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Il mito di Roma

Il mito di Roma
Il mito di Roma
Da Carlo Magno a Mussolini
trad. di E. Bonasera
con ill.
Edizione: 2008
Collana: i Robinson / Letture
ISBN: 9788842086208
Argomenti: Storia medievale, Storia moderna, Storia contemporanea, Storia di città e regioni d'Italia
  • Pagine 348
  • 16,00 Euro
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In breve

Roma. Non solo una città, ma nucleo generatore di miti, luogo che fin dall’antichità ha offerto metafore e modelli alle lotte politiche, ai conflitti religiosi, alle scelte culturali.

Un certo senso della grandezza, l’idea di uno spazio amministrativo unificato e regolato dal diritto, un’efficacia tecnica associata alla bellezza della forma nelle arti e nelle costruzioni, un insieme di virtù morali in cui si era tentati di vedere il segreto del successo: ecco la ricetta che Roma ha offerto a quanti volevano trovare in lei un simbolo immortale, inattaccabile dal tempo.

Dal Medioevo a oggi, Andrea Giardina e André Vauchez raccontano la presenza del mito di Roma all’origine delle idee politiche che ancora animano l’attualità. La concezione universalistica dell’impero medievale e del papato, la difesa delle libertà cittadine e dei valori dell’autogoverno, l’immagine trionfante della Rivoluzione francese e la vocazione scenografica del fascismo sono le principali tributarie del mito di Roma, così come lo sono stati tutti quei movimenti che, dalla Riforma protestante ai nazionalismi ottocenteschi e al nazismo, si sono riconosciuti in un’identità ‘antiromana’. Fra riabilitazioni e cadute, fra entusiastiche adesioni e drastici rifiuti, il mito di Roma continua a vivere un destino alterno, nelle cui pieghe corre la strada maestra della nostra storia.

Indice

Introduzione - I. Il Medioevo: tra continuità e sogni di rinnovamento - II. Dal Rinascimento all’età barocca: Roma capitale del mondo cattolico - III. Dalla Rivoluzione francese alla prima guerra mondiale: miti repubblicani e miti nazionali - IV. Ritorno al futuro: la romanità fascista - Conclusione - Bibliografia - Indice dei nomi di persona

Leggi un brano


Prima che identificarsi con questo o con quel personaggio della storia di Roma, Mussolini era la reincarnazione stessa del romano. La biografia della Sarfatti si apre con il ritratto dei due principali «eroi» dell’epoca, rappresentanti dell’elemento orientale e di quello occidentale nella civiltà europea: Lenin era il tipo del semidio asiatico, «dagli zigomi sporgenti e gli occhi sonnolenti e acuti, sollevati agli angoli»; Mussolini era invece il «puro tipo italico» risorto dopo molti secoli, «romano nell’anima e nel volto». Il motivo della romanità del fisico e del carattere di Mussolini sarebbe stato ripetuto mille volte, in tutte le circostanze: nelle allocuzioni pubbliche come nei quotidiani, nei libri come nei cinegiornali. Per un Pietro Nenni, che da socialista esule in Francia definiva Mussolini come «il barbaro», mille altri lo definivano come «il romano». Il duce aveva «largo respiro di petto romano e sintetica lucidezza di mente latina», aveva una «saggezza latina» e rappresentava tutta la potenza di una «maschia romanità». Egli poteva apparire come la reincarnazione del «vecchio legionario romano divenuto contadino o piccolo artigiano di Romagna per qualche decina di generazioni», e c’era chi affermava di poter dimostrare che il suo albero genealogico risaliva a una famiglia di coloni romani insediati in Romagna nel II secolo a.C. Il duce appariva «corto e raccolto, con le spalle larghe e la schiena un po’ tonda di chi regge i pesi, fieri gli occhi nel quadro volto romano». Tuttavia, il suo aspetto emanava reminiscenze auliche più che proletarie: e così la «speciale maestà del suo incedere» dipendeva dal fatto che era «un incedere naturalmente imperiale». La sua era «un’enorme testa imperiale dai lineamenti profondi»; la sua «fronte romana» era «costruita come una volta perfetta», era una «fronte cesarea»; il suo volto sembrava uscire «dal bronzo di una medaglia antica»; persino il suo sguardo – «gli occhi d’acciaio», «il guardo dai riflessi di metallo» – e la «voce metallica», che naturalmente era anche una «voce romana» o che esprimeva «una tremenda gravità latina», rimandavano alle caratteristiche di un antico simulacro sovrumano; le sue parole sembravano diventare epigrafi nel momento stesso in cui venivano pronunciate, perché componevano «pochi periodi scolpiti, martellati con passione».

