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Porno ogni giorno

Porno ogni giorno
Porno ogni giorno
Viaggio nei corpi di Napoli
- disponibile anche in ebook
Edizione: 2009
Collana: Contromano
ISBN: 9788842088851
Argomenti: Attualità culturale e di costume, Narrazioni contemporanee

In breve

«Negli ultimi anni Napoli è entrata prepotentemente nell’immaginario nazionale, televisivo e no, e se la tivù parla di Napoli, noi napoletani guardiamo la tivù per partecipare al Grande Racconto di Noi Stessi.»

«I napoletani credono che Napoli sia complicata e per questo l’hanno abbandonata, come una vecchia amante che col passare del tempo diventa sempre più brutta ed esigente. La gente, adesso, frequenta giovani amanti in altri pied-à-terre. Semplicemente questo.»

Massimiliano Virgilio racconta la capitale pornografica della nazione, i suoi corpi, i suoi fenomeni di massa. Tra cocaina che scorre a fiumi, centri commerciali ipertrofici, cantanti neomelodici e ragazzi obesi che vestono come i tronisti di Maria De Filippi. E poi i luoghi simbolo del rinascimento e della decadenza, contro la mitologia del male e del bene che da sempre accompagna ogni racconto sulla città.

Leggi un brano


Forse è una pura illusione ottica la mia: uscire di casa qualche giorno dopo una puntata di Uomini e Donne e scoprire che gli abiti di Alessandra e Costantino sono indossati da ragazzini obesi. Probabilmente è meglio dire che l’Italia tutta – e quindi anche Napoli – ha qualcosa a che spartire con Maria. Ma a Napoli questa italica fascinazione si colora di una partecipazione numericamente impressionante. Avete notato la quantità di napoletani (e campani) che intervengono a C’è posta per te o che fanno il pubblico a Buona Domenica?

Al centro sportivo Mariano Keller di via Masoni, non lontano da corso Secondigliano, i pulcini si allenano a calcio ogni martedì e giovedì pomeriggio. Tranne i soliti papà, e gli occasionali, la restante parte di pubblico è costituita da mamme e sorelle che del pallone non sono intenditrici, e le cui uniche preoccupazioni restano confinate all’interno dell’alveo igienico-sanitario. Si preoccupano della pulizia della divisa e delle scarpette, di evitare un colpo di vento al pulcino, al limite intervengono per sedare qualche zuffa. E allora niente di più facile che le mamme dei pulcini, in attesa che il loro campione sforni un cross o un dribbling, inizino a socializzare tra loro, chiacchierando del più e del meno. Col tempo la conoscenza si fa più approfondita, ci si comincia a chiamare per nome, a preoccuparsi dei colpi di vento in generale, non solo di quello che potrebbe riguardare il proprio bambino, e spesso durante l’allenamento si abbandona il bordo campo per continuare le quattro chiacchiere comodamente sedute al bar.

Una mamma più intraprendente delle altre arrivò un giorno con la proposta di organizzare l’autobus per partecipare come pubblico a una puntata di Buona Domenica. Tra quelle mamme ce n’era una che, oltre al pulcino, aveva una pulcina, la quale avrebbe tanto voluto partecipare alla trasmissione, ma qualcuno disse che non avrebbe potuto perché a Buona Domenica si entra solo se maggiorenni. La poverina, manco a dirlo, iniziò con scene di panico e lamenti. Le mamme-pubblico presero seriamente a cuore il problema, ingaggiando una competizione per scovare la soluzione più brillante. A chi sosteneva che non c’era niente da fare, si obiettava che Costanzo avrebbe permesso un’eccezione passandosi «una mano sul cuore», o che «un sacco di volte ’e guagliuncelle andavano in televisione». Qualcuna arrivò addirittura a proporre di procurarsi dei documenti falsi.

Alla fine la mamma intraprendente (che aveva già partecipato a una puntata di Forum e alla stessa Buona Domenica) disse che per imbucare la pulcina sarebbe stato sufficiente vestirla in modo adeguato e farla passare per maggiorenne. Tutti potevano dormire sonni tranquilli. Almeno in teoria il rimedio era stato trovato. Costanzo non avrebbe avuto bisogno di passarsi una mano sul cuore.

«C’aggia fà per parlarti, bella?» dice l’amico di Roberto.«Devo andare da Maria De Filippi?».

La trasfigurazione consapevole della posteggia stradale nel suo omologo televisivo è l’ultima cartuccia a sua disposizione prima che il sole tramonti. È una cartuccia pesante, piombo liquido gettato tra i seni ciclopici di un gruppo di ragazze significative che è appena passato davanti al bar. È la terza o quarta volta che lo fanno. L’amico di Roberto ha finalmente deciso di prendere il toro per le corna e lanciarsi in un tentativo. Ma le ragazze non rilanciano, ridacchiano e vanno avanti.

