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Il podestà ebreo

Il podestà ebreo
Il podestà ebreo
La storia di Renzo Ravenna tra fascismo e leggi razziali
postfaz. di A. Cavaglion
con ill.
Edizione: 2006
Collana: Storia e Società
ISBN: 9788842078999
Argomenti: Storia contemporanea, Storia d'Italia, Biografie, autobiografie
  • Pagine 308
  • 18,00 14,40 Euro
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In breve

«Inizia il cammino nel buio più fitto, solo guidati dalle pile intermittenti dei tre o quattro contrabbandieri. […] Buio, freddo, piove. […] Un’improvvisa sciabolata di luci, delle urla, un fucile puntato al petto: Achtung! Sono gli svizzeri.» Nella notte del 19 novembre 1943, Renzo Ravenna e la sua famiglia varcano clandestinamente il confine italo-svizzero, costretti alla fuga dalle persecuzioni razziali. A rendere unica la loro vicenda, tristemente simile a quella di tanti altri ebrei, è un particolare importante: Renzo Ravenna – amico fraterno di Italo Balbo – era stato podestà in carica a Ferrara dal 1926 al 1938, primo e unico ebreo a ricoprire un ruolo simile nell’Italia di Mussolini. I dodici anni del suo podestariato attraversano le diverse fasi del ventennio fascista e la sua vicenda umana e politica si fonde con la parabola di Balbo, la storia di una città alla ricerca dell’antico splendore e il rapporto complesso e sfuggente ad ogni semplificazione fra ebraismo e Regime, fino all’abominio delle leggi razziali. In pagine di grande suggestione narrativa, rivive un episodio emblematico e finora inesplorato della nostra storia, riscoperto e raccontato sulla base di inediti documenti d’archivio pubblici e privati.

Leggi un brano

Confine italo-svizzero, 19 novembre 1943

Inizia il cammino nel buio più fitto, solo guidati dalle pile intermittenti dei tre o quattro contrabbandieri. Papà con la borsa di foca rigonfia, io con un sacco da montagna, segue la mamma che tiene per mano Romano e Donata. I contrabbandieri portano il poco bagaglio che ci è rimasto. Due sacchi da montagna, [...] nell’ultimo la mamma ha messo l’antico tappetino delle feste ebraiche e il suo libro di preghiere. Buio, freddo, piove. [...] Ci dicono che siamo vicini al confine [...] ma dobbiamo ancora pagare; credo siano state già pagate 5.000 lire a testa all’organizzazione. Papà allora consegna qualche marengo, un anello, dei biglietti di banca. È sufficiente. [...] Un’improvvisa sciabolata di luci, delle urla, un fucile puntato al petto: Achtung! Sono gli svizzeri, i contrabbandieri sono scomparsi. [...] È l’alba, si fa luce. Seguiti da due soldati ci incamminiamo per un sentiero che scende lentamente a valle. Dopo circa un’ora si incontra un contadino che sale al pascolo. I soldati ci fanno capire che possiamo chiedergli di portarci i sacchi da montagna. È il primo civile svizzero che incontriamo. Ci risponde secco: «Siete ebrei pieni di soldi, arrangiatevi» e prosegue il suo cammino.

Se avessimo incontrato per la prima volta Renzo Ravenna e la sua famiglia in quella notte del novembre 1943, ci saremmo trovati di fronte a persone che – come si può cogliere da queste pagine di diario del figlio Paolo –, tenacemente aggrappate alle proprie speranze, una dopo l’altra le avevano viste rapidamente dissolversi e si trovavano a costruire di minuto in minuto una salvezza tutt’altro che certa. La svolta negativa risaliva a poco più di un mese prima della fuga, quando, il 7 ottobre, a Ferrara vi furono i primi arresti, di antifascisti e di ebrei, che videro impegnati fianco a fianco militari nazisti e uomini della RSI. Fu facile comprendere che da quel giorno non ci sarebbe più stata alcuna garanzia. Solo allora, forse, Renzo Ravenna ebbe chiaro che occorreva eclissarsi, nascondersi, scappare per cercare di salvare se stesso e la sua famiglia. Solo allora, forse, Renzo Ravenna ebbe chiaro che la lunga e convinta militanza nel Partito nazionale fascista non contava più nulla e che i dodici anni ininterrottamente passati alla guida dell’amministrazione comunale di Ferrara – lui, il primo podestà fascista della città nominato nel 1926, lui, il più stretto e fidato collaboratore di Italo Balbo per quasi un ventennio – in un tale frangente non costituivano più alcun credito da spendere.L’uomo che in quella notte di novembre, con la moglie e tre figli, seguiva i contrabbandieri aveva 50 anni ed era un uomo stanco, provato dalle tensioni degli ultimi cinque anni, quelli delle leggi razziali. Nel clima di quotidiane precarietà e incertezza determinato dalla persecuzione, la famiglia Ravenna era comunque riuscita a vivere ben al di sopra della semplice dignità e del decoro, mettendo a profitto la solida ed estesa rete di rapporti personali su cui l’ex podestà poteva ancora contare, forte, soprattutto, dell’aiuto e della protezione di Italo Balbo, figura indissolubilmente legata, fin dall’infanzia sui banchi di scuola, a quella di Renzo Ravenna, tanto da potersi sicuramente considerare per lui l’‘amico della vita’, nonché il referente della sua intera parabola politica. Ma Italo era morto nel giugno 1940.La numerosa famiglia Ravenna fu colpita subito duramente dall’offensiva nazifascista dell’ottobre 1943, con arresti, fughe spesso interrotte e tentativi di interpretare che cosa stesse accadendo attorno per evitare mosse inadeguate, passi falsi che avrebbero costituito, evidentemente, qualcosa di più di un errore rispetto al quale ci si potesse semplicemente ravvedere: Renzo e il fratello, per strade separate, alla ricerca della salvezza in Svizzera; una sorella nascosta a Ferrara e altre due in viaggio verso Roma, nella speranza, vana, di una veloce liberazione della capitale. Percorsi incerti, governati spesso solo dalla sorte, e che nella maggior parte dei casi avrebbero trovato comune conclusione ad Auschwitz.In quell’autunno 1943 la personale diaspora della famiglia Ravenna era cominciata e, a guerra terminata, il bilancio sarebbe stato tragico.

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