Password dimenticata?

Registrazione

Home > Catalogo > Schede > Anche voi foste stranieri

Anche voi foste stranieri

Anche voi foste stranieri
Anche voi foste stranieri
L'immigrazione, la Chiesa e la società italiana
Edizione: 2010
Collana: i Robinson / Letture
ISBN: 9788842093169
Argomenti: Attualità culturale e di costume

In breve

«È vero, oggi è in atto uno ‘scontro di civiltà’. Ma non tra Occidente e Oriente. O tra cristianesimo e islam. No, il vero scontro di civiltà si gioca in Parlamento e nelle piazze. Temi della contesa, l’accoglienza e il rispetto della persona straniera. A prendere il sopravvento è il principio dell’indesiderabilità. Irregolari e clandestini sono da espellere. Sì, ci sono, ma non dovrebbero esserci. Non li vogliamo. Anche quando vivono come bestie, come a Rosarno, nessuno muove un dito. Se vogliono un’altra possibilità, la cerchino altrove. In altri Paesi, non in Italia. Per un Paese, come il nostro, che si dichiara cattolico, è difficile capire come si possa discriminare gli stranieri e atteggiarsi poi a difensori del crocifisso.»

«Due Italie si contrappongono. A torto o a ragione. C’è chi soffia sul fuoco, alimentando paure e tensioni. Chi affronta il problema con superficialità e di fronte a un immigrato, sbuffa infastidito. Quasi non lo riguardasse. E chi capisce che una soluzione va trovata. Nell’accoglienza e nella legalità. Due Italie si contrappongono. Quella ‘arrabbiata’, pugno serrato e muso duro, che ‘digrigna i denti’ e sbava di livore. E l’altra, quella dei buoni sentimenti, accusata di ‘buonismo’, ma solidale, coi piedi per terra. Come chi guarda in faccia la realtà. Quale Italia prevarrà? In gioco c’è il nostro futuro. E la speranza del Paese.» Antonio Sciortino interviene con forza e senza reticenze: come in un reportage, racconta la diffusa xenofobia delle nostre città, il sospetto e i luoghi comuni alimentati dalla politica, le storie di discriminazione, le tante risposte sbagliate e aberranti ai problemi reali. E cosa fa la Chiesa in questa «società dei mille colori» che è già oggi il nostro Paese perché un essere umano sia un essere umano e basta.

Don Sciortino ospite del Programma Le Storie di Corrado Augias: guarda il video

Don Sciortino ospite del programma radio Fahrenheit: ascolta l'audio

Indice

1. La politica dello struzzo No alla fortezza Europa – 2. L’Italia «terra promessa» L’altra faccia della medaglia – 3. L’onda multicolore in classe L’integrazione parte dai banchi di scuola – 4. Tutta colpa degli immigrati Vecchi e nuovi diritti di cittadinanza – 5. L’incontro tra razze diverse Che sta succedendo all’Italia cristiana? - Conclusioni Esistono limiti all’accoglienza? - Bibliografia essenziale - Indice dei nomi

