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Nevica e ho le prove

Nevica e ho le prove
Nevica e ho le prove
Cronache dal paese della cicuta
- disponibile anche in ebook
Edizione: 2009
Collana: Contromano
ISBN: 9788842090502
Argomenti: Narrazioni contemporanee

In breve

Se questo libro fosse una favola armena si concluderebbe così: nel cesto ci sono tre mele, la prima è per chi ha raccontato, la seconda per chi è stato a sentire, la terza per chi ha capito.

«Come se ci si dovesse muovere in un eterno controtempo, sempre un po’ ai margini, sempre un po’ contrariati da quello che fanno gli altri. Eppure, alla fine, c’è poco spazio per inventarsi altro. Alla fine nel modo di passare le giornate, nel modo di fare politica o di intrattenere relazioni sentimentali si comportano tutti più o meno allo stesso modo. Ognuno ha l’illusione di avere la vita tra le mani e di condurla chissà dove, poi ci si accorge che forse siamo abitati da un sosia che vive e lavora al posto nostro. Noi non ci siamo.» Un’umanità postuma e infantile, un paese di cattivo umore. Franco Arminio intreccia una pluralità di voci – stridule, sommesse, accalorate, inquiete – e racconta un mondo di affollata solitudine.

Leggi un brano


Al mio paese l’inverno dura migliaia di giornate.

Ho quarantanove anni e ne ho passati almeno quarantacinque nell’inverno. Quasi mezzo secolo in poche centinaia di metri, esposto come un lenzuolo abbandonato allo stesso vento, alla stessa neve. Quella che viene ogni tanto, sempre da un lato, sempre da oriente, una neve che non cade mai calma, mai lenta, la neve che non si posa sui tetti ma s’incolla alle finestre.

Sono rimasto per credere alle nuvole, alla luce, al grano che sale.

Ho provato e comincio a trovare scampo e sollievo nei dintorni, ma per lungo tempo ho visto anime inerti, cuori senza punta, pronti a rotolare in ogni direzione. Paesi senza popolo, dove i muti in genere sono i più generosi.

Questo mio paese ha nelle vene sangue di mulo, ma nessuno sa mettergli ai piedi il ferro che serve a camminare. E allora si sta fermi dentro un dolore cattivo, dentro una gioia piccola e sottile come gli asparagi di bosco.

Il paese di cui si parla in questo libro è un teatro. All’inizio c’è un solo attore, poi prendono la parola in tanti, parole che si accavallano, fiati che rubano altri fiati. Siamo al mormorio dell’autismo corale, all’agonia ciarliera di un’epoca che ha reso poco credibile perfino il suo disastro.

Non è un paese vero, se così fosse sarebbe finto, come tutti. Il paese della cicuta è il luogo dove dio, la morte e la poesia si danno convegno perché altrove non li vuole nessuno. Stanno qui, ospiti clandestini della piazza: alberi, lampioni e panchine a cui nessuno fa più caso.

Recensioni

Emanuele Trevi su: tuttoLibri (17/10/2009)


Poeta e prosatore tra i più intensi e originali del panorama letterario contemporaneo, Franco Arminio approfondisce, di libro in libro, una scienza di cui è il fondatore e solitario cultore, da lui definita «paesologia».

L'orizzonte è sempre lo stesso, l'Irpinia orientale, terra di confine afflitta da lunghissimi e gelidi inverni. Quanto alla «paesologia», bisogna dire che, pur non essendo né una sociologia né una specie di urbanistica, si tratta di una scienza molto più esatta di quello che il suo stesso inventore vorrebbe farci credere. E' una malinconica anatomia delle evidenze quotidiane, e della loro ineluttabile ripetizione. E' la registrazione di un eterno moto pendolare, dal turbamento alla rassegnazione e viceversa. Non a caso, nel suo ultimo libro Nevica e ho le prove, è la «cicuta» a definire l'essenza stessa della vita di paese: qualcosa di amaro e velenoso, certamente, ma anche da ingoiare fino all'ultima goccia.

