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Italiani nei lager di Stalin

Italiani nei lager di Stalin
Italiani nei lager di Stalin
Edizione: 2006
Collana: Storia e Società
ISBN: 9788842079262
Argomenti: Storia contemporanea
  • Pagine 230
  • 16,00 Euro
  • Al momento non disponibile presso il nostro magazzino

In breve

Siamo a Mosca nei primi anni Trenta. All’ombra del Cremlino vive una numerosa comunità di emigrati politici italiani con le loro famiglie. Altri si sono stabiliti in diverse città dell’Urss. Accusati di spionaggio, usati come ostaggi per ricattare il governo della madrepatria, spesso semplicemente vittime di un clima di sospetto e malinteso, su di loro si abbatte la repressione del regime di Stalin: complessivamente sono più di mille gli italiani fucilati, internati nei campi di concentramento, confinati, deportati, privati dei diritti civili e del lavoro, emarginati. Questo volume racconta le loro vite, frammenti di storia silenziosa, volutamente ignorata o poco nota. Con rigore storiografico e piglio narrativo, queste pagine ne danno una ricostruzione completa e basata su materiale inedito frutto della lunga ricerca condotta dalle autrici negli archivi dell’ex Unione Sovietica.

Leggi un brano

Gli uomini e le donne di cui stiamo per narrare la storia furono protagonisti e vittime di alcuni dei decenni più tormentati del XX secolo. Le loro vicende personali si intrecciano infatti con la Grande Guerra, la rivoluzione bolscevica in Russia, l'avvento di Mussolini in Italia, la fondazione del Partito comunista italiano e la sua adesione ai dettami della Terza Internazionale, la creazione di svariate comunità di antifascisti all'estero. Ma, soprattutto, con l'inquieta storia che in Russia seguì alla rivoluzione del 1917: le loro vite furono segnate inesorabilmente dalle conseguenze di un percorso storico fallimentare, che vide i grandi ideali di giustizia sociale a cui quella rivoluzione si era ispirata dissolversi negli orrori di una delle dittature più efferate della storia.Molti di quegli uomini e di quelle donne morirono nei campi più tristemente famosi del sistema concentrazionario sovietico, ma anche in quelli minori, disseminati nelle regioni più remote dell'immenso territorio russo. Nei campi del Nord-Ovest (a Vorkuta, a Uchta-Pečora, a Inta, a Vjatka, nelle isole Solovki), in quelli delle regioni centrali (a Karaganda o a Krasnojarsk), nei lager della Siberia nord-orientale: qui, in questi luoghi di desolazione e di morte, scomparvero almeno 100 dei circa 140 italiani che, soprattutto tra il 1935 e il 1939, rimasero vittime del Terrore staliniano e furono condannati a scontare lunghe pene detentive in quei campi di lavoro forzato. In totale, 27 furono i lager in cui vennero imprigionati e 19 le località di confino o i luoghi di deportazione in cui è stato sinora possibile rintracciare la loro presenza.Molti altri non giunsero mai né ai campi di transito né tantomeno alle destinazioni finali: circa 110 italiani, infatti, vennero fucilati subito dopo l'arresto - soprattutto negli anni del Grande Terrore, cioè tra il 1937 e il 1938 - spesso in assenza di un processo sia pure breve o sommario. Molti dei loro corpi giacciono nelle fosse comuni di Butovo o della Kommunarka nei pressi di Mosca: gli elenchi sono stati pubblicati alcuni anni fa.Complessivamente furono circa 1.020 gli italiani che, tra il 1919 e il 1951, subirono una qualche forma di repressione lato sensu: fucilazione, internamento in un campo di concentramento, confino, deportazione, privazione dei diritti civili, perdita del lavoro, emarginazione. Se almeno 110 furono gli italiani fucilati e 140 quelli condannati al lavoro forzato, circa una cinquantina di essi conobbero invece l'esperienza del confino. Inoltre, allo stato attuale delle ricerche risulta che più di 550 furono i membri delle comunità italiane residenti nella città di Kerč' e di Mariupol' a venire deportati nel Kazachstan del Nord, nel 1942, in quanto cittadini sovietici di nazionalità italiana, dal momento che l'Italia era un paese belligerante con l'URSS. [...]Allo stato attuale della documentazione è possibile dunque avere un quadro molto più circostanziato delle varie fasi in cui si articolò la repressione degli italiani in terra sovietica di quanto non fosse possibile prima che gli archivi russi venissero aperti agli studiosi. Ben più difficile resta invece, ancora oggi, azzardare una stima precisa della comunità italiana presente allora in URSS. [...]Fra le tante storie incontrate, abbiamo scelto di raccontare quelle che, ci è sembrato, meglio rappresentano la tragedia non soltanto degli italiani che vissero e furono perseguitati in Unione Sovietica, ma anche dell'intero popolo sovietico con cui gli italiani condivisero speranze e orrori. La selezione è stata dolorosa anche se, ovviamente, necessaria: è con disagio profondo, infatti, che abbiamo dovuto decidere a quali personaggi dare un volto e una storia, e a quali invece no. Una scelta inevitabilmente ingiusta, considerato anche il lungo oblio in cui è rimasta per tanto tempo, in Italia, la storia delle vittime italiane delle repressioni sovietiche.

