Password dimenticata?

Registrazione

Home > Catalogo > Schede > Foto di classe

Foto di classe

Foto di classe
Foto di classe
U uagnon se n’asciot
- disponibile anche in ebook
Edizione: 2009
Collana: Contromano
ISBN: 9788842088844
Argomenti: Narrazioni contemporanee

In breve

«Ci eravamo rivisti dopo oltre dieci anni. Girava una foto di classe che alla fine della serata mi ritrovai in mano. Scorrevo i visi. Di quei venti ragazzi, erano rimasti sotto l’Ofanto soltanto in quattro. Decisi che avrei dovuto ricercarli tutti.»

«Qualcuno ha detto che la cosa che più gli manca nella nuova vita da fuorisede è un albero d’arancia del giardino… Non che manchino i giardini nelle grandi città italiane, ma a chi mi faceva notare come in piena Roma ci siano aranceti carichi di gemme rosse, portai una busta di arance raccolte a due passi da via Veneto. Non contenevano né polpa, né sugo. Puzzavano di città come le notti umide d’estate lungo il Tevere o il Naviglio Grande quando l’aria stagna. In quelle arance vuote ci sono le ragioni più intime di questo libro.»

Foto di classe. Il consiglio di lettura di Roberto Saviano

Leggi un brano


Lucio ha acquistato una qualità, una sua grandezza, qualunque cosa racconti riesce a farla desiderare. È proprio quella qualità dei pacificati e dei fedeli al rito. Nonostante abbiamo la pancia piena di patate e birra, mi spiega la sua teoria sulle ragioni della bagna càoda contro le nostre fave.

Oggi le fave sono diventate un primo qualunque, da servire con un po’ di cicoria lessa. Ma un tempo la purea di fave era un pranzo unico che durava anche un intero pomeriggio. Una marea di piatti poveri ma sostanziosi accompagnava a rizzòl di fave. Peperoni selvatici fritti, sivoni (una sorta di cicoria amara), pomodori secchi, cipolle rosse. Poi è nato un equivoco, le fave sono diventate un cibo da assaggiare appena e hanno perso quella straordinaria funzione di saziare e tenere unita la famiglia. Quel momento conviviale dove tutti restavano attorno al tavolo a mangiare assieme è ormai sparito. Ma lo spirito conviviale che Lucio cerca nella sua perenne congiunzione con l’idea rituale della vita non poteva essere che il piatto tipico delle Langhe. La bagna càoda è la salsa bollente dove intingere le verdure di stagione.

Ci vogliono due giorni per preparare e consumare una bagna càoda. Nonostante si chiamino Taverna Salentina, ogni domenica pomeriggio lui e i suoi soci trascorrono l’intera giornata con un gruppo di clienti affezionati. Il sabato si comprano gli ingredienti, verdure e ortaggi di stagione: cardi spadoni, peperoni crudi, cavoli verdi, cuori bianchi di scarola, indivia, porri freschi, lampascioni, patate bollite, cavolfiori lessi, cipolle rosse e, anche se sono troppo aromatici, ci possono stare il sedano e il finocchio. Il re della bagna càoda per Lucio è il topinambur, l’ortaggio per eccellenza delle poesie di Andrea Zanzotto. Tozzo come una patata, ma irregolare e pieno di bernoccoli, germogli e striature, succoso e netto una volta pelato.

Si passa l’intera giornata a ripulire e tagliare le verdure, e a far macerare l’aglio nel latte. Quell’aglio poi verrà sciolto nell’olio extravergine e con le acciughe rosse. Di solito l’intingolo si cuoce in un camino dentro un pentolone di rame stagnato e lì a turno si intingono le verdure e il pane abbrustolito.

Un piatto comunitario dove contano il tempo e la compagnia, e che è per questo a suo modo un vero rito.

