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Il papa non deve parlare

Il papa non deve parlare
Il papa non deve parlare
Chiesa, fascismo e guerra d'Etiopia
pref. di A. Del Boca
con ill.
Edizione: 2010
Collana: Quadrante Laterza [156]
ISBN: 9788842092711
Argomenti: Storia contemporanea, Storia d'Italia

In breve

Bisogna convenire con Lucia Ceci, che ha fatto ampi e fortunati scavi documentari, che tutti i tentativi operati da Pio XI per impedire a Mussolini di realizzare il suo folle progetto di aggredire e conquistare uno stato sovrano come l'Etiopia furono velleitari e con scarse possibilità di essere presi in considerazione. Noi sappiamo per certo che egli giudicava come assurda e criminale la guerra all'Impero millenario e cristiano di Haile Sellassie. Ma sappiamo anche che mai denunciò pubblicamente l'aggressione fascista, perchè ogni volta che maturava un'iniziativa di pace, al minimo ostacolo subentravano in lui la prudenza e il timore di incrinare i rapporti privilegiati stabiliti con il governo di Mussolini. Dalla prefazione di Angelo Del Boca

Lucia Ceci racconta come la Chiesa cattolica ha affrontato il conflitto italo-etiopico, il fascismo e l’Impero. Una storia fatta di parole e di silenzi, di canali ufficiali e di vie ufficiose, di discorsi letti e mai pubblicati, molti dei quali recuperati grazie all’apertura nel 2006 dell’Archivio Segreto Vaticano. Una storia che si svolge nei palazzi e nelle piazze, sulle ambe etiopiche e nelle missioni, nei santuari e al cinematografo. Una storia che ha coinvolto centinaia di migliaia di persone in Italia e conta più di trecentomila morti etiopici.

Premio "Desiderio Pirovano" per il progresso degli studi sulla storia della Chiesa 2010

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Ancora un volume che ci parla della solitudine di Pio XI. Descrivendolo rassegnato – nel timore di incrinare i rapporti stabiliti con il Duce dopo i Patti Lateranensi – a trattenere il suo sconcerto per l’aggressione all’Etiopia, spettatore dell’entusiasmo di tanti vescovi italiani. E con diversi presuli pronti persino ad aggiungere i loro anelli e le loro croci alle fedi nuziali destinate all’oro per la Patria, quasi suggello di una mistica unione con il regime e con quella guerra che papa Ratti – parlando a duemila infermiere il 27 agosto 1935, a un mese dall’invasione dell’Abissinia – non esitò a definire non solo “ingiusta”, ma pure «la più lugubre, la più triste, qualcosa di indicibilmente orribile». Parole nette: tali da far saltare il Concordato del ’29. E che, infatti, furono subito rimaneggiate dai suoi collaboratori, private dei loro “pericolosi” riferimenti... e riapprovate dal papa senza discussioni. Parole che, nonostante le modifiche e i resoconti addomesticati, fecero infuriare Mussolini: giunto a intimare al pontefice – alla vigilia di un’udienza settembrina con quindicimila reduci di guerra – di non «prestarsi al gioco dei nemici dell’Italia» e di non «turbare i rapporti fra Stato italiano e Santa Sede». Finendo insomma per obbligare Pio XI a passare dalla condanna al silenzio pubblico, e a lavorare attivando canali riservati e mediazioni segrete (spesso affidate al gesuita Pietro Tacchi Venturi), dopo che papa Ratti aveva rinunciato a trasmettere una lettera privata al Duce – in cui lo scongiurava di desistere dalla sua scelta – per non compromettere il prestigio della Santa Sede. In ogni caso, con il discorso mussoliniano del 2 ottobre ’35 per annunciare l’inizio dell’intervento, tutti i tentativi di papa Ratti per impedire la guerra potevano considerarsi falliti. Non solo. Il Duce trovava subito larga parte dei cattolici italiani già vicini all’esaltazione patriottica, poi rafforzata da tutta una mobilitazione “benedetta”. Con rare eccezioni: come quella di don Luigi Sturzo. Lui, poi, il 4 maggio ’36 scrive a Maurice Vaussard che «la tragedia dell’Abissinia, caduta per i bombardamenti aerei di gas asfissianti e velenosi, mi riempie di tristezza, come cattolico e come italiano. E i Tedeum che saranno cantati in Italia (con discorsi inopportuni) colmano la mia amarezza». Alla cruciale crisi abissina, alle pressioni che ebbero come esito il silenzio di Pio XI, ma anche alle apoteosi clerico-imperiali censurate nelle note di un collaboratore del papa come monsignor Domenico Tardini (dove si descrive un clero «tumultuoso, esaltato, guerrafondaio» e dove i vescovi sono definiti «più verbosi, più eccitati, più... squilibrati di tutti»), come pure alle diverse mediazioni straniere per far cessare il conflitto, ed altro ancora, è dedicato il nuovo saggio di Lucia Ceci Il papa non deve parlare, volume che si avvale di inediti reperiti nell’Archivio segreto vaticano in qualche caso già anticipati dall’autrice in contributi scientifici o sul «Corriere della sera». Ma gli elementi di novità non mancano. E persino alla fine della guerra. Quando, ad esempio, lo spodestato Hailé Selassié dal suo esilio britannico sonda possibili negoziati con l’Italia attraverso il Vaticano, disposto ad abdicare, pur di ottenere liberazioni di prigionieri, aiuti finanziari e un ruolo per il suo primogenito – anche da suddito italiano – nel futuro del suo Paese. Pagine di storia e attività diplomatica, di retorica e di orrori, di pregiudizi razziali e di ipocrisie, di diritti umani subordinati a quelli dei cattolici, per una spedizione che nella ricerca di un posto al sole provocò fra gli aggrediti più di 300.000 morti.

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