altro canto, certe esclusioni formali dovevano essere venute a cadere con il moto del 1198.

Comunque gli assisani e i loro alleati ebbero la peggio: nobili e non-nobili furono catturati insieme. Ma in quali circostanze, francamente non lo sappiamo: davvero in combattimento? In tal caso bisogna acconciarsi all’idea che il giovane mercante che amava abbigliarsi da arlecchino avant la lettre, cucendo secondo un bizzarro uso cortese pezze di stoffa ruvide e rozze su abiti preziosi, dopo aver giocato al nobile cavaliere per le vie e per le strade di Assisi abbia anche impugnato le armi e magari perfino ucciso. A meno che non s’ipotizzi una cattura verificatasi non in battaglia, bensì durante qualche fortunato raid di nobili perugini (guidati, perché no?, da assisani esuli in Perugia e desiderosi di rientrarvi) vòlto a catturare ostaggi di qualità per usarli come oggetti di scambio. Una ragione di più perché i perugini e i loro alleati assisani badassero bene a tener Francesco segregato dai populares sistemandolo piuttosto insieme con gli aristocratici e comunque con gli «ospiti di riguardo», merce preziosa da restituire intatta a chi avesse pagato il riscatto. Gli sconfitti rimasero a quanto pare prigionieri almeno un anno. Chissà se a Perugia Francesco ebbe modo d’incontrare in qualche modo qualche giovane appartenente alla cerchia dei maiores che poteva già aver conosciuto al tempo delle liete brigate assisane, per quanto se ne fosse poi andato in esilio col padre in seguito ai fatti del 1198: alludiamo a Rufino, cugino di Chiara.

Anche durante la prigionia le doti di generosità e di cortesia del figlio di Pietro di Bernardone ebbero comunque modo di palesarsi: e l’esperienza fatta con i milites assisani, proprio per la sua durezza, rinsaldò vecchie amicizie e forse ne creò di nuove. Ciò dovette riempirlo di gioia e d’orgoglio, mentre schiudeva dinanzi a lui anche prospettive che non si sarebbe aspettato.

Infine un accordo tra maiores e minores, nel novembre 1203 – ne è espressione la carta pacis – portò alla liberazione dei prigionieri assisani. Ciò non risolveva ancora del tutto il conflitto con Perugia né sopiva le lotte interne; ad esse si aggiungeva anzi, poco dopo, l’interdetto papale sulla città, fulminato e poi ritirato nel fatale 1204, l’anno della presa crociata di Costantinopoli. Ad ogni modo la sia pur problematica convivenza cittadina tra maiores e minores riprese: e con essa anche quella che sembrava la bella vita delle societates iuvenum, forse turbata sempre più dalla fatale dinamica delle violenze e delle faide ch’erano in realtà fisiologiche rispetto alla loro natura «gioiosa» – una «gioia» fatalmente materiata di prepotenza, di violenza, di sopruso –, ma anche suscettibile di riconciliazioni e di nuove alleanze che a quelle violenze erano funzionali anziché contrapposte. Al di là delle spettacolarizzazioni festose e festive, i comitatus feudosignoriali e le societates o «brigate» cittadine, con i loro riti e le loro insegne, si presentavano e si comportavano secondo moduli che sul piano storico sembrano singolarmente statici e monotoni, mentre su quello antropologico mantengono una formalizzazione straordinariamente coerente in culture differenti tra loro al di là della loro apparente anomia: i mitici, semiferini gandharva vedici, precursori dei centauri ellenici, sono divini teppisti non meno dei fin troppo umani destructores descritti da Agostino d’Ippona, dei nobili attaccabrighe Montecchi e Capuleti della Verona comunale reinterpretati da Shakespeare, degli Hell’s Angels di Chicago, degli Hooligans di Liverpool, dei Bloods e dei Crips dei Colours della New York o della San Francisco del Novecento, dei čelovieki delle cosche mafiose dell’Arbat di Mosca, dei ragazzi della «Triade» di Hong Kong o della «Yakuza» di Tokyo, dei «guagliuncielli» della Gomorra di Scampia o dei «picciotti» di Palermo. Non per nulla simboli «medievali», o «religiosi», o immaginati come tali, circolano ancor oggi – anzi sono in pieno revival – in tutte queste «società di giovani».

 

Scopri il libro:

Turisti per forza. Dal Grand Tour al Louvre.