Degno complemento della paesologia è l'ipocondria, altra scienza che non ha segreti per lo scrittore, inesausto cronista della sua «quasi impossibilità di stare al mondo». L'efficacia e il fascino della prosa di Arminio si basano su un vincolo, non del tutto comprensibile sul piano razionale, tra l'individuo che osserva e il mondo che circonda.

Date queste premesse, qualcuno potrebbe sospettare una scrittura ripetitiva, asfissiante a causa dello stesso innominabile disagio che si propone di sceverare. Nulla di più sbagliato: frutto di un lavoro di lima che può richiedere lunghi anni, e di continui ripensamenti, i libri di Arminio sono mirabili meccanismi formali, tanto esigui quanto ricchi di invenzioni memorabili e soluzioni inaspettate.

In Nevica e ho le prove si passa dal diario privato ai racconti in cui Arminio dà voce alla sua galleria di esseri umani arresi e confusi, e poi ancora all'apologo, all’aforisma, al puro e nudo elenco di fatti e circostanze. Questa scomposizione prismatica riesce nell'impresa, quasi miracolosa, di vivificare una materia così inerte e lutulenta. Particolarmente efficaci, risultano le forme brevi, ad esempio quelli che l'autore definisce «Pseudoapologhi», capaci in poche righe di contenere la miniatura di un destino, con esiti amaramente comici o del tutto surreali destinati a incidersi profondamente nella memoria del lettore («Dopo la morte della moglie è divenuto astemio. Ha messo la foto della moglie nel bicchiere». E ancora: «Al colmo dell' eccitazione si denudavano, ma ognuno a casa propria»).

Arminio indulge volentieri nel resoconto dei suoi mali e nello scavo interiore, ma un istinto potente lo induce costantemente ad affacciarsi fuori dai confini della sua mente, sviluppando straordinarie qualità di ritrattista. La terza persona, insomma, non si limita a sostituirsi al discorso in prima, ma lo completa, ne porta a compimento le possibilità. Anche il parlare degli altri, in fin dei conti, può essere una forma di confessione.

Cronicamente malata, sottratta al divenire storico, e in tutti i sensi arretrata, l'umanità di Arminio è qualcosa che si farebbe volentieri a meno di conoscere, eppure bisogna. Sembrerebbe un semplice residuo del passato, e invece rischia d'essere il futuro di tutti. Lasciando una buona volta in pace la Sicilia, sarà arrivato momento di parlare di Irpinia come metafora?

Marco Lodoli su: La Repubblica (09/01/2010)


Per fortuna tra gli scrittori italiani esiste ancora qualche irregolare, fuori da ogni riconosciuta logica compositiva, ossessivamente devoto al proprio sguardo obliquo: Franco Arminio, che vive e lavora come maestro a Bisaccia, sperduto paesino dell'Irpinia, è uno degli autori più originali degli ultimi anni, trivellatore inesorabile di un'inerzia meridionale e cosmica. Negli anni Novanta fondò una piccola e bellissima rivista di poesia, Alto Fragile, cercando di soffiare un po' di energia nella necrosi di una vita priva di sbocchi. Ora pubblica "Nevica e ho le prove", un volumetto di prose lievi come foglie secche, buffe e feroci nel loro volteggiare attorno al solito tema: il senso di morte che abita nella provincia italiana. Riflessioni autobiografiche ma anche brevi storie di persone irresistibilmente attratte da una passività rancorosa che somiglia a un desiderio di estinzione. Arminio in poche righe afferra esistenze nebbiose e sconsolate di gente che si sottrae alla vita per timore di patire troppo: "Credo sia passata la morte pure questa notte, ma non lo ha trovato. Lui era chiuso nel bagno". Leggendo questo strano libro si capisce meglio che in un saggio di sociologia quella paura che paralizza la vita di un paese.

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