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L'invenzione del testo

L'invenzione del testo
L'invenzione del testo
Una nuova critica della cultura
con ill.
Edizione: 2010
Collana: Libri del Tempo [441]
ISBN: 9788842092506
Argomenti: Scienze della comunicazione

In breve

La nozione di testo è la più frequentata e discussa all’interno del variegato campo delle scienze umane e sociali. Eppure, è una delle peggio definite. Filologia e linguistica, critica letteraria e teoria estetica, filosofia del linguaggio, ermeneutica, etnologia, psicanalisi, sociologia, semiotica: tutte si richiamano in vario modo al ‘testo’, ora per farne l’oggetto fondamentale delle loro indagini, ora per misurare la distanza che le separa da esso. Ma cosa significa il termine, quale genealogia gli soggiace, perché «al di fuori di esso non c’è salvezza»? Gianfranco Marrone dimostra come il ‘testo’ sia il modello formale per la spiegazione di tutti i fenomeni umani e sociali, culturali e storici; e, di conseguenza, l’esito di una doppia invenzione: configurazione socioculturale prima, ricostruzione analitica dopo.

Indice

Premessa

I. Genealogia del testo: avventure di una nozione

1. Sociosemiotica senza testualità - 2. Senso comune e linguaggio - 3. Dalla filologia alla linguistica - 4. Estetica e metodologia - 5. Ermeneutica, decostruzionismo, testualismo - 5.1. Il luogo del fuori-testo - 5.2. Interpretazione, significatività, configurazione - 6. Semiotiche del testo - 6.1. Cooperazione interpretativa - 6.2. Culture e generi - 6.3. Percorso generativo e progetti di descrizione - 7. Basi di sociosemiotica - 8. Etnologia e semiotica della cultura - 8.1. Antropologia strutturale - 8.2. Antropologia interpretativa - 8.3. Modelli culturali - 9. Congedo dalla rappresentazione - 10. Criteri di fondo, con qualche perplessità

II. Parallelismi come menzogna: riscrivere Pinocchio

1. Pinocchiesco e pinocchiologia - 2. Un trickster suicida - 3. Due tipi di parallelismo - 4. Lunghezza e larghezza del testo - 5. Scrivere in parallelo - 5.1. Le due bare - 5.2. I tre Paesi - 6. Una traduzione discorsiva

III. Guerre di mondi possibili: Montalbano fra le righe

1. Incongrui riconoscimenti - 2. Due personaggi in cerca di sé - 3. Un remake intratestuale - 4. Battaglie con la TV

IV. Retorica della notizia: rientro dalle vacanze

1. Estetica dell’informazione - 2. Prassi enunciativa - 3. Figure e sfondi - 4. Un controesodo bagnato - 5. Esercizi di stile - 6. Stereotipi e prassemi

V. Avventure casalinghe: testi in cucina

1. Straniamento - 2. Incorporazione tecnologica dell’umano - 3. Un tipo esemplare - 4. Una catena narrativa - 5. Naturalmente, un manuale - 6. Percorsi accidentati - 7. Tra competenza e manipolazione: il ricettario - 8. Il racconto istruttivo del packaging - 9. Un ibrido coerente

VI. Tecnologie dello sguardo: il discorso degli occhiali

1. Oltre le protesi - 2. Una storia semplice - 3. L’invenzione delle lenti - 4. Colpo d’occhio sulla pubblicità - 5. Oggetti, soggetti, progetti, programmi - 6. Deleghe strategiche e scoppi di passione - 7. Distanze e zone antropiche - 8. Società d’occhiali

VII. Sostanze tossiche, forme stupefacenti: sensi alterati

1. Latte corretto per musiche destinanti - 2. Tradurre sostanze tramite forme - 3. Alterazioni e alternative - 4. Intermezzo metateorico sul materiale tossico - 5. Aria irrespirabile e soldatini boliviani - 6. Ciclici mal di testa - 7. Vino plus

Fonti, notizie e riferimenti

Recensioni

Clotilde Bertoni su: Il Manifesto (18/06/2010)

«C’è un testo in questa classe?»: la domanda paradossale che dà il titolo a un volume brillante e tendenzioso pubblicato da Stanley Fish nel 1980 è tra le prime vistose segnalazioni della crisi a cui il concetto di testo va incontro nella contemporaneità: in parte per il peso attribuito dalla teoria alla fase della ricezione e al suo potere di rimettere i testi in gioco, ricreandone i sensi; in parte per la tendenza – promossa specialmente dai cultural studies – ad abbattere gli steccati tra i differenti tipi di testo, a volte smentendo ogni specificità di quelli artistici. Questa crisi ha parecchi esiti benefici: la perdita di autorità sacrale dei libri, l’interesse per campi di comunicazione difformi, il riconoscimento del dinamismo e della riplasmabilità dei significati. Ma inevitabilmente ha anche picchi negativi: fraintendimenti, sbalzi azzardati, rimbalzi all’indietro; e soprattutto sbilanciamenti eccessivi, quali le insistenze sulla deriva continua del senso o il livellamento di fenomeni culturali disparati.

