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Stupro

Stupro
Stupro
Storia della violenza sessuale
trad. di M.G. Cavallo, L. Fantoni e P. Falcone
Edizione: 2011
Collana: Economica Laterza [586]
ISBN: 9788842097983
Argomenti: Attualità culturale e di costume, Storia contemporanea
  • Pagine 608
  • 12,00 Euro
  • Al momento non disponibile presso il nostro magazzino

In breve

‘Gli uomini’ non sono stupratori, alcuni uomini lo sono, alcune donne lo sono. Stupratori non si nasce, si diventa, e lo stupro non è un ‘virus sociale’ inevitabile ma un’azione umana, frutto di contesti e di volontà. Perché essere crudeli è una scelta: chi sono i violentatori e qual è la storia di chi decide di umiliare e torturare sessualmente.

In ogni epoca – racconta Joanna Bourke – la reazione sdegnata e violenta delle comunità contro l'orrore dello stupro ha avuto ragioni razziste e di classe.
Natalia Aspesi, "la Repubblica"

Dalla metà dell'Ottocento a oggi, un repertorio impressionante di fantasie maschili passate per scienza e legge.
Adriano Sofri, "la Repubblica"

Joanna Bourke affronta l'argomento più discusso e al contempo più inafferrabile e misterioso, da sempre annegato in un mare di credenze e di interpretazioni opinabili.
Mirella Serri, "La Stampa"

Le pagine della Bourke cancellano tutti i luoghi comuni circolanti su violenze sessuali e violentatori.
Elena Doni, "l'Unità"

Una lettura sconvolgente e spesso toccante.
"Le Monde diplomatique"

L'analisi approfondita, intelligente, equilibrata di un reato in continua ascesa.
"Financial Times"

Uno stupratore non usa semplice violenza contro un altro essere umano: lo invade, lo marchia, imprime ferite che diventeranno fonte di angoscia permanente. Lo stupro è un flagello che attraversa la storia, sfugge alle notazioni statistiche, si maschera dietro pregiudizi e fraintendimenti, si trasforma insieme alla società. Ma, dice Joanna Bourke, non è un male endemico dell’umanità. La violenza sessuale può essere combattuta e vinta. Al centro di questo libro non troverete le vittime di stupro, ma gli stupratori. Attingendo agli studi di criminologi, giuristi, psicologi e sociologi, servendosi delle narrazioni di violenza rilasciate da vittime e aggressori dalla metà dell’Ottocento a oggi, e di come quei racconti sono cambiati nel tempo, combattendo con la definizione di stupro e stupratore, di consenso e coercizione, Joanna Bourke scava nelle ‘motivazioni’ che portano un individuo a scegliere la violenza. E dimostra quanto in profondità lo stupro sia il prodotto dell’età storica e della società in cui viene perpetrato. Cadono così una volta per tutte le menzogne e i falsi miti che sono stati edificati intorno al suo impronunciabile tabù.

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Recensioni

Mirella Serri su: La Stampa (11/02/2009)


Ma cosa ha fatto a mia figlia?» «Solo un gioco che farei con le mie stesse figlie».

Sarà. Ma la quattordicenne Harriet era stata stesa a forza sul divano, con le gonne sollevate, un cuscino in faccia e «violentemente deflorata» ― lei stessa lo aveva riferito ai giudici ― dal padrone giocherellone. Però Harriet aveva commesso un paio di errori. Innanzitutto rifiutando il risarcimento che le era stato proposto e poi intonando una canzoncina audace a una festicciola. Mal gliene incolse. Aveva gettato ombre sulla sua reputazione e questo pesò sul verdetto finale. Ma forse il processo per lei sarebbe andato lo stesso in malora. Alla fine dell'800, quando la domestica Harriet perde la causa, la domanda che circolava nei tribunali era: «E' possibile per un uomo solo violare una donna contro la sua volontà?». No, era il responso. Persino se «su cosce e seno si rinvengono tracce di lotta»: infatti alle gentildonne di solito «piace dar prova di resistenza prima di cedere», sostenevano gli esperti forensi. Per difendersi erano poi dotate di «potenti muscoli pelvici».

Questa rappresentazione di signore e signorine connotate da una porta ben serrata, impossibile da spalancare, è una delle immagini che più fioriscono intorno agli abusi sessuali, a partire proprio dalla metà del XIX secolo. La ritroviamo un po' dovunque in Gran Bretagna, Stati Uniti, Australia: a inseguire nel tempo e nei vari continenti i «miti», i luoghi comuni che avvolgono la vera storia dello «Stupro» è la studiosa Joanna Burke. In un bellissimo excursus sulla Violenza sessuale dal 1860 a oggi (in uscita dalla Laterza) affronta l'argomento più discusso e al contempo più inafferrabile e misterioso, da sempre annegato in un mare di credenze e di interpretazioni opinabili. Quali sono, dunque, i miti più diffusi ancora oggi sulle vittime di indesiderati appetiti? Quali i pregiudizi sulle prede di lupi e orchi affamati?