Qualcuno arrivò persino a scoprire in Mussolini una «magica virtù di trasfigurazione»: lo spirito del duce modellava il suo volto e, in circostanze particolari, gli attribuiva tratti nuovi. Era grazie a questa virtù che egli si tramutava in Cesare, come accadde nel maggio del 1936, mentre in senato si discuteva dell’assetto dell’impero: «Quel giorno Egli non pronunciò alcun discorso, eppure tutta l’aula, tutti gli spiriti erano pieni di Lui. Aveva la rigidità e la perpetuità della pietra e la vitalità possente del bronzo; e lo sguardo, lo sguardo rivelatore dello spirito fermo, immutabile, irrevocabile. Egli era Cesare vivo». Parole come queste esprimevano perfettamente una qualità importante del corpo di Mussolini in quanto sembianza di un romano antico: il corpo del duce era quasi una dissolvenza incrociata tra una statua romana e un essere vivente e, in virtù di un contatto di tipo medianico con la romanità, di volta in volta la statua esprimeva una vitalità prorompente o il corpo si marmorizzava. La metamorfosi avveniva soprattutto in coincidenza con momenti particolarmente solenni o carichi di tensione: nel film apologetico Mussolini speaks del regista americano Lowell Thomas, nel mentre il duce sta per pronunciare uno dei suoi celebri discorsi alla folla, la voce fuori campo commenta: «Il momento è solenne. Cesare rivive!».

Recensioni

Giuseppe Galasso su: Il Mattino (28/12/2000)


La parte di Roma e del suo impero nella storia del mondo è enorme. Ma una parte non minore ha avuto il «mito» di Roma. Esso cominciò a essere elaborato già quando Roma era ancora forte e potente. Accade così sempre, e per questa ragione molti aspetti e punti fra i più importanti del mito romano risalgono già all’età antica, a cominciare da quello relativo alla funzione di Roma, che unifica nella sua civiltà le genti più diverse, fa sentire ad esse di essere parte di una stessa patria e trasforma un mondo in una città globale; un punto consacrato già da Rutilio Namaziano, un gallo-romano di 15 secoli fa, che avrebbe completamente dissentito dal Bossi di oggi sui Celti e su Roma e che se ne intendeva incomparabilmente di più. E allo stesso modo già nell’età antica iniziò il mito negativo di Roma conquistatrice e dominatrice.

Il mito di Roma attraversò così, come un filo rosso la storia etico-politica e la storia intellettuale del mondo medievale e moderno. Ecco perché la sintesi di Andrea Giardina e André Vauchez, autori di Il mito di Roma (Laterza) propone un tema di indubbio e intramontabile interesse, accresciuto, in questo caso, dalla felice riuscita dei due autori, studiosi di riconosciuta autorevolezza e competenza e, insieme, agili scrittori. Essi prendono le mosse da Carlo Magno, con la constatazione che il mito di Roma già dall’età antica non è solo quello della potenza incivilitrice, bensì anche quello di una «città santa», per cui Roma può essere paragonata a Gerusalemme, come «città in cui il potere di fascinazione è stato sempre indipendente dalla sua importanza sul piano demografico e politico» (ma non solo a Gerusalemme!).

Di questo secondo aspetto Roma è debitrice al Cristianesimo, e più direttamente al Papato; e, come per il primo, ce n’è una versione duplice, negativa e positiva. Il suo mito ha potuto agire, quindi, anche quando la città si era ridotta a una piccola cosa e anche quando pareva essersi spento. Da esso è stata accompagnata soprattutto la storia d’Italia. Ma, in realtà, il suo peso è stato forte ovunque, e gli autori avrebbero potuto indugiare un po’ più sulle sue fortune extra-italiane. Allo stesso modo, si poteva insistere più adeguatamente su Roma come riferimento non solo di miti nazionali e repubblicani, bensì anche dell’idea moderna di impero (non quella medievale). Ma sarebbero rilievi ingenerosi. Il libro si raccomanda, infatti, anche per la larga utilizzazione delle ricerche più moderne su elementi come i pellegrinaggi, i simbolismi iconografici e verbali, e così via fino ai film di De Mille, e con «finestre» per ogni capitolo su un tema particolare.

E oggi? La conclusione degli autori è interessante. Il mito di Roma come potenza e civiltà non ha nulla da dire all’Europa di oggi, quello di Roma cristiana è solo apparentemente più vivo, perché «l’avvenire del cristianesimo non passa da Roma, Costantinopoli o Mosca, ma da Gerusalemme, Taizé e Assisi», e quindi solo «al prezzo di un’ultima e radicale mutazione», che le faccia «assumere il volto della fraternità», la Roma cristiana dei papi potrebbe continuare a fiorire nel suo mito. Mi pare, francamente, una conclusione sommaria, attenta, sia pure con molto acume e finezza, soprattutto alle voci della cronaca. Ma sarebbe interessante discuterne.

Fulvio Irace su: Il Sole - 24 ore (05/11/2000)


Se – per caso o per follia – fosse stato costruito, con le sue colonne e travi di vetro, con i suoi muri alti e stretti intarsiati di oscure lapidi e tenebrosi rilievi, oggi attirerebbe a Roma altrettanti visitatori della vicina Domus Aurea di Nerone. Sarebbe dovuto sorgere ai margini dei Fori, infatti, il Danteum, lo stravagante omaggio al «massimo poeta degli italiani» che il direttore della milanese Accademia di Brera nel 1938 aveva proposto di edificare a Roma in vista dell’Esposizione del 1942. Progettato dal più geniale architetto razionalista italiano – Giuseppe Terragni – insieme al suo socio e amico Pietro Lingeri, l’edificio si proponeva di tradurre in un enigmatico labirinto di pietra la profezia imperiale di Dante inscenandone la complessa architettura del viaggio dal Purgatorio al Paradiso sino alla grande sala dedicata alla rinascita del nuovo Impero Romano: «L’Impero Universale e Romano – si leggeva infatti nella relazione consegnata a Mussolini il 10 novembre 1938 – quale fu intravisto e preconizzato da Dante è lo scopo ultimo e l’unico rimedio per salvare dal disordine e dalla corruzione l’umanità e la Chiesa».