Il libro di Marrone si inoltra in questo coacervo con un percorso originale, articolato in varie tappe. Innanzitutto, la messa a punto del primo capitolo, genealogia della nozione di testo, scandita da numerosi passaggi chiave: per menzionarne solo alcuni, l’opposizione tracciata da Roland Barthes tra opera, intesa come prodotto definitivo e ratificato dal canone, e testo, inteso come produzione multiforme di significati sfuggente a ogni classificazione; la capacità di Jurij Lotman di ricostruire ampi modelli culturali in base ad analisi minute, grazie alla percezione del legame tra i testi e il loro tempo, legame concepito non come nesso determinista ma come interazione frastagliata; il monito celebre di Jacques Derrida «il n’y a pas de hors-texte», finalizzato, diversamente da quanto riporta una vulgata imprecisa (che sostituisce – sulla scia della versione inglese di Gayatri Spivak – la traduzione più corretta, «non c’è fuori-testo», con quella fuorviante «non c’è nulla fuori dal testo»), non a sottrarre peso al contesto umano e sociale, ma a valorizzarlo in quanto appartenente a sua volta all’ordine della testualità. E infine il passaggio relativo all’esplorazione dello spessore semiotico di una vasta gamma di fatti sociali (architettura, pubblicità, moda, vissuto quotidiano) intrapresa da Jean-Marie Floch e da Eric Landowsld. Questo attraversamento culmina nell’argomentazione sia della funzione sociale dei testi artistici sia dell’opportunità di indagare, alla stregua di testi, fatti sociali rilevanti; argomentazione esemplificata dai capitoli successivi: alla ricognizione teorica segue una serie di analisi concrete. Analisi concentrate su materie deliberatamente eterogenee: il Pinocchio di Manganelli, insieme interpretazione di un testo classico e creazione di un testo altro; la fisionomia ibrida del Montalbano di Camilleri, figura sia letteraria che televisiva; le strategie dell’informazione; il ruolo comunicativo e simbolico degli occhiali; le valenze che l’assunzione delle droghe, pratica già in sé culturalmente codificata, acquista all’interno di tematizzazioni narrative e cinematografiche. Un attraversamento che oltrepassa o liquida stereotipi resistenti; e che mette utilmente a fuoco la natura di vari fenomeni attuali. Il capitolo su Montalbano si addentra in un esempio estremo di situazioni topiche quali la conflittualità tra autore e personaggio, le imprevedibili avventure della ricezione, le sfasature tra mezzi diversi; mostrando che per Camilleri l’edulcorazione televisiva delle sue storie, il loro adeguamento a una mentalità conformista e a un ottimismo di maniera, hanno costituito un problematico pungolo dell’immaginazione: i romanzi scritti dopo i primi adattamenti per il piccolo schermo, da un lato ne assecondano, dall’altro ne confutano le logiche, accettando la statura più eroica assunta dal protagonista, ma canzonandone la trasformazione in oggetto di culto, e – in contrasto con l’accattivante simpatia conferitagli dall’interprete – rendendolo sempre più cupo e pessimista.

Il capitolo sulla cronaca televisiva studia l’enfatizzazione (dovuta alla penuria di fatti rilevanti) di un fatto ordinario, il rientro dalle vacanze estive e, evidenziando la capacità dell’informazione di trasfigurare qualsiasi realtà, inquadra alcuni problemi basilari: il facile logoramento delle notizie, dovuto, al di là della loro consistenza, all’instabilità del loro ritmo, agli effetti di ripetizione che sprigionano, all’assuefazione del pubblico; la possibilità di accentuarne la presa o alterarne il senso attraverso il modo di disporle e collegarle; il ruolo essenziale, anche in assenza di intenti di manipolazione o mistificatone, della retorica espositiva.

Oltre al merito di bilanciare densità e chiarezza, e di muoversi con rigore lungo ambiti differenti, il volume ha quello di approfondire alcune tra le proposte più feconde emerse dalla discussione critica, e di sfrondarle dai rischi di equivoco o stravolgimento. La ricerca nel testo non di una coerenza assoluta, ma di una tenuta complessiva (formata dall’articolazione d’insieme come dagli eventuali slabbramenti), contribuisce a sfatare pregiudizi pervicaci, comuni a indirizzi diversi; e converge con gli sviluppi più notevoli della teoria letteraria (gli studi di Mario Lavagetto in particolare), che rintracciano l’interesse delle opere proprio nelle loro dissonanze e smagliature, siano esse residui di intenzioni contrastanti, potenzialità virtuali o significati impliciti. E l’attenzione alla pluralità e alle interferenze delle forme e dei codici comprende sempre il richiamo alle loro irriducibili singolarità: in questo senso il saggio appare in linea con un altro recente e acuto bilancio, l’Estetica della letteratura di Massimo Fusillo, che, criticando sia i reclami passatisti sulla supremazia dell’espressione letteraria, sia le negazioni categoriche delle sue peculiarità, ne sottolinea la permeabilità alle sollecitazioni contemporanee e il suo potere di arricchire e arricchirsi attraverso le contaminazioni con alti linguaggi.

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