Leggi un brano

Per alcuni l’immigrazione è una scelta. Si può decidere, cioè, se realizzare o no la società multietnica, operando con le leggi e gli atteggiamenti del potere politico. Per altri, invece, la società multietnica non si può scegliere. È già nelle cose. Accade. È una situazione configurata e irreversibile. Non la si può arrestare, né opporvisi. Va affrontata con atteggiamento positivo: è l’unico modo per governarla. Senza subirne i contraccolpi. Eppure, non è facile rivedere pregiudizi, dislocare risorse intellettuali e morali, aggiornare concetti e accettare che tutti possano dare e ricevere qualcosa. Il tema vero è quello delle identità. Che, comunque, sono una ricchezza. Come talenti da trafficare. Non da nascondere o sotterrare. Se, però, le società si trasformano in fortezze, la difesa dell’identità è discriminante. Esclude gli altri, i diversi. Giovanni Paolo II, per la Giornata mondiale della pace del 2001, spiegava che «la conoscenza delle altre culture, compiuta con il dovuto senso critico e con solidi punti di riferimento etico, conduce a una maggiore consapevolezza dei valori e dei limiti insiti nella propria. E rivela, al tempo stesso, l’esistenza di un’eredità comune a tutto il genere umano». Non sono parole facili, in un mondo che va in altra direzione. Anche rispetto alle parole di un altro grande pontefice, Giovanni XXIII che, nella Pacem in terris, invocava «un ordine fondato sulla verità, costruito secondo giustizia, vivificato e integrato dalla carità e posto in atto dalla libertà». Benedetto XVI, da parte sua, nel Messaggio per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2010, parla dell’emigrazione come di un fenomeno che «impressiona per il numero di persone coinvolte, per le problematiche sociali, economiche, politiche, culturali e religiose che solleva. E per le sfide drammatiche che pone alle comunità nazionali e a quella internazionale». E ribadisce: «Il migrante è una persona umana con diritti fondamentali inalienabili, da rispettare sempre e da tutti. Gesù stesso, da bambino, ha vissuto l’esperienza del migrante perché, come narra il Vangelo, per sfuggire alle minacce di Erode dovette rifugiarsi in Egitto insieme a Giuseppe e Maria». Sempre papa Ratzinger, rivolgendosi ai partecipanti al VI Congresso mondiale della pastorale per i migranti e i rifugiati (Vaticano, 9-12 novembre 2009), traccia un quadro sintetico e illuminante: «Se il fenomeno migratorio è antico quanto la storia dell’umanità, esso non aveva mai assunto un rilievo così grande, per consistenza e complessità di problematiche, come al giorno d’oggi. Interessa, ormai, quasi tutti i Paesi del mondo e si inserisce nel vasto processo della globalizzazione. Donne, uomini, bambini, giovani e anziani a milioni affrontano i drammi dell’emigrazione talvolta per sopravvivere, più che per cercare di migliorare le condizioni di vita per sé e i loro familiari». E continua: «Si va, infatti, allargando il divario economico tra i Paesi poveri e quelli industrializzati. La crisi economica mondiale, con l’enorme crescita della disoccupazione, riduce le possibilità di impiego e aumenta il numero di coloro che non riescono a trovare neppure un lavoro del tutto precario. Tanti, allora, si vedono costretti ad abbandonare le proprie terre e le loro comunità d’origine. Sono disposti ad accettare lavori in condizioni per nulla consone alla dignità umana, con un inserimento faticoso nelle società di accoglienza a causa della diversità di lingua, cultura e ordinamenti sociali».

