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L'arte della vita

L'arte della vita
L'arte della vita
trad. di M. Cupellaro
Edizione: 20105
Collana: i Robinson / Letture
ISBN: 9788842088912
Argomenti: Attualità culturale e di costume, Sociologia generale
  • Pagine 188
  • 15,00 Euro
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In breve

La nostra vita è un’opera d’arte, che lo sappiamo o no, che ci piaccia o no.

Nel nostro mondo liquido-moderno, siamo felici finché non perdiamo la speranza di essere felici in futuro. Ma la speranza può rimanere viva solo a condizione di avere davanti a sé una serie di nuove occasioni e nuovi inizi in rapida successione, la prospettiva di una catena infinita di partenze. Dobbiamo porci sfide difficili; dobbiamo scegliere obiettivi che siano ben oltre la nostra portata. Dobbiamo tentare l’impossibile. È una vita emozionante e logorante: emozionante per chi ama le avventure, logorante per chi è debole di cuore. «Lascio ai lettori di decidere se la coercizione a cercare la felicità nella forma praticata nella nostra società dei consumatori, renda felice chi vi è costretto.»

Indice

Introduzione. Che cosa non va nella felicità? - 1. Miserie della felicità - 2. Noi, artisti della vita - 3. La scelta - Poscritto. Organizzare ed essere organizzati - Note - Indice dei nomi e delle cose notevoli

Leggi un brano


Spostando abilmente il sogno di felicità dalla prospettiva di una vita piena e pienamente gratificante alla ricerca dei mezzi ritenuti necessari per conquistarla, i mercati fanno in modo che la ricerca prosegua all’infinito. I suoi obiettivi si susseguono a velocità vertiginosa. I cercatori di felicità (e, naturalmente, i loro premurosi istruttori e ciceroni) comprendono perfettamente che, se si vuole che la ricerca raggiunga il suo scopo dichiarato, gli obiettivi del momento devono rapidamente esaurirsi, perdere splendore, attrattive e capacità di sedurre, per essere abbandonati e sostituiti continuamente da altri obiettivi, «nuovi e migliorati», che a loro volta andranno incontro allo stesso destino. Impercettibilmente, la visione della felicità si sposta dalla gioia prevista, successiva all’acquisto, all’atto, precedente, di fare acquisti, che trabocca di gioiose aspettative perché colmo di una speranza ancora intatta, immacolata e non ancora delusa.

Grazie all’impegno e all’abilità dei pubblicitari, una simile saggezza di «vita di strada» (o, meglio, di strada commerciale) tende oggi a essere acquisita in tenera età, molto prima di aver avuto almeno una occasione di ascoltare acute meditazioni filosofiche sulla natura della felicità e sulle strade che conducono a una vita felice, di studiarle e di riflettere sul loro messaggio. Per fare un esempio, dalle pagine dedicate alla moda di un settimanale diffuso e autorevole apprendiamo che Liberty, studentessa dodicenne, «ha già capito come usare il suo armadio guardaroba». Il suo «negozio preferito» è Topshop, e ciò accade, come spiega lei stessa, per un valido motivo: «Anche se è proprio caro, so che ne uscirò con qualcosa alla moda». Le frequenti visite a Topshop danno a Liberty, prima di e sopra a ogni altra cosa, un confortante senso di sicurezza: i buyers di Topshop si preoccupano di analizzare per suo conto i rischi di insuccesso e si assumono la responsabilità di scegliere. Quando Liberty compra qualcosa in quel negozio, la sua probabilità di sbagliare si riduce praticamente a zero. La ragazzina non si fida abbastanza del proprio gusto e discernimento per acquistare (e tanto meno indossare) semplicemente le cose che la colpiscono; ma se acquista i capi in quel negozio potrà ostentarli in pubblico sicura di ricevere riconoscimento e approvazione, cui seguiranno a ruota l’ammirazione e uno status elevato: tutte cose che fanno sentire bene, e che sono il motivo per cui si sfoggiano pubblicamente abiti e accessori. Ecco che cosa dice Liberty degli short acquistati da poco: «Li odiavo. In realtà lì per lì mi erano piaciuti, ma quando li ho portati a casa ho pensato che fossero troppo corti. Poi però, sfogliando ‘Vogue’, ho visto la foto di una signora in short: erano proprio i miei, quelli che avevo preso da Topshop! Da quel momento siamo diventati inseparabili». Questo è ciò che possono fare, per i loro clienti, l’etichetta, il marchio e la «location»: guidarli nel cammino – confuso, tortuoso e insidioso – verso la felicità: la felicità di presentarsi in pubblico con tanto di certificato pubblicamente riconosciuto e apprezzato che confermi (autorevolmente) che si è sulla strada giusta, che si è ancora in pista e che c’è ancora speranza.

Il problema è: quanto tempo resterà valido quel certificato?

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