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La vita delle cose

La vita delle cose
La vita delle cose
Edizione: 20104
Collana: Anticorpi [5]
ISBN: 9788842089988
Argomenti: Attualità politica ed economica, Economia e finanza
  • Pagine 146
  • 14,00 Euro
  • Al momento non disponibile presso il nostro magazzino

In breve

Nelle cose si depositano idee, affetti e simboli di cui spesso non comprendiamo il senso. Più siamo in grado di recuperarlo e di integrarlo nel nostro orizzonte mentale ed emotivo, più il mondo si allarga e acquista profondità. La filosofia e l’arte ci indicano la via.

Le cose rappresentano nodi di relazioni con la vita degli altri, anelli di continuità tra le generazioni, ponti che collegano storie individuali e collettive, raccordi tra civiltà umane e natura. Ci spingono a dare ascolto alla realtà, a farla ‘entrare’ in noi, così da ossigenare un’interiorità altrimenti asfittica. Mostrano inoltre il soggetto nel suo rovescio, nel suo lato più nascosto e meno esplorato, quello del mondo che affluisce a lui. In un viaggio a sorpresa che include, con lucida coerenza, le visioni dei classici del pensiero e l’analisi delle opere d’arte, si incontrano temi come il feticismo, la memoria delle cose, la nascita dei grandi magazzini, la nostalgia del passato e le ‘nature morte’ olandesi del Seicento.

Indice

I. Oggetti e cose

Preludio. Quasi una fantasia - Orientarsi nel mondo - Imparare a distinguere - La cosa - Tra oggetto e soggetto - Oggetti orfani - Il legno e la pietra - La memoria delle cose - Dall’ovvietà alla scoperta - L’intenzionalità e la cosa - In forma di brocca

II. Aprirsi al mondo

Decifrare l’inerte - La durata delle cose - Per coprire un vuoto? - L’epoca delle cose banali - Sensi di colpa - I Lari domestici - L’inflazione della bellezza - L’arte che salva - Il dorso delle cose

III. Natura viva

Amare le cose - Tra l’eterno e il caduco - Tutti i volti di Rembrandt - «Res singulares» - Far parlare le cose

X INDICE DEL VOLUME

Bibliografia

Indice dei nomi

Leggi un brano

Viviamo effettivamente nell’epoca della moltiplicazione delle «cose banali»? L’impressione è diffusa e tenace: «La nostra cultura banalizza l’oggetto e il ruolo da esso occupato nella società: ne dimentica il posto e la funzione, oppure non vuole vedervi altro se non l’espressione e il mezzo della nostra definitiva alienazione» [Roche, 8]. Le cose sono ridotte o a pura materialità o, al contrario, a simulacri e vessilliferi di segni, a mero strumento di comunicazione.

Abbiamo finito per perdere di vista il lavoro necessario a produrre le merci e finiamo per ridurle ad aggregati di simboli? Si è talmente oscurata la percezione delle merci come lavoro cristallizzato, frutto dell’ingegnosità, della fatica e, spesso, dello sfruttamento di innumerevoli uomini, donne e ragazzi, da dimenticare che il lavoro trasforma non solo ciò a cui si applica, ma anche chi lavora? Considerato nella lunga durata, il lavoro è realmente passato da maledizione biblica, espiazione della colpa commessa nell’Eden, a segno calvinista della salvezza, e da emblema della dignità e dell’«autoemancipazione dell’uomo» a penoso o noioso strumento di sopravvivenza?