È Alberto Mario Banti a chiudere  “Le smanie per la villeggiatura”, la rubrica estiva della pagina Facebook Lezioni di Storia Laterza.

Domenica dopo domenica, la rubrica ha accompagnato i lettori alla scoperta del significato delle ‘vacanze’ e dei viaggi in diverse epoche e contesti storici, dall’antica Roma alla Germania della DDR, dai Greci dell’Odissea al Medioevo, fino all’avvento del turismo di massa, con gli scritti di Simona Colarizi, Alberto Mario Banti, Laura Pepe, Massimiliano Papini, Maria Giuseppina Muzzarelli, Alessandro Marzo Magno e Gianluca Falanga.

 

> Qui tutti i contributi già online.

 

 

Turisti per forza. Dal Grand Tour al Louvre

Alberto Mario Banti

 

All’origine di tutto c’è il tempo libero. Che non è un dato di natura. È un capitale sociale, che alcuni possiedono e altri no. Chiariamo meglio: in epoca medievale e moderna, il tempo libero è un privilegio delle classi alte, e in particolare delle nobiltà. Fa parte dell’insieme delle loro prerogative. E c’è un tempo libero quotidiano (una parte della giornata dedicata alla lettura, o alla conversazione, o alle visite, o alla caccia); un tempo libero stagionale (in particolare le vacanze estive, quando ci si allontana dalla città e ci si ritira in una fresca villa di campagna); e un tempo libero educativo: questo è il tempo che si dedica al «grand tour», un viaggio per i principali luoghi d’arte e di cultura dell’Europa, la matrice originaria del turismo culturale in senso proprio.

Dopodiché ci sono le differenze economiche e sociali. In epoca medievale e moderna viaggiare costa molto, sia che si faccia un viaggio relativamente breve – tipo: dalla città di abitazione alla villa di campagna –, sia, soprattutto, che si faccia il «grand tour». Ecco, questo sì che è un viaggio complicato e costoso! Partire da Londra per andare a Parigi, e poi a Baden Baden, e poi a Venezia, e poi a Roma, in un’epoca in cui si viaggia su carrozze a cavalli, o in navi a vela, è un’operazione che richiede capacità di organizzazione (evitare le strade pericolose e i briganti che vi stazionano è essenziale!), che richiede tempo, e che richiede un sacco di soldi. E così, fino grosso modo al XVIII secolo sono quasi solo i nobili che viaggiano per scopi ricreativi ed educativi. Ma poi arrivano grandi cambiamenti. Che sono di quattro tipi.

I cambiamenti politici: le radicali trasformazioni che hanno inizio alla fine del XVIII secolo con le rivoluzioni americana e francese, mutano la struttura delle gerarchie sociali, e cancellano in gran parte i privilegi legali e una cospicua parte delle ricchezze delle famiglie nobiliari; adesso altri soggetti sociali si fanno avanti e sono in grado di accumulare le risorse economiche che permettono viaggi e vacanze.

I cambiamenti sociali: il primo gruppo sociale ad emergere, nel corso del XIX secolo, è quello che raccoglie il variegato mondo delle borghesie: persone che vengono da famiglie non nobili, che si fanno strada nel commercio, nell’industria, nelle libere professioni, nella funzione pubblica, e che sono in grado di regalare alle proprie famiglie (tipicamente mogli che fanno le casalinghe, figli e figlie) il tempo libero necessario per ricrearsi e viaggiare. Ma poi ci sono anche altri gruppi sociali, sotto-privilegiati, operai delle fabbriche, contadini, braccianti, il cui numero cresce nel corso del XIX secolo, e che ingaggiano durissime battaglie con gli imprenditori e con gli Stati e le loro forze di polizia. Organizzati in sindacati, e poi – dalla fine dell’Ottocento – in partiti che allora si chiamano socialisti, usano lo strumento dello sciopero per chiedere salari migliori, orari meno disumani, condizioni di lavoro più sicure; e poi, in un percorso lungo che va dalla fine dell’Ottocento agli anni ’70 del Novecento, e con un timing che cambia da area ad area, lottano anche per avere il fine settimana libero, per avere periodi di riposo più lunghi e infine per assicurarsi una delle grandi conquiste della modernità: le ferie pagate. Tutto questo complicato percorso fa sì che tra Ottocento e Novecento non sia più un pugno di persone che si possono permettere di viaggiare per turismo o di andare in vacanza al mare o in montagna: ma sono numeri crescenti di persone, fino a raggiungere le dimensioni di massa, fino a coinvolgere una parte predominante della popolazione.