I racconti culinari di Lucio sembrano non finire mai e impongono continuamente la regola del rito, con o senza sciotta. Mentre parla continua a ingurgitare quella enorme quantità di patatine fritte che realmente Ciccio ha servito in un secchio di quelli simili alla rigovernatura. A metà carico Lucio sbraita in dialetto qualcosa che assomiglia a una protesta «Dafriusct intra lugghiu de russul dei tir?», un dialetto strano, impastato e sconosciuto, neanche il pizzaiolo Ciccio u purk lo capisce. La frase viene tradotta dallo stesso Lucio mentre si passa il tovagliolo sulle labbra: «Dove sono state fritte queste patate? Nell’olio di risulta dei tir?»

La serata è finita nella luce pallida dell’atrio di Ciccio il porco. Lì ci siamo salutati e congedati con alcuni episodi che hanno prodotto schiamazzi e fatto rumoreggiare le tapparelle delle finestre.

«Adesso ti mostro una cosa» mi fa Lucio con l’espressione di qualcosa di cui andar fieri, «ma andiamo in macchina che fa freddo».

Siamo chiusi, con i finestrini su e la voce di Caparezza che canta «Sono un eroe»: Lucio si toglie il maglione e mi mostra un tatuaggio sul bicipite destro, un cavaliere che si taglia un mantello su un cavallo. È San Martino, il protettore di Martina Franca. Non lo riconosco subito. All’inizio l’ho scambiato per qualcosa di guerresco, un tatuaggio da palestra. Stavo già per far partire il refrain di indignazione che sgrano davanti agli amici tatuati: «Calciatore! Tronista!» ecc. Ma tatuarsi un santo è un’opzione che, in questi anni, non avevo mai preso in considerazione.

«Ma quando stai con una ragazza, insomma quando fai sesso non ti fa impressione avere un santo tatuato?» Lucio sorride, è un sorriso allusivo, un’espressione in cui sembra schermirsi, ed è allora che mi indica la statua di Padre Pio dall’altra parte della strada. C’è un vento di tramontana, quello che ci ha spinti dentro la macchina. È un vento che picchietta sui cristalli della portiera e muove le nuvole rosse di quarzite nel cielo.

«Andiamo da Padre Pio, va’!» mi ordina e non riesco a disubbidirgli.

Il santo di Pietrelcina è seduto su un trono di pietra e si sporge con il basamento sulla voragine della gravina. Quel terrazzo sembra costruito apposta come un pulpito, un pulpito sul vuoto, a ridosso di quella crosta sbrecciata, proprio dove la gravina massafrese diventa crepa pura, senza quella macchia di fichi d’india e borragine invernale, il mantello verde che fodera l’orlo del burrone proprio lì è radissimo come i denti d’una carcassa.

Lucio attraversa la strada e si porta sotto la statua, una volta lì si arrampica e le mette un cappellino rosso e bianco che pubblicizza la birra Dreher. È felice, una felicità che illumina il volto. Poi scende e corriamo in macchina. Mentre torniamo a casa mi racconta di quello che è stato fatto a quella statua. Un giorno qualcuno tentò di farle fumare una sigaretta, un altro giorno qualcuno le mise una bottiglia di Dreher nella mano destra, un’altra volta uno le si sedette in braccio attendendo di farsi cullare. Le statue sacre qui sono uomini da cui ci si aspetta un segno di vita, fede e speranza, due virtù teologali su tre contenute in un solo gesto.

Nell’agosto del 2007 un gruppo di buontemponi, ucciso dallo spleen e un pizzico di balordaggine, rubò un’altra statua del frate santo, quella bronzea in piazza Umberto a Martina Franca. Il reato di iconoclastia non viene menzionato nel nostro codice penale. Eppure si scatenò un putiferio sulla stampa locale. Nacque un’associazione cittadina per «il riscatto» della statua, un quotidiano locale mise una taglia, il commissario di polizia veniva continuamente intervistato, come se nel paese fosse avvenuto un delitto gravissimo.