La lotteria naturale ha distribuito i doni della terra – fertilità, acqua potabile, clima, metalli, fonti energetiche, facilità di comunicazione, inserimento nelle maggiori correnti di traffico – in maniera casuale rispetto agli abitanti del pianeta. Popoli e individui hanno perciò da sempre combattuto per il controllo delle risorse (è sufficiente osservare la configurazione delle frontiere tra gli Stati per rendersi conto di come dipendano essenzialmente dalle guerre): mentre i più fortunati hanno ricevuto questi doni direttamente dalla natura o se ne sono appropriati con la forza, i meno fortunati non ne sono provvisti o lo sono solo in misura scarsa (e si tratta spesso di chi abita in luoghi inospitali, di nazioni prive di potere politico e militare o non ancora in possesso delle tecnologie e della cultura per utilizzare adeguatamente le proprie risorse). L’eclissi del valore del lavoro contribuisce a trasformare le merci in simulacri, così che dietro la facciata del marchio – che dovrebbe costituire una garanzia di qualità – esse ci invitano a vivere in una dimensione etica e politica «al riparo dei segni e nella negazione della realtà»?

È del tutto vero che «ora noi sappiamo che l’oggetto è nulla, e che dietro di esso si aggroviglia il vuoto delle relazioni umane, il disegno a caldo dell’immensa mobilitazione delle forze produttive e sociali che vengono a reificarsi» [Baudrillard 1976, 240; cfr. Baudrillard 1972]? Sebbene questa diagnosi contenga una massiccia dose di «retorica della postmodernità» – «è certo che lo statuto delle cose nel mondo postmoderno è cambiato, ma da lì a dire che le cose non ci sono, il passo è lungo» [cfr. Rigotti 2007, 22] –, è evidente che il valore d’uso e di scambio degli oggetti ha oggi ceduto in parte il passo alla loro trasformazione in simulacri e alla loro esibizione come semplici status symbols.

Da quando, in determinati paesi e ceti sociali, il consumo ha preso il sopravvento sulla produzione e lo spreco sul risparmio, il possesso, anche abbondante, dei beni necessari all’esistenza non è più considerato soddisfacente. Molti sono perciò portati a esibire e a consumare segni, a scegliersi icone di gusto che li distinguano dagli altri e che, nello stesso tempo, li rendano inquadrabili entro determinate categorie sociali. Nell’ambito di questa logica nascono i «miti d’oggi», che si concentrano su oggetti di culto come la Citroën DS degli anni Cinquanta e la recente Smart, o la borsetta e gli accessori firmati [cfr. Barthes; Baudrillard 1972, 74-75, 85-91; Garcin].

Alla concezione degli oggetti come simulacri contribuisce non solo la produzione in serie, che crea dei replicanti indistinguibili da un originale che non c’è, ma anche il diffondersi delle immagini, sia quelle strappate all’hic et nunc dello spazio e del tempo reali dal cinema, dalla televisione, da internet o dai telefoni cellulari, sia quelle create dalla realtà artificiale e dalla realtà virtuale [cfr. Krueger]. Quest’ultima, in particolare, non solo aggira il contatto diretto con gli oggetti, ma riesce a coinvolgere il tatto tra i sensi che, al pari della vista e dell’udito, rendono reciprocamente condivisibile la stessa esperienza a più soggetti. Per mezzo di visori posti in appositi caschi e di sensori applicati sui polpastrelli, diversi individui, seguendo lo stesso programma informatico e coordinandosi tra loro, possono ricevere simultaneamente la sensazione di toccare i medesimi oggetti immateriali.

SENSI DI COLPA

Di fronte all’accumulo di oggetti acquistati di cui ci si libera rapidamente, molti, in Occidente, sono assaliti da sensi di colpa per l’eccessivo consumo di merci e da disgusto per la loro volgare ostentazione. Scatta così periodicamente il desiderio di «liberare la nostra vita dal grasso superfluo»: un proposito fiacco, che serve ad alleviare la nostra cattiva coscienza solo per qualche istante. Più efficace, da parte del consumatore, è ritenuto l’obiettivo di «costruire un universo intellegibile con i beni che sceglie» [Douglas-Isherwood, 5, 73], concepiti come parte della cultura materiale e fattori integranti della propria identità. La recente tendenza della sociologia e dell’economia è, del resto, quella di sminuire gli effetti negativi del consumismo, di non considerare più, ad esempio, il cliente come individuo passivo ed eterodiretto, vittima della pubblicità, bensì come soggetto attivo, che, con le sue scelte, assegna valore al mondo in cui vive [cfr. Dagognet; Sassatelli].