Inoltre ci sono anche i cambiamenti economici che sono numerosissimi e fondamentali, e troppi da poter essere ricordati qui; ma una dinamica di mutamento la si deve menzionare senz’altro, ovvero il progressivo miglioramento del sistema dei trasporti: dalla diffusione della ferrovia (anni ’30 dell’Ottocento), alla utilizzazione delle navi a vapore (fine Ottocento), alla disponibilità delle automobili (inizio ‘900) e poi degli aerei per trasporto civile (soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale), con costanti ondate di innovazioni tecniche e organizzative che consentono un abbassamento dei prezzi, tale da rendere progressivamente disponibili i nuovi mezzi di trasporto anche ai «social newcomers» (borghesi; ceti medi; classi operaie).

Infine contano anche le strategie della distinzione. Non tutti i luoghi di vacanza sono uguali e non tutte le vacanze valgono allo stesso modo. Intanto perché ci sono dei mutamenti culturali che cambiano radicalmente il significato sociale dei luoghi. Per esempio, fino alla fine dell’Ottocento l’esposizione alla luce del sole per le classi alte è una sorta di anatema; avere la pelle abbronzata, significa essere di classe bassa, significa dover lavorare per lunghe ore all’aperto, come i contadini, gli scaricatori di porto, i manovali. Dunque non si va al mare (le spiagge sono luoghi selvaggi e inospitali) e quando si va in campagna si usano cappelli a larghe tese e, per le signore, dei deliziosi ombrellini da sole, in modo da conservare un incarnato latteo, che è la massima aspirazione estetica. Se proprio si deve fare una vacanza salutare, si va nelle numerosissime stazioni termali, dove si raduna il «bel mondo» dell’Europa ottocentesca. Ma poi, sul finire dell’Ottocento, le nuove teorie seguite da medici che cominciano a prescrivere l’elioterapia (l’esposizione al sole per finalità curative) o la talassoterapia (i bagni di mare per la stessa finalità) fanno sì che le località di mare comincino ad essere ambìti luoghi di vacanza, soprattutto estiva, attrezzati con alberghi, resort, ristoranti e stabilimenti balneari. Poi, la voga della cura corporea e dello sport praticato apre la strada anche alle località alpine, che nel corso del Novecento diventano un luogo privilegiato di esibizione della propria preminenza sociale, anche in ragione del costo delle attrezzature per fare alpinismo, e ancor più sci alpino. Tutte queste trasformazioni aprono la strada al turismo di massa, che tutti abbiamo sperimentato (o sperabilmente, stiamo tornando a sperimentare).

È divertente, il turismo? Da un lato, sì, di sicuro. Niente è più bello che starsene sdraiati in una spiaggia assolata con una bella bevanda fresca in mano: è lì che uno realizza appieno il significato di «vacanza»: un tempo vuoto, un tempo senza impegni, e soprattutto, senza l’ansia del lavoro.

Sono faticose le vacanze? Accidenti, sì! I viaggi di trasferimento sono un incubo, e chi dice il contrario mente sapendo di mentire. Solo gli stra-super-ricchi possono permettersi località super-esclusive con trasferimenti comodissimi e personalizzati. E con ciò è un po’ come se si ritornasse al Medioevo o all’Età moderna. Mentre la massa si conquista le vacanze che può, le nuove nobiltà (sportivi strapagati; star della televisione o del cinema; imprenditori di successo) godono di spazi privilegiati e inaccessibili ai più, ma molto esibiti grazie ai social, questa nuova arma di intimidazione di massa.