L'accusa di essere «mendaci» morde attualmente ragazze, mature signore, persino bambini ritenuti pronti a gettar fango sugli innocenti. Le motivazioni? L'invenzione di uno stupro può essere tanto originata dall'«invidia del pene», singolare tesi in voga a partire dagli anni Quaranta, quanto dal desiderio di vantaggi pecuniari. Nel 2001, commentando le cifre degli indennizzi stabiliti in Gran Bretagna ― 11 mila sterline a cui si potevano aggiungerne 1.000 per un naso rotto, 4.400 per un femore fratturato e così via in una galleria di occhi pestati o cavati, di traumi cranici e colli spezzati ―, parte della stampa sosteneva che con tariffe a «prezzo fisso si sarebbe avuto un incremento delle denunce».

Mamme scatenate per proteggere i loro giovanotti stupratori, toghe schierate a difesa si appoggiano invece spesso e volentieri alla tesi del piacere che provano le donne nell'«essere sopraffate». E' stato questo il cavallo di battaglia della psicoanalista femminista Hélène Deutsch. «Di femmina incline allo stupro» si discetta in trattati giuridici e si accompagna all'identikit di chi «con abbigliamenti, scelte di vita» solletica le altrui brame e desidera essere posseduta con forza.

E l'aggressore, questo sconosciuto? Anche il criminale è nelle tenaglie dei luoghi comuni. Alla fine del XIX secolo si cercava di decifrarne la personalità tramite la fisiognomica: naso rapace e organo sessuale extra small erano i suoi tratti fondamentali, si diceva. All'inizio del '900 i violentatori erano soprattutto gli «anziani», ovvero gli over quaranta-cinquanta che, con l'allungarsi della vita, vedevano protrarsi la loro inappagata libidine. Il razzismo ha dato il suo contributo: i neri che avevano tentato di violentare una donna bianca in Texas e Georgia potevano essere condannati a morte, un bianco per lo stesso reato poteva beccarsi da pochi mesi a qualche anno di prigione. Nel 1968 lo stupro diventò bandiera e «atto di ribellione dei giovani di colore contro la società dei bianchi»: a sventolare il vessillo fu Eldridge Cleaver. Il leader di «Potere nero» fece poi ammenda di tanto orrore. Negli anni Trenta si presero di mira gli «immigrati e i senza fissa dimora». E la tradizione della caccia allo straniero senza mezzi di sostentamento e reo a priori continua oggi più che mai.

Attualmente l'abuso sessuale è in declino? La Bourke documenta che, a partire dal 1910, violenze e soprusi sono in costante aumento, con una pausa negli anni Cinquanta. Dai mitici Sixties in poi si è verificato un vero exploit dovuto anche all'incredibile ascesa delle denunce: in Gran Bretagna tra il 1985 e il 2003 sono passate da 1.842 a 12.293. Ma non sono diminuiti i malfattori che se la spassano: più del 25% delle vittime nel Regno Unito non si rivolge alla polizia e meno del 5 per cento dei denunciati viene condannato. Cambiano i riti e i miti ma lo stupro cresce e domina incontrastato. E anche i tabù che lo accompagnano.

Massimo Lomonaco su: La Sicilia (01/03/2009)


Nei giorni in cui il decreto sulla sicurezza con le norme anti stupro è all'esame del Quirinale dopo i recenti casi di cronaca, arriva in libreria il testo della storica inglese Joanna Bourke ― «Stupro» (Laterza) ― che mette al centro della sua ricerca non le vittime, bensì gli stupratori e indica nuove strade per battere un crimine efferato. «Chi sono ― dice ― queste persone violente? cosa possiamo fare per venire a capo di tale problema?». E le domande partono da una constatazione statistica: nel Regno Unito ― patria dell'autrice ― solo il 5% degli stupri denunciati alla polizia si concludeva, nel 2005, con una condanna. E questo nonostante 30 anni di «rigorose battaglie femministe e di profonde riforme legislative». «Paradossalmente ― afferma Bourke ― sono stati proprio i successi politici e culturali delle femministe della seconda ondata a creare l'ambiente che ha spinto molte donne a mettere in discussione alcune delle posizioni precedenti. Ma soprattutto gli uomini che stuprano continuano a farla franca...». E allora, si deve disperare? certamente no, risponde Bourke che individua un nuovo approccio al problema. «Chi commette abusi sessuali ha una storia. Demistificando la storia dello stupratore ― spiega ― possiamo renderlo meno spaventoso e più suscettibile di cambiamento. Con l'invenzione di una nuova mascolinità, possiamo creare un futuro in cui la violenza sessuale non sia più inevitabile». Insomma, continua la storica, «gli uomini non sono stupratori, alcuni uomini lo sono, alcune donne lo sono. Stupratori non si nasce, si diventa e lo stupro non è un 'virus sociale' inevitabile ma un'azione umana, frutto di contesti e di volontà».