In realtà, l’acquisto e il consumo smodato di merci sembra spesso obbedire, più che a libere scelte, all’adattamento di molti individui al criterio del fare di necessità virtù, all’oscura consapevolezza che i loro ideali di felicità passano attraverso le forche caudine di percorsi socialmente ammessi e permessi e perfino piacevoli. In Les choses Georges Perec ha però mostrato come le piccole e momentanee dosi di felicità che si riescono a strappare aderendo ai valori dominanti nella società dei consumi si pagano con l’impoverimento e la superficialità dei rapporti umani, come accade ai protagonisti del romanzo, Jérôme e Silvie, una volta raggiunto l’agognato benessere [cfr. Perec, 128-132]. L’esaltazione delle merci quali veicoli di felicità comporta, paradossalmente, la loro svalutazione, perché le rende funzionali non alle effettive motivazioni delle singole persone, ma a un estrinseco ordine sociale, alla «coltivazione del ‘gusto’, mirato però non più alla rivelazione di una individualità, bensì alla comunicazione della fascia sociale di appartenenza» [Vitta, 337].

La gara per conformarsi a modelli sociali di vera o presunta eccellenza è sempre esistita e Simmel ne ha ampiamente trattato a proposito della moda [cfr. Simmel 1985 (2)], un fenomeno sfuggente, nella sua «banalità misteriosa», perché non corrisponde a esigenze di bellezza, di utilità o di comodità [E. Esposito]. La sua efficacia dipende dall’intreccio di due paradossi. Il primo è di natura temporale, perché il tempo si mostra sia nell’atto di divorare e squalificare le sue fasi appena trascorse, sia nella propria capacità di rigenerarsi, di rinascere rinnovato a ogni istante. Il secondo è di carattere sociale, perché ognuno vuol essere originale, pur finendo per essere uguale agli altri (questo a causa della crescente imitazione di un modello che spinge chi vuole distinguersi a ulteriori innovazioni, promuovendo una instancabile dialettica). In base al primo paradosso, la moda prevale su ciò che dura e su ciò cui viene attribuito intrinseco significato. In base al secondo, ciascuno ritiene di conservare nell’imitazione la propria identità: vuole segnalare l’appartenenza a un determinato gruppo, ma senza identificarvisi completamente. La pretesa di autenticità si interseca con l’artificio e la sincerità si fonde con la simulazione e la dissimulazione. La moda occulta e, simultaneamente, manifesta l’individuo divenuto opaco a se stesso: «I am to myself disguised» fa dire Shakespeare a uno dei suoi personaggi nella Commedia degli equivoci [II, 2 e cfr. E. Esposito]. Nel suo ambito la ri-velazione ha il doppio senso di svelare e di nascondere di nuovo sotto un velo ciascuno a se stesso, inserendolo in un gioco sociale di reciproca seduzione (etimologicamente: di attrarre a sé, ad se ducere).

Recensioni

Roberto Esposito su: La Repubblica (04/06/2009)


Una scarpa, una lampada, un tagliacarte, una stufa, un copertone. Semplici cose ― vendute, comprate, usate, e poi gettate in un cassetto, in un garage, in una discarica. Oggetti nudi, ancora nuovi o già logori, intatti o consumati, comunque destinati all'insignificanza e alla distruzione, dopo averci servito come schiavi di pelle, di plastica, di metallo. È questo il destino delle cose? O esiste un altro sguardo su di esse, capace in qualche modo di riscattarle dal loro ruolo anonimo e inerte? È questa la domanda, intensa e originale, che ci pone Remo Bodei nel suo ultimo libro dedicato a La vita delle cose (Laterza).