E poi ci sono le vacanze culturali, croce e delizia di chiunque (più croce che delizia, temo). La fatica del gran tour dei tempi moderni è descritta con una stupefacente lucidità già nel 1866 da Trollope, che nei suoi Travelling Sketches scrive dei gruppi di turisti in viaggio per il mondo: «Il pater familias sa fin dall’inizio che non si divertirà, e già vorrebbe avere terminato il viaggio ed essere libero di tornare al suo club. La mamma ha il terrore del viaggio, che le procura più apprensione che un senso di piacevole aspettativa. Non è molto felice quando papà è arrabbiato e lui di solito lo è quando si sente a disagio. Poi la gente nelle locande è spesso incivile, e lei ha orrore dei letti! E le ragazze non prevedono grandi soddisfazioni. Sanno che le attende un duro lavoro, e la paura di fare sbagli in francese non le rallegra. Ma bisogna pur partire. Non avere visto Firenze, Roma, Monaco e Dresda, non sentirsi perfettamente a proprio agio sul Reno, non essere saliti sul Rigi o avere parlato con gli scalatori alpini a Zermatt, significa essere fuori moda». E anche oggi, per le masse di turisti vaganti, dietro la guida con la bandierina che si trascina il gregge sudato per le strade di Firenze, o Venezia, o Parigi, o Madrid, l’obiettivo è poter raccontare poi al ritorno di aver fatto anche loro ciò che fanno tutti; magari senza capire nulla di ciò che hanno visto, o senza ricordare nulla in dettaglio; ma con la soddisfazione di poter ammorbare il prossimo con la proiezione delle slides nel salotto di casa, circondati dagli amici affranti; oppure inondando i Facebook altrui con le loro meravigliose fotografie: cosa non si farebbe per un selfie!

In più ci sono i disastri della cultura di massa. «Ha fatto più danni Dan Brown di un branco di vandali»: a questa sconsolata considerazione mi abbandonavo qualche tempo fa (in un periodo abbondantemente pre-Covid) durante una mia visita al Louvre. Lì, arrivato nella sala che ospitava la Gioconda, mi sono imbattuto in un fittissimo assembramento (… lessico odierno…), composto da persone di tutte le età e di tutte le provenienze, che si accalcavano davanti al quadro. C’era chi cercava di sollevare oltre le teste di chi stava davanti un telefonino, per scattare una foto. E c’era chi chiacchierava animatamente. Ma i commenti erano mediamente desolanti, tipo (giuro): «Ovvia, ora che s’è visto questo Michelangelo, si può anch’andar via» (pronuncia toscana, priva di ogni ritegno, persino nelle sonorità). Pochissimi degnavano di una pari attenzione gli altri quadri presenti nella sala, o nel corridoio, o nelle altre sale vicine. E dire che c’erano capolavori di una bellezza travolgente, dal Concerto campestre, di Tiziano (o Giorgione), a Sant’Anna con la Vergine e il Bambino, dello stesso Leonardo, a un’infinità di altri quadri di un’intensità estetica e culturale travolgenti. Dan Brown, quindi. E il suo stramaledetto Codice da Vinci. Ma di certo non tutte le responsabilità sono sue. Se uno si sposta al Musée d’Orsay, e ama gli impressionisti, e li conosce, e vorrebbe soffermarsi davanti ai capolavori che lì sono conservati, deve attendersi un’altra delusione: le sale riservate a quei pittori sono gremitissime di visitatori (… un altro assembramento… ancora!!!); il chiacchiericcio multilingue è incontrollato; le persone sembrano – nella maggior parte dei casi – avere lo stesso atteggiamento che potrebbero avere a Eurodisney: «Oh, toh, ecco Biancaneve!»; «Oh, toh, ecco il Déjeuner sur l’Herbe!»; e data un’occhiata più o meno distratta, via avanti, a riconoscere Elsa di Frozen o Olympia, che tanto fa lo stesso.

Troppo severo? Magari sì. Oppure: provare per credere, e poi ditemi cosa ve ne è sembrato.

 

> Qui tutti i contributi già online.

Bibliofonie: idee in musica, da Verdi ai Beatles

 

Martedì 7 settembre 2021 ore 19.00

Mantova – Teatro Bibiena

e in diretta streaming sui nostri canali

 

In occasione del 120° anniversario della casa editrice Laterza e dei 25 anni del Festivaletteratura,
un incontro di note e parole

Alberto M. Banti e Giovanni Bietti

Bibliofonie

idee in musica, da Verdi ai Beatles

Coordina Rosa Polacco. Interviene Giuseppe Laterza

Ci sono musicisti profondamente legati alle trasformazioni del loro tempo.
Attraverso le opere di Giuseppe Verdi e le canzoni dei Beatles, due storici della cultura e della musica mettono a confronto tradizione e innovazione, cultura alta e cultura pop, caratteri italiani e sentimenti universali.