Recensioni

Piero Melograni su: Il Sole - 24 ore (02/04/2006)

Elena Disndovich e Francesca Gori hanno pubblicato un bel libro sugli italiani che finirono nei lager comunisti. Molti di loro erano comunisti e antifascisti attratti dall'utopia della patria del comunismo e per questo fuggirono dall'Italia di Mussolini. Ma se ne pentirono allorché scoprirono che il regime di Mussolini era più umano di quello comunista. Prima di essere arrestati durante le grandi persecuzioni, alcuni di loro si rivolsero all'ambasciata d'Italia in Urss al fine di ritornare in patria. Ma l'ambasciata era sorvegliata dalla polizia sovietica e il fatto di bussare alla sua porta poteva bastare per finire in un lager e morirvi.Alfredo Bonciani, un meccanico fiorentino che era emigrato in Urss verso il 1930, si mise un giorno in contatto con l'ambasciata e gli fu promesso il passaporto in cambio di importanti rivelazioni che lui non diede. Probabilmente a causa di questo contatto fu convocato all'Hotel Majak da due suoi compagni, Anselmo Pera e Giovanni Bertoni, che lo accoltellarono a mete. I due assassini furono arrestati dalla polizia sovietica ma vennero rilasciati dopo un processo farsa e una detenzione di soli tre mesi.L'operaio Luigi Calligaris, iscritto al Partito comunista dal 1921, espatriò in Russia nel 1932 dopo ava subito in Italia una condanna a cinque anni di confino per attività antifascista. Fu arrestato nella notte dcl 28 dicembre 1934. Durante gli interrogatori gli fu offerto di scegliere tra la condanna ai lavori forzati e l'espulsione dall'Urss come nemico del popolo sovietico, ma Calligaris scelse i lavori forzati. Fu deportato nel temibile lager di Kolyma e durante l'estate del '35 scrisse alla moglie: «La regione in cui mi trovo è la più infame che ci sia. Nei periodi invernali oltre ai 40 gradi di freddo manca tutto e anche ora non vi è nulla all'infuori del pane. Io non ti so dire le sofferenze provate e la disillusione». Era ammalato di tubercolosi e fu fucilato nel '37.Le due autrici ci dicono che su 250-300 emigrati politici italiani ben 160, finirono in prigione o nei lager. Su quattromila italiani emigrati in Urss circa mille, uno su quattro, conobbero la stessa sorte. Parecchi anni or sono anche Guelfo Zaccaria (un autore che, però, le due autrici non citano) aveva già parlato di 200 comunisti italiani vittime del comunismo sovietico, una cifra enorme in proporzione al numero degli emigrati. Ma la beffa maggiore fu che essi andarono in Urss sperando nel comunismo e che lì dovettero amaramente ricredersi. Raccontando le vicende di tanti scomparsi, le due autrici, compongono un grande tragico mosaico.Ma la spiegazione della tragedia non viene fornita. E invece dobbiamo sforzarci di trovarla.La cercherei innanzi tutto nel fatto che i bolscevichi trascurano il diritto considerandolo un fenomeno borghese, al punto che dopo la conquista del potere chiusero le facoltà giuridiche includendo lo studio delle leggi nella sociologia. Disprezzando