Partendo dalla differenza semantica con il termine "oggetto" ― inteso come qualcosa che si contrappone al soggetto e quasi lo sfida a sopraffarlo e possederlo ― il termine "cosa" ha fin dalle sue origini un significato più ampio che implica un nesso essenziale con gli uomini e con la loro vita di relazione. Le cose sono ciò cui essi si rivolgono, che sta loro a cuore, che concentra il loro interesse, che annoda le loro passioni.

Certo, come gli oggetti, anche le cose sono mute, inanimate, disponibili al nostro uso, pronte a diventare merci di scambio e di consumo, destinate, col tempo, a deteriorarsi e a svanire. Ma non senza avere avuto una loro, peculiare, vita costituita dai molteplici significati che gli uomini conferiscono loro, amandole o anche respingendole. Esse trasportano, comunque, una storia fatta di culture, tradizioni, investimenti che si depositano nella loro sagoma dando loro senso e valore.

Non sempre, naturalmente, ce ne accorgiamo ― non sempre sappiamo entrare in una relazione aperta e vitale con le cose. Per farlo dobbiamo in qualche modo uscire da noi stessi, rompere quella barriera che abbiamo costruito tra noi ed esse, per poterle definire e dominare. È per questo che Bodei, aprendo una diversa prospettiva, ci richiama all'attimo in cui passiamo dal sonno alla veglia, quando non abbiamo focalizzato il nostro sguardo e le cose circostanti ancora fluttuano tra strati diversi di senso, ancora non hanno acquisito un assetto stabile e definitivo. Allora ― in quello stato di transizione tra il buio e la luce, prima che il nostro campo percettivo si fissi ― le cose rivelano le loro infinite sfumature, ci lasciano entrare nella loro vita enigmatica ed entrano nella nostra.

Quello che proviamo in questo stadio ancora impersonale, non ancora segnato dalla pienezza della volontà e della ragione, ha costituito l'oggetto prevalente della filosofia e dell'arte novecentesca.

Il mosaico di riferimenti costruito da Bodei è davvero straordinario. Se già Hegel poteva scrivere che «il conoscere filosofico esige che ci si abbandoni alla vita delle cose», è soprattutto la scuola fenomenologica, da Husserl a Merleau-Ponty, a riconoscere quella connessione vivente che stringe il nostro corpo alle cose e al mondo. Da Simmel a Bloch, a Heidegger l'intero pensiero contemporaneo lavora alla decostruzione di quella separazione tra soggetto e oggetto che spinge le cose verso il niente, recuperandone invece la rete simbolica che le immette nell'orizzonte affettivo e cognitivo della nostra esperienza.

Alla filosofia risponde l'arte con altrettanta tensione. Cosa fanno Matisse e Picasso, Morandi e Lichtenstein, se non riportare nel nostro mondo la potenza della pittura olandese del Seicento ― la sua passione per oggetti solo apparentemente inanimati. In essa vegetali e frutta, fiori e cacciagione possono anche definirsi "natura morta". Apparire prossimi alla decomposizione. Ma ciò che si decompone, davanti allo sguardo dello spettatore, è la loro vita, la vita di cose tanto prossime da fare tutt'uno con noi.

Esistono ancora quelle cose? Ci parlano ancora, le nostre cose, come quelle? O se ne è persa la forza d'irradiazione? L'aura, come sostiene Benjamin, nel passaggio dall'esemplare unico alla produzione in serie? La risposta di Bodei è che questo rischio esiste. Che, come scrive Rilke, «le cose animate, vissute, consapevoli con noi, declinano. Noi siamo forse gli ultimi che abbiamo conosciuto le cose».

Ma forse è vero anche il contrario. Oggi la bellezza delle cose ha rotto il recinto dei musei e delle chiese, si è riversata nelle strade e nella vita quotidiana. Continua, dal fondo della nostra vita frenetica, a interpellarci. Sempre che siamo capaci di ascoltare la loro voce. Di prenderci cura di loro così come esse fanno da sempre con noi. Restituire valore alle cose, farle durare nel tempo, rispettare la loro prossimità e la loro distanza, è forse l'unico modo di ridare senso alla nostra vita.