«Robbè, ma l’hai vista a chella?».Roberto annuisce.«Collé, te veco ’nu poco ’nterra...».

C’è da rimarcare come la signora De Filippi sia davvero brava a parlare in una dimensione da indicativo totale alle viscere di coloro che hanno ridotto la socialità a uno struscio. Ma Uomini e Donne è ben più di un collante onirico per persone con aspirazioni riproduttive costrette a manifestarsi in un contesto come la periferia di Napoli. Maria non svolge esclusivamente una funzione di conoscenza sociale tipica del romanzo ottocentesco, e sarebbe quindi un errore considerarla alla stregua di una Emma Bovary postdatata per le masse. È invece un’interprete autentica del pensiero capitalista made in Italy, in grado di massimizzare il proprio margine di guadagno in un contesto di arretratezza. E in cambio il contesto arretrato riceve una rappresentazione legittima.

Il lato oscuro del rione, a Napoli, è costituito da un manipolo di donne e uomini che esibiscono un campionario sguaiato di stereotipi ogni qual volta se ne presenta l’occasione. È come se tutto a un tratto il rapporto con la tivù avesse capovolto la prospettiva su una presunta tipicità dell’essere napoletano; nell’immaginario collettivo il lazzarismo è diventato tutt’uno con l’essere napoletano delle classi popolari.

Invece ricordo che da bambino i miei nonni pretendevano dal mio modo di relazionarmi agli altri una discrezione totale, eccessiva, anche a costo di procurarmi gravi e future disabilità sociali che solo l’invenzione dell’e-mail avrebbe contribuito a mitigare. Dalla mia personale esperienza, dunque, potrei dire che la discrezione fa parte della natura del napoletano.

I miei nonni parlavano in un dialetto diverso da quello attuale, più asciutto, sarcastico, preciso. Con una parola – una sola – erano in grado di mettere al tappeto il migliore degli oratori, eppure davanti agli sconosciuti diventavano timidi, esprimendosi in un italiano, se non perfetto, almeno discreto. Anzi. Certe volte, presi dall’ansia di occultare la propria indole popolare, si può addirittura sostenere che toscaneggiassero. Se ne stavano perlopiù in silenzio, sempre pronti a intervenire casomai l’interlocutore lo richiedesse, ma fondamentalmente restii ad accentrare l’attenzione su se stessi. Rispetto alla cultura del lazzarismo, che pervade di sé ogni rappresentazione della città, avevano la consapevolezza di fondo che la norma era un’altra. Non erano all’altezza, forse, non erano perfetti, ma soprattutto la loro imperfezione non nuoceva a nessuno.

«Robbè, te pozz’ dicere ’a verità?».«Certamente» risponde Roberto.«’Nzieme a te nun se pariasse manco a Ibiza a ferragosto».

A corso Secondigliano la via d’accesso di una ragazza alla vita consiste nel trovarsi un uomo. Se la vita è tutta qui, diventare la donna di qualcuno, allora meglio trovarselo ricco e fisicato, sostiene Maria sedendosi come ama fare su un gradino, in jeans, tra il pubblico. E come darle torto. Maria sostiene, ma non sostiene per davvero. Incarna una funzione sociale di controllo. È lei Eros. È il braccio comunicativo che mescola la televisione di chi la fa alla televisione di chi la guarda, grazie al quale ognuno può diventare – per citare l’insegna di un negozio d’abbigliamento a Corso Umberto I – «Da persona a personaggio».

Come gremlins che non hanno bisogno di attendere lo scoccare della mezzanotte per uscire allo scoperto, i personaggi hanno monopolizzato la scena, continuando a sbarcare copiosi nelle nostre esistenze di spettatori paganti. L’effetto saturazione non sembra interessarli. Si riproducono a un ritmo che non ammette soste, strabordando dall’habitat televisivo per dimorare in centri commerciali, discoteche, rotocalchi, yacht, attraendoci come in un campo magnetico a un permanente vip watching. Gli amici di Maria – che non sono un gruppo di appassionati al noto derivato della cannabis – assolvono al compito di dimostrare delle abilità presenziando, indipendentemente dal fatto di essere o meno bravi in qualcosa.

Recensioni

Giovanni Chianelli su: La Repubblica - Napoli (23/05/2009)


Il lavoro di Massimiliano Virgilio si potrebbe sottotitolare, per fare metaletteratura, "I ventri di Napoli". Parte dal presupposto che questa sia la città estetica per eccellenza: e nel senso deteriore. Come dargli torto? Dalla messa in mostra delle personali immondizie, che suona come una colossale biopsia operata al tessuto sociale moribondo, alla recente epopea delle Lolite di provincia che mostrano il corpo al potere quale novelle Ifigenie, passando per le spoglie dei mille morti di camorra, qua la nudità è di casa: tutto si vede e tutto va visto.

