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Quadrare il cerchio ieri e oggi

Quadrare il cerchio ieri e oggi
Benessere economico, coesione sociale e libertà politica
trad. di R. Rini
- disponibile anche in ebook
Edizione: 2009
Collana: i Robinson / Letture
ISBN: 9788842089278
Argomenti: Attualità politica ed economica

In breve

IERI

«Ralf Dahrendorf ha scritto un piccolo libro di grande attualità, un libro terribile perché le prospettive indicate sono terribili e le terapie da lui stesso suggerite non sembrano in grado di fermare il trend e invertirne la marcia.» Eugenio Scalfari, 1995

OGGI

Se per classico s'intende un testo capace di resistere all'erosione del tempo, questo rientra senz'altro nella categoria. Lucio Caracciolo

Quella tracciata da Dahrendorf è una prognosi altrettanto lucida che fondata. Valerio Castronovo

Dahrendorf ci ha avvertito per tempo dei probabili (inevitabili?) cambiamenti da cui sarebbero stati scanditi questi anni. Lorenzo Ornaghi

L'espressione 'quadrare il cerchio' descrive la difficoltà a tenere insieme la crescita economica, la coesione sociale, e la libertà. Federico Rampini

Quando Dahrendorf scrisse Quadrare il cerchio, il mondo appariva dominato dall'ideologia della globalizzazione. Oggi la globalizzazione si chiama 'mercatismo'. Sergio Romano

Difficile contestare la lucidità di questa analisi di Dahrendorf e la sua capacità di anticipare molti dei problemi che segnano il nostro presente. Franco Cassano

Il messaggio di quadrare il cerchio resta attuale e può trovare una risposta proprio dalla crisi finanziaria internazionale. Innocenzo Cipolletta

Con gli occhi di oggi il saggio di Dahrendorf probabilmente parlerebbe anche di due capisaldi del liberalismo e della 'tenuta' della società: regole e crescita sostenibile. Corrado Passera

L'analisi di Dahrendorf è decisa e disincantata. Gian Enrico Rusconi

Finora siamo riusciti a 'quadrare il cerchio', persino in Italia. Fino a quando? Michele Salvati

«I paesi dell'OCSE, per dirla in modo molto diretto e sbrigativo, hanno raggiunto un livello di sviluppo in cui le opportunità economiche dei loro cittadini mettono capo a scelte drammatiche. Per restare competitivi in un mercato mondiale in crescita devono prendere misure destinate a danneggiare irreparabilmente la coesione delle rispettive società civili. Se sono impreparati a prendere queste misure, devono ricorrere a restrizioni delle libertà civili e della partecipazione politica che configurano addirittura un nuovo autoritarismo. O almeno questo sembra essere il dilemma. il compito che incombe sul primo mondo nel decennio prossimo venturo è quello di far quadrare il cerchio fra creazione di ricchezza, coesione sociale e libertà politica. La quadratura del cerchio è impossibile; ma ci si può forse avvicinare, e un progetto realistico di promozione del benessere sociale probabilmente non può avere obiettivi più ambiziosi.» Ralf Dahrendorf, 1995.

Indice

Quadrare il cerchio: 1. In difesa del Primo Mondo - 2. Globalizzazione: vincoli e scelte - 3. Una società civile sotto pressione - 4. Tentazioni autoritarie - 5. Alcune modeste proposte - Appendice - Commenti

Leggi un brano


Quando Dahrendorf pronunciò la conferenza di Copenhagen da cui è nato il saggio Quadrare il cerchio, il mondo appariva dominato dall'ideologia della globalizzazione. Oggi la globalizzazione si chiama (una parola frequentemente usata dal ministro italiano dell'Economia Giulio Tremonti) «mercatismo». Una definizione sprezzante e chiaramente negativa ha sostituito una parola neutrale, se non addirittura virtuosa. Basterebbe questa transizione semantica per dimostrare che una parte della classe dirigente occidentale ha già dato una qualche risposta alle preoccupazioni di questo saggio.

Come il lettore avrà compreso, Dahrendorf era animato da due timori. Constatava che la prospettiva di una economia globalizzata avrebbe reso sempre più difficile la «quadratura del cerchio», vale a dire la conciliazione dei tre scopi - creazione di ricchezza, coesione sociale, libertà politica - che le democrazie occidentali erano riuscite a perseguire con un certo successo dopo la fine della seconda guerra mondiale. Temeva che molti governi avrebbero scelto il primo scopo a scapito della democrazia e avrebbero imposto la coesione sociale dall'alto con regimi politici autoritari. Il modello a cui questi governi avrebbero potuto ispirarsi esisteva già. Era quello economicamente liberale e politicamente illiberale delle piccole tigri asiatiche e del grande drago cinese. Nei prossimi anni, quindi, avremmo potuto assistere alla nascita anche in Occidente di sistemi autoritari. Questi timori furono per certi aspetti confermati dal modo in cui gli Stati Uniti e altri paesi democratici reagirono agli attentati dell'11 settembre. Gli attacchi contro le Torri gemelle autorizzarono misure di sicurezza e provvedimenti di polizia che non si sarebbero potuti adottare in altre circostanze. Era possibile sospettare che quei provvedimenti non fossero contingenti, dettati da un particolare avvenimento, ma rispondessero ad intenzioni maturate da tempo. Era un sospetto legittimo. Tutti i servizi di sicurezza delle democrazie avevano tollerato con grande disagio l'ondata liberal degli anni Settanta e Ottanta: una combinazione di diritti umani, diritti civili, diritti sessuali e garantismo giuridico che aveva considerevolmente allargato la sfera delle libertà personali. La «guerra al terrore» permetteva di voltare pagina e restituire ai governi una parte del terreno perduto.