Maurizio Ferraris su: Il Sole - 24 ore (05/07/2009)


Lo spirito dei tempi esiste. Limitandosi agli ultimissimi anni, c'è un profluvio di libri sugli oggetti, tanto che in libreria sembra di essere da un rigattiere. Lo dico senza alcuna iattanza, perché anch'io ho pubblicato l'anno scorso un libro sugli oggetti quotidiani, nel quale valorizzavo per l'appunto la rilevanza filosofica dei rigattieri, dei negozi di ferramenta e dei cataloghi.

[...]

La vita delle cose, di Remo Bodei, corrisponde allo Zeitgeist, ma sviluppa un interesse antico. Anni fa Bodei mi aveva raccontato il progetto, in se stesso non meno ambizioso del Passagen-Werk di Benjamin, di un libro sui grandi magazzini della «belle époque», quelli che intitolano un grande romanzo di Zola, Au bonheur des dames, la felicità delle signore (ma, in effetti, anche dei signori e dei bambini). Quell'interesse riappare in questo libro, dotto e leggibilissimo, sugli oggetti che riempiono la nostra immaginazione e i nostri valori. Bodei segue la distinzione tra oggetti e cose, dove le cose sono ciò verso cui si ha un investimento affettivo (e che possono essere anche persone o ideali, come quando si dice «La libertà è una cosa a cui tengo»), mentre gli oggetti sono semplicemente ciò che si contrappone ai soggetti. A mio parere, tuttavia, se parliamo di «oggetti quotidiani» la contrapposizione può venir superata. Perché gli oggetti non solo ci parlano dei soggetti, ma ― e questo, secondo me, è il motivo della buona stampa degli oggetti oggi ― ce ne parlano meglio di quanto essi stessi non facciano, per due motivi.

Il primo è che gli oggetti, diversamente dai soggetti, non conoscono la menzogna e l'automistificazione, tranne in rarissimi casi, che so, i bastoni animati, le penne-pistola di 007, e le tute mimetiche. Di solito, gli oggetti non dicono addio alla verità, non dicono: «Sono stato frainteso». Tanto è vero che quando ci imbattiamo in un oggetto mal fatto e oscuro ci arrabbiamo come se avessimo a che fare con un testimone reticente. A cosa servirà? Come si apre? Come si accende? (purtroppo questi oggetti stanno aumentando, forse a causa della pessima compagnia dei soggetti, che danno il cattivo esempio: avete notato con quanta cura ci si impegna a occultare gli interruttori delle fotocopiatrici? E che impresa è diventata adesso, una volta entrati in albergo, spegnere il televisore che ci dà il benvenuto chiamandoci sinistramente per nome?).

Il secondo è che gli oggetti possono durare molto più di noi. Per riprendere il titolo di un film di Rose Troche del 2001, c'è una peculiare sicurezza degli oggetti: loro non ci lasceranno mai, saremo noi a lasciarli; loro sono morti, ma, paradossalmente, ci sopravvivranno, parleranno di noi a chi li avrà ereditati. Per questo il collezionismo è una partita ingaggiata con la morte, ed è per questo che le nature morte, cui Bodei dedica alcune tra le pagine più belle di questo libro, sono la massima espressione della caducità. Gli oggetti trionfano sulla morte, i soggetti no, ameno che si facciano imbalsamare diventando oggetti resistenti. E in questa resistenza (talora drammatica, nel caso dello smaltimento dei rifiuti) le cose possono manifestare una specie di poesia spontanea, quella che, per esempio, mi è capitato di ritrovare in un passo dello storico inglese Martin Gilbert: «Il 9 novembre 1958, un pilota che volava sul deserto del Sahara, a sud di Tobruk, vide un aereo abbattuto posato sulla sabbia. Era il bombardiere americano Lady Be Good, scomparso nel 1943 mentre tornava alla base in Libia da una missione di bombardamento nell'Italia meridionale. La radio, i cannoni, le munizioni erano ancora efficienti. In seguito furono scoperti tra la sabbia del deserto gli scheletri di cinque membri dell'equipaggio».