il diritto fecero sì che gli stessi capi restassero privi di protezione giuridica. Basti pensare alla sorte dei 21 membri del Comitato centrate in carica nel 1917, al momento della presa del potere. Dodici di loro furono fucilati, si suicidarono o scomparvero durante le cosiddette "purghe". Sette, fra cui Lenin, erano morti prima. Sopravvissero alle "purghe" soltanto in due: Stalin e Alessandra Kollontài poiché era ambasciatrice in Svezia e praticamente in esilio.Peggio ancora: accadde che il sistema legislativo fosse concepito per favorire la delazione, perfino tra i coniugi, come viene detto anche dalle due autrici del libro. Come già disse Roy A. Medvedev nel 1971,1a coabitazione di più famiglie in un solo appartamento favorì a sua volta la denuncia dei coabitanti, al fine di onenere una stanza in più Si scatenò una "spiomania di massa" che nessuno - neppure Stalin - riuscì più a controllare. Un agente della polizia segieta di Pietrogrado che denunciò le illegalità fu fucilato la sera stessa, ma anche il suo fucilatore venne fucilato dopo un anno. Lo stesso Nikolày Ivánovich Yezhóv, il capo della polizia segreta che organizzò il "Grande Terrore" degli anni Trenta, scomparve misteriosamente nel 1939. Forse finì nel lager di Kolyma sul cui cancello, più o meno come ad Auschwitz, c'era scritto: «Il lavoro è motivo di onore».Secondo le due autrici, Palmiro Togliatti, il segretario del Pci, era «evidentemente al corrente della sciagura complessiva». Lo pensiamo anche noi, aggiungendo però che ne soffrì a causa della sua impotenza. Il suo più grande amico era uno dei maggiori leader sovietici, Nikolai Buchàrin, che per lui aveva coniato lo pscudouimo di «Ercole Ercoli». Buchàrin fu fucilato nel 1938 e Togliatti, in Russia, visse sempre nel timore di fare la stessa fine. Per questo nel 1950, allorché Stalin lo voleva a Mosca per guidare il Cominform, l'organizzazione internazionale dei maggiori partiti comunisti, Togliatti si ribellò con tutte le sue forze.L'Italia democristiana era cento volte meglio della patria del comunismo. In Russia, pur di salvare il partito italiano e la sua stessa vita, Togliatti era stato costretto a commettere le peggiori bassezze, rinunciando a proteggere comunisti innocenti e perseguitati, fossero italiani o polacchi. Pur di salvare la vita dei dirigenti del suo partito, Togliatti evitò sempre di radunarli in territorio sovietico e addirittura preferì che si salvassero nelle prigioni di Mussolini o al confino delle Tremiti e di altre isole. Non è escluso che fece anche di tutto per salvare la vita di Antonio Gramsci, il quale morì nel 1937 non in carcere, ma in una delle migliori cliniche romane, la «Quisisana", proprio nel giorno in cui cessava il controllo della polizia italiana. Essendo ormai libero avrebbe dovuto annunciare di voler andare in Urss, viceversa intendeva restare nella Sardegna di Mussolini. Fu ucciso anche lui per questo motivo?

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