 

Appuntamento quindi il 7 settembre alle 19.00:
  • al Teatro Bibiena di Mantova (ingresso gratuito con prenotazione qui);
  • in diretta streaming sul nostro profilo Facebook e sul nostro canale Youtube.

 

>>Prenota il tuo posto qui!

Divining Dante: fact from fiction

This is a vital guide to the life of Dante, a poet equal to Homer and Shakespeare, says AN Wilson

AN WilsonThe Times | August 7, 2021

[>> the book]

William Gladstone is not known for his jokes, but he was a learned amateur Dante scholar, and his essay arguing the case for Dante having studied at Oxford University still repays rereading. Of course, he did not mean it to be taken seriously, but it was written from the viewpoint of a man who had read everything there was to read around the subject. He argued that Dante never normally mentions rivers in the Divine Comedy unless he has seen them, and that the allusions to the Thames in the great poem must lead us to suppose that he once visited the Home of Lost Causes.

The point behind the Gladstonian joke is that Dante (1265-1321) tantalises biographers. So much of his work is about himself, so many of the references in the Divine Comedy and his other works can be verified, or checked, by reference to contemporary sources. Did he, for example, after his exile from Florence, go to Paris to study philosophy and theology as the 14th century biographer Boccaccio attests? (It was Boccaccio who applied the epithet Divine to the work known to Dante simply as his Comedy — Comedy, not because it was intended as a medieval equivalent of PG Wodehouse, but because it is the reverse of tragic, it ends with a journey to Paradise and a vision of the ineffable.)

Dante draws on the long tradition of unreliable autobiography that could be said to begin with St Augustine’s Confessions. Dante tells us that he met Beatrice Portinari when he was nine and she was eight. The Beatrice of his dreams and poems, celebrated in La Vita Nuova (1294) and above all in the Divine Comedy, might have been this little girl, as Boccaccio tells us she was — who grew up and married a man called Simone dei Bardi and died in her twenties. But there is no proof that Dante’s Beatrice was this girl — and in the poetry she is so elevated and symbolic that she could just as well have been anyone.

There is no Gladstonian whimsy about Alessandro Barbero’s sober book, which sticks firmly to what can be known. It is difficult to imagine anyone seriously interested in Dante who will not want to own this book, because it weighs all the sources. It traces who Dante’s family were. They were prosperous, but not as aristocratic as he would have liked to suggest; they were mercantile, moneylending folk.

The poet aspired to knightly status. Barbero believes that he fought at the Battle of Campaldino in 1289, on the side of the Florentine Guelphs against the Ghibellines of Arezzo. The only source we have for this is Leonardo Bruni. The point, though, is Dante wanted us to think that he had been at this battle — “I have before now seen horsemen moving camp,” as he says in Inferno 22 — because he wants us to think he was of a knightly caste, rather than being the son of a moneylender. Dante was a poet who had a fervent political ambition, becoming a member of the various councils that administered the Republic of Florence, and became a prior, in effect a joint prime minister of the republic.

Florence, remember, was one of the largest cities in Europe in Dante’s day. The florin, its currency, was the one reliable coinage in Europe, which gave it huge prestige and political power. The very word “banco” (bench), is the object of furniture on which Florentines sat to lend and authenticate coinage to the popes, kings and potentates of the Continent. Dante’s frequent complaints that his native city had degenerated into a mere marketplace did not stop him, as Barbero shows, from accumulating a fortune himself, although his sense of his noble ancestry enables him to obscure, or actually fib about, the extent of his family’s involvement with banking and moneylending.

Barbero is a solid, reliable guide to the complex story of internecine Tuscan rivalries. Most readers of Dante will be aware that the Guelphs supported the Pope and the Guibellines the Holy Roman Emperor in their rivalries for dominance in European realpolitik. A general reader who starts to wonder about the difference between the White Guelphs and the Black Guelphs, and the mafia-style warfare in Florence between the separate factions, will definitely need some help, and this is patiently, coolly and wisely given here.

These rivalries rose to a head towards the close of the 13th century, when Dante, as prior of the city, was 35, in what the opening of his famous poem calls “the middle of the journey of our life”. When Pope Boniface VIII asked the Florentines to supply him with men for his mercenary army, Dante was among those who spoke out against this. It counted against him. A little while later the Black Guelphs used this as the occasion for a ruthless putsch.