Gianfranco Marrone su: tuttoLibri (12/09/2009)


Gli oggetti, checché se ne dica, non hanno nulla di oggettivo. Non stanno lì, silenti e imbolsiti, dure realtà materiali e fisiche che esistono e consistono a prescindere dagli individui. Molto diversamente, le cose vivono con noi e per noi, svolgono azioni, suscitano e provano emozioni, raccontano storie ― spesso perfino autobiografiche. Gli oggetti insomma sono attori sociali, che costruiscono e trasformano la società al pari dei soggetti umani, dei gruppi, delle classi. Lo sanno bene designer e semiologi, sociologi, filosofi e scrittori, artisti e teenager che da sempre intrattengono con il mondo delle cose relazioni molto strette e variegate.

A sostenere con forza questa idea interviene adesso un pensatore del calibro di Remo Bodei, che nel suo ultimo lavoro intitolato appunto La vita delle cose sferra un duro, convincente attacco al neo-ontologismo oggi imperante, che considera invece gli oggetti come entità mute e a se stanti, prive d'ogni energia vitale e carica simbolica. Per Bodei, occorre innanzitutto far chiarezza, distinguendo due categorie concettuali che troppo spesso (come nelle righe precedenti) vengono considerate equivalenti e dunque confuse.

Da un lato ci stanno gli oggetti, ovvero tutto ciò che il pensiero occidentale ha considerato come l'opposto dei soggetti. Per la filosofia tradizionale soggetto e oggetto sono entità contrapposte, dove il primo è attivo e consapevole mentre il secondo inerte e passivo. Dall'altro lato ci sono le cose, che non vanno confuse con gli oggetti della filosofia, poiché sono tutto ciò che per noi, esseri umani e attori sociali quotidiani, riveste una enorme quantità di significati: esistenziali, emotivi, spirituali, ideologici e così via.

Ora, secondo il modo usuale di ragionare, che è quello del pensiero metafisico e rappresentativo, prima vengono gli oggetti, insignificanti, e poi le cose, ossia gli oggetti medesimi che a posteriori assumono un qualche significato simbolico.

In effetti, ragiona Bodei riprendendo tutta la tradizione novecentesca del pensiero fenomenologico, in questo parallela a molte forme di ricerca artistica, le faccenda va esattamente ribaltata: le cose sono sempre e già da subito significative, fanno parte di quel flusso ininterrotto del vissuto quotidiano in cui il mondo è per noi un insieme complesso di senso e di valore.

Ed è soltanto in un secondo momento, logico e cronologico, che esse vengono in qualche modo svuotate del valore originario per esser concepite come semplici strumenti a disposizione dell'uomo ― faber e sapiens ―, per divenire cioè «puri» oggetti funzionali. Le cose non hanno una funzione e poi un senso, ma esattamente al contrario: hanno già da subito un significato, e solo dopo ne vengono private per ri-emergere alla coscienza come semplici utensili a nostra totale disposizione.

Una caffettiera è un'entità che ci coccola sin dal primo mattino, che emana quel dolce profumo che al momento del risveglio ci dà un enorme senso di sicurezza, riportandoci però alla dura realtà della veglia.... Solo in un secondo momento, in una prospettiva tecnocratica che ― come sapeva Heidegger ― è l'estrema versione della metafisica, essa diventa un puro utensile per fare il caffè, scambiabile con altra analoga macchinetta che, magari, un giorno si rivelerà più funzionale di essa. Provate a chiedere a Proust, che di nuances esistenziali si intendeva, e vi spiegherà che il momento intermedio fra veglia e sonno non è l'eccezione ma la regola, poiché la differenza fra soggetto e oggetto non è ancora data, e tutto scorre in quella con-fusione originaria che è la nostra reale esperienza quotidiana. [...]

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