L'aggressione sessuale quindi «non è innata nell'identità del maschio», anzi «è una crisi della virilità». Non solo, ma «è pericoloso affidarsi ad un apparato regolativo di Stato sempre più vasto per 'curare' il malessere. Potrebbe anche dimostrarsi controproducente». E in questo l'autrice passa in rassegna tutti i rimedi posti nel corso degli anni: dalla sterilizzazione, alla castrazione chirurgica a quella chimica, alla lobotomia. Bourke si appella invece alla necessità di affrontare «il problema degli uomini» in «modi più positivi». «Deve essere ― spiega ― compito degli uomini depoliticizzare la prevenzione degli stupri. In una società mascolina anche gli uomini vengono danneggiati quando uno solo di essi compie un abuso su un'altra persona». E ancora: «se la categoria dello stupratore viene demistificata, la violenza sessuale non sembrerà più inevitabile». Secondo l'autrice «il soggetto traumatizzante è un essere informato con una gamma di conoscenze, emozioni, desideri e bisogni che gli o le si dischiudono davanti». È scoprendo le «sue molteplici voci» che lo si rende «accessibile tramite l'immaginazione» e «contestabile in senso politico».

Elena Doni su: L’Unità (02/03/2009)


Chi sono gli stupratori? Perché il loro corpo e la loro testa funzionano in modo deviante? Come si è comportata la società nei loro confronti nell'ultimo secolo e mezzo?

Cinquecento pagine sull'argomento (più altre cento di bibliografia e note) portano, per cominciare, a cancellare tutti i luoghi comuni circolanti su violenze sessuali e violentatori. Le ha scritte una storica inglese, Joanna Bourke docente al Birbeck College di Londra, in un libro ora tradotto in italiano (Stupro, storia della violenza sessuale).

Il primo luogo comune a cadere sotto i colpi della Bourke è quello sulla costanza storica dello stupro: «è sempre esistito in tutte le società», ciò che ovviamente sottintende «e sempre esisterà, quindi perché agitarsi tanto?». Invece l’asserzione è falsa: esistono società in cui la violenza sessuale è quasi sconosciuta e ci sono invece epoche in cui gli stupri sono in forte aumento. Le società in cui regna l’eguaglianza sessuale, la tranquillità ed alti livelli di potere economico femminile hanno basse percentuali di stupro, dice il libro. Noto a tutti è invece l’aumento esponenziale di violenze sessuali che si verifica in tempo di guerra: alcuni studiosi hanno avanzato la peregrina spiegazione che ogni e qualsiasi tipo di arma ricorda il fallo, altri hanno ricordato che spesso in un teatro di guerra dopo una battaglia vittoriosa i comandanti concedono ai soldati 24 ore di vacanza da tutte le regole: è la tradizione del bottino di guerra, in cui sono incluse le donne. Come accadde in Italia nel 1944, dopo la battaglia di Montecassino, a opera delle truppe coloniali inglobate nell'esercito francese, che ebbero dal generale Juin 50 ore di libertà: migliaia di donne italiane furono «marocchinate», parecchie morirono, Pio XII ne scrisse a De Gaulle, ne ebbe una risposta accorata e l'apertura di un provvedimento contro 360 soldati. In Giappone le cose non andarono meglio: nei documenti dell'esercito americano è scritto che in dieci giorni, tra il 10 agosto e il 10 settembre 1945, gli Alleati si resero protagonisti di 1336 stupri nella sola prefettura di Kanagawa. Un ex sergente delle Riserve dell’Esercito che aveva accesso all’archivio delle forze di occupazione del Commonwealth dichiarò che i documenti erano una rassegna di stupri, saccheggi e razzie. E conclude con un esempio: «Una sera entriamo in un bordello e forse ci fanno pagare un bicchiere di birra cinque centesimi in più. Così torniamo al campo, reclutiamo 30 compagni e andiamo a distruggere il bordello, lo incendiamo, pestiamo il personale e stupriamo le donne che non ci piacciono. E per tutto questo riceviamo una tiratina di orecchie». Qualche decennio dopo la «propensione» dei soldati alle violenze sessuali fu cinicamente strumentalizzata in Bosnia dal leader serbo Radovan Karadzic, che era stato psichiatra, per indurre i bosniaci a firmare l’abbandono «volontario» delle loro case e dei loro beni, «fu l’arma dello stupro», che dette il titolo a un instant book pubblicato nel 1993 (E. Doni e C. Valentini, La Luna edizioni).