Nei termini di un'indagine semiseria, che ricorda "L'Italia spensierata" di Francesco Piccolo (uscita non a caso per Laterza) con qualche analisi socio-economica e diversi flashback in più, Virgilio passa in rassegna la deriva d'immagine della sua terra prendendo alcuni casi campione. Il motivo ispiratore sono i seni di una ragazza, esposti durante un concerto. Poi un centro commerciale, le tv locali, i neomelodici, l'influenza dei programmi-spazzatura e la normalizzazione dello spaccio di droga. Una resa dei conti su cui aleggiano tutti gli interpreti della grottesca soap opera che è la vita quotidiana di Napoli. I "tamarri" con la loro rassicurante sguaiataggine e la parlata onomatopeica, gli "alternativi" sul palcoscenico privilegiato della loro piazza, San Domenico Maggiore. Tic, topos, luoghi purtroppo comuni e irrinunciabili primizie indigene, dal cioccolato Foresta di Gay Odin a band cult come gli Almamegretta. Ci voleva davvero, un libro così orchestrato. Che presenta un conto senza strizzare l'occhio ad amici e mecenati, che per una volta non mette a nudo ciò che lo è da sempre.

Aldo Grasso su: Il Corriere della Sera (21/06/2009)


«Uomini e donne di Maria De Filippi è il più pedagogico e scaltrito dei programmi tv di moda... (impone) all'attenzione dei media e dell'opinione pubblica personaggi privi di talento, talvolta insulsi ai limiti del sopportabile, spingendo con forza l'idea che il peggio è il meglio. O almeno: peggio siamo, più adatti siamo ai suoi format televisivi. Da qualche parte in questo paese c'è un ventre molle grondante maschilismo, virilità da quattro soldi, donne che litigano per un maschio? Bene, sostiene Maria, siamo in democrazia e in democrazia anche il ventre molle — che magari sta soffocando nell'immondizia, nel degrado sociale, che vive a braccetto della criminalità, i tossici, le faide — ha bisogno di esprimersi e sognare». Difficile trovare un'analisi del trash televisivo tanto acuta quanto disincantata; di un trash tutto speciale perché si offre come neo-cartolina di una città intimamente «pornografica» come Napoli; di una Napoli così impegnata a convivere con la spazzatura da sprofondare ora nel comico ora nel grottesco.

Massimiliano Virgilio ha scritto un libro sulla genealogia del nuovo immaginario napoletano, nutrito di canzoni neomelodiche, di affollamenti nei centri commerciali, di divi delle tv locali, di libere uscite degli adolescenti delle periferie. Si chiama Porno ogni giorno (Laterza) e descrive in maniera originale e per tanti versi mirabile questo gioco di sguardi fra la città partenopea e le sue rappresentazioni, questa fascinazione perversa tra il corpo della città e il corpo di molti suoi abitanti: «Negli ultimi anni Napoli è entrata prepotentemente nell'immaginario nazionale, televisivo e non, e se la tv parla di Napoli, noi napoletani guardiamo la tivù per partecipare al Grande Racconto di Noi Stessi». È a quel punto che entra in campo il tronista che alberga in noi e che ora si sente legittimato a proporsi come «modello». Da leggere.

Maria R. Calderoni su: Liberazione (09/07/2009)


Niente cartoline da Napoli; e soprattutto, niente Napoli-cartolina. Piuttosto, una scorticatura, una bella mazzata che fa piazza pulita in un colpo solo della retorica, dei luoghi comuni, della connivenza, del piangersi addosso, della commiserazione e dell'auto-commiserazione intorno alla povera Napoli. Questo il senso del nuovo libro di Massimiliano Virgilio, Porno ogni giorno. Viaggio nei corpi di Napoli, Laterza, che racconta la Capitale del Sud senza alibi, cercando la verità "del perché", ancora una volta, il mare non bagna Napoli. Del perché continua a non bagnare Napoli.