In quei giorni, in cui le polemiche sulla sicurezza erano cresciute a dismisura, era addirittura iniziato un delirante pellegrinaggio sul luogo del furto, una piccola piazza ricavata in uno slargo dove un tempo cresceva un maleodorante mercato coperto. È proprio in quel momento che ricomparve la statua, scheggiata ma integra. Accanto alla statua venne rinvenuto un biglietto con su scritto in dialetto: «Me sc fatt do pass», mi sono andato a fare due passi, firmato Pio. I tre autori della bravata vennero immediatamente riconosciuti, rintracciati e arrestati, con rapidità e severità scandinava.

In quei tre ladruncoli tutti hanno riconosciuto gli autori di una bravata, un delitto gravissimo contro la fede pubblica. Nessuno, nemmeno per un attimo, ha pensato che dietro ci fosse un atto di appartenenza; quella statua è anche nostra, il culto a volte non è solo preghiera, si può essere fedeli in modo diverso, la dimensione del rito ha aspetti insondabili. (Mentre ancora questo libro era in stampa, la statua rubata e poi ritrovata è stata fatta saltare in aria con una carica di dinamite. Ingarbugliando ulteriormente quanto detto finora.)

Nell’aria c’è ancora profumo dei comignoli nonostante la primavera alle porte, Lucio si congeda e mi abbraccia: «Quando passi davanti a Padre Pio controlla se c’è ancora il cappello, che stasera fa freddo sul serio».

Recensioni

Massimo Raffaeli su: tuttoLibri (18/04/2009)


Non hanno la valigia di cartone legata con lo spago ma un trolley, non parlano dialetto ma un basic da acculturati, non inseguono necessariamente un'idea di riscatto sociale ma sentono di dover tuttavia abbandonare un mondo atavico, inerte, spacciato: fatto sta ― dicono i recenti rapporti dello Svimez ― che i trentenni emigrano oggi da Sud verso Nord più o meno nella stessa percentuale del 1962, che fu il culmine del Boom economico.

Chi continua a prendere i cosiddetti Treni del Sole (affollati e sgangherati come quelli di una volta) non è detto nemmeno si senta un emigrante ma piuttosto un fuori-sede a tempo indeterminato, cioè un precario del suo stesso nomadismo: è così che, per esempio, ben quattro studenti su cinque, fra quanti gremivano la foto della Maturità 1995-‘96 al Liceo classico Tito Livio di Martina Franca, se ne sono andati con la sola certezza di non poter tornare se non per brevi periodi, in vacanza, o, in via definitiva, per una pensione che probabilmente non avranno mai.

Uno di loro, Mario Desiati, ne deduce e traspone a distanza di un decennio le singole storie in Foto di classe, che è tanto il diario di un ritorno a casa quanto il privato bilancio, scandito per frammenti biografici, di una congiuntura generazionale: da un lato lo scrittore ritrova il paesaggio familiare (il centro storico di Martina coi suoi riti municipali e tribali, un gioiello a picco sugli sfregi paesistici del Siderurgico Italsider), dall'altro è indotto a ripercorrere strade e ferrovie di una fuga comune e mai differibile, verso Parma, Milano, Roma, la Versilia. A parte uno che è rimasto per fare politica in Consiglio comunale (l'inguaribile e testardo idealista, quasi un Rocco Scotellaro postdatato), gli altri spiegano la loro scelta con identici sintomi, vale a dire una sensazione di opacità e di progressiva asfissia, in un vero e proprio orrore del domicilio.

Paradosso del fatalismo meridionale, costoro lo rifarebbero comunque, anche se la vita non è affatto migliorata, anzi spesso si è ristretta in un altrove dove domina l'anonimato e tornano antiche diffidenze: così Valerio, il matematico in fuga dal conformismo del natio borgo selvaggio; o Paolo, che a Milano fa il commesso di libreria ma non può dire di avere una laurea se no perde il posto; oppure Marianna, l'avvocato che per sopravvivere al Nord fa il «caporale» dei praticanti legali neanche fossero braccianti a giornata; o infine Osvaldo, malinconica replica del Gallo di Vitaliano Brancati, uno che a Forte dei Marmi, buttafuori in discoteca, vive in realtà nelle stesse disastrose condizioni di un extracomunitario.