Il libro di Joanna Bourke sulla storia della violenza sessuale passa in rassegna anche l'accoppiata che viene periodicamente riproposta tra immigrazione e stupri. Negli Stati Uniti l'argomento è stato studiato in particolare per quello che riguarda gli afroamericani e la violenza è stata indicata come prodotto della sottocultura del ghetto: espressione di alienazione e rabbia diffuse, del desiderio di dimostrare la propria aggressività e la capacità di dominio. «Mi deliziava l'idea di sfidare e di calpestare la legge dei bianchi, il loro sistema di valori, di profanare le loro donne», ha scritto Eldridge Cleaver, leader di Potere Nero. Peccato però ― nota la Bourke ― che sociologi e criminologi concordano nel dire che il 90% degli stupri è interrazziale.

Un altro argomento del giorno in Italia è quello dell'inasprimento delle pene, che sono in molti a chiedere. «L'esperienza insegna ― dichiara la storica inglese ― che l'aumento delle reazioni punitive è stato inefficace, se non controproducente». E neppure l'approccio medico ― lobotomia, castrazione chimica ― ha dato risultati sicuri. A volte ha solo modificato l'obbiettivo: è capitato che un pedofilo abbia smesso di molestare i bambini per rivolgere la sua violenza contro donne adulte. E tuttavia, conclude la Bourke, lo stupro non è un male endemico dell'umanità. Gli uomini non sono stupratori: alcuni uomini lo sono e anche alcune donne. Stupratori non si nasce, si diventa: essere crudeli è una scelta. Dalla quale si può tornare indietro, come accadde proprio al leader di Potere Nero, Eldridge Cleaver. La violenza sessuale può essere combattuta e vinta, dice l’autrice di Stupro, con una politica della virilità che si concentri sul corpo dell’uomo come strumento di piacere e non di oppressione e dolore.

Sonya Orfalian su: Le Monde diplomatique (01/11/2009)


Gli esiti di un'ampia ricerca, interamente dedicata all' analisi della violenza sessuale negli ultimi cinquecento anni, sono raccolti in questo libro che riserva, in virtù del crudo tema che affronta, una lettura sconvolgente e spesso toccante. Lo stupro visto da vicino, quindi, molto da vicino, proprio come dichiara l'autrice sin dalle prime righe: «Al centro di questo libro, c'è lo stupratore e non la vittima». Ecco, il lettore è avvisato: qui si cerca di cogliere le motivazioni più profonde che portano un essere umano a violare un corpo; e torna alla mente lo slogan che circolava negli anni '60 e che molte femministe ripetevano con determinazione: lo stupro è un fatto «di potere». non «di sesso» Parole che inducono a riflettere con maggiore cautela più che sul violento atto sessuale in sé, su chi quell'atto compie. Bourke, docente di Storia al Birkbeck College di Londra, fornisce diversi dati interessanti: ricorda, ad esempio, che definire un reo di violenza sessuale con il termine «stupratore» è cosa piuttosto recente: la definizione venne infatti impiegata per la prima volta nel 1883 attribuendo così all'atto ― che fino a quel momento era considerato mera azione sessuale tra le molte ― un’identità e dei contorni piuttosto precisi. Questo testo, che ha il pregio di non limitarsi a un semplice elenco di brutalità sessuali e di non applicarsi tout court allo studio delle sentenze, è al contrario frutto di un'attenta lettura e analisi delle personalità degli stupratori, che gli specialisti del settore (psicologi, giuristi, criminologi) hanno via via commentato. Un percorso dunque che porta il lettore a conoscenza delle innumerevoli sfumature e modalità di intendere la figura dello stupratore, e fornisce strumenti utili a considerare e interpretare tale figura, sia nel suo mutare nel corso delle epoche (il tempo, si sa, è un termometro sensibile), che nell'evoluzione e nei cambiamenti all'interno delle società umane. Ed è così che, alla fine, è potuto persino accadere che ben due tribunali chiamati nel 2001 a giudicare su crimini internazionali — quello per l'ex Jugoslavia e quello per il Ruanda — abbiano stabilito che lo stupro è delitto contro l’umanità, preceduto in ordine d'importanza soltanto dal crimine di genocidio.

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