Dante and the other White Guelphs were driven out of Florence; their property was confiscated. Dante spent the last two decades of his life in exile, learning. After his exile, the documentation for Dante becomes much more sparse, but Barbero escorts us from the various aristocratic houses where he took refuge — with the Malaspina family in the Appenines, with the Della Scala in Verona, before settling in Ravenna and completing the Divine Comedy, which is such a curious blend of malice, hate, paranoia, mystic piety, love, wit, the scabrous, the spiritual.

We have to take Dante’s word for it that he was not guilty of the offences for which he was sent into exile — corruption and selling political offices. We can note from his writings that he changed his mind a great deal, beginning as a fervent Guelph, a supporter of the Pope, and ending as a sort of proto-fascistic worshipper of the emperor Henry VII, whom he implored to invade Italy, massacring the inhabitants as he did so, not sparing old women or children. As the Divine Comedy shows, Dante was not a sweetie pie. He was a product of his violent times and the belief that love moved the sun and other stars did not stop him cruelly imagining the physical torments of his enemies in hell.

So frequent are the references to actual people and actual events in his life that we need an accurate historian to escort us through the maze of fact and fiction. Barbero’s book, then, will be essential reading for anyone wanting to know the bare bones of Dante’s earthly pilgrimage.

This book begins by explaining that Dante and Shakespeare have been seen, next to Homer, as among the greatest of European poets, but Barbero admits that it will not tell you why. If you want a book that explains how Dante transformed the raw material of his life experience into the Divine Comedy, this is not it.

If you have not read the Comedy, you are in the position of someone who has never heard Bach’s St Matthew Passion, or seen Rome or Istanbul. You are missing out on something mind-blowingly stupendous. Buy a copy, preferably a parallel text such as Robin Kirkpatrick’s Penguin edition. When you have begun to realise that this poem is, among other things, the autobiography of a catastrophic political failure, who is shocked by the condition of the medieval church but who is also on a spiritual quest, you will want to know the facts.

How reliable is Dante’s version of the actual historical circumstances in which he lived? That is the moment when you reach for Barbero, and you will not find a better guide.

 

#CasaLaterza: Luciano Marrocu dialoga con Paola Soriga

Una storia millenaria quella della Sardegna. Una storia che nasce con la civiltà dei nuraghi, passa attraverso lo sviluppo dei giudicati, l’egemonia di Pisa e Genova, la conquista catalano-aragonese, fino ai Savoia, allo Stato unitario e ai problemi dell’oggi.

Una storia ‘popolare’ perché mantiene una dimensione epica e speciale come in fondo è fatale per una grande isola distante da ogni sua possibile terraferma.

Ne abbiamo parlato insieme allo storico Luciano Marrocu a partire dal suo nuovo libro, Storia popolare dei sardi e della Sardegna, e alla scrittrice Paola Soriga, per ripercorrere e capire insieme la sorprendente vicenda di un’isola che ribadisce da sempre la propria diversità, dai Nuraghi alla globalizzazione.

 

Scopri il libro:

Una nuova rotta per arginare il naufragio dell’epoca presente

«Diritto o barbarie. Il costituzionalismo moderno al bivio» di Gaetano Azzariti, pubblicato da Laterza

Alessandra Algostino | il manifesto | 11 giugno 2021

Il mondo è preda di poteri selvaggi, che fagocitano la rappresentanza e le istituzioni, frantumano e plasmano la società, liquidano i diritti: la barbarie è una minaccia che incombe.

Gaetano Azzariti, in Diritto o barbarie. Il costituzionalismo moderno al bivio (Laterza), scava nelle cause profonde del naufragio del tempo presente, alla ricerca di una rotta che proietti la società verso un futuro che abbia al centro la dignità della persona.

In un percorso intenso, che si rivolge alle anime inquiete», che avvertono il malessere della società, retrocede alle radici per trovare una via per cambiare lo stato delle cose, per contrastare lo «sviluppo disumanizzato» dominante.