Eludendo la compiacenza come la nostalgia, stretto all'esile parabola dei coetanei, il libro di Desiati mantiene molto più di quanto non prometta: prossimo a una materia già sondata nel romanzo Vita precaria e amore eterno (Mondadori 2006), riesce a fondere invenzione narrativa e verosimiglianza documentaria senza calcare la mano o proporsi, tanto meno, la dimostrazione di una tesi precostituita.

Colpisce, semmai, come la capacità di ascolto e di osservazione, tradotta in scrittura nella messa a fuoco di dettagli rivelatori (secondo la lezione del maestro di Desiati, Enzo Siciliano), non vada mai disgiunta dal rispetto per i propri personaggi-interlocutori. E' un pudore cui la pagina di Desiati non viene mai meno, anche quando il diario del ritorno a casa è costretto a registrare qualcosa che getta una luce di ulteriore incertezza sul futuro dei suoi vecchi compagni, i nuovi spatriati: «E' un'immagine che mi turba. Alla fine di questi mesi, dopo aver rivisto tutti i miei compagni di classe andati via, il vero dato che ci univa era che a trent'anni suonati fossimo senza un figlio e senza una vera volontà di averne».

P.D.P. su: L’Unità (25/06/2009)


Quando ci torna tra le mani una vecchia foto di classe, si attiva un cortocircuito tra le ere della vita. Quella della scuola, chiusa nel suo guscio, contro quella adulta. I volti della foto ci appartengono ancora? Che cosa dicono di noi? Mario Desiati trova proprio in una lontana istantanea scolastica ― primavera 1996 ― le ragioni di un'indagine su come gli anni successivi ne hanno assecondato o tradito i sogni, le attese. Ne risulta un libro bello e malinconico, Foto di classe. U uagnon se n'asciot (Laterza), inquieto nel suo cercare la strana, imprevedibile forma che assume l'esistenza oltre i banchi di scuola. «Di tutti quei venti ragazzi, erano rimasti sotto l'Ofanto soltanto in quattro. Un quinto. I dati sull'emigrazione giovanile che pochi mesi prima avevo studiato per un articolo si tramutarono in vite umane, in volti, in facce, ed erano le facce con le quali ero cresciuto». Desiati, emigrato anche lui da Martina Franca, ricompone il paesaggio umano della sua adolescenza pugliese. Lo fa attraversando l'Italia, mettendosi sulle tracce dei suoi ex compagni. Intercetta storie anche dolorose di riscatti complicati. Gli amici «fuggiti» li ritrova in vesti e luoghi impensabili; si fa raccontare gli itinerari professionali e sentimentali. C'è molta dolcezza nell'accostarsi a questi corpi nel frattempo mutati (sguardi nuovi, qualche ruga): «Poi mi giro e mi ritrovo davanti a lei, è indurita da quando eravamo assieme a Martina Franca, ma è ancora più affascinante, ci abbracciamo». Valerio, Paolo, Marianna, Giovanni, Adele ― ogni capitolo riconsegna una storia ai volti della foto. L'investigazione di Desiati emoziona, per come si carica di autenticità, per come restituisce certe luci, e gli odori di un'eterna Italia domestica. E soprattutto le ragioni più intime, più dure, che spingono migliaia di ragazzi del Sud ad andarsene altrove. Verso le grandi città senza mare e senza alberi d'arancia in giardino.

Ricerca

Ricerca avanzata

Catalogo

Edizione:
Collana:
ISBN:
Argomenti:

copia il codice seguente e incollalo nel tuo blog o sito web:

torna su