Più facile vivere al nord del Mediterraneo. È la parte giusta. Quella dove i diritti sono acquisiti. E dove si vive meglio, con più tranquillità. Almeno, all’apparenza. Una condizione invidiabile, migliorabile senz’altro, che al massimo si può temere di perdere. Soprattutto perché, sull’altra sponda del Mediterraneo, la sopravvivenza diventa, sempre più, un miraggio. Guerre, dittature, carestie, sfruttamento costringono milioni di persone a lasciare le loro terre. Un flusso di disperati è alla ricerca di approdi più sicuri. Fuggono dall’Africa, continente delle guerre dimenticate. Che sono tante, anche se l’opinione pubblica le ignora. O fa di tutto per rimuoverle, come non esistessero. Così si tacita la «coscienza sporca» per gravi responsabilità dell’Occidente sia nello sfruttamento delle risorse che nelle guerre locali. Nel 2007 si sono registrati quasi un milione di profughi. Solo nel maggio del 2009 altri quarantamila profughi, dalla Somalia, sono andati a ingrossare le colonne di quanti vagano per l’Africa. Esodo dei giorni nostri, senza meta e sbocchi. Tragico, soprattutto, quando sono intercettati dai trafficanti di esseri umani. Quelli che gestiscono la «tratta» verso l’Europa. Chi ha soldi per pagare è messo sulle carrette del mare per la traversata. Per gli altri, il lavoro forzato. O la prostituzione. Una volta, era d’attualità lo slogan: «Educare alla mondialità». Oggi assistiamo agli effetti disastrosi di una società fondata sull’egoismo. L’educazione alla mondialità è passata di moda, finita nel cassetto. Semmai, è questione che riguarda pochi missionari, laici e religiosi. Considerati, per lo più, dei visionari, se non addirittura pazzi. Eppure, le migrazioni attraversano la storia. E il viaggio è condizione di vita che caratterizza i secoli. Chi non teme le culture diverse scopre in esse una risorsa. O, comunque, un’opportunità. Cosa sarebbe l’Occidente se gli arabi non si fossero mossi dalle loro città? E la nostra cultura senza Averroè e i suoi commenti alle opere di Aristotele? Per molti studiosi la cultura arabo-islamica è la prima che sia riuscita a produrre una concezione umanista e universalista. Grazie al suo ruolo di mediazione e collegamento tra realtà diverse. Lo stesso si può dire della cultura ebraica che, fuggendo da persecuzioni, ha «contaminato» le vie d’Europa. Anche Abramo era un emigrante. Chi abitava una terra ostile o povera d’acqua era costretto a migrare. Così, nel mondo, si sono creati luoghi di incontro. Qualche volta di scontro. In ogni caso, luoghi di scambio, crocevia di saperi e di culture. In Asia, Africa, Europa. Piattaforme girevoli che, sul lungo periodo, hanno prodotto più benefici che problemi. La Mecca era anche crocevia di carovane, centro commerciale. Come i porti del Mediterraneo, che davano impulso alle grandi civiltà della storia. Le ondate migratorie hanno sempre suscitato timori e chiusure. I Paesi tendono a trincerarsi dentro le mura, a difesa del proprio benessere. L’esperienza, però, dimostra che, se ben gestito, l’arrivo dei migranti non è un pericolo. Anzi, arricchisce gli scambi sociali ed economici, nonché culturali. Le grandi città del passato, da Bassora a Baghdad, dal Cairo a Granada, da Gerusalemme a Damasco, ancora oggi mantengono antiche vestigia d’un passato di grandi opportunità. L’Europa ne ha fatto tesoro. Giovanni Paolo II che, nella sua vita, ha incarnato la concezione positiva della migrazione, diceva: «L’esperienza mostra che, quando una nazione ha il coraggio di aprirsi alle migrazioni, viene premiata da un accresciuto benessere, da un solido rinnovamento sociale e da una vigorosa spinta verso inediti traguardi economici e umani». «La globalizzazione», secondo monsignor Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio consiglio per i migranti, «ha permesso il raggiungimento di mete straordinarie in ogni campo. Sono avvenuti miglioramenti nella cultura, nella sanità e nel tenore di vita. Sono stati debellati flagelli che, insieme alla guerra, costituivano l’incubo delle generazioni precedenti. La durata media della vita si è elevata in misura inimmaginabile nel passato. Sono stati resi facili e sicuri i viaggi e i trasporti. Le comunicazioni si sono infittite e sono stati incrementati i rapporti commerciali. Il mondo è diventato un ‘villaggio planetario’». Egli però ha aggiunto: «Se c’è molto all’attivo, c’è anche molto di incompiuto. La globalizzazione ha creato un nuovo mercato del lavoro e, di conseguenza, ha spinto molti a emigrare, anche per sfuggire da povertà, miseria, catastrofi naturali e conflitti locali e internazionali. Ma non ha abbattuto le mura dei confini nazionali per una libera circolazione delle persone, pur nel rispetto della sovranità degli Stati e delle loro carte costituzionali, con salvaguardia della legalità e della sicurezza» (VI Congresso mondiale della pastorale per i migranti e i rifugiati). Paolo VI aveva definito la globalizzazione come l’«esplosione dell’interdipendenza planetaria». Se malintesa, cioè senza fraternità tra gli uomini e i popoli, «ci rende vicini, ma non fratelli» (Populorum Progressio, ripresa da Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in veritate). Occorre, invece, grande fiducia nel mondo e negli uomini. Senza chiudersi alla diversità e al pluralismo. O creare per gli immigrati una zona grigia di compensazione delle nostre paure. La sedentarietà non è la condizione dell’uomo. Non c’è nulla che la fissi per via genetica. Anzi, è vero il contrario. Come per i talenti, fatti per essere trafficati. Diceva don Andrea Santoro, il sacerdote italiano assassinato in Turchia: «Come cristiani, dobbiamo sempre piantare e smontare la tenda per metterci in cammino». Una metafora che vale per tutti. Anche per i non credenti.

Ricerca

Ricerca avanzata

Catalogo

Edizione:
Collana:
ISBN:
Argomenti:

copia il codice seguente e incollalo nel tuo blog o sito web:

torna su