«Raffaele La Capria risponderebbe facendo risalire il tutto, ancora una volta, al fallimento della rivoluzione del 1799 e all'alleanza tra plebe e re per scacciare i giacobini da Napoli. Alla dominazione spagnola, Croce farebbe risalire la sua risposta. Per Ermanno Rea, invece, tutto si è deciso nel Dopoguerra, quando Napoli è diventata sede della Nato, e da lì, a causa della Guerra Fredda, la vocazione mercantile della città si sarebbe bloccata. Maurizio Braucci, rifiuterebbe la domanda, sostituendo il come al quando»... E si potrebbe continuare a lungo, sulla traccia di quell'«enorme riflessione sviluppatasi negli ultimi anni su Napoli»: un bottino di idee «che un giorno, si spera non troppo lontano, contribuirà a farla risorgere, questa città, nonostante attualmente sia stata dichiarata clinicamente morta anche dal più ottimista dei medici». Forse. «O forse è il caso di giudicare i contributi narrativi su Napoli, per restare nella metafora medica, una mera opera di accanimento terapeutico?». Napoli è nuda come il famoso re della storia. Massimiliano Virgilio (finalista Premio Zucca 2008 col suo primo romanzo Più male che altro) è un ragazzo di trent'anni che non inforca occhiali rosa per guardarsi intorno, vede le cose proprio come sono, ascolta e annota e riferisce (nel libro). Ah, le ragazze significative (puro lessico napoletanesco), le incontri «la domenica pomeriggio, a corso Secondigliano, quando "comincia lo struscio"». «Guarda a chella, Robbè!»; ma Robbè non si muove, «l'aria è calda e il gel tra i capelli si sta sciogliendo». Già, perché «lo struscio di Secondigliano tenta, senza riuscirci, di somigliare a quello delle località balneari e del paesello in festa. Con il suo codice di corteggiamento sfrontato, la sua protervia sessista, gli abiti succinti spalmati sui corpi di minorenni, è la protesi più immediata di "Uomini e Donne", il programma di Maria De Filippi», autentico «braccio comunicativo che mescola la televisione di chi la fa alla televisione di chi la guarda».

Nella corrente "porno" dell'odierna napolitanità, ha un posto d'onore il Centro Commerciale. Ma non «il solito centro commerciale». «Come direbbero i nostri vecchi, il Campania di Marcianise, è un centro commerciale "mai visto"». Insieme grottesco e formidabile. Trattasi di un'area di 200 mila metri quadri, che ospita qualcosa come 180 negozi di ogni tipo e marca, 25 tra ristoranti e bar, un cinema con 11 sale, un parcheggio di 7000 posti auto, per un investimento complessivo di 200 milioni di euro.

Beninteso, nel marzo 2008 si è avuto lo scioglimento del comune di Marcianise per infiltrazioni camorristiche, il settantottesimo scioglimento di un consiglio comunale campano dal 1991. Ma che fa. Lì al Campania, se vi gira di concedervi una pausa-sigaretta, potete andare a godervela lassù, sullo «straordinario terrazzo vista 7000 posti auto». Lì al Campania, se vi viene fame, avete a disposizione la food court, dove c'è di tutto. Dall'Arabian Kebab al pub americano (dove si può chiedere senza pericolo un panino Arapaho), alla Pork House, dove si può avere un Piatto Pork. lì al Campania.

Nel corrente "porno" della odierna napolitanità, Massimiliano Virgilio ci mette, ad esempio, pure la metamorfosi subita da San Domenico Maggiore, una delle piazze più belle della città. Era successo miracolosamente che, a un certo punto, orde di ragazzi «cominciarono a invaderla», San Domenico. Nei fine settimana riempivano il magnifico spazio davanti alla Basilica voluta da Carlo II d'Angiò: tanti ragazzi napoletani, e non, avevano finalmente un luogo di ritrovo «che li distingueva dai"chiattilli" ― figli di papà ben vestiti ― dei quartieri di Chiaia e del Vomero». Poi di colpo tutto finì, la piazza si svuotò. A svuotarla ci pensò la Feccia, cioé l'insieme di quei balordi in scooter che iniziò a imperversare di notte per le strade del centro e trovava sollazzo nel colpire al volo i passanti con paccheri, urla e pugni. Ci pensò la polizia municipale che, nonostante la presenza della Feccia, smise di controllare alcuni varchi dell'isola pedonale. Ci pensò la intellighenzia di sinistra, che voleva dormire...». E del resto ― sempre per restare nel ramo porno ― esiste un'altra regione, al di fuori della Campania, «che ha finanziato un corso di formazione professionale per veline?».

Ironico, impietoso, scanzonato, l'autore ce l'ha anche con quello che lui chiama Il Grande Racconto Di Noi Stessi (Noi Stessi Napoletani), sempre uguale nel cliché noto, «rispolverando antichi stereotipi e occultando le responsabilità del potere criminale, economico e politico». Così, «mi sorge il dubbio che sia il momento di smetterla di raccontare Napoli con uno stile complice, usando a man bassa le sue contraddizioni per passeggere consolazioni dell'anima e della pancia».

Anche perché «Napoli è il mio frullatore di ossessioni. Napoli è la pastella che avvolge ogni fenomeno di massa che fa palpitare il mio scriteriato cuore».

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