Ma questa tendenza fu in buona parte corretta da un altro fenomeno. Quando si accorsero che la globalizzazione suscitava le paure di settori importanti delle loro società, i governi archiviarono l'«agenda di Lisbona» (la risposta liberale dell'Unione europea alle sfide dell'economia mondializzata) e cercarono di riappropriarsi dei poteri a cui avevano virtuosamente rinunciato negli anni precedenti. Si trattò di un ritorno, sia pure soltanto parziale e mitigato da propositi europei, al nazionalismo e al protezionismo. Ma tutto questo accadde proprio perché i governi erano e volevano continuare ad essere democratici. Avevano capito che non esiste ancora, malauguratamente, una credibile democrazia europea e che la sola democrazia esistente ha ancora una dimensione nazionale. Questa politica può dispiacere (non piace a me per esempio) anche perché ha considerevolmente rallentato il processo di modernizzazione di alcuni paesi europei. Ma è difficile sostenere che vi sia stata in Europa, nel corso degli ultimi dieci anni, una deriva autoritaria. Dahrendorf ha fatto bene quindi allorché ha risposto a Eugenio Scalfari (autore di un lungo articolo su questo saggio, pubblicato da «la Repubblica» e qui riprodotto nell'Appendice) che non condivide le sue preoccupazioni sull'Italia. Le vere preoccupazioni dovrebbero concernere piuttosto le sorti dell'Unione europea. È il desiderio di dare una risposta democratica alle preoccupazioni delle società nazionali che ha avuto una influenza negativa sul processo di costruzione dell'Europa.

Anche in Asia, nel frattempo, la realtà ha smentito in parte i timori di Dahrendorf. In Cina, ad esempio, il confucianesimo autoritario del regime è stato utilizzato come surrogato dell'ideologia comunista per garantire la massima coesione sociale in un'epoca di grandi rivolgimenti e di crescenti diseguaglianze. Ma questo non ha impedito che la protesta popolare si manifestasse con migliaia d'insurrezioni popolari contro disastri naturali, errori dell'amministrazione e angherie del regime: le inondazioni, i terremoti, le vessazioni poliziesche, l'insicurezza delle miniere, le espulsioni da vecchi quartieri urbani, l'esproprio di terre agricole per usi industriali. La polizia interviene e reprime, ma esiste ormai, di fatto, un «diritto alla jacquerie» che il regime è costretto a riconoscere. Non esiste ancora, invece, il diritto di opinione, e quello del dissidente rimane un mestiere pericoloso. Ma sono enormemente aumentati i piccoli e grandi diritti che costituiscono, grosso modo, il novanta per cento della nostra vita quotidiana. Soltanto gli intellettuali blasés dell'Occidente, ormai insensibili al valore delle cose di cui tradizionalmente dispongono, possono ignorare che cosa rappresenti per i sudditi di un sistema comunista riconquistare il diritto di viaggiare, informarsi, consumare, vestirsi a proprio piacimento e, soprattutto, brontolare.

Non è tutto. È bene ricordare che accanto ai diritti civili e umani esiste un altro fattore a cui molti popoli non sono insensibili. È il sentimento che ciascuno di noi prova quando sa di essere cittadino di un paese indipendente, rispettato, ammirato, capace di grandi imprese e di ambiziosi progetti. In Europa occidentale, dove lo Stato nazionale non gode di buona salute e il nostro passato imperiale ci appare seminato di errori e tragedie, questo sentimento è meno diffuso e si esprime generalmente soltanto in occasione di avvenimenti sportivi. Ma nei paesi che sono stati soggetti alla volontà imperiale di una potenza straniera, la riconquista della dignità nazionale è ancora, evidentemente, un obiettivo degno di essere perseguito. Non esistono soltanto le libertà pubbliche e le libertà private. Esiste anche la «libertà della patria». Il caso della Cina, a questo proposito, è particolarmente interessante. Le libertà economiche, la liberazione della vita privata e la riconquista della dignità nazionale hanno creato un nuovo blocco sociale che conferisce consenso e legittimità alla politica autoritaria del regime. L'esistenza di un tale sistema in un gigantesco paese, sconvolto dal progresso economico, dovrebbe apparirci, del resto, tranquillizzante. Che cosa accadrebbe in Cina il giorno in cui alcuni governi occidentali quadrassero il cerchio con misure protezioniste o ponessero condizioni che il governo di Pechino non è in grado di accettare? In quale crisi precipiterebbe il paese se le condizioni dell'economia internazionale rallentassero bruscamente la sua crescita economica?

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