Raffigurata da Sironi nelle squadrate fattezze del «Veltro», l’allegoria del Duce come regista della renovatio urbis ricondotta alla sua “naturale” vocazione di caput mundi, rappresentava il coup de théâtre di un percorso iniziatico dentro una macchina del tempo paradossalmente sospesa, tuttavia, nell’universo astratto e congelato di uno spazio senza coordinate reali, dove la politica trascolorava nell’estetica e la storia nel mito. A rendere ancor più significativa questa allucinata «camera della memoria» contribuiva inoltre la sua collocazione lungo via dell’Impero (l’attuale via dei Fori Imperiali); avendo proprio di fronte l’imponente rudere della Basilica di Massenzio, a due passi dalle perfetta ellisse del Colosseo, il Danteum sarebbe stata la prova della capacità dell’architettura italiana di misurarsi con il fantasma dell’antico, non già riproponendone fattezze e stilemi, ma reincarnandone spirito, audacia e grandiosità. Naufragato, al pari della Terza Roma dell’Eur, nei drammi della guerra, il Danteum fu forse l’espressione più determinata e allucinata di quella fascinazione classica che l’architettura, al pari della pittura, della scultura e della letteratura, per tutto il corso del famigerato ventennio espresse nel culto “moderno” dell’immagine di Roma e su cui il Regime aveva puntato con l’adozione di un’iconografia tanto complessa quanto d’effetto nella sua suggestione di massa. Dall’“invenzione” dei fasci littori alla “rivoluzione” del “passo romano”, dall’istituzione del Natale di Roma (1923) alle celebrazioni dei bimillenari virgiliano (1930), oraziano (1935) e augusteo (1937), dalle innovazioni della toponomastica all’impulso dato all’attività costruttiva e alla fondazione di nuove città (Mussolinia, Littoria, Sabaudia, Pontinia, Aprilia, eccetera), il messaggio del «carattere epocale del regime intriso di romanità» si concretava così nella sistematica occupazione fascista del tempo e dello spazio. «Celebrando dopo duemila anni le grandi figure della cultura e della politica romane, il regime – scrive Andrea Giardina – valorizzava le simmetrie e le analogie tra il presente e il passato e conferiva un carattere di eternità alla propria opera».

Non si trattava quindi di un’operazione nostalgica ma di un preciso progetto di «estetizzazione» della politica lanciata all’«assalto della storia»: obiettivo finale era la creazione di un “ordine nuovo” e di un “uomo nuovo”, in parte legato al passato remoto delle sue origini romane, in parte originale creatura proiettata nel futuro. Per spiegare l’apparente contraddizione di una rivoluzione che si proponeva come revival, bisogna infatti ricordare con Emilio Gentile che «il mito per la cultura fascista non era una forma mentale confinabile nel mondo arcaico o in uno stadio primitivo della mentalità, ma era una forma strutturale del pensiero umano, quale si esprimeva soprattutto nelle creazioni artistiche e nei movimenti religiosi, ma in forma altrettanto rilevante nel mondo della politica». Il che aiuta a comprendere il consenso che artisti e architetti tributarono all’immagine del Duce come motore di una modernizzazione che poneva l’espressione artistica al centro di un programma di educazione estetica delle masse: «Il carattere non pedante e non erudito del rapporto tra il fascismo e la romanità», spiega Giardina, fu più volte ribadito sia da Mussolini che da Bottai e «il senso fascista della romanità prescindeva dai libri, perché era soprattutto azione e intuizione».

Fu certo questo carattere, per così dire, operativo che attrasse le frange più audaci della giovane architettura italiana e le mire dello stesso Le Corbusier ansioso di accreditarsi presso lo stesso Mussolini come possibile protagonista dell’attiva politica urbanistica del Regime. E se questa, secondo Giardina, si espresse nella «vocazione intimidatoria» del cosiddetto «piccone demolitore», non va dimenticato come le sue caratteristiche principali e financo la sua impostazione metodologico-disciplinare derivavano a loro volta dalla tradizione Sette-Ottocentesca dell’igienismo sociale quale si era espresso nelle utopie di Ledoux, ad esempio, o nella Parigi di Haussmann. L’averle bagnate nelle acque del Tevere fu allo stesso tempo un calcolo politico e un proponimento culturale. rispondendo all’esigenza del Regime di sottolineare l’originalità endogena della “via italiana” e a quella del razionalismo nostrano di rivendicare la classicità come caratterizzazione italiana della vocazione globalizzante del funzionalismo nordico.

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