La ricerca delle ragioni della crisi si coniuga, prospettando un futuro possibile, con la consapevolezza, ancorata ad una concezione materialistica, che nulla è predeterminato, sulla scia dell’interpretazione storica di Vico, della sua ciclicità non lineare: si può arrestare la corsa verso la barbarie, così come precipitare nel «ricorso». La storia è l’esito dell’azione di persone concrete, in un’accezione dialettica, che si fonda sul conflitto, sull’antagonismo tra le forze sociali, dove il soggetto della trasformazione è l’oppresso che lotta per la propria «degnità» (Vico), in una prospettiva che guarda alle forze materiali, a «come e per quali ceti sociali si governa».

Lo smarrimento che attraversa l’epoca attuale è tratteggiato con un realismo demistificante, che prende le distane sia da un irenico idealismo sia da un arreso nichilismo, nell’ottica di una comprensione che non semplifichi e non riduca artificialmente la complessità. Il malessere del presente è analizzato con le armi di un costituzionalismo critico e immerso nelle vicende umane ed è ricostruito come processo, come rivoluzione passiva, che prende l’avvio dalla svolta neoliberista degli anni Ottanta, sancita, nel 1992, a livello europeo, dal «paradigma Maastricht».

L’immagine che ne risulta è dominata dal vuoto: il legame sociale è allentato, il popolo si è tramutato in un «corpo sociale invertebrato», la solidarietà è scomparsa, gli individui sono spaesati, i partiti hanno perso radicamento sociale e capacità rappresentativa, la Costituzione è sospesa e svalorizzata.

Non è un vuoto neutro, ma segnato dall’adozione di una razionalità, fondata sullo scambio, che si inserisce nell’eterna lotta tra classi e si contraddistingue per la sostituzione dell’eguaglianza con la competizione, del popolo con una moltitudine dispersa, del lavoro come strumento di trasformazione sociale con l’egemonia del finanzcapitalismo. È un cambio di paradigma, con i suoi assi nella «sublimazione del mercato» e nella «sterilizzazione della politica», che travolge i partiti e la rappresentanza: i primi abbandonano il compito di dare voce al popolo, nella sua pluralità, e ripiegano su una autoreferenzialità che trae legittimità dalla «tecnica»; la seconda si trasforma in mero strumento di gestione del potere. Non solo: come è argomentato nella seconda parte del volume, dedicata all’Europa, la rivoluzione passiva neoliberista invade lo spazio europeo, ponendo fine al fragile sogno di un’Europa politica e sociale.

A mutare è il senso stesso del diritto, che si avvita su se stesso, diviene astratto, «senza società», ovvero senza legame con forze sociali concrete, consegnato all’impotenza: considerazioni che, come precisa l’Autore, si riferiscono in modo particolare al diritto costituzionale. A rischiare l’estinzione – si può annotare – non è il diritto in sé: imperversa, infatti, il diritto liquido, postmoderno, à la carte, legato, e asservito, a soggetti reali, al côté del neoliberismo; a perdere il legame con la base materiale è la tradizione giuridica del costituzionalismo moderno, del diritto teso all’eguaglianza e alla giustizia. Le Costituzioni e la loro forza prescrittiva dipendono dalla condivisione sociale e politica, ove essa venga erosa ad entrare in crisi sono le ragioni profonde del costituzionalismo.

Dal fondo della crisi, tuttavia, si può risalire, evitando la caduta nella barbarie: la critica del presente e la comprensione dei processi dai quali esso deriva sono il primo passo per provare a cambiare. Il futuro possibile, per Gaetano Azzariti, si situa ancora nell’orizzonte del costituzionalismo moderno, a partire dai suoi principi fondativi, liberté, égalité, fraternité, dal modello dell’homo dignus, dalla centralità della persona come homme situé. La via della Costituzione, mescolando la spinta propulsiva della fantasia e la materialità delle trasforma[1]zioni sociali, appare come una «utopia concreta»; essa – può aggiungersi – traduce, in un dato contesto storico, il motore che anima la storia, l’eterno conflitto intorno all’uguaglianza.

Imprescindibile, quindi – Gaetano Azzariti lo evidenzia con forza ed è un fil rouge che percorre le tre parti del volume – è la costruzione di un soggetto storico reale: un popolo, consapevole e determinato, organizzato in forme politiche, che lotti per «un progetto di emancipazione e liberazione». Diritto o barbarie, concludendo, è un libro che assolve alla responsabilità che l’autore affida agli studiosi: contribuire a formare coscienza critica e consapevolezza; è un tentativo – riuscito – di comprendere e insieme anche, gramscianamente, di sentire.

 

Scopri il libro: